Stampa
Categoria: Articoli
Visite: 408

 

Francesco Schettino

 

29 ottobre 2018 Con gli occhi ancora gonfi di sonno a causa dell’ennesima notte intervallata troppo spesso da vagiti infantili, cerco nervosamente gli occhiali che permettono di relazionarmi con un mondo altrimenti troppo fuori fuoco per essere compreso. Percuoto casualmente e con veemenza controllata il comodino alla ricerca delle lenti tentando di far piano per non svegliare nessuno. Ma l’unica cosa che mi riesce è permettere alla pila di libri accatastati di adeguarsi alle secolari leggi della gravità. L’impatto a terra è rumoroso e gli fa eco una espressione blasfema che però quasi mi si strozza in gola, data la tensione.

Ma eccoli lì, gli occhiali. Sepolti sotto il cuscino, sembra quasi che aspettino di essere inforcati. Due lenti unte da impronte digitali di numero così alto da poter mandare in confusione i Nas mi separano da una realtà che nel frattempo a diverse migliaia di chilometri dal mio letto si è consumata: la più che presumibile elezione di Bolsonaro, espressione dell’estrema destra fascista brasiliana.

Le possibilità che il Partito dei lavoratori (Pt) e il suo esponente Haddad, l’abbiano spuntata è praticamente nulla, nonostante il buon lavoro delle mobilitazioni popolari al grido #elenao. E devo ammettere che per una volta nel mio cervello, non c’è traccia nemmeno della famosa speranza, quella poveraccia a cui tocca piangere tutti gli altri visto che è sempre l’ultima a morire. Accendo il cellulare e durante il lungo caricamento in cui mi viene riproposta ossessivamente la marca, cinese, dell’apparecchio, il mio pensiero vola a sedici anni fa, quando alla fine di una calda estate fui invitato per la prima volta all’università di San Paolo (Usp-Fflch) a parlare sulla dollarizzazione in un convegno in cui tra gli altri era presente anche quello che sarebbe divenuto da lì a poco il presidente boliviano, Evo Morales.

Era il 2002, internet lo trovavi solo negli uffici e funzionava prevalentemente con il 56k o con forme primitive di banda larga: in ogni caso per caricare una pagina ci poteva occorrere un millennio. Un altro mondo: non solo dal punto di vista tecnologico, ma anche da quello politico. Il Brasile era un paese gigantesco allora come oggi, ma con un livello di povertà impressionante. Si raggiungeva la cifra di circa 55mln di individui che non riuscivano a mettere insieme il pranzo con la cena, quando erano fortunati ad avere almeno il pranzo. A questi si contrapponeva un gruppuscolo di latifondisti e capitalisti di vario genere che nei loro appartamenti o ville a forma di fortino - con tanto di poliziotti armati ai cancelli – consumava quotidianamente vino italiano e mangiava la migliore carne del continente.

Insomma, in quel paesone, descritto propagandisticamente in Europa solo come un posto di mare, sole, musica e belle donne, c’era una popolazione equivalente a quella italiana che si moriva di fame.

Anche per questa ragione, paradossalmente, nelle strade di San Paolo di quel settembre del 2002 si respirava un’aria eccitante: Inacio Lula da Silva, più noto come Lula, storico sindacalista e lottatore di centinaia di battaglie, per la quarta volta si presentava alle elezioni presidenziali con il Pt; questa volta però, a differenza delle precedenti – complice soprattutto un esplicito distacco dal comunismo e una “chiacchierata” insieme allo sfidante Fernando Henrique Cardoso (Fhc) con Bush jr. qualche mese prima[1] – la sua vittoria si distaccava assai dalla probabilità “zero, non nulla”, ma anzi veniva considerata come presumibile. Masse di diseredati e parti illuminate della classe media e della piccola borghesia appoggiavano vivamente il candidato proveniente dal poverissimo nord-est del paese, privo di un dito perso durante una giornata di lavoro a contatto con le pericolosissime macchine che troppo spesso mutilano o uccidono operai nell’indif­ferenza generale. Insomma, l’atmosfera sembrava favorevole al momento di riscatto per tutti quei proletari e sottoproletari in parte residenti in favelas o case di fortuna contro l’efferata e sanguinaria elite brasiliana erede del colonialismo portoghese e membro effettivo dell’imperialismo transnazionale.

L’entusiasmo però, si sa, è un sentimento che genera esiti assai contraddittori. Se da una parte permette di dare l’accelerazione nei momenti più favorevoli e di uscire dal pantano anche quando le cose sembrano ormai perdute, è anche un pessimo consigliere perché a volte agisce offuscando la razionalità.

Per questo l’elezione di Lula fu accolta in tutto il mondo più che come un fatto politico, quasi come la discesa sulla terra di un messia abile a risolvere con la bacchetta magica tutti i problemi brasiliani. Centinaia di migliaia di proletari si riversavano per questo spontaneamente nelle strade per festeggiare, come solo si era visto in occasione delle vittorie dei campionati mondiali di calcio. C’è chi gridava con entusiasmo alla realizzazione del socialismo in Brasile attraverso la via elettorale anche dalle calde e confortevoli poltrone del vecchio continente, e chi invece tendeva a mantenere sotto controllo le emozioni, invitando ad un sano pragmatismo politico che alle bandierine da stadio prediligesse la durezza della testa dei fatti.

Tutto ciò mi girava rapidamente nel gulliver, mentre inserivo le 4 cifre del pin – che ricordo magicamente solo al risveglio. Erano passati 15 anni in cui in America latina erano successe tante cose, come l’ascesa e la morte di Chavez, le elezioni di Morales e di Mujica, come la moratoria del debito di Correa; come la morte di Fidel Castro. E ora si rischiava un drammatico salto mortale all’indietro di diversi decenni.

Le sanguinosissime dittature argentine, brasiliane, cilene, e chi più ne ha più ne metta ancora, sono tatuate a fuoco negli occhi e sui corpi delle centinaia di migliaia di latinoamericani torturati, detenuti o che ancora oggi piangono i loro figli, le loro figlie o i propri genitori. L’attacco al palazzo presidenziale e l’eliminazione di Allende da parte del fidatissimo Pinochet grazie all’appoggio Usa, i voli della morte in Argentina sono patrimonio inestirpabile dell’immaginario collettivo mondiale.

Bolsonaro rimpiange quei tempi.

… connessione wi-fi effettuata…

… browser internet avviato…

Verdetto indiscutibile.

Jair Bolsonaro è il nuovo presidente del Brasile avendo ottenuto quasi il 56% dei voti validi.

 

9 novembre 2016: un’altra data che difficilmente sarà dimenticata negli anni che verranno.

Michael Moore ci ha fatto anche un film, paragonandone gli effetti nefasti all’11 settembre 2001.

Due anni tra Trump e Bolsonaro.

Stesso continente, quello americano.

Due tra i paesi più grandi del mondo governati da due personaggi che non hanno problemi a vedersi affiancati a personaggi del calibro di Hitler, Mussolini, e a inneggiare agli autori delle più vomitevoli torture durante le dittature latinoamericane.

Stesso sgomento.

Due anni dopo, solamente.

 

Analisi della fase

Già dalla fine dell’anno 2008, ossia dalle settimane che seguirono il crollo di Lehman Bros., e dunque dai momenti appena successivi all’emersione dell’ultima crisi reale – violenta appendice di quella iniziata già agli inizi della decade ’70 –, in palese controtendenza con l’ottimismo di tanti settori della sinistra di classe, evidenziammo che l’assenza di una classe subordinata “per sé”, ossia cosciente del suo ruolo storico, avrebbe potuto generare tendenze del tutto opposte a quelle auspicate, nonostante l’arresto dell’accumulazione a livello mondiale. Non a caso, parlammo più volte della necessità di analizzare correttamente la fase attuale nella sua accezione non rivoluzionaria per poi procedere alla progressiva elaborazione di un programma minimo (in questa ottica va letta la pubblicazione dell’omonimo testo di Gamba e Pala a cura del collettivo della Contraddizione, La Città del sole, Napoli, 2015); il nostro obiettivo consisteva, in sintesi, nell’individuare un percorso che, tenendo adeguatamente conto della fase fortemente sfavorevole alla classe subordinata (a livello mondiale e non solo locale), riuscisse a raccogliere alcuni punti attorno a cui permettere quella accumulazione delle forze residue necessaria, al di là di tanti sparuti volontarismi individuali, alla ripresa di lotte significative.

Nel frattempo il capitale mondiale, però, non incontrando opposizioni all’altezza, oltre a quelle sviluppatesi violentemente dall’interno della propria classe, sembra aver revisionato alcuni gangli cardine del sistema, generando dunque un assetto di potere per alcuni versi nuovo e certamente più adeguato alla fase. Uno dei fenomeni più pericolosi per il capitale, svelatosi nell’ultima drammatica decade, ossia quello della progressiva rarefazione della classe media (quella che Marx chiamava “lower middle class”) e la sua nuova collocazione negli originari ranghi del proletariato al limite della sussistenza è stato gestito sino ad ora, tutto sommato, in maniera non troppo traumatica in ogni parte del mondo dalla classe proprietaria delle condizioni di produzione. Non si tratta un meccanismo molto diverso da quello già illustrato da Marx ed Engels nel Manifesto dei comunisti per cui “quelle che sono state fino ad ora le piccole classi medie dei piccoli industriali, negozianti e rentiers, degli artigiani e dei contadini proprietari, finiscono per scendere al livello del proletariato; in parte perché il piccolo capitale di cui dispongono non è sufficiente all’esercizio della grande industria e soccombe quindi nella concorrenza coi grandi capitalisti; e in parte perché le loro attitudini e abitudini tecniche perdono di valore in confronto coi nuovi metodi di produzione. Così il proletariato si va reclutando in tutte le classi della popolazione”.

Come ci ha già insegnato la storia, in altre situazioni assimilabili, lo “spodestamento” dell’aristocrazia operaia di certo non si traduce schematicamente in fenomeni rivoluzionari ma, al contrario, spesso ha determinato svolte conservatrici o di vera e propria reazione: la genesi del fascismo e del nazismo, con i dovuti distinguo, da questo punto di vista, rappresentano casi esemplari. In altri termini, lo svelamento della legge generale dell’accumulazione che, specie in fasi di crisi, genera ancor più evidentemente “accumulazione di miseria insieme a accumulazione di capitale” (ciò che correntemente viene definita come “polarizzazione”, di classe, e non solo di reddito, aggiungiamo noi) detiene un potenziale straordinario di destabilizzazione, in un senso o nell’altro: e questo la classe dominante lo sa bene.

Pertanto ci sembra opportuno, prima di proseguire nel ragionamento, puntualizzare alcune questioni. In molti ambiti, oramai, anche quelli tradizionalmente più reazionari (Fmi, Bm o anche Vaticano per bocca di Bergoglio, solo per dirne alcuni) il riferimento all’incremento delle disuguaglianze è divenuto un ritornello che viene inserito in ogni dichiarazione pubblica. È ormai innegabile, data la straordinaria diffusione di numeri statistici a livello internazionale, che negli ultimi decenni si sia verificata una forte polarizzazione di classe. Tuttavia, non è di poco di conto qualificare per bene tale questione, considerando la volgarizzazione che viene spesso proposta. Puntare il fuoco dell’analisi esclusivamente su differenze reddituali – cosa prediletta in ambito accademico e politico nei loro perpetui intrecci – induce inevitabilmente a svilire la questione a un divario tra ricchi e poveri, per quanto esso effettivamente esista. La conseguenza più immediata di tale analisi, che non tiene conto dei rapporti di proprietà, è la distorsione concettuale. In altri termini, se l’aumento delle diseguaglianze viene confinato all’interno del recinto dei redditi, automaticamente salari e profitti perdono la loro specificità di classe e vengono comparati solo quantitativamente, come reddito monetario, appunto. Il passo immediatamente successivo è dunque occultare la lotta di classe e sostituirla agilmente con una innocua “lotta tra percentili di reddito” come propone, non a caso, Piketty (2014) e altri suoi seguaci.

È opinione condivisa, dunque, si diceva, che la sparizione, progressiva, della middle class – vero architrave ideologico, e non solo, del capitalismo moderno – sia una questione destabilizzante e, aggiungiamo noi, avrebbe potuto svelare a molti il volto del modo di produzione attuale. Tuttavia, attraverso l’abile utilizzo delle armi più affilate – tra cui anche quelle del razzismo, terrorismo, immigrazione ecc.– il potenziale problema è stato, almeno al momento, parzialmente posto sotto controllo da parte degli organi sovrastrutturali. L’esasperazione della concorrenza tra chi lavora, garantita da un esercito industriale di riserva (ossia i disoccupati e i precari) in esponenziale aumento, ha frammentato ulteriormente la classe lavoratrice in innumerevoli rivoli favorendone la disgregazione politica.

L’emersione del dispotismo – che dai media viene edulcorato ideologicamente da un termine fuori luogo come “populismo” – perfettamente incarnato da Salvini, Trump, Le Pen, Farage (collega dei 5* in parlamento europeo), Npd nonché da Erdogan, Orban, Duda, da Putin e da Bolsonaro, ha raggiunto, negli ultimi mesi un livello di pervasività mondiale da far pensare che dalla quantità si sia passati alla qualità. Partendo dalla Brexit, passando per l’incresciosa vittoria elettorale di Trump, a cui è seguita la vittoria referendaria di Erdogan (sul filo di lana), e l’affermazione, parziale, del Front National alle elezioni francesi – prima del trionfo gialloverde italiano e del fascismo in salsa verdeoro – il quadro sembra delinearsi in una maniera sufficientemente chiara. Il modello democratico borghese, declinato sull’alternanza destra/sinistra, che ha sorretto la fase immediatamente successiva alla fine dell’esperienza sovietica sino all’esplosione del bubbone della crisi, non offre probabilmente più le stesse garanzie. L’elevata e persistente mancanza di occupazione, la povertà e la disuguaglianza crescente hanno svelato l’illusorietà del gioco (fintamente) democratico che viene ideologicamente etichettato con una inconsistente “fine dei partiti tradizionali”. Oramai questi non sembrano essere fenomeni di esclusiva pertinenza dei paesi dominati ma cominciano ad essere questioni che riguardano gran parte delle classi subalterne dei paesi imperialisti che, col tempo, stanno iniziando a perdere visibilmente i connotati di salotti del mondo.

Il sistema del capitale, a causa della crisi di accumulazione perdurante, ha dunque necessità assoluta di gestire in maniera più autoritaria e dispotica il processo complessivo di produzione e circolazione delle merci. Le colonne della parvenza liberale della democrazia borghese, per questo, stanno venendo giù una dopo l’altra, giacché il controllo della classe potenzialmente rivoluzionaria deve essere mantenuto a un livello ben più alto rispetto a prima: le cosiddette riforme costituzionali europee auspicate da JP Morgan, o anche i pacchetti di repressione poliziesca adottati in mezza Europa con l’alibi del terrorismo servono a questo. E, così, la produzione di valore e plusvalore non deve trovare intoppi e soddisfare la voracità dei proprietari del capitale: le cosiddette riforme del mercato del lavoro vanno di pari passo a tale inasprimento. Tuttavia, in quanto parte di un processo, continue contraddizioni che assumono figure più marcate all’interno della spartizione del potere della classe dominante sono generate.

I presunti contrasti tra sedicenti sovranisti e ineffabili globalisti – che emergono in ambito europeo in relazione al rispetto o meno dei liberalissimi parametri di Maastricht e successivi – sono la rappresentazione più chiara di una lotta tutta interna alla classe capitalista, dove i primi perorano gli interessi del piccolo/medio capitale, mentre gli altri – di certo più adeguati alla fase – sono perlopiù vincolati al grande capitale transnazionale. Per rimanere sul terreno della battaglia elettorale Usa, Trump e Clinton erano rappresentanti di fazioni per alcuni versi opposte, per altre molto prossime, ma comunque appartenenti alla stessa classe, ossia quella del capitale legato al dollaro. Queste contraddizioni tra “fratelli nemici”, hanno determinato in Europa un evidente indebolimento dell’area euro – a tutto vantaggio del capitale legato al dollaro – mentre negli Usa si sono risolte nella vittoria da parte di quella fazione del capitale che predilige maggiore protezione del mercato locale rispetto all’internazionalismo del capitale più spinto di cui si faceva interprete Hillary. La celeberrima “guerra commerciale” con la Cina ne è l’elemento più caratterizzante.

Tentando di dare un più profondo sostegno teorico a tutto ciò che, con difficoltà, riusciamo a decriptare dalla realtà, appare opportuno ricondurre l’intera questione sul terreno dei rapporti materiali di produzione e dunque su quelli di proprietà. Ciò che sembra si stia verificando in questa fase putrescente dell’imperialismo è l’inversione temporale tra sottomissione formale e quella reale ossia del rapporto tra le figure struttura e sovrastruttura. In generale, nelle fasi più avanzate di ogni modo di produzione, “non si verifica neppure il “salto” di passaggio ai nuovi rapporti sociali di produzione – si tratterebbe a tal punto di una sorta di inversione temporale nel processo storico: in codesto caso il vecchio modo di produzione trascina il proprio carcame in stato di torpore letargico e allucinato in mezzo a una calca di <zombi>, per cercare di continuare a prevalere al servizio dei loro padroni. E, qualora tale ricerca abbia qualche risultato significativo, non sono solo i processi a esso specifici che gli rimangono realmente sottomessi, ma anche i processi innovativi che non riescono ancora a fuoriuscire dal vecchio sistema <coesistente> entro il cui guscio erano stati contraddittoriamente generati” (Gf. Pala, L’ombra senza corpo, Edizioni La Città del Sole, Napoli, in corso di stampa). In altri termini, questo tipo di rovesciamento storico delle due figure (sottomissione reale e formale) genera dialetticamente una realtà come quella esistente in cui alla fase di crisi perdurante e straordinariamente dura si contrappone un pesante inasprimento del controllo e della repressione della classe dominante su quella subordinata. È lo sviluppo stesso del modo di produzione del capitale ad aver generato, specialmente in fasi di maturità avanzata, uno straordinario spostamento in avanti della frontiera tecnologica e innovativa contemporaneamente a un affievolimento proporzionale delle possibilità di accumulazione: dunque, è solo con un cambiamento sensibile del paradigma del potere politico (sovrastruttura) che la classe dominante tenta di arginare i processi innovativi e dunque i nuovi rapporti sociali di produzione (struttura) che nel frattempo tendono a cristallizzarsi nella forma economica contemporanea.

Non è questa certamente la sede in cui analizzare a fondo i primi anni di gestione del potere da parte del nuovo presidente statunitense. Quel che più ci interessa, è tentare di qualificare le linee programmatiche di gestione del capitale legato al dollaro che sta iniziando a seguire. Nonostante il suo spessore politico non sia particolarmente elevato, così come la sua capacità di concettualizzazione, in ambito commerciale, solo in pochi casi il suo linguaggio è stato ambiguo o poco diretto (cosa apprezzata prima dell’elezione dalla parte della classe lavoratrice che l’ha votato). Ha, infatti, chiaramente affermato la volontà di proteggere l’industria (manifatturiera o dei servizi) statunitense, limitando quelli che a suo dire sarebbero i frutti della globalizzazione di inizio secolo: disoccupazione dei lavoratori “bianchi” e chiusura delle fabbriche a stelle-e-strisce a causa dell’entrata delle merci a basso prezzo provenienti dall’Asia. Lo slogan “Make America Great Again” stampato sui celebri cappellini rossi utilizzati in campagna elettorale (ovviamente made in Vietnam, come un recente scoop ha mostrato) ha celebrato l’elevazione del protezionismo, condito da una ridicola retorica patriottica, a linea guida della sua amministrazione. La ormai dichiarata ed avviata guerra commerciale contro la Cina a suon di miliardari dazi; la fuoriuscita dal Tpp (Transpacific Partnership) [vedi anche Contraddizione no.149] siglata pressoché immediatamente dopo la sua elezione, ha palesemente mostrato la volontà del capitale da lui impersonato di cercare uno scontro frontale con omologhi asiatici e, ovviamente, in particolare con quello cinese. L’occasione del World Economic Forum di Davos del 2017 ha mostrato al mondo due opposte visioni: dinanzi alla forte spinta in direzione protezionista di Trump (volgarmente indicata ormai “de-globalizzazione”) si è contrapposta una visione ben diversa di Xi Jinping secondo cui “è vero che la globalizzazione ha creato nuovi problemi, ma questa non è una giustificazione per cancellarla, quanto piuttosto per adattarla. Piaccia o no, l’economia globale è l’enorme oceano dal quale nessuno può tirarsi fuori completamente”.

Protezionismo o libero mercato sono dunque tragicamente le parole attorno a cui si attorcigliano opinioni in ambito politico ed economico e le rispettive opposizioni sono la manifestazione dell’inasprimento del conflitto intraclassista e delle sue contraddizioni. La Brexit deve essere letta in questa ottica: non è un caso che una parte del capitale britannico (e anche internazionale) abbia tentato di evitare il problema sia manovrando l’attentato preventivo alla parlamentare laburista britannica sia, successivamente, provando più volte a sovvertire l’esito referendario. Come si sa, però, entrambi i tentativi non sono andati a buon fine e dunque dopo alcuni mesi è stata formalmente richiesta l’apertura della procedura di uscita dal mercato comune europeo del Regno unito. Sui social networks sono subito girate molte notizie in cui si riportavano dati di ottime performance economiche della città di Londra con lo scopo di voler avvalorare i vantaggi della Brexit. A scanso di equivoci, è importante smascherare questa disinformazione, giacché solo a distanza di qualche mese dalla fine del processo di negoziazione (che durerà non meno di due anni) si potranno valutare i primi effetti. Ciò che per ora si può chiaramente vedere è che, il capitale britannico, allontanato dal partner tedesco – con cui i flussi di merci e capitali erano di straordinaria importanza – si è trovato, volente o nolente, a dover saldare ancora di più la secolare alleanza con quello legato al dollaro.

Dunque, se è normale che la classe dominante inietti nel dibattito politico concetti come isolazionismo, razzismo, patriottismo e ritorno a valute ed economie nazionali, ciò che stupisce è il fatto che parte della sinistra (anche di classe) stia cadendo in questo tranello, spendendo importantissime energie per sostenere la fuoriuscita dall’Unione europea o dalla valuta unica (per un approfondimento si veda N/euro-fobia - La Contraddizione no.147). Sostenere che “la rottura con Euro, Ue e Nato non è solo costituente di una posizione politica, ma un obiettivo reale che bisogna avere il coraggio di dichiarare non solo necessario, ma possibile” oppure che “se un popolo rompe con Euro, Ue e Nato, altri popoli imporranno scelte analoghe. Non esistono Euro e Ue senza l’Italia, salterebbe tutta la baracca per tutti. E sarebbe un grande fatto positivo. La rottura è riconquista di democrazia, potere popolare, eguaglianza sociale, ovunque si avvii poi si diffonderà” [Sedici tesi per l’assemblea nazionale della Piattaforma Sociale Eurostop, Contropiano, 23 gennaio 2017], significa, da una parte, non comprendere sino in fondo lo stato degli attuali rapporti di forza che, proprio perché fortemente sbilanciati verso chi domina, indurrebbero a ragionare più materialmente sull’elaborazione di un programma minimo (non massimo, come quello proposto da tanti pur validi compagni); dall’altro, implica fare il giuoco delle borghesie locali che attraverso un protezionismo di ritorno vorrebbero serrare i ranghi nel conflitto interimperialistico che a tutti i livelli si sta svolgendo. Cosa che evidentemente cercano di garantire le attuali forze di governo. Già Marx il 9 gennaio 1848, all’Associazione democratica di Bruxelles, avvertiva sul rischio di scivolare su un’analisi di questo tipo: “in generale ai nostri giorni il sistema protezionista è conservatore, mentre il sistema del libero scambio è distruttivo. Esso dissolve le antiche nazionalità e spinge all’estremo l’antagonismo fra la borghesia e il proletariato. In una parola, il sistema della libertà di commercio affretta la rivoluzione sociale. È solamente in questo senso rivoluzionario, signori, che io voto in favore del libero scambio” (K Marx, Discorso sul libero scambio).

 

Un nuovo paradigma del consenso

Numero di utenti attivi, ossia coloro che accedono al profilo almeno una volta al mese: Facebook – 2,2 mrd; Youtube –1,9 mrd; Instagram – 1 mrd; WhatsApp – 1,5 mrd. Questi sono i dati impressionanti della pervasività dei cosiddetti social networks nelle vite degli abitanti di questo pianeta a metà 2018. Se si escludono persone prive di un collegamento internet, quelle indigenti e dunque impossibilitate a comprarsi un pc o uno smartphone, abitanti in luoghi non raggiunti dal segnale; i bambini sotto i 7 anni (almeno) e anziani over 90, malati e altre categorie evidentemente incapaci, si può dire con sufficiente certezza che nel 2018 praticamente tutti e tutte utilizzano i social networks con frequenza almeno quotidiana. Di per sé la cosa non è affatto stupefacente. Basta prendere un mezzo pubblico, andare in un parco pubblico o anche recarsi in una pizzeria per notare come tutte le persone presenti passino una fetta significativa del proprio tempo trafficando con lo smartphone che ormai utilizziamo come naturale appendice del nostro corpo con tutte le conseguenze di un’attitudine di questo tipo sia in termini culturali che sociali, che tuttavia non analizzeremo in questa fase.

Ciò che invece ci proponiamo è analizzare come questo dato possa incrociarsi con l’elemento politico-elettorale, giacché è ormai opinione abbastanza condivisa – e rafforzata nelle ultime elezioni brasiliane – che una parte significativa del consenso di molti esponenti della destra più estrema è attribuibile proprio ai social networks. Accusare uno strumento di essere responsabile di qualcosa è certamente un errore e per questa ragione tenteremo di scavare più a fondo della questione per riuscire a far emergere gli elementi più significativi.

Senza alcun dubbio, almeno il 99% di coloro che utilizzano quotidianamente – passandoci anche molte ore – su Facebook e compari non hanno letto le condizioni di contratto che hanno stipulato nel momento della “affiliazione”, oppure se l’hanno fatto, ne hanno dimenticato l’articolazione. È una cosa normale, del resto, considerando la quantità di clausole a cui quotidianamente ci chiedono di esprimere il consenso. Tuttavia, qualcuno forse più interessato, potrebbe ricordarsi di una polemica nata pochi anni dopo la diffusione di Facebook a livello di massa, basata sul fatto che quei pochi che avevano con pazienza spulciato il contratto con il più importante social network, aveva giustamente compreso che tutto il materiale che sarebbe stato “pubblicato” (si fa per dire…) sulla bacheca personale sarebbe divenuto automaticamente proprietà di Zuckenberg & co. In altri termini, si osservava come, aprendo un profilo, e scrivendo sullo stesso i propri passaggi di vita, i propri pensieri, le proprie foto e anche i video, di fatto si stava regalando ad una azienda privata – vero monopolio dell’informazione e comunicazione – la propria esistenza passata, presente… e anche futura.

Come è noto però, complice la diffusa bulimia di immagini, la necessità di approvazione sociale (attraverso una folle contabilità dei like), la brama di poter vomitare (a)socialmente il proprio veleno accumulatosi nel tempo e molti altri fattori scatenanti, la cosiddetta presunta sacralità della privacy (che è del tutto interna all’individualismo dettato dal capitalismo moderno) si è dissolta come neve al sole e ad oggi, Facebook – al pari di tutti gli altri (a)social networks (incluso google, sebbene quest’ultimo sia strumento apparentemente con altre finalità) – rappresenta il database probabilmente più grande del mondo in cui tutti i nostri dati, desideri, inclinazioni o bisogni sono registrati e quotidianamente aggiornati. In altri termini, l’utilizzo degli (a)social networks e della rete in generale – ferme restanti indiscutibili potenzialità positive – ha determinato la schedatura più completa a livello mondiale che solo 10 anni fa sarebbe stata assolutamente inimmaginabile. È chiaro, dunque, che Facebook & co. stiano assumendo un potere sempre più grande, disponendo di una quantità di dati spaventosa che fa gola a tutte le imprese del mondo e, ovviamente anche alla politica. In altri termini, chi riesce a mettere le mani su questo archivio globale può avere dei vantaggi di natura economia ed elettorale spaventosa. Una delle società più note che ha agito in passato in questo senso è Cambridge Analytica che recentemente è stata accusata di essersi appropriata – con un legale accordo proprio con Facebook – di una mole significativa dei dati comportamentali degli utenti. Molti ricorderanno la pantomimica messa in scena di Zuckenberg che chiedeva scusa per la sua leggerezza al congresso Usa. Ma in realtà la questione è molto più seria dei colpi di teatro d’oltreoceano: infatti, questa impresa, autodefinitasi “broker di dati”, è stata fondata nel 2013 da un capitalista di estrema destra che tra le diverse attività finalizzate al profitto, finanziava anche il sito di disinformazione Breitbart News, il cui direttore era Steve Bannon, noto per i suoi legami con il Kkk e personaggio cruciale nell’elezioni di Trump (solo dopo qualche mese defenestrato perché “troppo di destra” [!]). Tralasciando, solo per qualche riga, il legame della CA con il neofascismo, è importante – benché in maniera sintetica – discutere il meccanismo con cui lavorano aziende di questo tipo e quale è l’esito atteso. Una volta acquistati – in forma più o meno legittima – i big data, attraverso l’analisi qualitativa e quantitativa di commenti, likes (mi piace), post, tweet ecc., vengono generati dei profili psicometrici dei singoli utenti. In altre parole tutto quello che noi scriviamo quotidianamente sulle bacheche virtuali viene captato e elaborato attraverso un calcolo complesso che restituisce una immagine ben delineata delle nostre velleità ed inclinazioni (sia come domanda pagante, che come potenziale elettore). In sostanza questo modello matematico, sviluppato e costantemente aggiornato proprio da un ricercatore di Cambridge, ha l’obiettivo di consentire la previsione dei comportamenti di ogni soggetto attraverso una semplice analisi del profilo (a)social. E i numeri, da questo punto di vista, sono impressionanti: Michal Kosinski, questo è il suo nome, sostiene “che siano sufficienti informazioni su 70 likes messi su Facebook per sapere più cose sulla personalità di un soggetto rispetto ai suoi amici, 150 per saperne di più dei genitori del soggetto e 300 per superare le conoscenze del suo partner”.

Ammesso – e non concesso del tutto – che questo sistema sia infallibile, è però evidente che le potenzialità di una schedatura di massa del genere sia spaventosa. Da una parte, a livello commerciale, il capitale può disporre di profili straordinariamente delineati di una massa di domanda pagante di entità globale. Può così sezionare la produzione di merci in maniera sicuramente più oculata, tentando altresì di arginare almeno parzialmente naturali fenomeni di eccesso di sovrapproduzione. D’altra parte, a livello politico, è possibile scalare in maniera talvolta repentina la montagna del consenso, anticipando – come previsto dal modello di Kosinski – ciò che il popolo vuole sentirsi dire. In altri termini, con la progressiva rarefazione dei partiti liberali e socialdemocratici e delle sue ideologie – e al contempo con la quasi completa assenza dei comunisti – lo spazio per capovolgere il rapporto con gli elettori è spaventosamente ampio: invece di proporre uno schema di società o di risoluzione di un problema frutto di una discussione scaturita da una idea generale e condivisa, questo nuovo meccanismo agisce come la celebre frase con cui Andreotti salutava il suo braccio destro Franco Evangelisi: “a Frà, che te serve?”. L’efficacia, in termini di consenso, è ovviamente superba giacché va a soddisfare anche le repressioni più miserevoli (il razzismo, da questo punto di vista è emblematico). Tuttavia però, al contempo, è un giuoco che rende molto solo se non ci sono concorrenti. L’esistenza di diversi attori può attenuare questo infernale meccanismo, giacché tutti costoro lavorerebbero sullo stesso terreno svilendo pesantemente il meccanismo politico-elettorale.

Per ora, quel che sappiamo, è che attorno a questo modo di pilotare il consenso elettorale l’estrema destra stia lavorando giorno e notte ottenendo risultati obiettivamente di rilievo. A partire da Trump – di cui Bannon è stato strettissimo consigliere durante la campagna elettorale – la cui elezione sino a qualche giorno prima sembrava impossibile; passando per Salvini, che continua a mietere consensi – per un partito che fino a pochi anni fa si aggirava attorno al 4% - anche grazie al meccanismo noto come “La bestia”[2]; fino a Bolsonaro - il cui consenso spaventoso era completamente imprevedibile sino a pochi mesi fa – sembra evidente che una sorta di “internazionalismo dispotico” si sta impossessando di un metodo che sta regalando dei risultati egregi a chi ne fa uso, molto pericoloso per chi lo subisce. Il fatto stesso che proprio Steve Bannon venga sempre più spesso invitato in occasioni pubbliche in tutti paesi in cui si sta rafforzando l’estrema destra è emblematico: in Italia si è più volte speso in convegni organizzati da Fdi e Lega; inoltre da fonti non confermate, sembrerebbe che Cambridge Analytica stesse per aprire una sede a Roma, proprio prima delle elezioni (progetto poi fermato per l’emersione del cosiddetto scandalo in Usa). Peraltro, proprio durante la stesura di questo articolo ci giunge notizia del fatto che Bannon è in questi giorni ricevuto da Bolsonaro. Tutti questi elementi ci inducono a pensare ad un mondo di estrema destra molto prossimo alle idee fasciste, che si sta fortemente coalizzando attorno ad una idea di democrazia liberale autoritaria (o dispotica) che sembra molto ben adeguata ai voleri della classe dominante nell’attuale fase di crisi perdurante.

 

Dunque Bolsonaro

Se dunque i meccanismi propagandistici propri di questo nuovo paradigma del consenso hanno agito in maniera esemplare per permettere l’elezione di un politico vecchio – in parlamento dagli anni ’90 e sconosciuto praticamente a tutti per la sua pressoché completa inattività – travestito da novità, come Jair Bolsonaro – peraltro esponente di un partito sino a ieri irrilevante (Psl) – è altrettanto importante sottolineare come essi si siano insinuati in una condizione di disagio sociale che in Brasile non è mai scomparsa ma che è tornata ad emergere con forza almeno dal biennio 2012/2013.

Un processo politico così inatteso affonda le proprie radici in una pluralità di elementi che, per ragioni di spazio, possiamo analizzare solo in parte. Osservando la storia più recente del Brasile, ossia gli ultimi 15/20 anni, già emergono alcune questioni che hanno posto le basi per una reazione così violenta come quella che si è concretizzata nelle settimane appena passate. Come si scriveva al principio di questo breve saggio, i primi anni 2000 sono stati contrassegnati dalla speranza – condivisa da tutti gli strati più popolari – che il governo del Partito dei lavoratori avrebbe potuto, attraverso la sua fortissima leadership, e la capillare struttura partitica, cambiare nella sostanza in senso progressista il paese. Il primo periodo del governo Lula fu quello in cui i complimenti fioccavano da ogniddove: persino il Fmi si spese nel sostenerlo come l’uomo dell’anno e la Banca mondiale elesse le misure antipovertà (Fame zero, tra tutte) - benché in parte ereditate dal governo precedente – a modello per i paesi in via di sviluppo.

Come già detto gli effetti di queste misure sociali si dimostrarono immediatamente significative tant’è che in una decina d’anni, in cui al secondo mandato Lula seguirono i due governi Rousseff, il numero di famiglie povere si ridusse drasticamente. Si pensi che le persone coinvolte da questi programmi furono nel 2006 circa 46 milioni, 11 milioni di famiglie, in gran parte collocate nel poverissimo nord-est e nord del paese. A fronte di un sistema di protezione sociale così esteso, la spesa fu altrettanto ingente – la maggiore al mondo per programmi analoghi – raggiungendo, nello stesso anno, una quota prossima allo 0,4% del Pil.

Nello stesso periodo, a fronte di una tendenziale riduzione della povertà e a una sostenuta discesa della disuguaglianza, l’economia cominciava a crescere a ritmi sostenuti, contraddicendo la stagnazione critica dei paesi imperialisti e facendo emergere, intorno al 2008, il blocco dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) come potenza economica e politica che cominciò allora ad avere un peso rilevante a livello internazionale. Il modello espansivo brasiliano, poiché basato principalmente sull’attrazione di un quantitativo ingente di capitale fittizio, in gran parte di origine straniera – volatile per definizione –, nonché da un progressivo smantellamento del settore secondario per favorire la produzione e la esportazione di prodotti agroindustriali, si è però rapidamente arrestato quando la domanda pagante mondiale si è naturalmente contratta e la speculazione ha pensato bene di dirigersi altrove. Almeno dal 2013 in poi, dunque, la tendenza negativa del Pil è stata affiancata da una disoccupazione e precarietà di vita crescente.

L’élite brasiliana non ha subito grosse sollecitazioni durante i mandati Lula/Rousseff, giacché le promesse riforme (in primis quella agraria) che avrebbero potuto attaccare la proprietà dei mezzi di produzione sono rimaste nei discorsi elettorali e nei desiderata degli elettori senza che poi divenissero realtà. Al contrario, il processo di accumulazione almeno fino al 2013 ha favorito la classe dominante e proprio per questo, per un periodo abbastanza lungo, paradossalmente, il Pt più che un partito con sostegno dei lavoratori è stato ben apprezzato dalla borghesia locale (come conferma il fatto che sia stato incensato dalle istituzioni del capitale). Il peso delle politiche sociali, nei fatti, è stato sostenuto quasi per intero sulle spalle della (lower) middle class che, attraverso un sistema di tassazione (regressiva), che per sua struttura favorisce i più ricchi, ha finanziato il programma Fame zero[3]. Che il malcontento di costoro non si sia subito manifestato è attribuibile alla crescita sostenuta generalizzata che in un primo periodo ha continuato ad elargire un po’ a tutti delle briciole, come è normale in processo di accumulazione capitale. Non è un caso che i primi movimenti di numerosità significativa si sono materializzati proprio nel biennio 2012-2013, ossia quando il Pil ha iniziato ad invertire la rotta, in concomitanza con l’evento calcistico (Confederations Cup) che avrebbe invece dovuto dare ulteriore importanza al paese in vista dei campionati mondiali dell’anno dopo. Da quel momento in poi la fiducia nelle istituzioni è andata decadendo, toccando poi probabilmente il minimo con lo spodestamento autoritario di Dilma e il ridicolo periodo di governo Temer.

Il golpe “soft” che è andato concretizzandosi progressivamente negli anni passati, colpendo prima Dilma Rousseff – estromessa dalla presidenza in maniera illegittima – e poi Lula, che ancora gode di un vasto sostegno popolare - per motivi poco chiari e soprattutto non adeguatamente dimostrati - ha avuto di certo una importanza di rilievo. L’elezione di Bolsonaro è evidentemente l’ultimo tassello di questa strategia presumibilmente architettata da quella parte della classe dominante locale e internazionale che vorrebbe il Brasile alleato naturale degli Usa di Trump. Come si diceva in precedenza, infatti, a parte le felicitazioni provenienti da tutti i membri di questa ipotetica “internazionale dispotica”, l’annuncio di uscire dal Mercosur; quello di voler fare la guerra ai “comunisti” venezuelani; la disponibilità a siglare un accordo di libero scambio bilaterale con gli Usa; la volontà di mettere i dazi contro le merci cinesi, scegliendo così dove stare nella guerra commerciale, sono elementi abbastanza indicativi della direzione che prenderà il paese, qualora questo governo non venga adeguatamente arginato da una opposizione sociale prima ancora che di classe (che tuttavia allo stato attuale tarda a trovare una configurazione organizzativa di rilievo).

Concludendo, possiamo ribadire che la crisi del capitale, originatasi già negli anni settanta, ha mostrato, da quando è esplosa con veemenza nel 2007/2008, una straordinaria compattezza politica dei proprietari delle condizioni di produzione nell’esercizio del dominio sulla classe subordinata che si è materializzata innanzitutto attraverso le destrutturazioni, a livello globale, del mercato del lavoro. Questo processo, però, non è stato privo di contraddizioni economiche giacché capitali di diverso tipo, forma e obiettivi non smetteranno mai di farsi una guerra intraclassista talvolta di proporzioni spaventose (impersonata ad esempio da Trump e Clinton nel conflitto elettorale del 2016). Allo stesso tempo, è venuta a galla l’incapacità sostanziale della classe subordinata di individuare e condividere, a livello mondiale e locale, se non percorsi realmente alternativi al modo di produzione attuale, almeno un programma minimo attorno a cui raccogliere le forze in fronte unito, con il proposito di svilupparsi su piani più avanzati qualora i rapporti di forza non siano così sfavorevoli come quelli attuali.

L’affermazione di questa specie di “internazionale dispotica” rappresenta una sconfitta assai preoccupante che dovrebbe essere utile per riflettere profondamente sul terreno perduto e sui metodi per ribaltare il tavolo. Probabilmente si è ancora in tempo per opporsi con forza a tutto ciò, nonostante ancora oggi alcuni settori dell’asinistra, ingannati dalla futile e propagandistica ricerca di un nemico diverso da quello del Capitale e dal modo di produzione che interpreta (ad es. l’euro o l’Unione europea), appaiano ancora troppo timidi nel condannare certe tendenze e i personaggi che a turno le interpretano.

 

[1] Coggiola, O., Governo Lula: dall'illusione alla realtà, Caminito editore, 2004.

[2] Per un approfondimento si veda anche
https://www.rollingstone.it/politica/la-bestia-ovvero-del-come-funziona-la-propaganda-di-salvini/420343/.

[3] Si veda anche Clementi F. e Schettino F. (2015), Declining Inequality in Brazil in the 2000s: What is Hidden Behind?, Journal of International Development, https://doi.org/10.1002/jid.3076

 

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy.