Salvatore Tinè

 

Il libro di Luca Cangemi, Altri confini. Il PCI contro l’Europeismo (1941-1957), è un libro importante. Importante in una duplice prospettiva, ovvero sia per la ricostruzione e riflessione storiche sulla genesi e la prima fase del processo di integrazione europea che ci propone e che costituisce lo sfondo del tema specificatamente trattato nel libro, ossia l’evoluzione della posizione dei comunisti italiani sui progetti e i processi di unificazione dell’Europa occidentale negli anni tra il 1941 e il 1957; sia per la profonda riconsiderazione critica di un periodo della storia del comunismo italiano.

Si tratta del periodo compreso tra il ’47 e la crisi del ’56, ovvero tra la fine dell’unità antifascista e l’inizio della cosiddetta “destalinizzazione”, solitamente considerato dalla storiografia, anche di orientamento “comunista” in una prospettiva sostanzialmente negativa, quando non puramente liquidatoria e che invece nella rigorosa e documentata ricostruzione di Cangemi ci appare come un periodo di importanza addirittura decisiva nella definizione di alcuni dei tratti essenziali più originali dell’identità culturale e politica del PCI di Togliatti. Lungi infatti dal configurarsi come una mera parentesi negativa nell’evoluzione del PCI verso la piena definizione di quella che all’VIII Congresso della fine del ’56 si chiamerà la “via italiana al socialismo”, i cosiddetti “anni del Cominform” appaiono segnati in questa ricostruzione da ulteriori e importanti sviluppi della strategia della “democrazia progressiva” elaborata nel periodo dell’unità antifascista, su un terreno cruciale dell’azione politica di massa del partito come quello della lotta per la pace. L’antieuropeismo del PCI togliattiano si definisce infatti in termini concretamente politici e strategici e non solo astrattamente ideologici coniugando sempre strettamente il tema della lotta per la pace a quello dell’autonomia e dell’indipendenza nazionali. Perciò, il processo di adeguamento, certo non privo di passaggi difficili e perfino drammatici, della strategia della “democrazia progressiva” alla “svolta” del Cominform, formalizzata com’è noto dalla sua riunione costitutiva a Slarska Poreba nel settembre del ’47, procederà in una sostanziale linea di continuità con le direttrici essenziali della via “democratica” e nazionale al socialismo che in pieno accordo con Stalin, Togliatti aveva fissato con la svolta di Salerno nel marzo del ’44. Nella capacità di tenere ferme quelle direttrici, pure in un contesto internazionale profondamente mutato, segnato dalla fine dell’alleanza internazionale antifascista e dalla divisione dell’Europa in sfere d’influenza contrapposte, destinati a mutarsi in breve volgere di tempo in blocchi politico-militari rigidamente cristallizzati, sta in larga parte la capacità e perfino il genio politico di Palmiro Togliatti. Ma sarà ancora una volta il rapporto con l’Unione Sovietica, il nucleo più profondo della strategia togliattiana, costantemente basata su una visione certo complessa del rapporto tra nazionale e internazionale. Se il rapporto con l’Urss era stato fondamentale nella definizione della politica dell’unità nazionale, esso è altrettanto decisivo quando la divisione dell’Europa pone il PCI di fronte alla prospettiva di una lunga guerra di posizione, costringendolo a ridefinire ancora una volta il nesso tra la sua collocazione internazionale nel campo socialista, costitutiva della sua stessa identità di partito comunista e rivoluzionario, da un lato e il terreno nazionale su cui concretamente è chiamata a svolgersi la sua effettiva azione politica e di massa. L’inizio del processo di integrazione europea si colloca esattamente in questa fase. Cangemi ci mostra come la dura opposizione ad esso da parte dei comunisti italiani, si leghi strettamente proprio alla ridefinizione del nesso tra collocazione internazionale e terreno nazionale che segna l’elaborazione strategica e l’azione politica del PCI in questa fase e che certo non è riducibile ad una mera logica di obbedienza all’Urss e a Stalin. Non a caso egli individua nel varo del piano Marshall l’inizio del processo di integrazione europea, sottolineando a questo proposito come significativamente Altiero Spinelli saluti subito nel piano di aiuti del segretario di stato americano nientemeno che “un piano complessivo di ricostruzione europea”. Un giudizio positivo addirittura entusiastico che ben si spiega nella prospettiva federalistica cara a Spinelli e che rivela in modo particolarmente emblematico un aspetto essenziale del disegno europeista che inizia a delinearsi, ovvero la sua subalternità agli USA e alla stessa logica dei blocchi. Il processo di “ricostruzione europea” ad egemonia americana rivela così molto presto la sua natura anti-comunista e anti-sovietica, ponendosi come un momento fondamentale della politica di potenza degli USA e rompendo definitivamente con le stesse originarie intenzioni degli accordi di Bretton Woods che Evgheni Varga, il principale consigliere economico di Stalin, aveva non a caso giudicato positivamente. Si realizzava quello che Stalin aveva già prefigurato in colloquio con Dimitrov in colloquio del gennaio del 1945, raccontato dallo stesso dirigente bulgaro nel suo diario: “la crisi del capitalismo si è manifestata con la divisione dei capitalisti in due frazioni: quella fascista e quella democratica. Si è verificata un’alleanza fra noi e la frazione democratica dei capitalisti, perché quest’ultima aveva interesse a non consentire il dominio di Hitler, in quanto questo duro dominio avrebbe portato la classe operaia a soluzioni estreme e all’abbattimento del capitalismo stesso. Ora siamo con una frazione contro l’altra, ma in futuro saremo contro questa frazione dei capitalisti.” Il nuovo quadro internazionale che si delinea col lancio del piano Marshall sembra esattamente lo stesso scenario che Stalin prefigurava già nel ’45. I processi di integrazione economica e politica europea avviati nel contesto di un nuovo ciclo capitalistico espansivo si legano strettamente all’egemonia degli Stati Uniti, configurandosi almeno in una prima fase come un momento fondamentale dello stesso disegno di dominio mondiale che ispira la politica internazionale di quel paese. Le contraddizioni inter-imperialistiche che secondo la celebre tesi di uno scritto di Lenin del 1915 sugli “Stati Uniti d’Europa” avrebbero impedito la formazione dell’unità politica del vecchio continente, vengono in parte riassorbite, sebbene non certo eliminate, dentro un processo di unificazione della parte occidentale del continente che finisce per investire non solo i rapporti economici tra gli stati ma anche la loro sovranità, costretta dentro i vincoli loro imposti dal protettorato americano. In questo senso l’inizio del processo di integrazione europea è fondamentale per capire l’inizio della guerra fredda e cioè la rottura dell’alleanza internazionale antifascista e la trasformazione delle zone di influenza occidentale e sovietica in blocchi politico-militari cristallizzati. E’ dentro questo contesto che si colloca e acquista senso la posizione del PCI e di Togliatti nettamente contrario al processo dell’unità europea e mirante ad una nuova ridefinizione del nesso tra nazionale e internazionale. Attraverso la categoria di doppia lealtà, particolarmente cara, com’è noto allo storico Franco De Felice, Cangemi mira a mettere in evidenza la complessità di questo nesso che così profondamente segna la politica dei comunisti in questa fase. Dentro la divisione dell’Europa in blocchi contrapposti, i processi di unificazione economica e politica della sua parte occidentale non possono non assumere una determinata connotazione di classe, configurandosi come del tutto funzionali agli interessi economici e politici dei grandi gruppi monopolistici del capitale finanziario nazionale e internazionale. L’Europa che si dice di volere unificare è quindi la sua parte occidentale, ovvero l’Europa capitalistica. E’ un punto centrale della critica addirittura feroce che Togliatti muove all’ideologia del federalismo europeo.

Ma anche in questo quadro Togliatti mantiene una linea nazionale. Il Piano Marshall  deve essere contrastato certo per il nesso organico che lo lega al processo di costruzione di un blocco occidentale e anti-sovietico ma anche denunciando le conseguenze che esso avrebbe avuto dal punto di vista degli interessi e della stessa autonomia e indipendenza nazionali dell’Italia. Il disegno europeista è quindi solo falsamente teso all’unità dell’Europa. In realtà è proprio la divisione dell’Europa e la formazione di un blocco occidentale la sostanza che si cela anche dietro le sue versioni “federaliste” apparentemente più avanzate e “democratiche”. E’ chiaro che il nuovo quadro costringe il PCI a rafforzare se stesso sul piano organizzativo e della disciplina interna. La scelta di campo viene ribadita con assoluta nettezza da Togliatti di fronte al disegno americano di egemonia mondiale che la stessa politica di “ricostruzione europea” degli USA rivela sempre più chiaramente e minacciosamente. E’ questo il senso dell’aspra critica che in una riunione del Cominform svoltasi a Matra nel novembre del 1949 Togliatti conduce contro l’astratto cosmopolitismo che ispira il progetto europeista, caratterizzato insieme dalla sua natura anti-comunista e anti-sovietica e da una sostanziale astrazione dalle differenze e dalle peculiarità nazionali. Cangemi non manca tuttavia di rilevare i tentativi del PCI di definire rispetto ad alcune delle posizioni europeiste sostenute anche da settori degli stessi partiti socialisti e laburisti un atteggiamento di maggiore apertura e non solo di mera contrapposizione frontale. Ma si tratta di tentativi presto resi impossibili dall’affermarsi di un progetto di unità europea di chiara marca moderata e conservatrice, legato all’asse franco-tedesco e alla triade democristiana Adenauer-Schumann-De Gasperi. La straordinaria ripresa economico-produttiva della Germania rimette di nuovo al centro della politica europea la questione tedesca. I piani Schumann e Pleven tentano di affrontare tale questione all’interno di un progetto europeista che appare finalizzato a porre alcune basi fondamentali di un’unità non solo economica ma anche politica dell’Europa occidentale. Dietro l’iniziativa francese tesa alla formazione di un mercato comune del carbone e dell’acciaio, che il PCI denuncia come un’operazione di copertura del riarmo tedesco, è l’Europa dei grandi gruppi monopolistici tedeschi e francesi di un settore di straordinaria importanza strategica come quello carbo-siderurgico. Alcuni economisti del PCI non esitano a individuare nella formazione di un’autorità di governo sovranazionale destinata a gestire il mercato comune in un settore economico così importante un processo di ristrutturazione monopolistica immediatamente funzionale ad un piano di guerra. I piani Schumann e Pleven e i caratteri che inevitabilmente essi conferiscono all’europeismo sembrano in questo senso confermare clamorosamente proprio quell’analisi particolarmente pessimistica e apparentemente catastrofica della fase europea e mondiale sulla base della quale i sovietici avevano motivato l’iniziativa di dare vita al Cominform. Non a caso anche nei partiti socialisti e socialdemocratici emergono posizioni di forte critica e di rifiuto dei piani Schumann e Pleven. Particolarmente significativa è l’opposizione del governo laburista alla Comunità europea del carbone dell’acciaio. Cangemi mette acutamente in rilievo non solo l’importanza di tali posizioni ma anche il loro persistente legame con alcune delle tradizioni delle socialdemocrazie europee nelle quali era stata viva, accanto ad una forte componente “internazionalistica” che non aveva mancato di ispirare perfino ipotesi di una “federazione europea” come nel caso di Karl Kautskij, una concezione del riformismo di tipo “nazionale” saldamente ancorata cioè all’idea che i poteri e le prerogative dello stato nazionale costituiscono la condizione fondamentale per condurre politiche sociali di tipo redistributivo nell’interesse dei lavoratori e nell’ambito dello stesso regime capitalistico. La tradizione comunista, che pure si costituisce sulla base di una fortissima ispirazione internazionalistica si riallaccia in fondo a questi orientamenti della tradizione socialdemocratica, ponendosi in forte continuità con essi.

Cangemi sottolinea, considerandolo particolarmente significativo della natura imperialistica del processo di integrazione europea il fatto che proprio in questa fase si assista al momento di massima convergenza dei gruppi federalisti con i governi conservatori dei maggiori stati europei. Il piano Pleven, infatti, il progetto di costruzione di un esercito integrato europeo non può che apparire a quei gruppi come una premessa fondamentale nella costruzione di una unità europea su basi sovranazionali, sul piano formale non più quindi fondata sul principio della piena sovranità dei singoli stati nazionali. Spinelli individua in questo senso nella soluzione “federalista” della CED un presupposto fondamentale per risolvere la questione tedesca, coerentemente con quel sostanziale “antistatalismo” della sua ideologia federalista la cui matrice liberale ed einaudiana viene molto acutamente messa in luce da Cangemi. In questa ottica “ideologica”, la Germania non può costituirsi come uno stato nazionale sovrano ma non può neanche essere divisa e colonizzata. Il suo ruolo fondamentale può svolgersi soltanto nel contesto della federazione europea, di contro a qualunque ipotesi o prospettiva di tipo “paneuropea”. Cangemi insiste in modo particolare sull’effettiva portata della CED sottolineando in questo senso come la posizione assunta in un primo momento dai comunisti tendente a ridurla ad un’operazione di mera copertura del riarmo tedesco, ne sminuisse l’effettiva importanza. Ma soprattutto dopo la posizione di aperto sostegno da parte del Vaticano, tale importanza comincia ad apparire evidente anche ai comunisti. L’attacco frontale al piano Pleven da parte del PCI individua nella CED un passaggio fondamentale della costruzione dell’Europa carolingia. Durissimo è l’attacco di Togliatti sia all’europeismo governativo che all’ideologia federalista che lo giustifica ed esalta. Né il fallimento della CED, sancito con la sua bocciatura da parte del parlamento francese nell’agosto del 1954, porrà fine alla critica e al rifiuto da parte del PCI ad ogni ipotesi di unità sovranazionale dell’Europa. La stessa UEO, nata in seguito al fallimento della CED, un accordo militare tra stati senza alcuna forma di sovranazionalità verrà infatti denunciato da alcuni interventi come un nuovo aperto attentato alla sovranità nazionale e alla pace.

Il ’56 assume nella ricostruzione di Cangemi un valore periodizzante non solo com’è ovvio per i grandi sconvolgimenti internazionali che lo segnano ma anche per gli sviluppi del processo di integrazione europea. Una volta consumatasi la sconfitta del disegno “federalista” della CED, tale processo continua sia pure su nuove e più realistiche basi: i Trattati di Roma istitutivi della CEE e dell’Euratom del marzo del 1957 pongono alcune premesse fondamentali dell’unità europea così come la conosciamo oggi. La ferma opposizione del PCI di Togliatti ai Trattati di Roma costituisce un fondamentale elemento di continuità del cosiddetto “rinnovamento” del PCI nel ’56 ovvero del suo approdo alla “via italiana al socialismo” con il rifiuto radicale di qualunque ipotesi “europeista” che aveva contraddistinto la strategia e l’azione politica dei comunisti italiani negli anni più duri del Cominform e della guerra fredda. Nello stesso tempo tuttavia quella opposizione si lega strettamente alla nuova concezione della lotta per il socialismo a scala mondiale che il XX Congresso del PCUS ha posto a fondamento della politica della coesistenza pacifica. Togliatti interpreta infatti tale politica in un senso nettamente anti-revisionista, ovvero come una politica in grado di costituire un terreno più avanzato della lotta di classe internazionale, in relazione all’allargarsi dei confini del campo socialista e anti-imperialista e insieme alla sua trasformazione in un sistema sempre più complesso e “policentrico”. In questa prospettiva il processo di unificazione dell’Europa capitalistica, sia per le contraddizioni inter-imperialistiche che lo attraversano e ancor più per la sua permanente subalternità all’egemonia statunitense e al suo disegno di dominio mondiale, non può che assumere un significato sostanzialmente conservatore se non apertamente regressivo e perfino reazionario. La crisi di Suez, ovvero il tentativo di Francia e Inghilterra di rilanciare una politica coloniale nel Medio-Oriente e nel Mediterraneo si inquadra anche dentro i processi di ristrutturazione monopolistica dei gruppi dominanti del grande capitale finanziario europeo. Giustamente Cangemi sottolinea la certo non casuale simultaneità del processo di maturazione dei Trattati di Roma con la crisi di Suez e la ferocia della repressione francese in Algeria. La stessa crisi ungherese destinata a concludersi, non certo a caso proprio in seguito all’aggressione imperialista di Francia e Inghilterra all’Egitto di Nasser, con la repressione sovietica della rivolta controrivoluzionaria in Ungheria si inquadra in questo passaggio drammatico della storia europea e mondiale e dimostra come la politica sovietica di coesistenza pacifica nulla tolga all’asprezza della lotta di classe internazionale e dello scontro tra il campo imperialista e il campo socialista che sia pure in forme e modi nuovi, continua a segnarla. Non a caso nella definizione della propria prospettiva internazionalista, l’elaborazione del movimento comunista internazionale mette al centro con la svolta del ’56 il tema del nuovo fondamentale ruolo dei movimenti di liberazione nazionale dei popoli coloniali e semi-coloniali nella lotta per la pace e per il socialismo individuando in essi una forza motrice dello stesso processo della “rivoluzione mondiale”. Soltanto dentro questo più vasto e complesso quadro globale diventava possibile definire il ruolo e la funzione dei partiti operai e comunisti dei paesi dell’Europa occidentale nell’ambito del movimento comunista e operaio internazionale e quindi nel processo di avanzamento verso il socialismo a scala mondiale. L’elaborazione dei comunisti italiani non manca peraltro di cogliere gli elementi di novità della fase mondiale evidenziati dagli stessi sviluppi del processo di integrazione europea. L’unità economica dell’Europa occidentale pure così fortemente criticata per le forme e gli obiettivi regressivi con cui viene imposta dai grandi monopoli con i Trattati di Roma viene nello stesso tempo assunta e analizzata come un processo “oggettivo” in quanto discendente anche dal forte sviluppo delle forze produttive che la stessa espansione monopolistica determina sia pure generando nuove e ancor più acute contraddizioni sia sul terreno economico che su quello sociale e politico. L’analisi dei nuovi caratteri sovranazionali di tale espansione spinge una parte della cultura comunista a definire un’idea di Europa e della sua stessa possibile unificazione alternativa a quella di segno regressivo e reazionario che si delinea con la nascita del MEC. Ma resta tuttavia forte, come attesta l’importante documento politico della Direzione del PCI dedicato ai trattati comunitari, la centralità della dimensione nazionale della lotta contro il potere dei grandi monopoli. Il PCI denuncia apertamente il pericolo che la ristrutturazione monopolistica finisca per trasformare l’Italia in una area economicamente depressa e individua nella difesa della sovranità e dell’autonomia nazionali un terreno fondamentale sia per la difesa delle rivendicazioni immediate della classe operaia e delle masse popolari che per la lotta mirante a spezzare il potere dei grandi monopoli e avanzare verso il socialismo.

La trattazione di Cangemi si ferma alla fine degli anni ’50 ma nell’ambito di una riflessione su alcune ricostruzioni di tipo sia politico che più strettamente storiografico delle vicende oggetto del suo libro, egli non manca di intervenire su alcuni dei nodi politici che le hanno in larga misura influenzate e condizionate. Si tratta di nodi politici che hanno investito direttamente non solo la successiva evoluzione delle posizioni del PCI sull’Europa e sull’europeismo ma anche la vicenda dei comunisti italiani nel suo complesso, ovvero la collocazione internazionale e quindi l’identità stessa del PCI già a partire dagli anni ’60 e poi ma in modo sempre più acuto e drammatico negli anni ’70 quando la posizione del PCI sull’Europa muterà completamente e infine negli anni ’80, nel decennio cioè che segnerà il declino e la fine di quel partito. In che misura il mutamento di posizione del PCI che caratterizza in modo evidente la sua evoluzione negli anni ’70 può essere fatto risalire già agli anni ’60, e addirittura agli inizi di questo decennio, immediatamente dopo la durissima opposizione ai Trattati di Roma? Ci pare significativa a questo proposito una testimonianza che possiamo leggere nel libro di Mauro Maggiorani e Paolo Ferrari, L’Europa da Togliatti a Berlinguer, particolarmente discusso nel lavoro di Cangemi. Si tratta della testimonianza di Carlo Galluzzi, secondo la quale l’inizio del lungo processo destinato a sfociare nella conversione europeista del PCI risalirebbe addirittura al convegno dell’Istituto Gramsci del 1962 sulle Tendenze del capitalismo italiano, in cui una serie di analisi e interventi avrebbero cominciato a mettere in discussione le tesi più catastrofiste sulle possibili conseguenze del MEC sull’economia italiana. Sarebbe così cominciata ad affermarsi sia pure molto prudentemente e lentamente l’idea che bisognava stare dentro le istituzioni della Comunità europea anche in vista dell’obiettivo strategico di farle saltare. Ma è lo stesso Galluzzi a sottolineare significativamente l’ambiguità insita in tale idea: tra coloro infatti che la sostenevano non mancava chi era nella sostanza favorevole alla CEE. Secondo Galluzzi sarà soprattutto dopo l’ingresso nel Parlamento europeo che una parte sempre più grande del PCI comincerà via via a convincersi della necessità dell’integrazione economica e poi della stessa unità politica dell’Europa in un’ottica non più solo anti-americana, attenta cioè ad inserirsi negli spazi aperti dalle contraddizioni tra USA ed Europa ma piuttosto in quella della piena legittimazione del PCI come forza di fatto inserita nel campo occidentale e non più parte organica del movimento comunista internazionale. Altrettanto significativo ci pare il forte rilievo che nella sintetica ma efficace ricostruzione di Galluzzi dell’approdo del PCI all’europeismo la messa in discussione della leaderschip di Togliatti nel corso del drammatico dibattito sugli esiti del XXII Congresso del PCUS nel 1961, che non a caso ruotò intorno al tema del partito col campo socialista e con l’Urss. Pur non esplicitamente ripresa nel lavoro di Cangemi, il giudizio di Galluzzi, sostanzialmente coincidente con l’ispirazione del libro di Ferrari e Maggiorani, ci pare convergere con la tesi di fondo che ispira l’intera ricostruzione di Cangemi, tesa ad evidenziare proprio nella conversione europeista del PCI uno degli elementi che più avrebbero contribuito ad accelerare nel corso degli anni ’70 non soltanto la crisi dei rapporti tra il PCI e il movimento comunista internazionale ma lo stesso declino e quindi la fine del partito di Gramsci e di Togliatti. E’ noto come la questione dell’Europa sia stata per lungo tempo nella vicenda del PCI un tema particolarmente caro alla componente di destra di quel partito, ovvero a quella parte del PCI e del suo gruppo dirigente che almeno a partire dagli anni ’70 comincia a battersi per una sempre più piena collocazione internazionale dei comunisti italiani nell’ambito dell’Occidente e per una loro mutazione “genetica” in senso riformista e socialdemocratico. E non certo a caso uno dei più prestigiosi esponenti della componente di destra del PCI, Giorgio Napolitano sarebbe diventato uno dei protagonisti fondamentali del processo di integrazione europea a partire dagli anni 90 del secolo scorso e di pieno inserimento in esso dell’Italia. Tuttavia nella complessa riflessione di Cangemi una diretta filiazione dell’europeismo di Napolitano da quello che caratterizzò la destra del PCI e in particolare lo straordinario impegno nel Parlamento europeo del suo più prestigioso esponente, Giorgio Amendola, appare tutt’altro che scontata. Cangemi sottolinea infatti piuttosto la forte influenza sull’impostazione di Napolitano della ideologia federalista di Altiero Spinelli, la cui matrice liberal-liberista ed einaudiana viene peraltro rigorosamente e acutamente ricostruita, di là dalle sue mistificanti diffuse interpretazioni di “sinistra”. Nello stesso tempo egli sottolinea il filo che lega l’iniziativa europea di Amendola, anche nel quadro pure convintamente accettato delle istituzioni comunitarie, all’idea togliattiana di una “Europa dagli Atlantico agli Urali”. Non a caso proprio il “paneuropeismo” di Togliatti e la sua persistenza nella cultura politica del PCI anche negli anni successivi alla sua conversione europeista sono oggetto di una dura critica da parte di Napolitano in una intervista che possiamo leggere nel libro di Ferrari e Maggiorani. Non possiamo tuttavia negare che vi sarebbe stata sempre una tensione destinata col tempo a mutarsi in una sempre più aperta e tuttavia irrisolta contraddizione, soprattutto nel periodo della segreteria di Berlinguer, tra l’opzione europeista del PCI e la sua tradizionale collocazione internazionale nell’ambito del campo socialista e anti-imperialista. In questo senso ricostruire l’elaborazione del PCI intorno ai temi della costruzione europea è fondamentale per comprendere la più generale e per molti versi eccezionale vicenda di questo partito e direi anche le ragioni stesse della sua fine. Una fine che giungerà al culmine di un graduale, progressivo e tuttavia tormentatissimo e per molti versi contraddittorio processo di mutazione genetica le cui più lontane premesse crediamo possano essere fatte risalire proprio alla fine degli anni ’60 e che finirà per investire insieme alla natura del suo costitutivo rapporto con l’Urss, gli stessi suoi originari caratteri internazionalisti e quindi la sua stessa identità di partito di classe e rivoluzionario. Una identità che il “rinnovamento” del PCI nel ’56 aveva saputo ridefinire e rilanciare in relazione alle straordinarie novità del XX Congresso, nonostante i limiti, ben evidenziati dallo stesso Togliatti, della cosiddetta “destalinizzazione” e i pericoli di una deriva opportunista dell’intero movimento comunista cui essa poteva condurre. La ricostruzione di Cangemi della dura opposizione del PCI togliattiano ai Trattati di Roma ci consente di capire meglio l’impostazione conseguentemente “anti-revisionista” che Togliatti seppe dare a quel necessario processo di rinnovamento del partito, che nella formulazione della via italiana al socialismo nell’VIII Congresso del dicembre 1956 avrebbe conosciuto il suo momento più alto.

Il processo di mutamente della posizione del PCI sull’Europa matura anche in relazione al mutare del quadro internazionale nel corso degli anni ’60, caratterizzato dalle difficoltà del rinnovamento avviato in Urss col XX Congresso ma anche da nuove e drammatiche contraddizioni all’interno del campo socialista, certo non più assimilabile con l’imporsi sulla scena mondiale della Cina popolare, con solo blocco orientale ad egemonia sovietica. Ma significativamente nella riflessione di Togliatti l’analisi di tali contraddizioni certo destinate a pesare a lungo e perfino a decidere dei destini stessi dell’Urss e del movimento comunista mondiale si lega strettamente ad una interpretazione del passaggio di fase tutta incentrata sul pericolo di una deriva reazionaria del mondo borghese nel suo complesso, non esente da qualche tratto pessimistico e forse perfino tragico. La formazione del MEC è in questo senso destinata secondo Togliatti non solo ad inasprire le contraddizioni inter-imperialistiche tra i maggiori paesi che ne fanno parte e e tra essi e gli USA ma anche ad imprimere un segno sempre più regressivo ed autoritario ai processi di concentrazione monopolistica e di acutizzazione della concorrenza economica tra i grandi monopoli europei ed americani. “La situazione europea è molto differenziata – scriverà il dirigente del PCI nel Memoriale di Yalta, nell’agosto del 1964, in un testo che com’è noto doveva servire da base ad una discussione col gruppo dirigente sovietico e che sarebbe invece diventato il suo testamento politico- ma prevale come elemento comune il processo di ulteriore concentrazione monopolistica, di cui il Mercato Comune è il luogo e lo strumento. La concorrenza economica americana che si fa più intensa e aggressiva contribuisce ad accelerare il processo di concentrazione. Diventano in questo modo più forti le basi oggettive di una politica reazionaria, che tende a limitare o liquidare le libertà democratiche, a mantenere in vita i regimi fascisti, a creare regimi autoritari, a impedire ogni avanzata della classe operaia, e ridurre sensibilmente il suo livello di esistenza.” Sottolineando l’acutizzarsi delle contraddizioni inter-imperialistiche, Togliatti si spingeva fino a vedere nella politica di De Gaulle un elemento fondamentale della “crisi della NATO”. Ma contemporaneamente sottolineava come si dovesse evitare di “farsi illusioni” su una possibile “autonomia” dell’Europa, al di là dell’opportunità di sfruttare ogni contraddizione dell’avversario di classe che sempre doveva caratterizzare la tattica di un partito comunista nella sua concreta azione politica. Riprendendo quasi alla lettera la tesi di Lenin sul carattere insieme “utopistico” e reazionario del progetto di federazione degli stati europei, Togliatti sottolineava insieme la permanente subalternità dell’Europa agli USA e il suo carattere di fatto imperialistico e reazionario, reso particolarmente evidente dalle tendenze neocoloniali dei suoi maggiori stati membri. “Esistono certamente-scriveva- contraddizioni che poi possiamo sfruttare a fondo; sino ad ora non appare però nei gruppi dirigenti degli Stati continentali una tendenza a svolgere in modo autonomo e conseguente un’azione a favore della distensione nei rapporti internazionali. Tutti questi gruppi poi si muovono, in un modo o nell’altro, e in maggiore o minore misura sul terreno del neocolonialismo per impedire il progresso economico e politico dei nuovi Stati liberi africani”. Almeno in parte gli sviluppi immediati della situazione internazionale nella seconda metà degli anni ’60 confermeranno la giustezza dell’analisi togliattiana. Una giustezza che appare confermata anche dal rilievo sempre più importante e perfino decisivo che la questione dell’Europa viene assumendo già sul finire degli anni ’60 nella politica mondiale. Una questione che perciò agli occhi dei comunisti italiani appare sempre più un terreno insieme di scontro con l’avversario di classe e di lotta per l’egemonia oggettivamente ineludibile. L’ingresso dei comunisti italiani nel Parlamento europeo di Strasburgo l’11 marzo del 1969 costituì così l’inizio di un rinnovato impegno del Pci sui temi europei. E forse non a caso tale inizio si collocò in uno dei momenti più difficili e delicati della storia dei rapporti tra i comunisti italiani e l’Urss, segnato dalla condanna da parte del gruppo dirigente del PCI dell’intervento sovietico in Cecoslovacchia dell’agosto 1968. Ma il sempre più chiaro delinearsi di una prospettive europeista nella politica del PCI si lega anche all’inizio dell’Ostpolitik di Willy Brandt che sembra poter aprire nuovi scenari in Europa e nel mondo nel segno della distensione tra i due blocchi ma anche in quello di una nuova visione dello stesso equilibrio bipolare. Per un verso la distensione viene correttamente letta dai comunisti italiani come la conseguenza della crisi dell’imperialismo americano già evidenziatasi particolarmente con gli sviluppi della guerra in Vietnam, per un altro verso essa sembrava delineare un nuovo quadro internazionale suscettibile di mutare non solo gli stessi equilibri interni al blocco orientale ma più in generale quelli interni al campo socialista nel suo complesso: particolarmente significativo in questo senso il riavvicinamento tra Cina e Stati Uniti nel febbraio 1972 con la visita di Nixon a Pechino dall’evidente significato anti-sovietico. Una visione al fondo incompatibile con quella sovietica che non a caso vide proprio nel superamento della crisi cecoslovacca una premessa fondamentale della stessa politica della distensione. Al di là del giudizio sulla cosiddetta “primavera di Praga” non v’è dubbio infatti che l’intervento sovietico impedì che la Cecoslovacchia rientrasse nell’area egemonizzata dalla Germania federale modificando drammaticamente a favore dell’imperialismo i rapporti di forza. Il tema dell’Ostpolitik e più in generale la prospettiva dell’apertura di un nuovo dialogo con i partiti socialdemocratici europei nel contesto della distensione erano già stati al centro della Conferenza paneuropea dei partiti comunisti e operai svoltasi a Karlovy Vari nell’aprile del ’67, la quale si era conclusa con un importante intervento del segretario del PCI, Luigi Longo, contenente una prima significativa apertura sul tema di un nuovo ruolo possibile dell’Europa occidentale nel contesto della distensione e della lotta per la pace. Iniziava così insieme ad una riflessione sul carattere oggettivo dei processi di integrazione economica internazionale, conseguenza della piena maturità dello sviluppo capitalistico a scala mondiale nell’epoca dell’imperialismo, una nuova elaborazione su un possibile ruolo positivo dell’Europa all’interno del processo di distensione, nell’ottica di un superamento graduale dei blocchi militari contrapposti. L’elaborazione del PCI si pone ancora in stretta continuità almeno formalmente con la strategia della coesistenza pacifica elaborata al XX Congresso del PCUS che Togliatti aveva posto al centro della sua concezione della via italiana al socialismo, ma è chiaro che il sempre maggiore rilievo attribuito al tema dell’unità dell’Europa occidentale conferiva al richiamo a quella strategia un diverso significato, sia nelle scelte politiche immediate che nelle prospettive future. Di qui il mutamento della posizione dei comunisti italiani sulla CEE e del loro stesso giudizio sulla sua natura e sulle effettive possibilità di una sua trasformazione in senso democratico. In una prima fase l’impegno del PCI si concentra sui temi dell’integrazione economica, in una fase del processo di unificazione che dopo la sconfitta della CED, vede ancora molto lontane le prospettive di una unificazione politica e istituzionale di tipo sovranazionale della parte occidentale del continente. Particolarmente nella visione di Amendola e del gruppo da lui diretto dei deputati comunisti al Parlamento di Strasburgo, la trasformazione in senso democratico e antimonopolista delle istituzioni comunitarie viene vista come il presupposto di un processo di unificazione di tipo paneuropeo, destinato quindi sebbene solo nel lungo periodo a coinvolgere la stessa Unione Sovietica e gli altri paesi socialisti dell’Europa orientale. Alla base di tale disegno, certo dai tempi lunghi, è in fondo ancora l’idea togliattiana di una Europa dall’Atlantico agli Urali, lontanissimo, anzi, diremmo antitetico ad ogni idea di unità europea di stampo “federalista” e occidentale. Ma non è certo in questa direzione che evolverà l’europeismo del PCI e dello stesso gruppo amendoliano. Proprio infatti negli anni della segreteria di Berlinguer si consumerà infatti il distacco dall’originaria concezione togliattiana dell’unità europea. Ben al di qua dello stesso approdo al cosiddetto “eurocomunismo”, già alla fine del 1971, in un intervento al Comitato centrale compiva un passo decisivo nell’avvicinamento ad una concezione “occidentale” dell’Europa sottolineando come il Mercato comune fosse ormai da considerarsi una realtà inaggirabile, ponendo al centro dell’azione politica dei comunisti l’impegno per una azione di modifica dei Trattati di Roma finalizzata al superamento della divisione dell’Europa anche sul piano economico. Successivamente in un intervento alla Camera nell’estate del 1972, Berlinguer si sarebbe pronunciato per un processo di unificazione europea che fosse in grado di “assicurare una posizione che sia insieme di piena autonomia e di cooperazione su basi di eguaglianza, tanto nei confronti degli Stati Uniti quanto nei confronti dell’Unione Sovietica.” Ma è nel rapporto al Comitato centrale del febbraio 1973 che la svolta, destinata a modificare completamente la tradizionale posizione togliattiana sul processo di unificazione europea, si esplicita completamente. Berlinguer vi dichiara infatti come nella “prospettiva del superamento dei blocchi, e del ricostituirsi in una forma di una presenza unitaria dell’Europa, noi dunque ci battiamo intanto per un’Europa occidentale che sia democratica, indipendente e pacifica: non sia né antisovietica né antiamericana”. Si tratta di una vera e propria svolta a partire dalla quale soltanto possiamo comprendere non soltanto la strategia nazionale del compromesso storico ma anche l’idea della “terza via”, la ricerca cioè di un nuovo modello di socialismo che fosse alternativo non solo a quello di stampo socialdemocratico ma anche a quello sovietico e quindi adeguato alle peculiarità storica dei paesi dell’Europa occidentale.

Del resto, già nel settembre del 1971, subito dopo la fine di Bretton Woods, intervenendo ad una riunione della Direzione, Berlinguer aveva sostenuto che la lettura dei due campi non era più adeguata a comprendere il mondo contemporaneo. Appare evidente come questa posizione conduceva al superamento della concezione della lotta tra capitalismo e socialismo a scala mondiale come scontro tra due campi contrapposti che nel rapporto di Zdanov alla conferenza costitutiva del Cominform aveva trovato la sua definizione destinata a divenire canonica. Più complesso e difficile è comprendere se e in che misura essa finì per condurre il PCI ad una posizione di sostanziale subalternità al campo occidentale a dispetto di quella prospettiva certo di lungo periodo di “superamento dei blocchi” in nome della quale pure si giustificava la svolta europeista. L’idea berlingueriana secondo cui il “superamento dei blocchi” devesse essere inteso non tanto come un presupposto della distensione quanto come una sua conseguenza di lungo periodo rischiava infatti di fare della NATO un fattore di pace e di mettere sullo stesso piano l’Alleanza Atlantica e il Patto di Varsavia, come non mancò di rilevare Pietro Ingrao in una riunione della Direzione del PCI della fine del 1974. Significativamente il libro di Cangemi si conclude con una riflessione critica e tuttavia non liquidatoria sulla breve ma non per questo meno decisiva esperienza dell’eurocomunismo, certo strettamente connessa agli ulteriori sviluppi che la politica europeista del PCI conoscerà nel corso degli anni ’70, ma al contempo ispirata, almeno nell’impostazione berlingueriana, all’obiettivo di trovare anche intorno all’ormai cruciale tema dell’integrazione europea, alcuni elementi di convergenza con gli altri partiti comunisti dell’Europa capitalistica. Non a caso fu proprio l’intervento di Berlinguer alla Conferenza di Bruxelles del 1974 dei partiti comunisti dell’Europa capitalistica a porre le basi teoriche dell’eurocomunismo, intesa come la ricerca di strade nuove verso il socialismo di fronte alla crisi generale del capitalismo e dell’imperialismo e sulla base dei comuni tratti peculiari che caratterizzano i paesi della parte occidentale del continente europeo. E tuttavia la maggioranza dei partiti comunisti anche in quella occasione ribadì un giudizio radicalmente negativo nei confronti della CEE, delle sue istituzioni come delle sue politiche: l’”eurocomunismo in un paese solo” secondo la felice formula dello storico Silvio Pons finì così per privare di una chiara collocazione internazionale il PCI di Berlinguer, indebolendo il potenziale politico ed egemonico delle stesse straordinarie battaglie di massa per la pace e per il disarmo che ne avrebbero caratterizzato soprattutto l’ultima fase, nonostante le resistenze ad esse opposte dalla componente riformista del partito. Lo stesso dialogo con la socialdemocrazia che costituì l’altro pilatro dell’europeismo berlingueriano diventerà sempre più difficile dopo le dimissioni di Brandt dal governo nel 1974 e l’avvento del cancelliere Helmut Schmitt. La distensione, che certo era nell’interesse sia dei paesi socialisti che dei partiti comunisti dei paesi capitalistici, si inseriva in un contesto mondiale pur sempre segnato da quella che i sovietici continuavano giustamente a definire la “lotta di classe internazionale”, tutt’altro che tendente ad affievolirsi in quella fase. Si gettavano così definitivamente le basi per quella unità europea di stampo nettamente regressivo e conservatore, del tutto funzionale agli interessi dei settori più aggressivi del grande capitale finanziario europeo, che avrebbe assunto la sua forma definitiva dopo il crollo del Muro di Berlino e la tragica sconfitta del campo socialista.

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Genocidi indigeni: le scuse del Papa e qualche riflessione a margine

Categoria: Articoli Hits:194

 

Leonardo Pegoraro

 

I crimini contro gli indigeni per i quali Papa Francesco ha recentemente e coraggiosamente chiesto perdono nel corso del suo pellegrinaggio penitenziale in Canada si sono verificati attraverso e all’interno di una rete di ‘scuole residenziali indiane’. Ossia istituti ‘educativi’ - campi di concentramento e sterminio, secondo le vittime - che, ispirati al motto assimilazionista: ‘uccidi l’indiano, salva l’uomo’, miravano a eliminare le culture indigene, bollate come 'subumane', e rimpiazzarle coercitivamente con quella ‘superiore’ dei coloni bianchi. Creati e finanziati dal governo canadese e operativi a partire dalla fine dell’Ottocento fino alla fine del secolo scorso, queste scuole vengono date in gestione a chiese cristiane di diversa denominazione: in gran parte alla chiesa cattolica ma anche a chiese protestanti come quella anglicana. 

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La giornata per Nikolajewska, revisionismo e memoria

Categoria: Articoli Hits:352

 

Alessandro Portelli*

 

Avevo cercato Bruno Eluisi per il mio libro L’ordine è già stato eseguito, perché mi raccontasse di suo fratello Aldo, militante antifascista ucciso alle Fosse Ardeatine. Ma Bruno Eluisi aveva anche memorie sue, di quando a 23 anni lo avevano mandato a fare la guerra in Russia. «Io so’ partito per la Russia l’11 luglio del ’41 – raccontava – la prima nevicata l’ha fatta a ottobre del ’41; e non ci avevamo niente. Poi so’ arrivati gl’indumenti invernali; con una compagnia fucilieri che eravamo 153-154 persone, so’ arrivati sei cappotti con pelliccia. Naturalmente i cappotti chi se l’ha presi? Gli ufficiali. E che, li lasciavano ai soldati? Poi la compagnia fucilieri ciànno dato 153 preservativi. I muli so’ morti tutti pe’ strada perché al freddo non hanno resistito».

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Riflessioni sul programma minimo e su un movimento politico organizzato

Categoria: Articoli Hits:214

 

Enzo Gamba e Francesco Schettino[1]

 

Riceviamo e volentieri pubblichiamo come contributo al dibattito

 

Sarebbe ingeneroso nei confronti di tutte le compagne e i compagni non tener conto del grande impatto pratico ed emotivo che hanno avuto gli eventi collegati alla lunghissima pandemia nell’ultimo biennio abbondante, così come le vicende belliche contemporanee. È vero, e facciamo bene a riconoscerlo, che ne siamo usciti tutti con le ossa più frantumate di quanto non lo fossero prima.

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Dalla rivoluzione scientifica alla rivoluzione industriale. L'analisi di Marx ed Engels

Categoria: Saggi Hits:651

Angelo Calemme

 

Introduzione

Nascendo nel 1818 e morendo nel 1883, Karl Marx visse in una fase storica decisiva per la costruzione e la definizione della moderna civiltà occidentale, cioè quella in cui l’applicazione alla produzione sociale della ricchezza sia delle scienze naturali sia di quelle umane, provocò, tutto sommato nel breve lasso di tempo di circa un secolo, la completa riconversione della società euroamericana da un sistema produttivo di tipo agricolo e manifatturiero a uno di tipo grande-industriale.

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A proposito del Capitale. Il nuovo libro di Paolo Favilli

Categoria: Libri Hits:319

 

Si presenta innanzitutto – in quarta di copertina - per cosa non è, quest’ultimo lavoro di Paolo Favilli:

“Questo non è un libro sull’opus magnum di Marx, ma a proposito di quell’opus, cioè un lavoro che si pone

in una sfera analitica diversa da quella marxologica, e rientra, invece, compiutamente, nella sfera

dell’analisi storica.”

“A PROPOSITO DE IL CAPITALE. Il lungo presente e i miei studenti” si propone come un ipotetico corso di

storia contemporanea, destinato – come annuncia l’Autore – “a un pubblico di lettori colti non specialisti”.

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Gli Scritti etno-antropologici di Marx ed Engels: Presentazione dei curatori

Categoria: Articoli Hits:2203

 

Ferdinando Vidoni, Stefano Bracaletti

 

Il presente volume delle Opere complete di Marx ed Engels intende anzitutto fornire la traduzione completa dei cosiddetti «Quaderni di etnologia» marxiani, forse più compiutamente denominabili come «Quaderni etno-antropologici». Negli ultimi anni della sua vita, dal 1879 al 1882, Marx allargò infatti i suoi interessi anche alle nuove scienze umane dell’etnologia e di quella che oggi si usa chiamare antropologia culturale o sociale, che si andavano rapidamente sviluppando su uno sfondo evoluzionistico e che offrivano preziosi elementi di collegamento e confronto con il suo «materialismo storico». Compilò così corposi quaderni di Exzerpte o estratti con citazioni, riassunti, commenti da opere soprattutto di Lewis H. Morgan, John Phear, Henry S. Maine, John Lubbock.

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Il radicamento del pensiero antropologico post-moderno nella società contemporanea

Categoria: Saggi Hits:7487

Alessandra Ciattini*

 

Introduzione

Negli ultimi decenni numerose sono state le opere di più o meno grande diffusione, nelle quali si sono analizzate e sono state ampiamente confutate le tesi sostenute dai cosiddetti autori post-moderni, sia pure nella consapevolezza che tale corrente di pensiero non costituisce un filone omogeneo, giacché contiene in sé varianti, sfumature e tendenze non omologabili in uno stesso cliché. Sono convinta, tuttavia, che il noto pamphet di Terry Eagleton (Le illusioni del post-modernismo, 1998) colga nel segno quando individua le debolezze di questo pensiero, soprattutto quando denuncia con vigore la sua incapacità di dare una risposta seria ai drammatici problemi, con cui si confronta la società contemporanea.

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L'antropologia marxista

Categoria: Saggi Hits:12761

  1. Vito Bongiorno*

 

Nuestros pueblos originarios han conservado sus raices socialistas
Hugo Chávez

 

Concetti basilari

Dalla fine del secolo XIX e lungo tutto il corso del XX la cultura marxista ha raccolto la sfida della descrizione della diversità culturale. Prendendo spunto da alcune delle idee fondamentali degli scritti di Marx e di Engels, alcuni studiosi hanno analizzato istituzioni e strutture sociali appartenenti alle differenti società umane; in alcuni casi, tali analisi hanno reso possibile la formulazione di generalizzazioni e l’elaborazione di teorie antropologico-culturali di carattere generale.

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C’era due volte Gianni Rodari: l’omaggio di Alberto Scanzi al “favoloso Gianni”

Categoria: Libri Hits:686

  Stefania Burnelli *    Gianni Rodari nasce nel 1920 e scompare all’improvviso a 60 anni, nel pieno delle sue impegnative e variegate iniziative. Nel 2020, centenario della nascita, sono stati innumerevoli gli omaggi editoriali, i tributi e le ricerche pubblicate su di lui (non ultimo il Meridiano Mondadori di 2000 pagine con tutte le Opere a cura di Daniela Marcheschi) e ancora questo gennaio ne sono usciti altri tra cui un’importante monografia di Electa a cura di Vanessa Roghi e Pino Boero.

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Le Poesie giovanili di Volponi tra materialismo e corporalità

Categoria: Libri Hits:1130

  Gian Luca Picconi   La pubblicazione nella collana bianca Einaudi delle Poesie giovanili di Paolo Volponi, a cura di Salvatore Ritrovato e Sara Serenelli (P. Volponi, Poesie giovanili, a cura di S. Serenelli e S. Ritrovato, Torino, Einaudi, 2020), apre uno squarcio sulle fasi più antiche dell’officina del poeta e sul suo apprendistato letterario contribuendo così a ridefinirne l’immagine e a ristoricizzarne la figura.

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La gig economy protagonista del cinema realista di Ken Loach

Categoria: Film Hits:1466

  Sabato Danzilli   Ken Loach si conferma con Sorry, we missed you, la sua ultima fatica, come un regista d’altissimo livello. Sempre dedito nel suo cinema alla descrizione delle condizioni di vita degli sfruttati e degli emarginati, il cineasta vanta la vittoria per due volte della Palma d’oro al festival di Cannes, nel 2006 con Il vento che accarezza l’erba e nel 2016 con I, Daniel Blake, nonché il Leone d’oro alla carriera del festival di Venezia nel 1994. È confermata anche in questo film la sua lunga collaborazione con lo sceneggiatore Paul Laverty, tra i cui frutti, oltre ai film citati...

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D’Annunzio fra i pastori

Categoria: Articoli Hits:2290

di Salvatore Ritrovato Settembre, andiamo. È tempo di migrare. Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori lascian gli stazzi e vanno verso il mare: scendono all’Adriatico selvaggio che verde è come i pascoli dei monti. Han bevuto profondamente ai fonti alpestri, che sapor d’acqua natia rimanga né cuori esuli a conforto, che lungo illuda la lor sete in via. Rinnovato hanno verga d’avellano. E vanno pel tratturo antico al piano, quasi per un erbal fiume silente, su le vestigia degli antichi padri. O voce di colui che primamente conosce il tremolar della marina! Ora lungh’esso il litoral cammina La greggia. Senza mutamento è l’aria. Il sole imbionda sì la viva lana che quasi dalla sabbia non divaria. Isciacquio, calpestio, dolci...

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Il concetto di resistenza nel Pratolini di ‹‹Campo di Marte››

Categoria: Libri Hits:2101

Alessia Balducci   Quando ho detto che da questa mia frequentazione imparai a tenere la penna in mano, c’è della generosità, ma in gran parte è così. Imparai a calcolare i significati di una parola, a inseguire una soluzione stilistica1. Così Pratolini, redattore insieme ad Alfonso Gatto della rivista ‹‹Campo di Marte›› (pubblicata dall’agosto 1938 all’agosto 1939) in un’intervista a Ferdinando Camon parlava del suo rapporto con il gruppo ermetico fiorentino. Questa ammissione rispecchia un profondo legame tra l’autore di Cronache di poveri amanti e coloro che, poco più che ventenni, piuttosto che nell’impegno politico, incentravano la loro vita nel paradigma di Carlo...

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Diritto internazionale e falsi miti

Categoria: Non categorizzato Hits:4662

 

Domenico Gallo

(da "il manifesto", 22.2.2022)

 

Secondo Karl Schmitt, «una dichiarazione di guerra non è altro che l’identificazione di un nemico». Dopo la scomparsa del nemico storico degli Stati Uniti e dell’Occidente, costituito dall’Unione sovietica, c’è voluto un po’ di tempo per identificare nella Russia il nuovo nemico, in sostituzione di quello che si era dissolto. È un processo che è durato una ventina di anni. È iniziato il 12 marzo 1999 con l’ingresso o meglio con l’estensione della Nato in Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria in aperta violazione degli accordi presi con l’ex Unione Sovietica da Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Germania, come risulta dal documento datato 6 marzo 1991 recentemente pubblicato da Der Spiegel.

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Il lavoro dei miners e il feticismo delle criptovalute

Categoria: Articoli Hits:388

Luigi Pandolfi

(da: "il manifesto", 8.1.2022)

 

La crisi del Kazakhstan ha fatto sapere al mondo che questo paese è diventato l’eldorado degli «estrattori» di criptovalute. E’ stimato che nel 2021 si siano trasferite sul suo territorio – dalla Cina soprattutto – ben 90 mila società di «mining» (nei capannoni sparsi nel deserto «lavorano» più di cinquecentomila calcolatori), corrispondenti a circa il 20% del mercato mondiale. Ma che centrano i minatori virtuali con le proteste di piazza di questi giorni? Prima di rispondere a questa domanda bisogna fare un ripasso sul significato di criptovaluta.

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Il modello di sviluppo consumista

Categoria: Articoli Hits:944

 Paolo Salvadori

 

"Il bisogno del denaro è il vero bisogno prodotto dall'economia politica" (K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, Einaudi, Torino 1949 p. 127). Viviamo in un mondo di desideri indotti, in un mondo descritto e forse inventato dalla scienza che lo descrive: la scienza che annovera la "creazione del bisogno" fra i capisaldi teorici del marketing. Il surriscaldamento globale, l'avvelenamento delle falde acquifere, l'inquinamento da micro-plastiche dei mari sono tutte conseguenze del sistema di riproduzione capitalistico, della globalizzazione dell'economia che ha fatto astrazione delle differenze culturali specifiche dei popoli della terra e che ha mercificato ogni aspetto della vita. Se l'avere prevale sull'essere nella cultura contemporanea in parte ciò è dovuto ad un meccanismo proiettivo insito nell'economia politica.

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Per una politica economica critica: il capitalismo contemporaneo secondo Emiliano Brancaccio

Categoria: Libri Hits:1953

 Vincenzo Bello

 

La questione dei vaccini, dalla loro produzione esigua ai ritardi nella distribuzione da parte delle multinazionali e, prima ancora, la pandemia del Covid-19 con la sua gestione, politica ed economica, hanno messo in evidenza le contraddizioni del mondo capitalistico, in particolare quella tra profitto e diritto alla salute, ovvero tra interessi del capitale e democrazia. D’altronde non ci si può aspettare nulla di diverso da un sistema basato sulla pura logica di mercato in cui la determinazione delle quote di vaccini e il loro prezzo viene regolato sulla base della concorrenza e delle forze di mercato. In questo solco si inserisce anche l’affermazione di Letizia Moratti, che vorrebbe distribuire il vaccino in proporzione al PIL. È la ricchezza il criterio che stabilisce la distribuzione dei vaccini.

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Epidemia del lavoro stagnante

Categoria: Saggi Hits:1164

 Carla Filosa

 

Scrive Marx nel suo Discorso sulla questione del libero scambio (Bruxelles, gennaio 1848):

“Bowring[1] presenta gli operai come mezzi di produzione che è necessario sostituire con altri mezzi di produzione meno costosi. Egli finge di vedere nel lavoro di cui parla un lavoro del tutto eccezionale, e nella macchina che ha schiacciato i tessitori una macchina altrettanto eccezionale. Dimentica che non vi è lavoro manuale che non sia suscettibile di subire da un momento all’altro la sorte dell’industria tessile…

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La lotta alla “casta”? Solo un alibi per l’Austerity

Categoria: Articoli Hits:805

Emiliano Brancaccio

(da "L'Espresso", 28.6.2020)

 

Meno di un euro, nemmeno un caffè all’anno. E’ questo il risparmio che ogni cittadino italiano potrà attendersi dal taglio dei parlamentari che sarà oggetto di referendum confermativo il 20 e 21 settembre prossimi.

Iniziata una dozzina di anni fa come puritana ribellione verso un ceto politico ingordo di privilegi, la lotta alla casta giunge così al suo infimo epilogo. In origine la crociata poteva rivendicare risparmi un po’ più consistenti, come ad esempio la stretta di 700 milioni sulle famigerate auto blu. Oggi deve accontentarsi di un più magro bottino: dall’annunciato taglio dei parlamentari verranno meno di 60 milioni.

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Le tesi di Dussel sul populismo

Categoria: Libri Hits:434

Lelio La Porta

 

Enrique Dussel è un intellettuale argentino, naturalizzato messicano, in esilio. È fra i fondatori del movimento Filosofia della Liberazione ed è conosciuto in quanto critico dell’eurocentrismo ed autore di opere importanti su Marx (Metafore teologiche di Marx), di scritti politici (20 tesi di politica), di lavori sul concetto di liberazione, divisi in Etica, Erotica e Pedagogica, che vedranno fra breve la loro comparsa in Italia, grazie al lavoro indefesso di Antonino Infranca, traduttore princeps dell’intellettuale latino-americano. Proprio ad Infranca si devono la traduzione e l’Introduzione di un recente, breve, ma ricco di implicazioni destinate ad una discussione ponderata, saggio di Dussel: Cinque tesi sul populismo (Castelvecchi, Roma, 2021, pp. 57, €. 9,00).

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Traverso e Lukács: note per un dibattito

Categoria: Libri Hits:786

 

Sabato Danzilli

 

La pubblicazione della nuova edizione inglese di Die Zerstorung der Vernunft (Georg Lukács, The Destruction of the Reason, London, Verso, 2021) merita grande attenzione, perché rende nuovamente disponibile sul mercato anglosassone un testo che, come dimostra la sua traduzione tardiva (la versione di Palmer per Merlin Press, qui ripresa, è soltanto del 1980), non ha mai riscontrato grandi favori, e perché è introdotta da un lungo e interessante saggio di Enzo Traverso. Il suo contributo fornisce molte tracce per una discussione, che si cercherà qui di impostare.

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Il Marx di Berlin

Categoria: Libri Hits:485

 

Lelio La Porta

 

Isaiah Berlin scrisse una biografia di Karl Marx, la cui quinta edizione viene oggi pubblicata in Italia (I. Berlin, Karl Marx, a cura di H. Hardy, Adelphi, Milano, 2021, pp. 309, € 28,00). Vale la pena di rammentare che non è del tutto esatto scrivere (si veda Robinson del 21 agosto) che il lavoro «appare soltanto adesso in italiano» in quanto la prima traduzione, di Paolo Battino Vittorelli, nella nostra lingua risale al 1967, per La Nuova Italia (che ripubblicò il testo nel 1994 con una revisione della traduzione condotta sulla base della quarta edizione del 1978), ed è la stessa riproposta oggi, con l’aggiunta, come sottolinea il curatore Hardy, di «note autoriali», che risalgono alla revisione del testo operata da Berlin nel 1978, e «note redazionali» in cui sono inseriti anche i rimandi alle opere di Marx in italiano alle quali l’autore fa riferimento.

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Il “nuovo” Marx di Roberto Fineschi

Categoria: Libri Hits:1644

 Giovanni Sgro’

 

Il profilo di biografia intellettuale di Marx a firma di Roberto Fineschi (Marx, Brescia, Scholé, 2021, 183 pp., ISBN 978-88-284-0296-1) si presenta esteriormente come un volumetto agile e “leggero” ma, già a una prima lettura, si rivela essere una miniera di spunti critici e di proposte ermeneutiche, in cui si condensa un confronto più che ventennale con l’opera di Marx e con la relativa letteratura critica.

      Alla base di questo così come di tutti gli altri lavori di Fineschi vi è quel «fondamentale passaggio storico-esegetico» (p. 13) rappresentato dalla nuova edizione storico-critica delle opere di Marx ed Engels in lingua tedesca, la Marx-Engels-Gesamtausgabe, di cui Fineschi stesso è stato ed è in Italia uno dei maggiori conoscitori e “divulgatori”.

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Domenico Losurdo e la sfida di un materialismo storico per il XXI secolo

Categoria: Libri Hits:1235

 

Sabato Danzilli

 

La raccolta di saggi contenuta in Domenico Losurdo tra filosofia, storia e politica, pubblicata da La scuola di Pitagora, a cura di Stefano Giuseppe Azzarà, Paolo Ercolani ed Emanuela Susca, offre una panoramica completa dei principali interessi della ricerca di Domenico Losurdo, con interventi da parte dei suoi collaboratori più stretti e di alcuni colleghi. Il filosofo pugliese, scomparso quasi tre anni fa, è stato tra i più importanti pensatori della sinistra italiana degli ultimi decenni, e la sua influenza si estende sempre più sul piano internazionale.

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Antonio Gramsci, se insegnare è un’arte

Categoria: Libri Hits:955

 

Lelio La Porta *

 

La parola contaminazione suscita, già al solo pronunciarla, sudori freddi che scorrono lungo il corpo di chi ascolta in quanto evoca epidemie, catastrofi e cataclismi. Ci sono casi in cui, al di fuori della terminologia medica, però, la contaminazione riesce a rendere perfettamente il senso di una dialettica profonda che consente ad un pensiero in embrione di svilupparsi e di prendere consapevolezza di sé e delle sue potenzialità fino alla definitiva maturazione. È il caso di Antonio Gramsci in rapporto alla tematica della formazione dell’uomo così come viene affrontata nel libro di Chiara Meta, Il soggetto e l’educazione in Gramsci. Formazione dell’uomo e teoria della personalità (Bordeaux, Roma 2019, pp. 185, €. 14,00).

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Pionieri del futuro. Una proposta pedagogica comunista (parte II)

Categoria: Saggi Hits:2077

 

Paola Pavese

 

Appunti per un manuale

I Pionieri del Futuro. Le attività per fasce d’età

Tutti bambini e i ragazzi dai 7 ai 13 anni possono diventare Pionieri del Futuro, una volta che abbiano aderito all’ Invito dei Pionieri (vedi più avanti). Le attività saranno però diverse per i bambini fino agli 11 anni, rispetto a quelle dei ragazzi più grandi. I più grandi aiuteranno le attività dei piccoli e si dedicheranno con maggior approfondimento ad attività di impegno sociale, anche a carattere internazionale.

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Pionieri del futuro. Una proposta pedagogica comunista (parte I)

Categoria: Saggi Hits:4660

© Paola Pavese

 

Premessa

Questo opuscolo è un’introduzione, non certo esaustiva, ad alcuni riferimenti teorici della pedagogia marxista e alla storia dei Pionieri d’Italia.

Ma è soprattutto un manuale, in cui ho immaginato una possibile organizzazione per bambini e ragazzi, a cui ho voluto dare un nome, che mi è sembrato bellissimo: Pionieri del Futuro. Per scriverlo ho seguito le orme di Gianni Rodari e del suo Manuale dei Pionieri, che a leggerlo pare anch'esso un esercizio di fantasia, basato su un qualche testo che l'autore pare avere sotto gli occhi. Ovviamente, fare esercizi di fantasia seguendo le orme di Rodari viene facile, direi che viene quasi automatico, ed è probabile che in più di un'occasione mi sia fatta trascinare dall'entusiasmo.

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Marxismo e intercultura

Categoria: Saggi Hits:4436

Donatello Santarone*

 

Gli studi interculturali sono molto vasti, un enorme contenitore dove convivono prospettive scientifiche e culturali spesso opposte. C’è un’intercultura “aziendalista” (e persino “militarista”) che vuole conoscere il cosiddetto “altro” per meglio colonizzarlo (un po’ come i primi antropologi al servizio degli eserciti coloniali nell’800): è una visione tutta strumentale della relazione con i paesi e i popoli del Terzo e Quarto Mondo, finalizzata esclusivamente alla dimensione mercantile del rapporto.

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Possibilidades Lenineanas para uma Paidéia Comunista

Categoria: Saggi Hits:3248

Antonio Carlos Mazzeo

 

I. Os Pressupostos

A preocupação em abrir o debate sobre a conexão entre educação e socialismo nas universidades brasileiras é muito relevante. Até por que, nada mais conectado e articulado do que aprendizado, educação e socialismo. Recuperar esse vínculo já vale um evento como este. Recentemente participei de um seminário na Faculdade de Educação da Unesp/Marília intitulado Marx, Gramsci e Vigotsky: Aproximações, do qual resultou um livro com as palestras proferidas, onde está publicada minha intervenção no evento , uma prazeirosa experiência, pois raramente tenho a oportunidade de dialogar com pedagogos estando, na maioria do tempo, restrito à minha área de Ciências Sociais e de Historia.

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“C’è un contesto storico che spiega perché la Russia è stata me …

Categoria: Articoli Hits:884

 

Annie Lacroix-Riz*

Annie Lacroix-Riz, docente di storia contemporanea all’Università di Parigi VII-Denis Diderot, ha scritto diversi libri sulle due guerre mondiali e la dominazione politica ed economica. Guarda con attenzione la situazione in Ucraina ponendola in relazione alla storia dell’imperialismo di inizio XX secolo e la sua continuazione. Quello che ci viene raccontato troppo spesso dai media non ci permette di capire il conflitto, quindi di cercare una soluzione per la pace. In questa intervista, ci viene offerto uno sguardo retrospettivo utile per comprendere gli eventi e la storia recente della regione.

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A chi i vantaggi della guerra. Risposta a Federico Rampini

Categoria: Articoli Hits:486

 

Carla Filosa

L’occasione di rispondere, per così dire, all’articolo di Federico Rampini sul Corriere dell’8 aprile 2022, dal titolo Gli Usa traggono vantaggio dalla guerra in Ucraina? Gli «equivoci pacifisti» sull’America, riapre l’autostrada già ampiamente praticata della “guerra mediatica” sempre in atto. La decisione di entrare nel merito degli argomenti trattati non riguarda aspetti personali del giornalista, per cui ad esempio appare nella satira di Crozza tra gli “autoriferiti”, ma emerge dalla necessità di riprendere il patrimonio teorico dei comunisti dispersi nella lettura anche di quest’ultima guerra, ultima forse non solo in ordine di tempo.

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Quando l’intellettuale rinuncia alla ragione. A proposito di Flores …

Categoria: Articoli Hits:372

 

Angelo d’Orsi*

Il 4 aprile 2022 l’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) ha diffuso il seguente comunicato:
“L’ANPI condanna fermamente il massacro di Bucha, in attesa di una commissione d’inchiesta internazionale guidata dall’ONU e formata da rappresentanti di Paesi neutrali, per appurare cosa davvero è avvenuto, perché è avvenuto, chi sono i responsabili. Questa terribile vicenda conferma l’urgenza di porre fine all’orrore della guerra e al furore bellicistico che cresce ogni giorno di più”.

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Il ruolo della geopolitica nelle crisi internazionali. Il caso dell'Uc …

Categoria: Articoli Hits:289

Andrea Vento

L'escalation del conflitto in Ucraina, provocata dall'invasione russa iniziata il 24 febbraio 2022, ha costretto analisti e studiosi a riprendere in mano il "dossier Ucraina", già in precedenza salito alla ribalta dopo il colpo di stato di piazza Maidan del febbraio 2014 ai danni del russofono Yanukovich. Il nuovo governo, a seguito dello spostamento a destra dell'asse politico e del riposizionamento geopolitico filoccidentale, finì per innescare, nei mesi successivi, la repressione della popolazione russofona dell'est del Paese da parte dei nazionalisti ucraini, l'annessione russa della Crimea e lo scoppio della guerra nel Donbass contro le auto-proclamate Repubbliche Popolari di Donestk e Lugansk. Una guerra terminata con gli accordi di Minsk 2 del febbraio 2015 che, nonostante la scarsa copertura mediatica occidentale, ha provocato gravi distruzioni e la morte di 13.000 civili ucraini di lingua russa.

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Per Washington, la guerra non finisce mai

Categoria: Articoli Hits:405

 Diana Johnstone*

 

Continua ancora e ancora. La “guerra per farla finita con tutte le guerre” del 1914-1918 portò alla guerra del 1939-1945, detta Seconda Guerra Mondiale. Questa non è ancora finita, principalmente perché per Washington, è stata una Guerra Buona, è la guerra che ha reso possibile il Secolo Americano : perchè no, ora ad un Millennio Americano ?

Il conflitto in Ucraina può essere la scintilla di quello che già adesso si comincia a chiamare la Terza Guerra Mondiale.

Non si tratta di una guerra nuova. È la stessa guerra che abbiamo già visto, un’estensione della Seconda Guerra Mondiale, che non fu la stessa per tutti coloro che ne presero parte.

La guerra russa e la guerra americana furono molto, molto differenti.

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L’intelligenza artificiale è qui e lotta contro di noi

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Vincenzo Vita *

 

E’ maturato il varo da parte della Commissione europea di un testo volto a disciplinare i confini dell’intelligenza artificiale. Si tratta, ovviamente, dell’inizio di un percorso, che porterà ad un Regolamento impegnativo e certamente inedito.

Chi legge potrebbe utilmente obiettare che sarebbe un buon risultato avere l’intelligenza normale. Già. Ma il tempo digitale incombe e ci impone di cambiare profondamente i nostri modelli cognitivi, l’approccio ad una realtà di cui la componente virtuale è un ingrediente fondamentale.

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Incurabili! Marx non c’entra proprio nulla con la Scienza?!?

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 Angelo Baracca

 

Due anni fa ricorreva il duecentesimo centenario della nascita di Karl Marx e giustamente il mondo intero fu inondato da una marea di commemorazioni, incontri e convegni di tutti i tipi e i livelli. Nel corso di queste manifestazioni io fui colpito dal fatto che in nessuna delle iniziative di cui venivo a conoscenza compariva neanche per caso la parola Scienza: ergo, il messaggio è per il colto e l’inclita – ma molto più negativamente per tutt* i compagn* – che il marxismo ha a che fare con la politica, l’economia, la società, ma non ha nulla a che fare con la Scienza (uso volutamente la maiuscola).

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“The Donald” scopre la Luna

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Gennaro Chiappinelli, Massimiliano Romanello

 

Il leggendario filosofo turco Nasreddin Hoca narra di un uomo che, vedendo la Luna riflessa nell’acqua in fondo ad un pozzo, cercò di recuperarla e restituirla al cielo per mezzo di una fune. La fune rimase impigliata ad una roccia sporgente e l’uomo, cadendo all’indietro per l’inutile sforzo, si compiacque nel vedere che la Luna era effettivamente tornata al suo posto.

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Migrazioni climatiche

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Andrea Vento

 

Il genere umano, sin dall'epoca preistorica, è sempre stato interessato da spostamenti, su scala più o meno ampia, generati da una vasta gamma di motivazioni, fra le quali principalmente: la ricerca di nuove terre, l'aspirazione verso migliori condizioni di vita, l'espansione coloniale, la fuga da guerre, persecuzioni e discriminazioni varie ed anche da fenomeni naturali avversi quali catastrofi e cambiamenti climatici. Numerosi sono i casi storici di movimenti di interi popoli o di parte di essi sospinti da fenomeni naturali, in quanto le migrazioni hanno da sempre rappresentato una fondamentale strategia di adattamento ai mutamenti climatico-ambientali. Nonostante ciò, l'elite politica mondiale e i media internazionali non hanno, sino a pochi anni fa, prestato particolare attenzione a questo fenomeno. La comunità scientifica mondiale, invece, dalla fine del scorso secolo ha mostrato crescente interesse sia verso lo studio dei cambiamenti climatici che delle sue conseguenze, come l'impatto sui flussi migratori.

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Addio al compagno Edio Vallini

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Nunzia Augeri

 

Il compagno Edio Vallini, a lungo direttore responsabile di "Marxismo Oggi" rivista, è deceduto a Milano sabato 23 luglio scorso, all’età di 90 anni. Era stato iscritto al Pdci fin dal primo giorno, giacché Armando Cossutta stesso lo aveva contattato per assicurarsene la militanza. Vallini e Cossutta erano quasi coetanei, avevano vissuto entrambi i momenti più bui della Resistenza, poi gli anni di militanza nel Partito comunista e in Rifondazione comunista. In giovinezza erano stati complici di una grave infrazione all’etica del partito: andavano insieme a giocare a tennis, sfidando la disapprovazione per un’abitudine tanto “borghese”: la loro amicizia – erano quasi coetanei – rimase intatta per tutta la vita.

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L'Holodomor, la propaganda liberale e le rimozioni storiche dell'Occidente

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Domenico Losurdo  [1] 

 

  1. L’olocausto ucraino quale bilanciamento dell’olocausto ebraico

 

Le due personalità criminali [Hitler e Stalin ndr], reciprocamente legate da affinità elettive, producono due universi concentrazionari tra loro assai simili: così procede la costruzione della mitologia politica ai giorni nostri imperversante. Per la verità, pur inaugurando questa linea di pensiero, [Hannah] Arendt fa un discorso più problematico. Per un verso accenna, sia pure in modo assai sommario, ai «metodi totalitari» preannunciati dai campi di concentramento in cui l’Inghilterra liberale rinchiude i boeri ovvero agli elementi «totalitari» presenti nei campi di concentramento che la Francia della Terza Repubblica istituisce «dopo la guerra civile spagnola». Per un altro verso, nell’istituire il confronto tra Urss staliniana e Germania hitleriana, Arendt fa valere alcune importanti distinzioni: solo a proposito del secondo paese parla di «campi di sterminio».

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C'è del vero in queste bugie. Il governo Prodi e la scissione di Rifondazione comunista

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 Severino Galante *

 

Dicono che fu Fausto Bertinotti ad affossare il primo governo di Romano Prodi. Dicono anche che egli fu l’esecutore di un complotto ordito dal segretario dei Ds Massimo D’Alema e da quello del Ppi Franco Marini. E qualcuno aggiunge che Francesco Cossiga ci mise del suo, in accordo sostanziale coi complottisti, per portare alla presidenza del Consiglio dei ministri il primo – e finora l’unico – ex comunista. C’è del vero in queste bugie che, spesso ripetute e ricomposte in una narrazione nella quale il verisimile fa aggio sul vero (cioè, per lo storico, sul documentato o documentabile), si sono trasformate nel tempo in Verità indiscutibili e scontate: in luoghi comuni.

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Impegno politico e lavoro culturale. A partire da un libro recente sulle riviste tra Otto e Novecent …

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Marco Morra

 

Nell’autunno del 2018 l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli ha promosso una serie di percorsi di ricerca con l’intento di valorizzare il patrimonio di periodici conservato nella sua Emeroteca. Le ricerche si sono concentrate in special modo sulle riviste “impegnate” dell’Ottocento e del Novecento in Italia e in Francia e sono state presentate in un ciclo di incontri pubblici nel corso dell’anno successivo. Grazie all’iniziativa di Valerio Cacace e Massimiliano Biscuso, che hanno ideato e diretto il progetto, e alla passione e all’impegno dei giovani ricercatori che vi hanno partecipato, l’iniziativa è riuscita a fare dell’Emeroteca un laboratorio di idee e di dibattiti in cui un patrimonio archivistico per definizione “morto” – come “morto” è ogni documento del passato – è diventato materia di processi vivissimi di elaborazione e di presa di coscienza collettivi.

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