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Categoria: Libri
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Lelio La Porta

(da "il manifesto", 6 aprile 2019)

 

Secondo Aristotele, tre sono le forme di governo: la monarchia, l’aristocrazia e la politìa. Ognuna di queste forme di governo presenta una patologia degenerativa, ossia la tirannide, la oligarchia e la democrazia, così definita dal filosofo greco, ma che in realtà, oggi, chiamiamo demagogia. Prendendo in prestito dallo Stagirita questo modello, ne conseguirebbe che la patologia degenerativa della democrazia attuale sia il populismo il quale si proporrebbe come una forma di propaganda che, trascinando il popolo (come si evince dall’etimologia del termine greco demagogia che si pone come succedaneo di populismo) attraverso promesse e lusinghe, aspira alla conquista del potere e al suo mantenimento anche di fronte alle promesse non mantenute.

Si tratta, fin qui, del populismo sub specie politica, o, se si vuole, del populismo come può essere spiegato nei termini dell’attualità politica nostrana e, forse, non solo nostrana.

A partire dagli scritti di Ernesto Laclau e di Chantal Mouffe (si vedano del primo, ora scomparso, La ragione populista, della seconda Per un populismo di sinistra, anche se all’origine della querelle va posto il testo scritto in collaborazione fra i due ed intitolato Egemonia e strategia socialista), anche il nostro Gramsci è stato chiamato in causa dai detrattori o dai sostenitori del populismo. Per fare chiarezza sulla questione, la International Gramsci Society-Italia ha organizzato lo scorso 12 ottobre un seminario i cui esiti sono ora raccolti in un volume: Gramsci e il populismo, a cura di G. Liguori (Unicopli, Milano 2019, pp. 171, €15,00; si tratta, en passant, del primo volume della nuova collana Per Gramsci presso l’editore milanese).

I saggi che compongono il volume sono undici più la Prefazione di Liguori. Essi vanno dalla ricognizione di carattere logico-storico, con ampi e doverosi riferimenti ai lavori di Laclau e Mouffe, intorno ai concetti di populismo, nazionale-popolare, popolo, “socialismo nazionale”, popolo-nazione (Cingari, Mordenti, Frosini, Voza), al nesso egemonia-educazione versus ragione populista (Meta, Prospero), dal populismo nel dibattito contemporaneo (Anselmi) al “populismo di sinistra” alla Iglesias (Campolongo), per arrivare a Gramsci “icona dei neoborbonici” (Durante) e chiudere con la proposta di Nancy Fraser del “femminismo 99%” (Forenza).

La diversità dei punti di vista delle/degli autrici/autori pone alla/al lettrice/lettore la necessità di una notevole attenzione nell’approccio ai testi e nella loro analisi. Da diversi interventi emerge, comunque, anche grazie al tono deciso delle affermazioni e alla sicurezza, filologicamente supportata, l’esclusione di qualsiasi possibilità di recupero del nazionale-popolare e dell’egemonia gramsciane all’interno “di una cornice di pensiero ispirata al populismo”; questo in linea di continuità con chi aveva definito il populismo “un’entità cangiante” e aveva avvertito circa la inammissibilità di “immissioni populiste … nella teoria di Gramsci sull’egemonia” (N. Merker, Filosofie del populismo) e non solo sull’egemonia, ci sentiamo di aggiungere in continuità con molte/i delle/degli autrici/autori. Inoltre, lì dove si volesse tenere in considerazione l’analisi delle forme degenerate di democrazia proposta da Aristotele, ossia la succedaneità di populismo e demagogia, potremmo assumere come punto di riferimento una nota di seconda stesura dei Quaderni del carcere (Quaderno 19, §28) in cui Gramsci, definendo demagoga (populista) la destra risorgimentale, spiega le caratteristiche di tale atteggiamento che consistono nel ridurre il popolo-nazione ad oggetto, a strumento, “degradandolo”, proprio nell’ottica populista dei partiti di destra “in polemica” con quelli di sinistra, fermo restando, aggiunge Gramsci, che ad aver esercitato “la peggiore demagogia” (populismo) sono stati i partiti di destra che, per questo, come Napoleone III in Francia, non hanno esitato a fare ricorso alla “feccia popolare”.

Un’ultima osservazione, che ci riconduce a quanto scritto in diversi dei contributi raccolti nel volume; se popolo è superamento della classe marxianamente intesa, è scioglimento delle classi in una forma indistinta a cui si vuole dare necessariamente un contenuto, si rischia di perdere di vista la realtà per quella che è, ossia il campo sul quale si scontrano gli interessi antagonisti di oppressori ed oppressi, di dominanti e subalterni. Sarebbe la fine della politica (in quest’ottica andrebbe meglio definita l’esperienza populista di sinistra spagnola, come avverte Campolongo nel suo intervento); ma forse questo è lo scopo ultimo dei populismi, neutralizzare il potere delle masse. Proprio per questo, sembra che con il populismo Gramsci abbia nulla a che vedere.

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