Marcos Aurélio Silva *

 

     Un breve bilancio dei governi del PT

  1. I governi guidati dal PT, il Partido dos Trabalhadores, fondato da Lula da Silva agli inizi degli anni 80 a partire da una forte base operaia (ma anche cattolica e di ceti intellettuali), si possono definire come governi del riformismo debole (Singer, 2012). Vale a dire, sia con Lula (2003-2010) che con Dilma Rousseff (2011-2016), non eravamo davanti a quelle riforme delle strutture su cui parlava Togliatti, cioè quelle riforme che non si possono “ottenere se si crede di potervi arrivare senza una lotta política che contesti il prodominio economico del vecchio ceto dirigente capitalistico” (Togliatti, 2014, p. 915), anche se qui siamo davanti una “nuova borghesia” (Boito, 2012, p. 67-8).

  Più che di riforme di struttura si deve parlare di governi concentrati soltanto su qualche sorta di politiche pubbliche (Pomar, 2016, p. 166).

  1. Senza mai contestare il predominio dalla classe capitalista, le politiche pubbliche dei governi del PT sono state capaci certo di portare qualche benefici ai lavoratori e ai ceti subalterni: costruzione di case popolari, spostamento di medici verso le regioni più povere e le periferie delle città (Mais Médicos), un reddito minimo ai più poveri (Bolsa Familia), politiche volte a favorire gli afrodiscendenti nell’università, e anche crescita reale dei salari operai. Ma nessuna riforma bancaria, ossia del settore responsabile di assorbire gran parte delle risorse pubbliche tramite i tassi di interesse (tra i più alti del mondo); e, quindi, neppure investimenti pubblici in infrastrutture come trasporti e sistemi fognari, entrambi troppo arretrati in Brasile e molto caratteristici del suo sottosviluppo. Si è trattato insomma di una sorta di rivoluzione passiva, o rivoluzione-restaurazione (Silva, 2018, pp. 91 sgg.), con i suoi noti limiti (Gramsci, 1975, Q. 15, p. 1768).
  1. Nonostante ciò, la politica estera è stata sempre il punto più avanzato di questo riformismo (Silva, 2018, p. 93). Inffatti, Lula ha svolto il ruolo decisivo per quanto riguarda la sconfita dall’ALCA, il progetto di annessione politica ed economica dell’America Latina da parte degli Stati Uniti. Tra l’altro, questo ha permesso lo sviluppo del Mercosur, che si è esteso a Venezuela e Bolivia, ma anche l’avvicinamento con l’Africa e lo sviluppo dei BRICS; questo ultimo diventando piano piano il vero e proprio “contesto geopolitico” della rivoluzione passiva (Morton, 2017) con tratti brasiliani sotto i governi del PT (Silva, 2018, pp. 93 sgg.).
  1. Il problema principale del riformismo debole è stato quello di indebolire la lotta politico-culturale, cioè ideologica, che è rimasta sempre subordinata alle politiche pubbliche (Pomar, 2016, p. 166). Ciò è decisivo se si vuole capire il colpo di Stato che ha colpito Dilma Rousseff tramite l’impeachment del 2016, l’arresto di Lula e anche l’elezione di Bolsonaro. Certo, nel mondo occidentale il contesto internazionale non è quello di una ascesa del movimento operario. In specie nel mondo capitalistico avanzato, a causa della “controffensiva neoliberale i rapporti di forza tra le classi si sono squilibrati in maniera drammatica”, con grave pregiudizio anche dell’"orizzonte teorico" dalla sinistra (Azzarà, 2017, p. 70). Siamo cioè nettamente davanti alla questione che ci riporta alla teoria dell'egemonia ‒ vale a dire la questione dei rapporti esaminata da Gramsci e da Lenin, se si ricorda che questa è anche una formulazione che riguarda il grande teorico dalla Terza Internazionale (Fresu, 2016, pp. 18-9 e 20). In una chiave che certamente deve essere aggiornata – anche in Brasile siamo davanti già ad un certo grado di occidentalizzazione -- ecco un problema che, se non è così grave come nel mondo capitalistico avanzato, anche nei governi del PT si è chiaramente manifestato.
  1. A dispetto di tutti i limiti, bisogna dire che comunque i governi del PT sono stati capace di promovere importanti cambiamenti, soppratutto si osserva la distribuizione sociale e anche geografica del reddito, sempre molto disuguale in Brasile. Ad esempio, il governo ha trasferito risorse per il Nordeste, la regione sottosviluppata del paese (il Mezzogiorno brasiliano), tramite investimenti statali, ma anche attraverso programmi sociali; ha creato, nel 2002-2016, 16,5 milioni di posti di lavori; il salario minimo è cresciuto del 72% tra il 2002 e il 2015. Ed ecco perchè il problema dell'egemonia non è lo stesso di quello del mondo capitalistico avanzato, e ciò è ancora più vero se si pensa ai nuovi rapporti internazionali del grande paese latino-americano. Vale a dire, nulla che assomigli ai limiti del marxismo occidentale, capace di rimuovere la categoria leniniana dell’imperialismo (Losurdo, 2017, p. 168).

     La crisi del riformismo: molteplici fattori

Cosa spiega la crisi di questo riformismo? Ci sembra necessario partire da “molteplici determinazioni”, come ha sottolineatto Marx nel Metodo dell’Economia Politica. Certo, l’“insieme” non è mai semplice addizione delle parti. C’è sempre la determinazione egemonica, quella cioè che definisce le altre. Ed ecco il senso in cui il “concreto” è precisamente il riassunto, la sintesi dei “molteplici fattori”, l’“unità dalla diversità” (Marx, 1983, p. 218).

I fattori interni     

  1. Une delle cause dalla crisi del riformismo dei governi del PT è stata la caduta dei tassi di profitto della borghesia a causa della conclusione del ciclo di crescita basato sulla redistribuzione dei redditi;
  2. Certamente si può parlare anche di qualche ritardo del governo Dilma per quanto riguarda il rilancio di un nuovo ciclo di crescita. Il problema però non è soltanto questo, ma sopratutto il modo (abbastanza avanzato, si può dire, quasi un tentativo di oltrapassare il riformismo debole) come è stato rilanciato questo ciclo di crescita nel 2012. Esso è stato basato su due pilastri (Silva, 2018, p. 99):

2.1 - concessioni dell’infrastruttura dei trasporti alle aziende private, con l’obiettivo di ricostruirla ma anche di iniziare un’acquisizione di know how internazionale capace di stabilire un catch up tecnologico (si parlava di un TGV, assente in Brasile, tra le megalopoli di Campinas-São Paulo e Rio de Janeiro). Nondimeno, e diversamente da quello che fino ad adesso succedeva (soprattutto se si paragona con la concessione ai privati fatta dal governo dello Stato di São Paulo, guidato dalla destra socialdemocratica già più di 20 anni), nel nuovo ciclo i costi dei biglietti dovrebbero essere gestiti dallo Stato. Vale a dire, concessione sì, però tramite la gestione statale dei tassi di profitto delle aziende private;

2.2 - gestione dei tassi di profitto anche delle banche private, tramite il ruolo delle banche pubbliche (Banco do Brasil e Caixa Econômica Federal), in grado di circondare quelle private riducendo i loro stessi tassi di interesse. Tutto sommato, due politiche nell'area economica che, annunciate con un discorso ad hoc (Dilma è andata alla TV per descriverle), subito hanno creato forte resistenza nei media liberali e in quelli direttamente rivolti agli affari.

  1. Al di là di queste evidente minaccia ai tassi di profitto da parte del governo, tra 2012 e 2013 (secondo e terzo anno del governo Dilma Roussef), in Brasile si è osservata una crescita degli scioperi del 234,8%, soprattutto nelle aziende private (se nell’anno 2003, il primo anno del governo Lula, c’erano stati soltanto 300 scioperi, nel 2012 gli scioperi sono saliti a 873, e nel 2013 si sono avuti niente meno che 2050 scioperi) (Singer, 2016, p. 46; Boito, 2016, p. 160).

I fattori internazionali

  1. Gli anni dei governi del PT sono stati seguiti da un contesto internazionale dove la crescita economica dalla Cina non si è fermata. Ciò ha provocato un chiaro cambiamento degli equilibri geoeconomici e anche geopolitici a livello internazionale. In effetti, è già dagli inizi degli anni 70, quando si lascia “alle spalle ogni veleità e retorica dell’esportazione della rivoluzione”, che il “Paese di Mezzo” sostiene “come principio cardinale” dei suoi rapporti internazionali “la solidarietà con i paesi del Terzo mondo e in via di sviluppo”, una concezione confermata in questi anni di riforma ed apertura con l’obietivo di “assicurare un ambiente internazionale favorevole” al suo “processo di modernizzazione” (Bertozzi, 2015, p. 53).
  2. Dopo il 2006, quando il gruppo BRIC “ha cominciato a prendere corpo” (il Sud Africa è stato ammesso nel 2011, per cui il gruppo è diventato BRICS) (Amorim, 2013, p. 115), la Cina si è già innalzata al rango di terza economia del mondo (nel 2008, con il PIL di 4,5 miliardi di dollari, dietro soltanto a USA e Giappone) e la sua strategia geoeconomica e geopolitica non è più “limitata al solo agone asiatico”, ma punta alla moltipolarità e in specie “al rafforzamento” delle reti “che non vedono la partecipazione degli USA”, tra cui quella dei BRICS (Bertozzi, 2015, pp. 60 e 69), ma anche dell’America Latina.
  3. Lo sviluppo dei BRICS, che cominciano a parlare di una nuova moneta (tra l’altro per gestire i prestiti del Fondo Monetario Internazionale), ma anche di una nuova Banca di Sviluppo, in grado di appoggiare tutti i paesi del Terzo mondo e in via di svillupo con rapporti più solidali, ha rafforzato negli USA la convinzione dell’esistenza di una chiara minaccia alla loro egemonia, come si sa in America Latina guidata dalla Dottrina Monroe. Infatti, non si deve dimenticare che il Project for the new american century ha tra i suoi obiettivi la preservazione del dolaro come moneta di riserva internazionale (Alessandroni, 2018, p. 5)
  4. Per quanto riguarda il Brasile, siamo davanti al paese geograficamente più vicino agli USA, e a quello politicamente più debole, dei BRICS. Così, si capisce che una offensiva da parte degli USA, oltre che riguardare il petrolio (il Brasile ha scoperto di recente nuovi grandi giacimenti di petrolio, di cui negli USA c’e un forte bisogno), è una maniera di portare avante un’offensiva contro i BRICS, la loro forza finanziaria, ed ancora contro il processo di convergenza continentale (Ferrari, 2016, pp. 243-4, Bandeira, 2016, p. 254), che anche i BRICS ‒ e soprattutto la Cina ‒ cominciano a sostenere. Ed ecco un’antica “essenza dell’imperialismo”, cioè la conquista dalla “egemonia” non soltanto direttamente, ma tramite l’utilizzo di Stati terzi con l’obiettivo di “indebolire l’avversario e minare sua egemonia” (Lenin, 1987, p. 90). Strategia a volte condotte anche tramite la “forma politico-diplomatica” (Gramsci, 1975, Q. 19, p. 2008).

Gli avvenimenti politici del 2013

  1. L’anno 2013 in Brasile è stato caratterizzato da grandi proteste in diverse città del paese. Proteste che iniziarano certo con gruppi di sinistra, sopratutto di studenti, a causa dell’aumento dei prezzi (20 centesimi) dei biglietti dei trasporti pubblici nella città di San Paulo, il cui sindaco era il professore Fernando Haddad, iscritto al PT.
  2. Nonostante per tanti di questi studente la politica si presentasse soltanto come “quella increspatura antagonistica del reale che rimane ‘naturalisticamente’ fissata alla superficie delle cose” (Azzarà, 2017, p. 86) ‒ ad esempio, non si guardava il ruolo progressivo del governo del PT per quanto riguardava i rapporti internazionali ‒, non c’è dubbio che le proteste erano un effetto del riformismo debole, che fino ad allora non era stato in grado di presentare un progetto di ristrutturazione diretto dallo Stato per affrontare i gravi probleme delle infrastruture urbane e regionali, come dopo il colpo dell’impeachment sembra avere riconosciuto Dilma Rousseff stessa (Silva, 2018, p. 88).
  3. E così si capisce perche dopo la reazione troppo violenta della polizia contro gli studenti ‒ polizia che non era agli ordini del sindaco Haddad, si deve dire, ma del governatore Alkimin, del PSDB ‒, il movimento si è radicalizzato e si è esteso a tutte le città brasiliane. Ed è questo il momento in cui i media, in specie la rete Globo, sopratutto la sua programmazione televisiva, ha cominciato ad appoggiare le protesta, cercando di porla contro il governo Dilma Rousseff. Ed è anche questo il momento in cui la destra è uscita in piazza e ha cominciato a guidare tutte le manifestazioni, rivelando che il riformismo debole del PT, come abbiamo detto sopra, aveva un altro problema: nonostante il PT sia un partito di massa, che si richiama “senza remore alla tradizione del movimento operaio”, vale a dire abbastanza lontano dalla ipotesi populista laclausiana (Azzarà, 2017, p. 73), durante gli anni di governo non è stato capace di portare avanti la lotta politico-culturale, cioè ideologica, contro la destra e i ceti capitalisti.
  4. Certamente tutto ciò ha a che fare con le condizione obiettive nel campo dei rapporti di produzione all’interno delle aziende, come ci fa ricordare la crescita dei scioperi nel 2012. Ciò fa pensare a un contesto di profit squeezy (Silva, 2018, p. 96 sgg), tanto più che la crisi internazionale iniziata nel 2008 non è ancora stata superata. E in questo senso contribuisce anche il tentativo di Dilma Rousseff di controllare i tassi di profitto delle nuove concessione nei settori delle infrastrutture e delle banche. Ma proprio per questo occorreva quella lotta ideologica cui il governo aveva rinunciato. Senza il lavoro ideologico, le lotte nelle aziende (dove il nuovo proletariato, senza sperienza politica, era stato il protagonista) si è trascinata nelle protesta in piazza, già guidate dalla destra nei mesi di giugno e luglio del 2013.
  5. Il dibattito politico-culturale sarebbe stato ancora più importante se si ricorda che l’odierno contesto politico internazionale è quello delle “rivoluzioni colorate”, realizzate tramite “la centralità della guerra psicologica” ‒ i “mezzi della produzione intellettuale” di cui parlava Marx ‒, rivoluzioni che, come ha detto Domenico Losurdo, in realtà non sono altro che colpi di Stato "dalle caratteristiche peculiari, ben comprensibili alla luce di una globalizzazione (economica e politica) ancora largamente egemonizzata dagli Stati Uniti e dai loro alleati” (Losurdo, 2010, pp. 229, 236 e 238). E ciò sopratutto se si pensa a un governo di sinistra in cui l'area più avanzata resiede nei rapporti internazionali. Non è un caso che proprio in quei giorni del 2013, un giornalista brasiliano corrispondente a Ginevra, ha sentito da alcuni agenti dell’FBI che “l’opinione pubblica brasiliana sarebbe stata suficientemente matura per appoggiare azioni anticorruzione ‒ e di interesse geopolitico degli Stati Uniti” (Nassif, 2016, p. 247). Infatti, si ricordi che nello stesso 2013 Edward Snowden ha denunciato lo spionaggio dell’NSA contro la Petrobras (e anche contro Dilma Rousseff), e che poco tempo dopo il giudice Moro, già in cooperazione con il Dipartimento di Giustiza nordamericano ‒ nel contesto di un accordo per la internazionalizzazione della giustizia ‒ , cominciò a rivolgere le sue accuse contro la Petrobrras e il PT (Nassif, 2016, pp. 148-9, Bandeira, 2016, pp. 253-4).
  6. In una prima conclusione, ecco come si può capire, nel Brasile odierno, “il problema complesso dei rapporti delle forze interne del paese dato, del rapporto delle forze internazionali, della posizione geopolitica del paese dato” (Gramsci, 1975, Q. 10, p. 1360).

 

Dopo 2013: egemonia dalla destra e l’ascesa di Bolsonaro

  1. Il contesto che sopra abbiamo visto è proprio quello che permette capire l’ascesa dei ceti ultra reazionari, anche fascisti o almeno filofascisti, che adesso hanno l’egemonia politico-culturale nel grande paese latinoamericano;
  2. L’indebolimento della lotta ideologica durante gli anni del riformismo debole ha permesso la crescita del consenso contro le stesse politiche sostenute da questo riformismo. La crecita del consenso contro le politiche di promozione sociale; la lotta tutta squilibrata contro la corruzione, diretta principalmente contro il partito di Lula e contro i suoi principali dirigenti; la crescita del consenso contro i movimenti sociali (contro il MST - Movimento dos trabalhadores sem terra); e il consenso contro i partiti di sinistra, colpiti anche con azione violente (bombe contro gli uffici del PT e del PcdoB nel 2015, quando la destra organizzava il suo golpe contro Dilma);
  3. Si sviluppa intanto una cultura reazionaria per quanto riguarda i rapporti internazionali del Brasile. Un popolo di solito indifferente a questo argomento, influenzato dai media, subito diventa estremamente critico dei paesi con governi di sinistra dell’America Latina (Venezuela e Cuba, soprattutto) e dei rapporti mantenuti dai governi del PT con questi paesi. Cioè, una chiara offensiva ideologica contro il processo di convergenza continentale, come abbiamo visto abbastanza rafforzato durante i governi del PT.
  4. Dietro questo nuovo quadro ideologico si svolgono tutti i cambiamenti politici degli ultimi anni: la vitoria di Dilma Rousseff per una piccola percentuale nelle elezioni di 2014; il golpe contro Dilma nel 2016 e l’ascesa di Temer con il suo programma economico neoliberale (ad esempio, la riforma del lavoro che favorisce la precarizzazione del lavoro [pejotização], il taglio degli investimenti pubblici per 20 anni, introdotto anche nella Costituizione del 1988);
  5. L’arresto di Lula senza prove concrete, deciso da giudici con chiari orientamenti di destra, espressione di una burocrazia cosmopolita (civile ma anche militare, come dimostra il twitter del generale Villas Bôas per mettere pressione sulla Corte Suprema contro l’habeas corpus di Lula, nei giorni che precedevano l’arresto dell’ex presidente); una burocrazia senza collegamenti con il popolo, come di solito sucede nei contesti di crisi organica (Gramsci, 1975, Q. 13, p.1603);
  6. La sconfita dalla coalizione PT-PcdoB nell’elezione del 2018 e l’ascesa e poi la vittoria dell’ex-capitano Jair Bolsonaro, il cui governo sostiene il programma ultrareazionario richiesto dall’estrema destra cresciuta negli ultimi anni e che si trova già pieno di militari (sono 50 i militari nel primo livello del governo).

Brevi conclusioni

  1. Le politiche del governo Bolsonaro, già un passaggio più approfondito rispetto al governo reazionario condotto da Termer, dimostrano almeno tre orientamenti: a) distruggere il Welfare che, anche in una forma debole, chiaramente si stava realizzando sotto i governi di Lula da Silva e Dilma Rousseff; b) la distruzione del Wellfare richiede uno Stato in grado di sottomettere i ceti democratici e specialmente la sinistra a un ambiente di forte coercizione. La pubblica educazione, e soppratutto le scienze umane, dove si svogono i dibatitti più avanzati sui processi di democratizazione, sono sotto forte minaccia, come si può concludere osservando il progeto "Scuola senza Partito", sostenuto dal ministro dell’educazione; c) un cambiamento dei rapporti internazionali tramite un chiaro spostamento verso gli interessi degli Stati Uniti, per quanto riguarda sia lo spazio latinoamericano (scioglimento del processo di convergenza continentale, forte opposizione ai governi di sinistra della regione) che quello mondiale in generale (allineamento a Israele nei confliti arabo-israeliani, attacco ai rapporti commerciali tra Brasile e Cina ecc.);
  2. I principale attori impegnati a sostenere questa svolta reazionaria sono: a) una classe dominante, cioè, una borghesia che sarebbe meglio definita non come una borghesia sinceramente nazionale, ma invece una borghesia interna, come ha scritto una volta Poulantazs (Boito, 2012, p. 67-8); cioè, una borghesia che verso l’imperialismo ha non una chiara e aperta opposizione, ma anzi rapporti di conflitti intrecciati di collaborazione; b) ceti medi tradizionali dai tratti molto conservatori, adesso ancora più spaventati di fronte alla sinistra, a causa tra l’altro della guerra psicologica che si svolge nei social network; c) una burocrazia civile e militare pure molto reazionaria che negli ultimi anni, e soprattutto dopo il golpe contro Dilma Rousseff, non ha avuto paura di nascondere le sue posizione politiche; ciò che fa pensare, per quanto riguarda ai militari, a un passaggio di Gramsci sulla crisi organica: “Un governo può essere di carattere militare anche se l’esercito come tale non partecipa al governo” (Gramsci, 1975, Q. 13, p. 1.605).
  3. Il cosmopolitismo dalla classe dominante, ma soprattutto dei ceti medi e dei ceti militari, così come della frazione mediatica dalla borghesia, ormai difeso con una convinzione e una chiarezza mai vista nella storia brasiliana, permette concludere che tra i “molteplici fattori” di cui abbiamo parlato prima, quelli dei “rapporti di forza internazionali”, vale a dire quelli che riguardano gli interessi dell’imperialismo nordamericano ‒ con la sua capacità di controllo sui “mezzi della produzione intellettuale” e dunque sulla “guerra psicologica” che oggi si svolge in ambito geopolitico ‒ , sono i più importanti, quelli cioè che sintetizzano tutti gli altri e permettono di capire gli spostamenti verso destra che ora colpiscono il grande paese latinoamericano.

Florianópolis, 03.03.2019

 

 

 

Riferimenti bibliografici

 

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* Professore all’Università Federale di Santa Catarina (Br). Dottore di ricerca in Geografia umana alla Università di San Paolo (Br), con stage di postdotoratto in Filosofia politica alla Università degli Studi di Urbino ‘Carlo Bo’ (It). Membro del PcdoB.

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