di Manfredi Alberti

La metafora militare “esercito industriale di riserva”, insieme all’espressione “sovrappopolazione relativa”, sono utilizzate da Marx per indicare il fenomeno della disoccupazione in quanto prodotto dell’economia capitalistica. La riflessione di Marx sulla disoccupazione è volta a dimostrare che la mancanza di lavoro non è un fenomeno naturale, ma un prodotto necessario dell’accumulazione capitalistica. L’analisi marxiana della sovrappopolazione è uno dei primi tentativi di fornire una spiegazione storica e teorica della tendenza del sistema capitalistico a generare, in virtù delle sue proprie dinamiche, una quota di popolazione eccedente rispetto alle esigenze di valorizzazione del capitale.

Nonostante il carattere pionieristico della sua analisi, Marx non usa quasi mai il moderno termine “disoccupazione” (Arbeitslosigkeit, in tedesco), ma le espressioni “esercito industriale di riserva” e “sovrappopolazione relativa”. La mancanza, comune allora in tutto il mondo occidentale, di un termine specifico e condiviso per indicare il fenomeno della sovrabbondanza di manodopera avvalora l’idea che per buona parte dell’Ottocento la categoria economica della disoccupazione fosse ancora poco sedimentata da un punto di vista concettuale. La nozione marxiana di sovrappopolazione, in ogni caso, risulta un concetto più ampio e ricco di ciò che gli economisti oggi intendono con “disoccupazione involontaria”, riferendosi anche a quella “zona grigia” costituita dal lavoro precario, intermittente o marginalizzato.

Nel Libro primo del Capitale Marx affronta diverse volte il problema della disoccupazione. Nel famoso capitolo sull’accumulazione originaria del capitale (il ventiquattresimo) Marx riconduce l’origine storica del pauperismo e della disoccupazione moderna ai presupposti stessi del modo di produzione capitalistico, ossia alla separazione del produttore dai mezzi di produzione. Il capitalismo, al momento della sua nascita, richiede la formazione di un proletariato composto da lavoratori salariati, liberi di entrare e uscire dal mercato del lavoro. Si tratta tuttavia di una libertà solo formale: il processo di accumulazione originaria del capitale corrisponde all’espropriazione dei produttori diretti e alla proletarizzazione dei contadini, i quali, divenuti lavoratori salariati, per vivere non possono fare altro che vendere la propria capacità lavorativa. Quando questo non accade, contadini ed operai cominciano a ingrossare le file dei disoccupati o dei vagabondi. Vale la pena rammentare il celebre passaggio di Marx sull’accumulazione originaria:

Il rapporto capitalistico ha come presupposto la separazione fra i lavoratori e la proprietà delle condizioni di realizzazione effettuale del lavoro. Una volta autonoma, la produzione capitalistica non solo conserva quella separazione, ma la riproduce su scala sempre crescente. Il processo che crea il rapporto capitalistico non può dunque essere null’altro che il processo di separazione del lavoratore dalla proprietà delle proprie condizioni di lavoro, processo che da una parte trasforma in capitale i mezzi sociali di sussistenza e di produzione, dall’altra trasforma i produttori diretti in lavoratori salariati. Dunque, la cosiddetta accumulazione originaria non è altro che il processo storico di separazione di produttore e mezzi di produzione. Esso si manifesta come originaria perché costituisce la preistoria del capitale e del modo di produzione ad esso corrispondente (K. Marx, Opere complete. Il capitale, vol. XXXI, Napoli, La Città del Sole, 2012, pp. 788-789).

La disoccupazione deriva dal fatto che una parte della forza lavoro non riesce a trovare un impiego, e questa circostanza, come spiega Marx, diventa strutturale soltanto se la forma prevalente della produzione è quella basata sul lavoro salariato. L’accumulazione originaria del capitale, la formazione del proletariato e la nascita della sovrappopolazione sono processi storici tutt’altro che pacifici, che Marx analizza soprattutto con riferimento al caso inglese, ripercorrendo il fenomeno delle enclosures (le recinzioni delle terre) a partire dal Cinquecento. La storia di questa fase iniziale del capitalismo assume forme diverse in ogni paese, con tempi e modalità che occorre studiare di volta in volta. Gli elementi essenziali, tuttavia, rimangono quelli tratteggiati da Marx.

Se la nascita del capitalismo va dunque di pari passo con l’emergere del fenomeno della disoccupazione, lo sviluppo di tale modo di produzione, fondato sull’accrescimento continuo del capitale e sulla diffusione delle macchine, instaura dinamiche tali da rendere strutturale e tendenzialmente crescente il pericolo della disoccupazione di massa. Non a caso nel Libro primo del Capitale, nel capitolo tredicesimo su “Macchine e grande industria”, Marx si sofferma sullo stretto legame esistente fra innovazione tecnologica e disoccupazione, riprendendo l’analisi di John Barton e David Ricardo. La produzione capitalistica è caratterizzata da un incessante rinnovamento delle tecniche di produzione e da un tendenziale incremento dell’uso delle macchine sostitutrici del lavoro umano. Le nuove tecnologie da un lato rendono più produttivi gli operai occupati, dall’altro rendono progressivamente superflui molti dei lavoratori che prima erano occupati. È questa la ragione per cui sin dalle origini del moderno sistema di fabbrica si afferma una conflittualità fra il lavoratore e le macchine, viste come nemiche della stabilità del posto di lavoro. In Inghilterra, all’inizio dell’Ottocento, questo conflitto fu portato avanti dai luddisti (dal nome di uno dei protagonisti di quella lotta operaia, Ned Ludd), i quali si davano alla distruzione di massa dei macchinari, considerati come la vera causa della disoccupazione. Da allora a oggi un simile atteggiamento si è riproposto in modi e forme diverse, conservando in ogni caso un’ingenuità di fondo che Marx coglie con molta chiarezza: il progresso tecnologico, infatti, può essere un alleato dei lavoratori in quanto migliora la produttività e riduce il tempo di lavoro necessario a produrre ciò che serve alla vita, purché i suoi vantaggi vengano redistribuiti fra tutti i produttori e non solo fra i possessori del capitale. Come scrive Marx, «ci vogliono tempo ed esperienza perché il lavoratore impari a distinguere il macchinario dal suo uso capitalistico e, quindi, a trasferire i suoi attacchi dallo stesso mezzo materiale [materiell] di produzione alla forma sociale del suo sfruttamento» (ivi, p. 468).

Nell’economia capitalistica, dunque, si assiste di norma a una continua crescita della produttività del lavoro, garantita dall’uso sempre più esteso delle macchine e delle tecnologie, che riducono progressivamente il peso relativo del fattore soggettivo (cioè umano) nel processo di produzione. Analizzando in questi termini le leggi generali dell’accumulazione capitalistica, nel capitolo ventitreesimo Marx osserva il progresso tecnologico come aspetto centrale del mutamento della composizione organica del capitale (cioè la proporzione, tendenzialmente decrescente, in cui il lavoro vivo dell’uomo si combina con il lavoro delle macchine). Con il procedere dell’accumulazione, in altri termini, la proporzione fra capitale costante (investito in macchine e mezzi di produzione) e capitale variabile (investito in salari) muta a favore del primo. Se è vero che quella che oggi chiameremmo la “crescita economica” può determinare un aumento assoluto del capitale variabile, destinato ad assumere lavoratori, tale aumento, tuttavia, risulta sempre in proporzione decrescente rispetto al capitale costante. In altri termini: il procedere dell’innovazione tecnologica e dell’accumulazione capitalistica può anche determinare un aumento assoluto dei lavoratori impiegati, ma non può eliminare la presenza sempre crescente di una sovrappopolazione relativa, rapportata, cioè, ai lavoratori occupati dal capitale. Non vi è alcuna garanzia, sulla base delle regole di funzionamento dell’economia di mercato capitalistica, che i lavoratori disoccupati soppiantati dalle macchine trovino un lavoro in altri rami produttivi o in altri stabilimenti. Come ricorda Marx, anche Ricardo aveva riconosciuto questa circostanza nella sua opera principale, i Principi di economia politica, in particolare nel capitolo dedicato alle macchine. L’attrazione o la repulsione dei lavoratori dal processo produttivo è soggetta anche agli andamenti ciclici degli investimenti tipici dell’economia capitalistica: ieri come oggi, infatti, i lavoratori tendono a subire passivamente le decisioni di chi possiede i mezzi di produzione, andando incontro periodicamente all’aumento del pericolo della disoccupazione.

La produzione capitalistica tende quindi a produrre, per le leggi stesse del suo funzionamento, una popolazione eccedente rispetto alle esigenze del capitale, una sovrappopolazione che è “artificiale”, cioè legata a tale specifica forma, storicamente determinata, di produrre la ricchezza sociale. È questo il motivo per cui, secondo Marx, non ha senso cercare una legge generale, cioè astorica, della dinamica della popolazione: «Una legge astratta della popolazione esiste soltanto per le piante e per gli animali nella misura in cui l’uomo non interviene portandovi la storia» (ivi, p. 700). Anche i flussi migratori, interni o esterni a un paese, sono in larga misura un prodotto della sovrappopolazione relativa, e andrebbero studiati in relazione alle dinamiche della produzione e del mercato del lavoro.

Le diverse forme di disoccupazione (o sovrappopolazione) prodotte dal capitalismo diventano anche una condizione di esistenza e consolidamento di tale modo di produzione. I lavoratori disoccupati costituiscono una riserva di manodopera sempre a disposizione del capitale, avente sia la funzione di rendere sempre possibile un aumento della produzione, nei momenti espansivi del ciclo economico, sia di tenere bassi i salari, grazie alla concorrenza fra lavoratori occupati e disoccupati: questi ultimi, pur di lavorare, sono quasi sempre disposti ad accettare salari più bassi. È soprattutto in relazione a questi aspetti che si comprende meglio l’uso da parte di Marx dell’espressione “esercito industriale di riserva”, una metafora militare che compare in Inghilterra intorno al 1840, e viene ripresa dal movimento cartista. L’esercito industriale di riserva costituisce una forza lavoro temporaneamente disoccupata ma sempre a disposizione delle imprese, che possono servirsene quando intendono accrescere la produzione o quando intendono avvalersene per diminuire le pretese salariali dei lavoratori occupati. La teoria marxiana dell’esercito industriale di riserva si rivela utile anche per comprendere la dinamica dei salari. Il livello del salario, secondo Marx, è determinato essenzialmente dal livello della disoccupazione:

I movimenti generali del salario del lavoro sono regolati esclusivamente dall’espansione e dalla contrazione dell’esercito industriale di riserva, le quali corrispondono all’alternarsi dei periodi del ciclo industriale. Non sono dunque determinati dal movimento del numero assoluto della popolazione lavoratrice, ma dal mutevole rapporto in cui la classe dei lavoratori si scinde in esercito attivo e in esercito di riserva, dall’aumento e dalla diminuzione del volume relativo della sovrappopolazione, dal grado in cui questa viene ora assorbita ora di nuovo messa in libertà (ivi, p. 705).

La presenza della disoccupazione, dunque, è un fatto normale e necessario in un’economia capitalistica. Come è accaduto nel corso della storia dell’età contemporanea, il peso della sovrappopolazione può essere alleggerito attraverso diversi rimedi (come i flussi migratori fra aree geografiche o mediante la riduzione delle classi di età ammesse al lavoro, con l’innalzamento dell’obbligo scolastico o l’estensione dei sistemi pensionistici) ma mai del tutto eliminato. Quando, per diverse ragioni, intervengono fattori politici straordinari che consentono il raggiungimento della piena occupazione, la sopravvivenza del sistema capitalistico è messa a dura prova, a causa del tendenziale annullamento dei margini di profitto, della crescita dei salari e dell’aumento del potere rivendicativo del movimento operaio. Questo aspetto è stato pienamente colto da molti economisti del Novecento, come Beveridge e Kalecki, ed è illustrato pienamente da molte circostanze della storia del Novecento che videro l’ingresso dello Stato quale principale attore economico (ad esempio la Prima guerra mondiale o l’intervento pubblico degli anni Cinquanta-Settanta).

Sempre nel ventitreesimo capitolo del Libro primo del Capitale Marx fornisce infine un’accurata analisi dei diversi strati che possono comporre l’esercito industriale di riserva, offrendo categorie di analisi utili anche per la comprensione del presente. «La sovrappopolazione relativa – osserva Marx – esiste in tutte le sfumature possibili. Ne fa parte ogni lavoratore durante il periodo in cui è occupato a metà o non è occupato affatto» (ivi, p. 709). Come si può osservare, Marx si riferisce in questo caso non soltanto alla disoccupazione vera e propria, ma anche alla sottoccupazione, come ad esempio il lavoro a tempo parziale. Le tre principali forme in cui può manifestarsi la sovrappopolazione sono: quella fluida (fluttuante), quella latente e quella stagnante.

La sovrappopolazione fluttuante è quella corrispondente al periodico fluire e defluire dei lavoratori dagli impieghi offerti dal sistema produttivo, in funzione del ciclo economico. Nei momenti di crescita l’occupazione aumenta, mentre nelle fasi di crisi aumenta il numero di persone che perdono un lavoro. La divisione del lavoro tipica del sistema capitalistico (ossia la specializzazione e la separazione fra i diversi settori lavorativi) può anche generare fenomeni di sovrappopolazione limitati solo a determinati rami produttivi, con il paradosso che in alcune industrie si può registrare una mancanza di braccia, mentre in altre può persistere un’elevata disoccupazione.

Nelle fasi iniziali del moderno sistema di produzione, con lo sviluppo del capitalismo nelle campagne, si diffonde anche la proletarizzazione dei lavoratori agricoli che, nella misura in cui diventano lavoratori salariati, divengono costantemente esposti al rischio della disoccupazione, alimentando spostamenti di popolazione dalle campagne alle città e ingrossando le file del proletariato urbano disoccupato. Quest’ultimo processo comporta la formazione di una popolazione contadina sovrabbondante, una sovrappopolazione che rimane latente (e quindi non immediatamente visibile) fintantoché i canali di deflusso verso le città non si aprono in maniera consistente. L’esistenza di questa forma di sovrappopolazione latente coincide con la sottoccupazione rurale presente nelle economie non ancora pienamente industriali: una riserva di manodopera inutilizzata che resta “nascosta” nelle pieghe dell’economia contadina tradizionale. In quelle condizioni di norma si lavora meno di quanto si potrebbe, in condizioni di bassi guadagni e povertà diffusa.

La terza categoria della sovrappopolazione relativa – quella stagnante – coincide con quello che oggi chiamiamo il lavoro precario o irregolare, ovvero la cosiddetta fascia “secondaria” del mercato del lavoro. Secondo Marx la sovrappopolazione stagnante, infatti, «costituisce una parte dell’esercito lavoratore attivo, ma con un’occupazione assolutamente irregolare. Essa offre in tal modo al capitale un serbatoio inesauribile di forza-lavoro disponibile. Le sue condizioni di vita scendono al di sotto del livello medio normale della classe dei lavoratori, e proprio questo ne fa la larga base di particolari branche di sfruttamento del capitale. Le sue caratteristiche sono: massimo di tempo di lavoro e minimo di salario» (ivi, p. 712).

Al di sotto di queste tre forme di sovrappopolazione, infine, secondo Marx va collocata la sfera del pauperismo, che affianca le diverse figure che compongono il sottoproletariato in senso stretto (vagabondi, delinquenti e prostitute). Lo strato del pauperismo consiste a sua volta di tre grandi categorie: le persone capaci di lavorare, gli orfani e i figli di poveri, e infine gli inabili al lavoro, spesso vittime dello stesso sistema di fabbrica.

 

Riferimenti bibliografici

W.H. Beveridge, Relazione su l’impiego integrale del lavoro in una società libera (1944), Einaudi, Torino 1948.

M. Kalecki, Gli aspetti politici della piena occupazione (1943), in Id., Sulla dinamica dell’economia capitalistica. Saggi scelti 1933-1970, Einaudi, Torino 1975, pp. 165-173.

K. Marx, Opere complete, vol. XXXI, Il capitale. Critica dell’economia politica, Libro primo (1867), La Citta del Sole, Napoli 2012.

D. Ricardo, Principi di economia politica e dell’imposta (1817), Utet, Torino 1986.

G. Bensussan, G. Labica, Dictionaire critique du marxisme, Quadrige/Puf, Paris 1982.

C. Topalov, Naissance du chômeur 1880-1910, Albin Michel, Paris 1994.

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«Una teoria generale del conflitto sociale». Lotte di classe, marxismo e relazioni internazionali. Intervista a Domenico Losurdo

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 (fonte: http://www.filosofia-italiana.net/matteo-gargani-a-cura-di-una-teoria-generale-del-conflitto-sociale-lotte-di-classe-marxismo-e-relazioni-internazionali-intervista-a-domenico-losurdo/)

Premessa

Rivolgeremo qui alcune domande a Domenico Losurdo, professore emerito presso l’Università degli Studi di Urbino, a partire dalle sue due più recenti pubblicazioni La lotta di classe. Una storia politica e filosofica, Laterza, Roma–Bari 2013 (abbreviato “LC” e seguito dal numero di pagina dopo la virgola) e La sinistra assente. Crisi, società dello spettacolo, guerra, Carocci, Roma 2014 (abbreviato “SA” e seguito dal numero di pagina dopo la virgola).

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Pionieri del futuro. Una proposta pedagogica comunista

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Premessa

Questo opuscolo è un’introduzione, non certo esaustiva, ad alcuni riferimenti teorici della pedagogia marxista e alla storia dei Pionieri d’Italia.

Ma è soprattutto un manuale, in cui ho immaginato una possibile organizzazione per bambini e ragazzi, a cui ho voluto dare un nome, che mi è sembrato bellissimo: Pionieri del Futuro. Per scriverlo ho seguito le orme di Gianni Rodari e del suo Manuale dei Pionieri, che a leggerlo pare anch'esso un esercizio di fantasia, basato su un qualche testo che l'autore pare avere sotto gli occhi. Ovviamente, fare esercizi di fantasia seguendo le orme di Rodari viene facile, direi che viene quasi automatico, ed è probabile che in più di un'occasione mi sia fatta trascinare dall'entusiasmo.

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Marxismo e intercultura

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Donatello Santarone*

 

Gli studi interculturali sono molto vasti, un enorme contenitore dove convivono prospettive scientifiche e culturali spesso opposte. C’è un’intercultura “aziendalista” (e persino “militarista”) che vuole conoscere il cosiddetto “altro” per meglio colonizzarlo (un po’ come i primi antropologi al servizio degli eserciti coloniali nell’800): è una visione tutta strumentale della relazione con i paesi e i popoli del Terzo e Quarto Mondo, finalizzata esclusivamente alla dimensione mercantile del rapporto.

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Possibilidades Lenineanas para uma Paidéia Comunista

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A preocupação em abrir o debate sobre a conexão entre educação e socialismo nas universidades brasileiras é muito relevante. Até por que, nada mais conectado e articulado do que aprendizado, educação e socialismo. Recuperar esse vínculo já vale um evento como este. Recentemente participei de um seminário na Faculdade de Educação da Unesp/Marília intitulado Marx, Gramsci e Vigotsky: Aproximações, do qual resultou um livro com as palestras proferidas, onde está publicada minha intervenção no evento , uma prazeirosa experiência, pois raramente tenho a oportunidade de dialogar com pedagogos estando, na maioria do tempo, restrito à minha área de Ciências Sociais e de Historia.

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La pianificazione e la concettualizzazione del modello socialista cuba …

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1. Sono apparsi recentemente sulla rivista Cubadebate due brevi saggi a firma di  José Luis Rodríguez, ex ministro dell’economia e assessore del CIEM  il Centro de Investigaciones de la Economía Mundial (CIEM), uno dei più importanti del paese.. Il primo tratta del ruolo della pianificazione nel socialismo, e della sua importanza per l’economia del paese.[1] Il secondo riguarda la concettualizzazione del modello socialista cubano.[2]

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Xi Jinping: Formare e selezionare buoni funzionari

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Spesso si sentono giudizi sulla Cina sparati a raffica dai marxisti occidentali: la Cina non è marxista, non è socialista e il PCC non è comunista.

Ebbene non starò qui a dilungarmi su cosa sia oggi il socialismo però occorre tenere conto di alcuni dati spesso trascurati. Il Partito Comunista Cinese ha qualcosa come 90 milioni di membri, più di quelli che avevano tutti partiti comunisti del mondo nel 1989, anno del “crollo del comunismo”. Secondo la prestigiosa Pew Reserch, agenzia americana che sonda la governance nel mondo, il governo cinese ha l’appoggio del 94% dei cinesi.

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Il patrimonio scientifico-tecnologico fra lunga durata e attuale emergenza

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La tradizione italiana marxista di riflessione sulle scienze e il loro uso sociale è sempre stata reticente nei confronti del realismo epistemologico, marcata dallo storicismo e dall’idealismo soggettivo: bisogna risalire alle opere troppo trascurate e notevoli di Ludovico Geymonat (e di certi dei suoi alunni) – come tra l’altro Filosofia e filosofia della scienza (1960), Scienza e realismo (1970) e la monumentale Storia del pensiero scientifico e filosofico - per vedere proposta un’interpretazione materialista e dialettica della storia della conoscenza scientifica, che difenda del tutto l’obbiettività di questa conoscenza e la sua necessaria utilizzazione da parte delle forze desiderose di trasformare la società capitalista. Bisogna anche tenere conto del materialismo leopardiano di Sebastiano Timpanaro, critico di qualunque progressismo.

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Il ruolo della ricerca scientifica nella società moderna

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Vito Francesco Polcaro

Che nella società moderna, la scuola, l’università, la ricerca ed in generale la cultura, abbiano un ruolo determinante per garantire lo sviluppo sociale ed economico è cosa così ovvia che nessuno si azzarda a metterla in discussione.

D’altra parte, che a scuola, università e ricerca l’Italia dedichi meno attenzione di qualsiasi altro paese industrializzato (e, ormai, anche di diversi paesi in via di sviluppo) è talmente noto che non c’è bisogno di ribadirlo: come ripeteva spesso il compagno Antonino Cuffaro, quando era Sottosegretario alla ricerca scientifica, questi temi in Italia sono prioritari per tutti per 11 mesi all’anno ma nel dodicesimo, quello nel quale si approva la legge finanziaria, non contano più nulla. Se vogliamo, ora la situazione è anche peggiore, perché i fondi per istruzione e ricerca si tagliano anche “fuori stagione”.

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La “questione ecologica”: un’analisi a partire dal rapporto uomo-natura nel pensiero di Lenin

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Vito Francesco Polcaro*

Già nel pensiero di Marx ed Engels l’uomo è visto come parte integrante della natura e Marx nella Critica al programma di Gotha afferma esplicitamente che la natura è la vera sorgente di ogni ricchezza. Non mancano numerosi altri passaggi delle opere di Marx nei quali questi concetti sono indicati con uguale chiarezza, tanto da portare alcuni studiosi (ad es. Barletta, 1975; Bagarolo, 1989; Bagarolo, 1993) a ritenere Marx il vero fondatore della moderna visione ecologica, avendo indicato nello sfruttamento capitalistico un rischio per la natura, oltre che per l’uomo.

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Il crollo dell’Unione Sovietica. Fattori di crisi e interpretazioni

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Alexander Höbel

 

(da: Problemi della transizione al socialismo in Urss, Napoli, a cura di A. Catone ed E. Susca, La Città del Sole, 2004)

A più di dieci anni dal crollo dell’Unione Sovietica, i tempi per una analisi storica esaustiva di questo evento di enorme portata storica – che ha sconvolto, in peggio, il quadro mondiale – probabilmente non sono ancora maturi. Esistono, tuttavia, molti documentati studi successivi al crollo, oltre all’immensa bibliografia precedente. In questa relazione, si cercherà di fornire una “griglia interpretativa”, incrociando l’esame di vari fattori di crisi con quella di alcune tra le analisi più interessanti. Due elementi si possono dare per acquisiti. Il primo è il fatto che il crollo dell’URSS è un evento storicamente determinato, per cui le letture ideologiche circolate in questi anni – “crollo del comunismo”, “fine dell’idea comunista”, ecc. – sono fuorvianti e strumentali.

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"Totalitarismo", triste storia di un non-concetto

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Vladimiro Giacché

 

Come le guerre di Bush, anche il lessico ideologico contemporaneo è animato dalla lotta tra il Bene e il Male. Una lotta sanguinosa che vede contrapposti ai nostri alleati, "Mercato", "Democrazia" e "Sicurezza", due nemici mortali: "Terrorismo" e "Totalitarismo" - tra loro complici, e sempre meno distinguibili l'uno dall'altro. Come è logico, l'esecrazione generale circonda questi due tristi figuri. L'appellativo di "Totalitario", in particolare, è decisamente tra gli insulti più in voga. Di "atteggiamento totalitario" è stato recentemente accusato il ministro brasiliano per la cultura Gilberto Gil da Caetano Veloso, nel corso di una polemica sulla distribuzione di fondi pubblici.

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White supremacy e controrivoluzione. Stati Uniti, Russia bianca e Terzo Reich

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Domenico Losurdo

1. Il «secolo delle razze»: dall’Otto al Novecento

 A partire almeno da Hannah Arendt è diventato un luogo comune sussumere Terzo Reich e Unione Sovietica sotto la categoria di «totalitarismo». Ma questo approccio presenta non pochi inconvenienti. In primo luogo separa nettamente il Novecento, letto come il secolo dell’avvento del potere totalitario e genocida, dallo sviluppo storico precedente, quasi ad avvalorare la consueta lettura che vede i decenni precedenti il 1914 o il 1917 come il periodo della belle époque. Eppure storici autorevoli hanno visto nell’Ottocento il secolo in cui giunge a compimento l’«olocausto americano» (ovvero la «soluzione finale» della questione degli amerindi), e si consumano l’«olocausto australiano» e gli «olocausti tardovittoriani».

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Algeri, l'ultimo viaggio di Marx

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Marcello Musto

 

In un ventoso pomeriggio dell'inverno del 1882, un piroscafo diretto in Algeria si preparava a salpare dal porto di Marsiglia. Ad attenderne la partenza sulla banchina, in coda tra gli altri viaggiatori, c'era un signore di media statura, dall'aspetto affaticato e solitario. Veniva da Londra e aveva una valigia nella quale erano stipati vestiti pesanti, medicinali e qualche libro. 

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Internazionalismo e questione nazionale nel pensiero di Gramsci

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Salvatore Tinè

Quello del rapporto tra internazionalismo e questione nazionale è uno dei temi fondamentali del pensiero gramsciano in tutto l’arco della sua evoluzione. Già in alcuni articoli del 1918, il giovane Gramsci sottolineava la permanente vocazione cosmopolitica del sistema di produzione capitalistica.

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