di Manfredi Alberti

La metafora militare “esercito industriale di riserva”, insieme all’espressione “sovrappopolazione relativa”, sono utilizzate da Marx per indicare il fenomeno della disoccupazione in quanto prodotto dell’economia capitalistica. La riflessione di Marx sulla disoccupazione è volta a dimostrare che la mancanza di lavoro non è un fenomeno naturale, ma un prodotto necessario dell’accumulazione capitalistica. L’analisi marxiana della sovrappopolazione è uno dei primi tentativi di fornire una spiegazione storica e teorica della tendenza del sistema capitalistico a generare, in virtù delle sue proprie dinamiche, una quota di popolazione eccedente rispetto alle esigenze di valorizzazione del capitale.

Nonostante il carattere pionieristico della sua analisi, Marx non usa quasi mai il moderno termine “disoccupazione” (Arbeitslosigkeit, in tedesco), ma le espressioni “esercito industriale di riserva” e “sovrappopolazione relativa”. La mancanza, comune allora in tutto il mondo occidentale, di un termine specifico e condiviso per indicare il fenomeno della sovrabbondanza di manodopera avvalora l’idea che per buona parte dell’Ottocento la categoria economica della disoccupazione fosse ancora poco sedimentata da un punto di vista concettuale. La nozione marxiana di sovrappopolazione, in ogni caso, risulta un concetto più ampio e ricco di ciò che gli economisti oggi intendono con “disoccupazione involontaria”, riferendosi anche a quella “zona grigia” costituita dal lavoro precario, intermittente o marginalizzato.

Nel Libro primo del Capitale Marx affronta diverse volte il problema della disoccupazione. Nel famoso capitolo sull’accumulazione originaria del capitale (il ventiquattresimo) Marx riconduce l’origine storica del pauperismo e della disoccupazione moderna ai presupposti stessi del modo di produzione capitalistico, ossia alla separazione del produttore dai mezzi di produzione. Il capitalismo, al momento della sua nascita, richiede la formazione di un proletariato composto da lavoratori salariati, liberi di entrare e uscire dal mercato del lavoro. Si tratta tuttavia di una libertà solo formale: il processo di accumulazione originaria del capitale corrisponde all’espropriazione dei produttori diretti e alla proletarizzazione dei contadini, i quali, divenuti lavoratori salariati, per vivere non possono fare altro che vendere la propria capacità lavorativa. Quando questo non accade, contadini ed operai cominciano a ingrossare le file dei disoccupati o dei vagabondi. Vale la pena rammentare il celebre passaggio di Marx sull’accumulazione originaria:

Il rapporto capitalistico ha come presupposto la separazione fra i lavoratori e la proprietà delle condizioni di realizzazione effettuale del lavoro. Una volta autonoma, la produzione capitalistica non solo conserva quella separazione, ma la riproduce su scala sempre crescente. Il processo che crea il rapporto capitalistico non può dunque essere null’altro che il processo di separazione del lavoratore dalla proprietà delle proprie condizioni di lavoro, processo che da una parte trasforma in capitale i mezzi sociali di sussistenza e di produzione, dall’altra trasforma i produttori diretti in lavoratori salariati. Dunque, la cosiddetta accumulazione originaria non è altro che il processo storico di separazione di produttore e mezzi di produzione. Esso si manifesta come originaria perché costituisce la preistoria del capitale e del modo di produzione ad esso corrispondente (K. Marx, Opere complete. Il capitale, vol. XXXI, Napoli, La Città del Sole, 2012, pp. 788-789).

La disoccupazione deriva dal fatto che una parte della forza lavoro non riesce a trovare un impiego, e questa circostanza, come spiega Marx, diventa strutturale soltanto se la forma prevalente della produzione è quella basata sul lavoro salariato. L’accumulazione originaria del capitale, la formazione del proletariato e la nascita della sovrappopolazione sono processi storici tutt’altro che pacifici, che Marx analizza soprattutto con riferimento al caso inglese, ripercorrendo il fenomeno delle enclosures (le recinzioni delle terre) a partire dal Cinquecento. La storia di questa fase iniziale del capitalismo assume forme diverse in ogni paese, con tempi e modalità che occorre studiare di volta in volta. Gli elementi essenziali, tuttavia, rimangono quelli tratteggiati da Marx.

Se la nascita del capitalismo va dunque di pari passo con l’emergere del fenomeno della disoccupazione, lo sviluppo di tale modo di produzione, fondato sull’accrescimento continuo del capitale e sulla diffusione delle macchine, instaura dinamiche tali da rendere strutturale e tendenzialmente crescente il pericolo della disoccupazione di massa. Non a caso nel Libro primo del Capitale, nel capitolo tredicesimo su “Macchine e grande industria”, Marx si sofferma sullo stretto legame esistente fra innovazione tecnologica e disoccupazione, riprendendo l’analisi di John Barton e David Ricardo. La produzione capitalistica è caratterizzata da un incessante rinnovamento delle tecniche di produzione e da un tendenziale incremento dell’uso delle macchine sostitutrici del lavoro umano. Le nuove tecnologie da un lato rendono più produttivi gli operai occupati, dall’altro rendono progressivamente superflui molti dei lavoratori che prima erano occupati. È questa la ragione per cui sin dalle origini del moderno sistema di fabbrica si afferma una conflittualità fra il lavoratore e le macchine, viste come nemiche della stabilità del posto di lavoro. In Inghilterra, all’inizio dell’Ottocento, questo conflitto fu portato avanti dai luddisti (dal nome di uno dei protagonisti di quella lotta operaia, Ned Ludd), i quali si davano alla distruzione di massa dei macchinari, considerati come la vera causa della disoccupazione. Da allora a oggi un simile atteggiamento si è riproposto in modi e forme diverse, conservando in ogni caso un’ingenuità di fondo che Marx coglie con molta chiarezza: il progresso tecnologico, infatti, può essere un alleato dei lavoratori in quanto migliora la produttività e riduce il tempo di lavoro necessario a produrre ciò che serve alla vita, purché i suoi vantaggi vengano redistribuiti fra tutti i produttori e non solo fra i possessori del capitale. Come scrive Marx, «ci vogliono tempo ed esperienza perché il lavoratore impari a distinguere il macchinario dal suo uso capitalistico e, quindi, a trasferire i suoi attacchi dallo stesso mezzo materiale [materiell] di produzione alla forma sociale del suo sfruttamento» (ivi, p. 468).

Nell’economia capitalistica, dunque, si assiste di norma a una continua crescita della produttività del lavoro, garantita dall’uso sempre più esteso delle macchine e delle tecnologie, che riducono progressivamente il peso relativo del fattore soggettivo (cioè umano) nel processo di produzione. Analizzando in questi termini le leggi generali dell’accumulazione capitalistica, nel capitolo ventitreesimo Marx osserva il progresso tecnologico come aspetto centrale del mutamento della composizione organica del capitale (cioè la proporzione, tendenzialmente decrescente, in cui il lavoro vivo dell’uomo si combina con il lavoro delle macchine). Con il procedere dell’accumulazione, in altri termini, la proporzione fra capitale costante (investito in macchine e mezzi di produzione) e capitale variabile (investito in salari) muta a favore del primo. Se è vero che quella che oggi chiameremmo la “crescita economica” può determinare un aumento assoluto del capitale variabile, destinato ad assumere lavoratori, tale aumento, tuttavia, risulta sempre in proporzione decrescente rispetto al capitale costante. In altri termini: il procedere dell’innovazione tecnologica e dell’accumulazione capitalistica può anche determinare un aumento assoluto dei lavoratori impiegati, ma non può eliminare la presenza sempre crescente di una sovrappopolazione relativa, rapportata, cioè, ai lavoratori occupati dal capitale. Non vi è alcuna garanzia, sulla base delle regole di funzionamento dell’economia di mercato capitalistica, che i lavoratori disoccupati soppiantati dalle macchine trovino un lavoro in altri rami produttivi o in altri stabilimenti. Come ricorda Marx, anche Ricardo aveva riconosciuto questa circostanza nella sua opera principale, i Principi di economia politica, in particolare nel capitolo dedicato alle macchine. L’attrazione o la repulsione dei lavoratori dal processo produttivo è soggetta anche agli andamenti ciclici degli investimenti tipici dell’economia capitalistica: ieri come oggi, infatti, i lavoratori tendono a subire passivamente le decisioni di chi possiede i mezzi di produzione, andando incontro periodicamente all’aumento del pericolo della disoccupazione.

La produzione capitalistica tende quindi a produrre, per le leggi stesse del suo funzionamento, una popolazione eccedente rispetto alle esigenze del capitale, una sovrappopolazione che è “artificiale”, cioè legata a tale specifica forma, storicamente determinata, di produrre la ricchezza sociale. È questo il motivo per cui, secondo Marx, non ha senso cercare una legge generale, cioè astorica, della dinamica della popolazione: «Una legge astratta della popolazione esiste soltanto per le piante e per gli animali nella misura in cui l’uomo non interviene portandovi la storia» (ivi, p. 700). Anche i flussi migratori, interni o esterni a un paese, sono in larga misura un prodotto della sovrappopolazione relativa, e andrebbero studiati in relazione alle dinamiche della produzione e del mercato del lavoro.

Le diverse forme di disoccupazione (o sovrappopolazione) prodotte dal capitalismo diventano anche una condizione di esistenza e consolidamento di tale modo di produzione. I lavoratori disoccupati costituiscono una riserva di manodopera sempre a disposizione del capitale, avente sia la funzione di rendere sempre possibile un aumento della produzione, nei momenti espansivi del ciclo economico, sia di tenere bassi i salari, grazie alla concorrenza fra lavoratori occupati e disoccupati: questi ultimi, pur di lavorare, sono quasi sempre disposti ad accettare salari più bassi. È soprattutto in relazione a questi aspetti che si comprende meglio l’uso da parte di Marx dell’espressione “esercito industriale di riserva”, una metafora militare che compare in Inghilterra intorno al 1840, e viene ripresa dal movimento cartista. L’esercito industriale di riserva costituisce una forza lavoro temporaneamente disoccupata ma sempre a disposizione delle imprese, che possono servirsene quando intendono accrescere la produzione o quando intendono avvalersene per diminuire le pretese salariali dei lavoratori occupati. La teoria marxiana dell’esercito industriale di riserva si rivela utile anche per comprendere la dinamica dei salari. Il livello del salario, secondo Marx, è determinato essenzialmente dal livello della disoccupazione:

I movimenti generali del salario del lavoro sono regolati esclusivamente dall’espansione e dalla contrazione dell’esercito industriale di riserva, le quali corrispondono all’alternarsi dei periodi del ciclo industriale. Non sono dunque determinati dal movimento del numero assoluto della popolazione lavoratrice, ma dal mutevole rapporto in cui la classe dei lavoratori si scinde in esercito attivo e in esercito di riserva, dall’aumento e dalla diminuzione del volume relativo della sovrappopolazione, dal grado in cui questa viene ora assorbita ora di nuovo messa in libertà (ivi, p. 705).

La presenza della disoccupazione, dunque, è un fatto normale e necessario in un’economia capitalistica. Come è accaduto nel corso della storia dell’età contemporanea, il peso della sovrappopolazione può essere alleggerito attraverso diversi rimedi (come i flussi migratori fra aree geografiche o mediante la riduzione delle classi di età ammesse al lavoro, con l’innalzamento dell’obbligo scolastico o l’estensione dei sistemi pensionistici) ma mai del tutto eliminato. Quando, per diverse ragioni, intervengono fattori politici straordinari che consentono il raggiungimento della piena occupazione, la sopravvivenza del sistema capitalistico è messa a dura prova, a causa del tendenziale annullamento dei margini di profitto, della crescita dei salari e dell’aumento del potere rivendicativo del movimento operaio. Questo aspetto è stato pienamente colto da molti economisti del Novecento, come Beveridge e Kalecki, ed è illustrato pienamente da molte circostanze della storia del Novecento che videro l’ingresso dello Stato quale principale attore economico (ad esempio la Prima guerra mondiale o l’intervento pubblico degli anni Cinquanta-Settanta).

Sempre nel ventitreesimo capitolo del Libro primo del Capitale Marx fornisce infine un’accurata analisi dei diversi strati che possono comporre l’esercito industriale di riserva, offrendo categorie di analisi utili anche per la comprensione del presente. «La sovrappopolazione relativa – osserva Marx – esiste in tutte le sfumature possibili. Ne fa parte ogni lavoratore durante il periodo in cui è occupato a metà o non è occupato affatto» (ivi, p. 709). Come si può osservare, Marx si riferisce in questo caso non soltanto alla disoccupazione vera e propria, ma anche alla sottoccupazione, come ad esempio il lavoro a tempo parziale. Le tre principali forme in cui può manifestarsi la sovrappopolazione sono: quella fluida (fluttuante), quella latente e quella stagnante.

La sovrappopolazione fluttuante è quella corrispondente al periodico fluire e defluire dei lavoratori dagli impieghi offerti dal sistema produttivo, in funzione del ciclo economico. Nei momenti di crescita l’occupazione aumenta, mentre nelle fasi di crisi aumenta il numero di persone che perdono un lavoro. La divisione del lavoro tipica del sistema capitalistico (ossia la specializzazione e la separazione fra i diversi settori lavorativi) può anche generare fenomeni di sovrappopolazione limitati solo a determinati rami produttivi, con il paradosso che in alcune industrie si può registrare una mancanza di braccia, mentre in altre può persistere un’elevata disoccupazione.

Nelle fasi iniziali del moderno sistema di produzione, con lo sviluppo del capitalismo nelle campagne, si diffonde anche la proletarizzazione dei lavoratori agricoli che, nella misura in cui diventano lavoratori salariati, divengono costantemente esposti al rischio della disoccupazione, alimentando spostamenti di popolazione dalle campagne alle città e ingrossando le file del proletariato urbano disoccupato. Quest’ultimo processo comporta la formazione di una popolazione contadina sovrabbondante, una sovrappopolazione che rimane latente (e quindi non immediatamente visibile) fintantoché i canali di deflusso verso le città non si aprono in maniera consistente. L’esistenza di questa forma di sovrappopolazione latente coincide con la sottoccupazione rurale presente nelle economie non ancora pienamente industriali: una riserva di manodopera inutilizzata che resta “nascosta” nelle pieghe dell’economia contadina tradizionale. In quelle condizioni di norma si lavora meno di quanto si potrebbe, in condizioni di bassi guadagni e povertà diffusa.

La terza categoria della sovrappopolazione relativa – quella stagnante – coincide con quello che oggi chiamiamo il lavoro precario o irregolare, ovvero la cosiddetta fascia “secondaria” del mercato del lavoro. Secondo Marx la sovrappopolazione stagnante, infatti, «costituisce una parte dell’esercito lavoratore attivo, ma con un’occupazione assolutamente irregolare. Essa offre in tal modo al capitale un serbatoio inesauribile di forza-lavoro disponibile. Le sue condizioni di vita scendono al di sotto del livello medio normale della classe dei lavoratori, e proprio questo ne fa la larga base di particolari branche di sfruttamento del capitale. Le sue caratteristiche sono: massimo di tempo di lavoro e minimo di salario» (ivi, p. 712).

Al di sotto di queste tre forme di sovrappopolazione, infine, secondo Marx va collocata la sfera del pauperismo, che affianca le diverse figure che compongono il sottoproletariato in senso stretto (vagabondi, delinquenti e prostitute). Lo strato del pauperismo consiste a sua volta di tre grandi categorie: le persone capaci di lavorare, gli orfani e i figli di poveri, e infine gli inabili al lavoro, spesso vittime dello stesso sistema di fabbrica.

 

Riferimenti bibliografici

W.H. Beveridge, Relazione su l’impiego integrale del lavoro in una società libera (1944), Einaudi, Torino 1948.

M. Kalecki, Gli aspetti politici della piena occupazione (1943), in Id., Sulla dinamica dell’economia capitalistica. Saggi scelti 1933-1970, Einaudi, Torino 1975, pp. 165-173.

K. Marx, Opere complete, vol. XXXI, Il capitale. Critica dell’economia politica, Libro primo (1867), La Citta del Sole, Napoli 2012.

D. Ricardo, Principi di economia politica e dell’imposta (1817), Utet, Torino 1986.

G. Bensussan, G. Labica, Dictionaire critique du marxisme, Quadrige/Puf, Paris 1982.

C. Topalov, Naissance du chômeur 1880-1910, Albin Michel, Paris 1994.

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1968 a Praga: l’esperienza di un sovietico

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Aleksandr Droban

(Da: “Marxismo Oggi”, 2008/3)

 

Nella primavera del 1967 mi è stato proposto di andare a lavorare a Praga, alla redazione della rivista teorica del movimento comunista internazionale “Problèmes de la paix et du socialisme” (l’edizione italiana portava il titolo “Nuova rivista internazionale”). Dovevo entrare nella sezione che si occupava della lotta di classe nei paesi capitalisti sviluppati e garantire i collegamenti con il Partito comunista francese. Per uno specialista in storia francese (la mia tesi di laurea all’Università di Mosca era stata “La rottura del Fronte popolare in Francia, 1938-1939”) era una proposta da cogliere al volo. L’estate ebbi la nomina ufficiale.

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“La rivoluzione del nostro tempo” nell’ultimo libro di Paolo Ciofi

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Alexander Höbel

 

Col suo ultimo libro[1] Paolo Ciofi contribuisce a rimettere in circolazione, fin dal titolo, due termini quasi spariti dal dibattito politico, anche nella sinistra “di alternativa”, ossia rivoluzione e socialismo. Naturalmente quella che l’Autore delinea è “la rivoluzione del nostro tempo”; non dunque la riedizione di altre, pur straordinarie, esperienze, ma il cambiamento radicale dello stato di cose presente possibile e necessario nelle condizioni del mondo di oggi. L’obiettivo è quello di un “nuovo socialismo”, strettamente legato alla teoria e alla pratica della “via italiana”, alla strategia gramsciana e togliattiana, al progetto di società delineato nella Costituzione: un patrimonio di elaborazione e di esperienze che da un lato viene aggiornato, dall’altro è concepito come possibile ispirazione non solo per l’Italia, ma anche per altri paesi a capitalismo avanzato.

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Marx, Wall Street e la lotta di classe. A proposito del libro di Domenico Losurdo

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Riccardo Cavallo

 

In omaggio a Domenico Losurdo, recentemente scomparso, riproponiamo la recensione del suo libro La lotta di classe. Una storia politica e filosofica (Laterza, 2013), a cura di Riccardo Cavallo, originariamente pubblicata su “Micromega - Il rasoio di Occam”

 

1. What would Marx Think? Questo interrogativo campeggia sulla copertina della versione europea del Time del febbraio 2009, cioè nel momento clou della crisi finanziaria che partita dall’esplosione del sistema dei mutui subprime originatasi negli Stati Uniti, stava per dilagare anche nel resto del mondo. Non è un caso allora che il prestigioso magazine decida di dedicare la propria cover story ad un possibile ritorno alle tesi marxiste nell’epoca di Wall Street.

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Istat: Italia 2017 aumenta la povertà di concerto con il Pil

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Andrea Vento *

 

L’Istat ha confermato ad inizio marzo che il prodotto interno lordo italiano è cresciuto nel 2017 dell’1,5%. Il rapporto deficit/pil si attesta all’1,9% mentre il rapporto debito/Pil dell’Italia è risultato pari al 131,5%, in lieve riduzione rispetto al 132,0% del 2016. L’avanzo primario (la differenza fra entrate ed uscire dello stato al netto degli interessi sul debito) si attesta all’1,9% confermando come lo stato italiano incassi di più rispetto a quanto spenda per il mantenimento della macchina statale, per i servizi alla collettività e per gli investimenti produttivi.

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Marx e la dittatura del capitale

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Paolo Ciofi
 
(da: La rivoluzione del nostro tempo. Manifesto per un nuovo socialismo, Roma, Editori Riuniti, 2018)
 
 
Nonostante la ricerca di fantasiose e accattivanti denominazioni volte a occultarne la natura, la società in cui viviamo ha un nome che la definisce con chiarezza: si chiama capitalismo. Capitalismo perché è il capitale che dà a questa formazione economico-sociale il soffio della vita, ed è il propulsore che la spinge e la diffonde nel mondo. Ma cos’è il capitale? La domanda ci porta ai fondamenti, e proprio per questo è quanto mai attuale. È una cosa? Un insieme di merci, di macchinari e di materie prime? Un algoritmo? Un accumulo di titoli e mezzi finanziari ben nascosti nei paradisi fiscali con un semplice click?

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Negli ultimi decenni numerose sono state le opere di più o meno grande diffusione, nelle quali si sono analizzate e sono state ampiamente confutate le tesi sostenute dai cosiddetti autori post-moderni, sia pure nella consapevolezza che tale corrente di pensiero non costituisce un filone omogeneo, giacché contiene in sé varianti, sfumature e tendenze non omologabili in uno stesso cliché. Sono convinta, tuttavia, che il noto pamphet di Terry Eagleton (Le illusioni del post-modernismo, 1998) colga nel segno quando individua le debolezze di questo pensiero, soprattutto quando denuncia con vigore la sua incapacità di dare una risposta seria ai drammatici problemi, con cui si confronta la società contemporanea.

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L'antropologia marxista

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Dalla fine del secolo XIX e lungo tutto il corso del XX la cultura marxista ha raccolto la sfida della descrizione della diversità culturale. Prendendo spunto da alcune delle idee fondamentali degli scritti di Marx e di Engels, alcuni studiosi hanno analizzato istituzioni e strutture sociali appartenenti alle differenti società umane; in alcuni casi, tali analisi hanno reso possibile la formulazione di generalizzazioni e l’elaborazione di teorie antropologico-culturali di carattere generale.

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  Donatello Santarone *   Nello stesso anno, 1977, in cui escono gli scritti di politica e letteratura di Questioni di frontiera, terzo tempo della produzione saggistica di Fortini, il poeta e critico fiorentino-milanese pubblica I poeti del Novecento per la «Letteratura Italiana Laterza», «Storia e Testi», diretta da Carlo Muscetta. Il libro riporta il «finito di stampare» nel marzo 1977, ma molto probabilmente Fortini lo chiude entro la fine del 1976. Lo riproponiamo oggi, quaranta anni dopo, perché questa antologia ha contribuito a una nuova interpretazione e periodizzazione della poesia italiana del Novecento, offrendo una prospettiva critica capace di restituirci, con rara...

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Per un tempo umano liberato. "Il comunista", di Guido Morselli

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  Fosco Giannini   È lecito parlare di un romanzo e del suo autore se né dell’uno né dell’altro cade un anniversario? È lecito rompere con la liturgia delle rievocazioni ad orologeria, per la quale non è la qualità intrinseca dell’opera o la sua possibile interazione con la fase storica in atto a suggerirne un’aggiornata presentazione critica alle nuove generazioni, ma - appunto – solo un algido e burocratico decennale, trentennale? Credo sia assolutamente giusto ed anzi necessario, una controtendenza da assumere quale tendenza, specie se decidiamo di togliere dalla polvere un – seppur misconosciuto - capolavoro letterario come Il comunista, di Guido Morselli. Misconosciuto...

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La nuova edizione del “capitolo sesto inedito” del primo libro del “Capitale”

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Pubblicato per la prima volta nel 1933 dall’Istituto Marx-Engels-Lenin di Mosca, il manoscritto del cosiddetto Capitolo VI inedito del primo libro de Il capitale costituisce senz’altro non solo uno dei testi più importanti e complessi dell’opera di Marx, ma anche un documento particolarmente significativo dell’immane lavoro di redazione de Il capitale che avrebbe occupato per più di vent’anni la vita del pensatore di Treviri. Il manoscritto, redatto nel 1864 e intitolato Risultati del processo di produzione immediato, è l’unica parte pervenutaci dell’ultima redazione del primo libro del Il capitale che precedette la sua edizione a stampa del 1867, originariamente contenuta nel Manoscritto 1863-1865.

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Teorie del valore

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 Giorgio Lunghini e Fabio Ranchetti*

 

Introduzione

Per 'teoria del valore' si possono intendere due cose distinte: la determinazione quantitativa dei rapporti secondo cui le merci vengono scambiate sul mercato, cioè dei loro prezzi relativi; oppure la ricerca dell'origine del valore delle merci, dunque l'indagine circa il fondamento stesso, l'oggetto e il metodo del discorso economico. Circa la sostanza che conferisce valore alle merci, le due spiegazioni rivali possono essere definite l'una 'oggettiva', l'altra 'soggettiva'. La prima riconduce il valore delle merci al lavoro che direttamente o indirettamente è stato impiegato per produrle: essa sarebbe oggettiva in quanto il lavoro impiegato per produrre una merce dipende dalle tecniche di produzione adottate, e queste in ogni dato momento sono date. La seconda spiegazione del valore delle merci nega che questo dipenda da loro proprietà intrinseche: il valore delle merci dipenderebbe dall'apprezzamento, da parte dei singoli soggetti, dell'attitudine dei beni economici a soddisfare i bisogni.

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Sovrappopolazione relativa

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Esercito industriale di riserva

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di Manfredi Alberti

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Il comunismo come “potenzialità ontologica”. Breve saggio sul marxismo critico di Costanzo Preve

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Gabriele Rèpaci

 

 

«Il recupero della filosofia significa recupero dello spirito filosofico. Il sistema capitalistico è talmente violento, anche se si presenta apparentemente come tollerante e liberale, che la gente cerca istintivamente il contrario. Lo spirito filosofico risponde a questa esigenza quasi sempre inespressa di conversazione e di comunicazione, che poi è anche il solo possibile antidoto alla perversa dialettica fra rassegnazione apparente e scoppio improvviso di rabbia repressa, che tutti gli osservatori possono riscontrare nei posti di lavoro, nelle discoteche e negli stadi»
(Costanzo Preve)

 

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Il fondamentalismo occidentale

Categoria: Saggi Hits:2543

 

Domenico Losurdo

(a cura di Emiliano Alessandroni)

 

Solo in seguito a una più profonda conoscenza [...]

l'elemento logico si eleva [...] fino a valere non già

semplicemente come un universale astratto, ma

come l'universale che abbraccia in sé

la ricchezza del particolare

Hegel - Scienza della Logica

 

Il testo che segue unisce brani tratti dal volume di Domenico Losurdo, Il linguaggio dell'Impero. Lessico dell'ideologia americana (Laterza, Roma-Bari, 2007, pp. 48-78). Si è qui deciso di riproporli in quanto appaiono particolarmente rilevanti per la fase storica che stiamo attraversando. L'Occidente registra infatti, da qualche tempo, l'assenza di una sinistra capace di rendersi promotrice di un Universale concreto (cfr. su ciò D. Losurdo, La sinistra assente. Crisi, società dello spettacolo, guerra, Carocci, Roma 2014).

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Per Domenico Losurdo

Categoria: Relazioni e Interventi Hits:302

 

Alexander Höbel *

 

Apriamo questo nostro congresso con l’animo pieno di tristezza per la scomparsa del compagno Domenico Losurdo, avvenuta pochissimi giorni fa, il 28 giugno, nella sua casa di Colbordolo, non lontano da quella università di Urbino, nella quale Domenico ha insegnato per tanti anni, formando generazioni di studenti e numerosi, validi studiosi.

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Il genere dell’emancipazione

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Martina Marchesi

 

“L’individualismo imperava, le politiche economiche condannavano milioni di persone alla disoccupazione, la classe lavoratrice veniva divisa e dislocata: in questo contesto, il femminismo abbandonò progressivamente il progetto di emancipazione collettiva, ripiegando su un discorso sempre più solipsista, limitato a una élite che reclamava il suo diritto a essere riconosciuta nella sua diversità, tollerata e integrata nella cultura del consumo[1]”.

 

Negli ultimi anni il discorso femminista ha conosciuto un certo rilancio, anche grazie alla rete di mobilitazioni che su scala globale si sono raccolte attorno allo slogan “Non una di meno”, a cui si è associata una rinnovata presenza nel dibattito pubblico della questione dell’emancipazione femminile.

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La scomparsa di Domenico Losurdo: una perdita enorme per il pensiero critico

Categoria: Articoli Hits:792

 

Salvatore Tinè

 

Se ne va Domenico Losurdo. È un grande dolore per tutti i marxisti e i comunisti, per chi come lui in tutti questi anni si è battuto contro il dominio capitalistico e l’imperialismo; per noi di Marxismo Oggi online, che abbiamo trovato in lui un punto di riferimento fin dall'inizio del nostro percorso. Ma è anche una grave perdita per la cultura italiana e mondiale. Mimmo è stato un grande studioso, che ha combattuto strenuamente, non solo scendendo in piazza e facendo politica direttamente nei partiti e nei gruppi politici ma anche nel tanto tempo della sua vita che ha trascorso chiuso nel suo studio tra i suoi tanti libri, a lavorare e a scrivere con il rigore dello studio e dell'impegno scientifico.

 

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Pionieri del futuro. Una proposta pedagogica comunista (parte II)

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Paola Pavese

 

Appunti per un manuale

I Pionieri del Futuro. Le attività per fasce d’età

Tutti bambini e i ragazzi dai 7 ai 13 anni possono diventare Pionieri del Futuro, una volta che abbiano aderito all’ Invito dei Pionieri (vedi più avanti). Le attività saranno però diverse per i bambini fino agli 11 anni, rispetto a quelle dei ragazzi più grandi. I più grandi aiuteranno le attività dei piccoli e si dedicheranno con maggior approfondimento ad attività di impegno sociale, anche a carattere internazionale.

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Pionieri del futuro. Una proposta pedagogica comunista (parte I)

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© Paola Pavese

 

Premessa

Questo opuscolo è un’introduzione, non certo esaustiva, ad alcuni riferimenti teorici della pedagogia marxista e alla storia dei Pionieri d’Italia.

Ma è soprattutto un manuale, in cui ho immaginato una possibile organizzazione per bambini e ragazzi, a cui ho voluto dare un nome, che mi è sembrato bellissimo: Pionieri del Futuro. Per scriverlo ho seguito le orme di Gianni Rodari e del suo Manuale dei Pionieri, che a leggerlo pare anch'esso un esercizio di fantasia, basato su un qualche testo che l'autore pare avere sotto gli occhi. Ovviamente, fare esercizi di fantasia seguendo le orme di Rodari viene facile, direi che viene quasi automatico, ed è probabile che in più di un'occasione mi sia fatta trascinare dall'entusiasmo.

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Marxismo e intercultura

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Donatello Santarone*

 

Gli studi interculturali sono molto vasti, un enorme contenitore dove convivono prospettive scientifiche e culturali spesso opposte. C’è un’intercultura “aziendalista” (e persino “militarista”) che vuole conoscere il cosiddetto “altro” per meglio colonizzarlo (un po’ come i primi antropologi al servizio degli eserciti coloniali nell’800): è una visione tutta strumentale della relazione con i paesi e i popoli del Terzo e Quarto Mondo, finalizzata esclusivamente alla dimensione mercantile del rapporto.

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Possibilidades Lenineanas para uma Paidéia Comunista

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Antonio Carlos Mazzeo

 

I. Os Pressupostos

A preocupação em abrir o debate sobre a conexão entre educação e socialismo nas universidades brasileiras é muito relevante. Até por que, nada mais conectado e articulado do que aprendizado, educação e socialismo. Recuperar esse vínculo já vale um evento como este. Recentemente participei de um seminário na Faculdade de Educação da Unesp/Marília intitulado Marx, Gramsci e Vigotsky: Aproximações, do qual resultou um livro com as palestras proferidas, onde está publicada minha intervenção no evento , uma prazeirosa experiência, pois raramente tenho a oportunidade de dialogar com pedagogos estando, na maioria do tempo, restrito à minha área de Ciências Sociais e de Historia.

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Contro le sinistre "codiste"

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 Emiliano Brancaccio

 

Pochi mesi fa alcuni giornalisti molto noti in Italia, che potremmo definire “liberali”, parteciparono a una serie di dibattiti con il leader di CasaPound, tenuti proprio nelle sedi dell’organizzazione neofascista. Enrico Mentana è la più nota delle illustri firme del giornalismo italiano che hanno preso parte a quelle iniziative.

Le motivazioni di Mentana e degli altri giornalisti liberali si possono riassumere nella celebre massima attribuita a Voltaire, peraltro apocrifa: “non condivido nulla di ciò che dici ma sono disposto a morire purché tu possa dirlo”.

Ebbene, non saprei esattamente spiegare il perché, ma da qualche giorno la mia mente viene continuamente catturata da un’immagine: quella del militante fascista tipo che ascolta con attenzione e deferenza questa massima, mentre lucida la sua spranga in attesa di qualche nuova testa da spaccare.

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L’imperialismo Usa, l’Ue, il governo Conte e i compiti dei comunis …

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Fosco Giannini

 

Chi ha vissuto il PCI, quello originario, sa bene che al suo interno, la vita dibattimentale era segnata da qualcosa che era ben più di una ritualità, essendo invece un vero e proprio stile di lavoro: ogni riunione, dalla più piccola Sezione di montagna alla Segreteria Nazionale, era aperta, a prescindere dall’ordine del giorno ( fosse esso relativo alla chiusura di una farmacia comunale di un paesino o alle questioni del governo nazionale) dalla delineazione del contesto internazionale, da cui il resto, poi discendeva. Ciò perché, giustamente, vigeva in quel grande Partito la legge filosofica hegeliana e marxista della “totalità delle cose”, che proprio Hegel – ripreso da Marx- così, in estrema e brillante sintesi, definiva: “il Vero è il Tutto”.

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Mutamenti nel quadro mondiale. La politica internazionale di Donald Tr …

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 Andrea Catone

(da: https://www.marx21books.com/mutamenti-nel-quadro-mondiale-la-politica-internazionale-di-donald-trump-la-ue-litalia/)

   

L’irrompere sulla scena politica interna e internazionale di Donald Trump, insediatosi (nonostante abbia ricevuto 2.800.000 voti in meno della candidata del partito democratico Hillary Clinton[1]), il 20 gennaio 2017 alla Casa Bianca quale 45° presidente della potenza con il più alto Pil, il più forte arsenale e la più grande presenza militare del mondo, con basi istallate in oltre 150 paesi, muta il quadro dei rapporti internazionali a livello mondiale. Nessuna analisi del quadro mondiale e dei rapporti internazionali può prescindere dal ruolo degli Usa.

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Economicismo o dialettica? Un approccio marxista alla questione europe …

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 [Con questo saggio di Emiliano Alessandroni, “Marxismo Oggi” intende aprire una discussione approfondita sulla questione europea, e più in generale sulle contraddizioni e i problemi dell’attuale quadro internazionale; una discussione complessa su temi complessi, che dunque intendiamo affrontare evitando semplificazioni e schematismi, in uno spirito di confronto e ricerca critica, utilizzando il metodo scientifico di analisi proprio del marxismo]

 

Emiliano Alessandroni

a Domenico Losurdo

(in memoriam)

 

1. Gli USA e l'orientalizzazione dell'Europa 2. Ipostasi dell'antieuropeismo 3. La Repubblica Popolare Cinese e la Teoria dei tre mondi 4. Isolare e combattere il nemico principale 5. L'Unione europea e la questione sociale 6. Gramsci, Lukács e il fascino per il «piccolo mondo» 7. Il PCI e l'Europa 8. Una fenice dalle ceneri? 9. Conclusioni.

 

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Vertice Nato. Il gas fa esplodere le contraddizioni Usa-Europa

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Alberto Negri *

 

Come si diceva un tempo, i nodi vengono al pettine. E il nodo sono gli opposti interessi tra Stati uniti, i partner della Nato e dentro la stessa Alleanza. Ma questa situazione la dobbiamo anche a Londra e Parigi che hanno sostenuto i piani Usa in Medio Oriente.

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Attualità di Marx. Che cosa possiamo dire di nuovo sulla Scienza dal punto di vista del materialismo storico?

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Angelo Baracca 

 

Nella ricorrenza del bicentenario della nascita di Marx si stanno ovviamente moltiplicando le iniziative a livello internazionale, nazionale e locale. Non devo certo esprimere la mia convinzione che dall'elaborazione di Marx ci siano ancora tantissimi insegnamenti da trarre. La vera sfida è di trarre spunti fecondi sui temi più scottanti oggi sul tappeto. Non ho l'ambizione di fare questo, ma vorrei dare un contributo su un campo che probabilmente non sarà al centro dei temi trattati, ma sul quale mi sono personalmente impegnato per quattro decenni e che ritengo sempre più cruciale oggi: il tema della Scienza. Intendo la Scienza capitalistica, quella cioè che venne fondata (schematizzo brutalmente) nei secoli XVII-XVIII e divenne con il decollo della Rivoluzione industriale del XVIII secolo uno dei cardini, sempre più imprescindibili, della Società industriale e del capitalismo. E qui sono convinto che ci sia ancora moltissimo da trarre da Marx.

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Il patrimonio scientifico-tecnologico fra lunga durata e attuale emergenza

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Andre’ Tosel

 

La tradizione italiana marxista di riflessione sulle scienze e il loro uso sociale è sempre stata reticente nei confronti del realismo epistemologico, marcata dallo storicismo e dall’idealismo soggettivo: bisogna risalire alle opere troppo trascurate e notevoli di Ludovico Geymonat (e di certi dei suoi alunni) – come tra l’altro Filosofia e filosofia della scienza (1960), Scienza e realismo (1970) e la monumentale Storia del pensiero scientifico e filosofico - per vedere proposta un’interpretazione materialista e dialettica della storia della conoscenza scientifica, che difenda del tutto l’obbiettività di questa conoscenza e la sua necessaria utilizzazione da parte delle forze desiderose di trasformare la società capitalista. Bisogna anche tenere conto del materialismo leopardiano di Sebastiano Timpanaro, critico di qualunque progressismo.

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Il ruolo della ricerca scientifica nella società moderna

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Vito Francesco Polcaro

Che nella società moderna, la scuola, l’università, la ricerca ed in generale la cultura, abbiano un ruolo determinante per garantire lo sviluppo sociale ed economico è cosa così ovvia che nessuno si azzarda a metterla in discussione.

D’altra parte, che a scuola, università e ricerca l’Italia dedichi meno attenzione di qualsiasi altro paese industrializzato (e, ormai, anche di diversi paesi in via di sviluppo) è talmente noto che non c’è bisogno di ribadirlo: come ripeteva spesso il compagno Antonino Cuffaro, quando era Sottosegretario alla ricerca scientifica, questi temi in Italia sono prioritari per tutti per 11 mesi all’anno ma nel dodicesimo, quello nel quale si approva la legge finanziaria, non contano più nulla. Se vogliamo, ora la situazione è anche peggiore, perché i fondi per istruzione e ricerca si tagliano anche “fuori stagione”.

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La “questione ecologica”: un’analisi a partire dal rapporto uomo-natura nel pensiero di Lenin

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Vito Francesco Polcaro*

Già nel pensiero di Marx ed Engels l’uomo è visto come parte integrante della natura e Marx nella Critica al programma di Gotha afferma esplicitamente che la natura è la vera sorgente di ogni ricchezza. Non mancano numerosi altri passaggi delle opere di Marx nei quali questi concetti sono indicati con uguale chiarezza, tanto da portare alcuni studiosi (ad es. Barletta, 1975; Bagarolo, 1989; Bagarolo, 1993) a ritenere Marx il vero fondatore della moderna visione ecologica, avendo indicato nello sfruttamento capitalistico un rischio per la natura, oltre che per l’uomo.

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Marx ed Engels e Il Manifesto del Partito comunista

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Cosimo Cerardi

Il modello che i socialisti utopisti proponevano era dato da un'idea di organizzazione in cui tutta la società viene ad essere intesa come una grande lega di famiglie (governata nell’insieme dal trio), suddivisa in minori leghe di famiglie governate dalle compagnie dei maestri, ecc. Accanto a questa organizzazione, quella delle Accademie, e quella del Consiglio di salute. Nessuno può essere eletto se non cede tutti i suoi beni allo stato.

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Il massacro di Tlatelolco: io c’ero

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Nunzia Augeri

(da “Marxismo Oggi”, n.3/2008)

 

Il 2008 ha portato gradi rievocazioni, discussioni e bilanci sugli avvenimenti del 1968, una data considerata spartiacque nel corso degli avvenimenti del secolo scorso. Sono stati anche ampiamente ricordati gli avvenimenti internazionali, sia il maggio francese che l’invasione della Cecoslovacchia, il 20 di agosto: un fatto che toccò molto da vicino l’opinione pubblica in Italia. Quasi nessuno però, nella stampa italiana, ha ricordato la strage avvenuta a Città del Messico il 2 ottobre 1968, pochi giorni prima dell’inizio delle Olimpiadi, quando gli occhi di tutto il mondo erano puntati sul paese che in America Latina deteneva una fama non del tutto immeritata di libertà e di apertura democratica, soprattutto per l’opera del leggendario presidente Lazaro Cardenas, negli anni Trenta del secolo scorso.

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Ricordando Palmiro Togliatti nel 54° della scomparsa, con uno sguardo al presente

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Sergio Gentili

 

Agosto è il mese, per i più, delle ferie e del riposo. È un mese di duro lavoro nei campi, di crimini del caporalato, di migrazioni, d’incendi e alluvioni, di mare inquinato. In più quest’anno, sconvolto dalla tragedia di Genova. A me capita di riprendere nelle mani gli scritti e i discorsi di Palmiro Togliatti che proprio ad agosto (21-08-1964) cessava di vivere. È l’occasione per viaggiare nella storia guardando al presente. Si sommano domande assurde del tipo: cosa avrebbe detto o fatto Togliatti oggi? Anche se si è consapevoli che il mondo in cui il leader del PCI è vissuto e ha operato con il pensiero e la politica non esiste più. Il mondo è cambiato, ma a veder bene anche durante la sua vita il mondo è mutato più di una volta.

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Un socialismo possibile. Per aprire un dibattito (parte I)

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Gianbattista Cadoppi

All’amico, compagno e maestro Domenico Losurdo[1].

 

Considerazioni sui sistemi socialisti in URSS, Est Europa e Cina

La formazione della teoria del socialismo alla cinese ha usato proprio il marxismo come linea di guida, facendo un bilancio dell’esperienza e delle lezioni dell’Unione Sovietica e dei paesi dell’Est europeo, e anche della stessa esperienza di costruzione del socialismo in Cina nel periodo ‘49-’78, prendendole come base per la formazione di questa teoria.

Huang Hua Guang, responsabile per l’Europa Occidentale del Dipartimento Esteri del Partito Comunista Cinese (Ceccotti, 2010)

 

 

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La vita di Girolamo Li Causi narrata da Massimo Asta

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Manfredi Alberti *

 

Come ha affermato Plechanov in un noto scritto di fine Ottocento, le grandi personalità della storia sono tali nella misura in cui riescono a interpretare al meglio e con determinazione le forze e le tendenze in atto nella società, indirizzandole in modo coerente. L’inestricabilità del rapporto fra le biografie individuali e le forze collettive è particolarmente evidente nel caso del comunismo novecentesco, i cui grandi dirigenti hanno sempre avuto alle spalle un grande partito, una forza organizzata in grado di creare, nel contesto dato, virtuose sinergie fra i singoli e il gruppo di riferimento.

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