Elena Fabrizio*

La parola/è un condottiero/della forza umana, scriveva Majakovskij nel 1926 in uno dei suoi magistrali versi, con i quali reagiva furioso al suicidio del poeta Sergèj Esénin, un gesto di insopportabile rinuncia a combattere con la parola e quindi a esaltare la vita dopo che si sia contribuito anche a trasformarla. Majakovskij è stato il più grande poeta rivoluzionario, per aver trasformato se stesso nel proprio tempo mentre questo tempo lavorava al progresso della civiltà con un dinamismo che non ha pari nella storia mondiale. Un dinamismo ciclopico, per parafrasare Pasternak, che travolge o stravolge, in cui «tutti si sentono grandi nel loro disorientamento», «come se ognuno fosse oppresso […] da una natura eroica rivelatasi in lui» (Il dottor Živago).

 

Antonino Infranca*

Questo grosso volume contiene gli atti di un seminario che si è tenuto Centro di Ricerche Interdisciplinari di Scienza e di Umanistica dell’Università Autonoma del Messico a partire dal 2009. I partecipanti non sono soltanto messicani o latinoamericani, ma comprendono anche europei e statunitensi, e addirittura due italiani: Marcello Musto e il sottoscritto. Raccoglie, quindi, un panorama ampio di studiosi marxisti o prossimi al marxismo, che rivela quanto sia vivace il dibattito marxista, soprattutto in America latina più che altrove.

 

 

Emiliano Alessandroni *

«Parlavano tutti nella mia tragedia, donna o schiavo che fossero!». A queste parole, pronunciate da Euripide nelle Rane di Aristofane, replica il personaggio di Eschilo, palesando, senza troppi indugi, il pensiero dell'autore: «Svergognato, non ti dovevano accoppare?»[1]. Dalla parte di Aristofane si schiererà, molti secoli più tardi, Friedrich Nietzsche, che, nel ricercare le origini di quelle rivolte operaie, suscettibili a suo avviso di intorpidire la vita dello spirito, punterà il dito proprio contro il teatro di Euripide, reo ai suoi occhi di aprire il sipario a quello «schiavo domestico bonario e scaltro, che così spesso sta al centro di tutto il dramma», consentendo, in questo modo, che «il quinto stato, quello degli schiavi, domin[i] la scena»[2].

 

Antonino Infranca

 

L’edizione italiana di questo monumentale libro di Mészáros – forse l’ultimo allievo di Lukács che si riconoscesse ancora nelle idee del maestro – arriva ultima, dopo l’enorme successo che hanno avuto, soprattutto, l’edizione spagnola e quella portoghese, a dimostrazione che il nostro paese è entrato da tempo in una fase di de-politicizzazione della riflessione filosofica. Il libro apparve nel 1995, in inglese, ma non risente affatto dei due decenni e più dalla sua prima apparizione, perché i problemi che vi vengono affrontati sono ancora attuali.

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