Giuseppe Cammarano

 

I fatti della cosiddetta “Primavera di Praga” sono cosa ben nota. A distanza di più di cinquant’anni, lo storico tentativo del governo di Alexander Dubcek di rimodellare lo stato socialista cecoslovacco su basi differenti da quelle imposte con il rigido controllo dell’URSS rimane impresso nella memoria collettiva. La dura repressione applicata da un paese socialista contro la politica riformistica di un altro, rivelarono quanto fragile fosse la stabilità del campo socialista; le sue conseguenze, tuttavia, superarono le contingenze di quella drammatica serie di avvenimenti.

La crisi in cui versava (e in cui, per molti aspetti, versa tutt’ora) l’ideologia marxista risultò ancora più accentuata, spingendo chi ne praticava lo studio, sostanzialmente ad un bivio: l’adesione, dogmatica, al marxismo-leninismo sovietico, oppure l’autocritica, la revisione, la rivalutazione di gran parte delle capacità analitiche del marxismo stesso, giudicato dunque non come scienza perfetta, ma bensì come opera passibile di errori ed inesattezze. Nel contesto attuale, con un apparato culturale che contorce in suo favore la narrazione della realtà (i fatti di Praga ne sono un chiaro esempio, posti, come sono, in ottica assolutamente «anticomunista»), è più che mai necessario riprendere le considerazioni compiute da chi decise di evitare il dogmatismo, per elaborare nuove sintesi critiche nel campo sociale ed economico.

In tal senso, l’apporto fornito dall’economista cecoslovacco Ota Šik nel suo Marxismo-leninismo e società industriale (Garzanti, Milano 1984)[1], merita uno sguardo attento. Il suo ruolo di primo piano nella promulgazione delle riforme economiche praghesi gli hanno riservato ben poco spazio, se messo a confronto con altri pensatori di area marxista più «classici» e noti; ma è ugualmente doveroso riscoprirne il pensiero e l’opera. Le complesse vicende del ’68 cecoslovacco[2] lo condussero infatti ad allontanarsi definitivamente dal marxismo-leninismo - inteso, nelle condizioni in cui all’epoca si presentava, come una forma d’incomprensione delle lezioni di Karl Marx [3]-, e a riconoscere che gran parte del marxismo classico stesso, con i suoi cardini, necessitava di un forte processo di critica, che separasse i fondamenti teorici ancora validi, da quelli che invece non avevano resistito all’evoluzione della società. Base per le critiche che l’autore muove è, pertanto, la constatazione del sensibile mutamento avvenuto in seno alle società capitalistiche avanzate nel secondo Novecento.

In effetti, i paesi occidentali, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, avevano intrapreso un deciso percorso di sviluppo e ammodernamento delle proprie economie, da compiersi anche attraverso la cooperazione tra i settori statali e privati dell’economia; e non è un caso che un altro acuto osservatore, Hobsbawm, parli di questo periodo (che va, grossomodo, dal dopoguerra agli anni ’70) come di una nuova “età dell’oro”[4]. Ad ogni modo, il cambiamento aveva riguardato anche la classe operaia, i cui tratti sostanziali cambiarono volto. Šik riporta, in particolare, una serie di dati circa la quota di occupati che nel 1966 lavorarono nel settore terziario (non produttivo, a differenza del primario e del secondario): si oscillava tra il 45% della Gran Bretagna e il 53% dell’Australia. Una curva ben definita, e dal significato chiaro: le economie capitalistiche avanzate si stavano spostando verso la «terziarizzazione»; verso, cioè, un modello non produttivo. Così si pronuncia l’autore:

«Già ora, dunque, l’attività del settore non produttivo può avere la stessa ampiezza di quella dedicata alla produzione. E questa attività non produttiva, che corrisponde allo sviluppo di bisogni e interessi sociali non materiali (e li provoca), a un determinato momento acquista per la società un’importanza maggiore dell’attività produttiva.»

I risvolti di quanto sostenuto sono piuttosto ampi. La teoria marxista è, infatti, messa in crisi: al progredire e all’espandersi del modo di produzione capitalistico dovrebbe accompagnarsi l’ingrandimento -e il parallelo impoverimento- della classe operaia. Ma la supposta semplificazione degli schemi sociali non avviene, mentre appare invece un cospicuo ceto medio, il quale, seppur legato a doppio filo con il proletariato, non ne condivide il peso specifico all’interno della società. Esso non lotta per emanciparsi dall’alienazione economica, preferendo tutelare la propria fetta di interessi.

Interesse è un concetto d’importanza fondamentale per Šik: è su di esso che si concentra una parte consistente della sua analisi, dimostrando l’incapacità del marxismo-leninismo sovietico di confrontarsi con la realtà, e fornendogli d’altro canto gli argomenti con cui poter stabilire una continuità teorica con il marxismo «delle origini»; egli tiene conto, infatti, del Ludwig Feuerbach di Engels, in cui si tratteggia una condizione storico-sociale molto meno «necessaria» e «deterministica» di quanto poi sostenuto dal mantenimento dogmatico degli enunciati iniziali. Ad ogni modo, l’autore effettua una prima distinzione, necessaria per dare un volto alla propria analisi: difatti, suddivide la categoria degli interessi in economici e non economici; i primi, ovviamente, sono connessi in modo diretto con i rapporti produttivi (e suscitano, per questo, un interesse maggiore), mentre i secondi hanno un significato più vasto che spazia oltre la sfera materiale, toccando anche gli aspetti immateriali della vita individuale e sociale. I teorici sovietici, tuttavia, hanno quasi completamente sminuito il ruolo degli interessi e la loro stessa esistenza, imperniando le proprie analisi sulle «potenze superiori», ossia quelle leggi generalissime dello sviluppo economico, che, funzionalmente «centro statale che tutto pianifica»[5], priverebbero il singolo di qualsiasi autonomia. È questa, agli occhi di Šik, un’assurda e pericolosa semplificazione.

Esistono, dunque, ben precisi interessi, differenti a seconda dell’individuo, ma specificatisi, di concerto con il progresso storico della società umana, a seconda dei gruppi sociali: ne consegue che a seconda del ruolo assunto nell’ambito dei rapporti sociali, corrisponda un determinato interesse. Nel capitalismo contemporaneo, assurto ad un ragguardevole livello di complessità, è possibile identificare tre gruppi sociali con interessi distinti:

1) I possessori di capitale, il cui interesse principale è quello per il capitale stesso, e dunque per “il suo impiego, il suo incremento, la sua allocazione, ecc.”[6]. Dato ciò, è possibile sostenere che: a) questo interesse avrà sempre la precedenza rispetto agli altri (ad esempio, per il consumo o l’accumulazione di denaro), e b) l’interesse per l’espansione del capitale deve per forza tradursi nell’interesse per l’espansione dell’economia stessa.

2) Gli economicamente attivi, estranei al capitale privato, in cui l’interesse per il consumo è ben più forte rispetto ai sopraccitati detentori di capitale. Essi si trovano, nella società capitalistica, in condizione di poter soddisfare tale interesse solo attraverso un salario, peraltro mediato da un’occupazione lavorativa spesso monotona ed alienante; eccezione sarebbero tecnici, ingegneri, manager ecc., il cui talvolta piacevole e creativo impiego potrebbe lasciare uno spazio, pur subordinato, per forme di soddisfazione.

3) Gli economicamente inattivi, i quali, secondo Šik, hanno sì un forte interesse per il consumo (e di nuovo, dunque, per il salario), ma ad esso antepongono quello per la loro specifica attività, di matrice per l’appunto non economica. Scienziati, medici, artisti, nutrirebbero per la pura perpetrazione della loro attività un interesse maggiore rispetto a quelli per il consumo o per il salario.

Si evince, allora, che gli interessi rivestano un’importanza tutt’altro che marginale, ai fini di una concreta analisi economica e sociale. La moderna società capitalistica, peraltro, ha posto le condizioni per un coinvolgimento ancora maggiore degli interessi di matrice «non economica» se ad uno scarso sviluppo dell’economia, infatti, corrispondeva la totale minorità degli interessi non economici tra la gran parte della popolazione, ad una società altamente sviluppata, in cui diviene possibile soddisfare ampiamente i bisogni e gli interessi economici, fa capo il loro notevole amplificarsi. Citando ancora Šik:

«Con l’aumento della produzione e della produttività si determinano, invece, le condizioni oggettive e soggettive per un ampliamento (…) degli interessi non economici. Sempre più numerose sono le persone che in base al plusprodotto relativamente crescente (…) sviluppano interessi economici realizzandoli con un loro attività, o, passivamente, con un consumo non economico.»

Alla luce di quanto sostenuto, è possibile trarre una serie di conclusioni. Innanzitutto, si evidenzia la profonda faglia che divide qualsiasi perpetrazione, ostinata e dogmatica, della teoria marxista per come era stata elaborata in origine, con le reali caratteristiche dell’ormai evoluta società capitalistica. Non bisogna intendere, tuttavia, il lavoro di Šik nell’ottica di una «rimozione» del pensiero marxiano: egli non si spinge a tanto, non avvertendone, semplicemente, la necessità; l’opera di discernimento e selezione accennata prima ha consentito la permanenza di parte delle istanze fondamentali:

«L’analisi fondamentale del capitalismo, che metteva a nudo la base economica delle contraddizione di interessi fra i proprietari del capitale e i salariati produttivi, era sostanzialmente giusta»[7].

Rimane quindi il primato della struttura, intesa come rete dei rapporti economici, all’interno della società; il dogmatismo ha però osteggiato il tentativo di mettere in discussione l’assoluta influenza che suddetti rapporti hanno sugli uomini; i cui bisogni possono, invece, assumere una portata tale da costringere al cambiamento la struttura economica sociale stessa. In effetti, la nuova importanza di cui godono gli interessi rende necessario interpretare anche le contraddizioni e le conflittualità vigenti nelle società (e quella capitalistica, ovviamente, non fa eccezione) alla luce delle divergenze tra i vari «gruppi d’interesse sociali»[8]: gli interessi di un gruppo può premere per una trasformazione dei processi economico-produttivi, quelli di un altro per la loro conservazione; l’esprimersi di tali divergenze può essere risolta dal sistema stesso, può trovare spazio nella lotta politica, o può sfociare nella violenza quando esse hanno carattere antagonistico.

D’altro canto, un importante fondamento del marxismo che risulta gravemente indebolito da tale analisi è, per forza di cose, la «necessità» della rivoluzione socialista. Partire dall’osservazione dell’evoluzione sociale umana -per cui dal modello schiavistico si era passati a quello feudale, e da quest’ultimo a quello capitalistico- e delle forme sociali contemporanee a Marx ed Engels per sostenere che la rimozione del capitalismo per via rivoluzionaria è l’«unica» possibile, è, agli occhi di Šik, errato; si tenga conto, tuttavia, che l’autore non svaluta le premesse generali, ossia la «logica del ruolo decisivo dell’economia»[9], ma bensì le semplificazioni operative attuata dai pretesi eredi del marxismo, incapaci di dimostrare appieno la veridicità delle proprie rivendicazioni.

Per concludere: dal punto di vista dell’analisi storica sui fatti della Primavera di Praga, le parole di Ota Šik vanno intese nell’ambito della ricerca di un’alternativa al sistema sovietico, di cui esse forniscono il «sostrato» ideologico; esse forniscono, dunque, un interessante spunto per poter elaborare una più approfondita e complessa analisi dei fatti che animarono la stagione delle riforme cecoslovacche; per lo stesso fine assumono, tuttavia, una forte rilevanza la contestualizzazione e la critica del lavoro dell’autore.

Il punto di maggior interesse, tuttavia riguarda l’interpretazione che Ota Šik fornisce del marxismo, dunque, si inserisce nel filone di chi, stretto dalle contingenze storiche e spinto da un’acuta capacità analitica, seppe già allora -in un’epoca, si ricordi, in cui il socialismo era ben più presente e vigoroso di oggi- percepire la fragilità della teoria marxista, impegnandosi in un pur complesso percorso di sistematizzazione di ciò che aveva reso il marxismo inattuale, senza però porsi in antitesi con esso. Anzi, la sua opera ribadisce un’importante lezione: è proprio sottoponendo l’ideologia allo spietato occhio critico, che vi si rende giustizia nel modo più consono e coerente.

 

[1] Occorre specificare che questo breve saggio non si occuperà dell’intero volume, ma di singole porzioni, quasi tutte peraltro facenti capo alla prima parte, Il socialismo come necessità.

[2] Che si conclusero, peraltro, con l’esilio di Šik stesso in Svizzera.

[3] Egli virgoletta sempre il termine «marxismo», per indicare la dottrina sovietica e distinguerla dall’originale elaborazione di Karl Marx.

[4] Eric J. Hobsbawm, Il secolo breve (Einaudi, 2014).

[5] Cfr. Ota Šik, op. cit., pag. 47.

[6] Ivi, pag. 69.

[7] Ivi, pag. 441.

[8] Ivi, pag. 75.

[9] Cfr. pag. 33.

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