Sabato Danzilli

 

Il libro di Marta Fana Non è lavoro, è sfruttamento unisce il rigore dell’analisi all’efficacia polemica, ed è uno strumento molto utile sia per un ragionamento sul mondo del lavoro attuale sia per la militanza politica. Fana ricostruisce in maniera rigorosa la storia impietosa dell’attacco ai diritti sociali, avvenuto con violenza sempre maggiore negli ultimi decenni. Nel testo si prende in esame il vasto mondo del precariato perché, come dimostrato con notevole forza nel testo, studiare quanto avvenuto al lavoro precario significa studiare l’“avanguardia” dello sfruttamento. La cronologia dei colpi sferrati negli ultimi decenni ai diritti sociali duramente conquistati è, infatti, la piena dimostrazione di una tendenza graduale verso la degradazione sostanziale del lavoro. Studiare il lavoro precario significa quindi studiare quello che rischia di diventare il mondo del lavoro nel suo complesso.

Spesso persino nella sinistra “radicale” il tema assume, invece, un’impostazione caricaturale, differente solo nella fraseologia da quella “pietistica” che si può trovare nei liberal, se mai si occupano del problema. Per quest’ultimi basta infatti limitarsi a denunce di carattere moralistico quando avvengono tragedie sui luoghi di lavoro.

Se ci soffermiamo solo sul lavoro a chiamata e sui voucher rileviamo che essi hanno origine con la riforma Biagi- Maroni del 2003, approvata con la giustificazione di dover regolare prestazioni lavorative di carattere discontinuo o intermittente. In pochi anni i requisiti di disoccupazione o mobilità e i pochi limiti e obblighi per i datori di lavoro al loro utilizzo vengono meno e il lavoro a chiamata viene esteso come possibilità per tutti i lavoratori. Gli ultimi anni hanno visto l’esplosione dei voucher, liberalizzati completamente dal governo Monti nel 2012. Il Jobs Act ha poi ulteriormente aumentato il tetto massimo di reddito annuo percepibile in questo modo. Ricordiamo la grande campagna referendaria della CGIL nel 2017 per l’abolizione dello strumento e come essa fu bloccata con un decreto d’urgenza, che eliminava i voucher per far annullare i referendum, ma poi li reintroduceva dopo un mese, attraverso un mero cambio di denominazione.

Oggi il sistema produttivo è caratterizzato dall’inquadramento dei lavoratori che svolgono pressoché le stesse mansioni in una miriade di contratti differenti, anche, ma non necessariamente, nello stesso luogo di lavoro. Oltre al fine immediato di aumentare i margini di profitto, come mette bene in luce Marta Fana, questa caratteristica ha la funzione anche di rendere più difficile il compito alle organizzazioni sindacali che cercano di unificare le singole vertenze in una richiesta complessiva di maggiori tutele. L’autrice dedica molta attenzione alla logistica, in quanto si tratta di un settore cruciale, che coinvolge, oltre alla circolazione delle merci, il loro stoccaggio, cioè il magazzinaggio. Esso si trova oggi nel cuore del processo industriale che ha trasformato e frantumato i processi produttivi attraverso le esternalizzazioni. In gran parte i lavoratori di questo settore sono immigrati, più vulnerabili ai ricatti dei padroni poiché costretti a lavorare per poter rinnovare il permesso di soggiorno ed essere regolari. Essi sono inquadrati attraverso subappalti, con una divisione anche fisica degli apparati produttivi. Allo stesso tempo si sta verificando un forte processo di centralizzazione dei capitali. Il settore della logistica rappresenta quindi un modello molto chiaro per studiare il progetto di società che ispira il neoliberalismo. In questo settore avviene, infatti, sempre più un’intensificazione notevole del lavoro manuale, unita a dinamiche di digitalizzazione e robotizzazione.

La retorica dell’innovazione è accompagnata da uno spietato individualismo, dalla richiesta di diventare “imprenditori di se stessi” tipico dell’apparato ideologico neoliberale. Aumentano sempre più gli elementi di competizione tra colleghi, nei reparti o negli uffici. Ma appare chiaramente che l’individualismo del neoliberalismo è monco e contraddittorio, puramente retorico. Basta il contrasto tra l’impalcatura ideologica che sorregge i dispositivi neoliberali, per usare un lessico foucaultiano, e il loro effetto concreto sulla vita dei precari per smascherare cosa significa in realtà l’“indipendenza” dei lavoratori della gig economy. Le favole liberali non si limitano ovviamente alle brochures e ai siti web della nuova piattaforma di grido: l’ideologia dominante è introiettata a partire dall’istruzione. Molto opportunamente Marta Fana richiama durante la sua analisi Nicos Poulantzas1. Come aveva capito bene il pensatore greco, lo Stato nella società capitalista ha un ruolo attivo nel garantire la stabilità sociale necessaria per la riproduzione del sistema. Da decenni l’ideologia del merito è uno dei grimaldelli impiegati per introdurre elementi di competizione e guerra tra i lavoratori. Partendo paradossalmente dalla fascia alta della piramide produttiva (laureati, specializzati…) si è prolungata ad libitum la formazione e si è ritardato l’ingresso effettivo nel mondo del lavoro, che sempre più spesso non arriva mai in forma stabile. Il sistema, infatti, è radicato in modo particolare nel comparto “culturale”, dove il lavoro gratuito è ormai più la norma che l’eccezione: stages, tirocini, lavoro gratuito spacciato come volontariato… tutto è legittimato, per essere “meritevole”, perché “fa curriculum”, per essere avvantaggiato nella gara successiva contro chi è nella propria stessa condizione, nei concorsi lotteria… Sempre più si è in un limbo, in attesa del proprio turno, che a volte non si concretizza mai.

Dall’alta formazione e dagli iper-specializzati questa tendenza si allarga sempre più però anche ai lavoratori meno qualificati: i lavoratori della conoscenza hanno anticipato i fattorini di Foodora. L’Alternanza scuola-lavoro, prevista dalla “Buona Scuola”, la cui abolizione mancata è una delle tante promesse elettorali tradite di questo governo, ha anticipato il lavoro gratuito dai laureati alle scuole superiori. Per obbligare gli studenti a lavorare gratis si è detto fino alla noia che i giovani italiani finiscono il loro percorso formativo privi delle reali competenze per entrare in modo efficace nel mondo del lavoro e costituire capitale umano su cui investire. Questo avviene, come fa notare l’autrice, nonostante per i dati Istat un quarto degli occupati in Italia possegga un titolo di studio superiore a quello necessario per svolgere la propria professione. Si tratta perciò in modo chiaro di un’offensiva politica che, come tutte le riforme dell’istruzione dalla riforma Berlinguer in poi, puntano a svalutare, così come il lavoro, la formazione. Questo avviene mentre, neanche tanto sottobanco, con tagli alla spesa, ai servizi per il diritto allo studio, aumenti della tassazione, competizione tra costosi atenei di “serie A” e atenei di “serie B”2 i gradi più alti dell’istruzione ritornano a essere una questione fortemente censitaria.

Ma del resto il nostro paese ha davvero bisogno di una forza-lavoro altamente formata? La domanda può apparire provocatoria ma, come evidenzia bene il testo, ci troviamo di fronte a un progetto politico che sta gestendo il progressivo ridimensionamento dell’Italia nel sistema produttivo europeo. Non a caso l’appendice del volume contiene una lettera pubblicata nel 2016 su L’Espresso e rivolta all’allora ministro del lavoro e delle politiche sociali Giuliano Poletti, intitolata in maniera paradigmatica “Caro Poletti, avete fatto di noi i camerieri d’Europa”3. I frequenti lai sui quotidiani da parte di imprenditori che non trovano giovani “disposti a mettersi in gioco” fa capire che le esigenze del sistema produttivo italiano richiedono probabilmente un progressivo demansionamento della propria forza-lavoro. La crescente “mezzogiornificazione” dell’economia italiana accompagna anche un aumento delle disuguaglianze tra le diverse aree del paese. Proprio in questi giorni il governo affronta il nodo politico dell’“autonomia differenziata”, che è uno dei cavalli di battaglia storici della Lega. Il partito di Salvini ha ancora oggi la sua base di riferimento nell’industria del Nord, che è ancorata saldamente alle filiere produttive mitteleuropee, e rappresenta molto probabilmente il principale pericolo per l’unità nazionale, nonostante la retorica nazionalista che utilizza da qualche anno. Si rischia con questa riforma un’ulteriore frammentazione della classe lavoratrice tra eccellenze e segmenti dequalificati, non solamente tra Nord e Sud, ma ancora di più tra centri e periferie. La “nazione di camerieri” evocata da Marta Fana può convivere senza problemi con l’alta formazione d’élite e con i “cervelli” da far rientrare, per stimolare le produzioni ad alta tecnologia. Si tratta di una tendenza caratteristica del modo di produzione capitalistico, che è accelerata dalla fine delle politiche redistributive e di compensazione.

A gestire questi processi c’era nel 2017, quando è stata pubblicata la prima edizione del volume, il Partito Democratico di Renzi, mentre da più di un anno è il governo giallo-verde. Si tratta di due schieramenti che rappresentano frazioni differenti delle classi dominanti, per alcuni aspetti anche in forte contrasto tra loro, ma in decisa continuità nel perseguire il consolidamento del loro dominio sulle classi subalterne. Per questo motivo le proposte che Fana abbozza nelle conclusioni sono pienamente attuali e degne di un dibattito approfondito nella sinistra di classe. Esse possono costituire un programma di partenza di una piattaforma comune di sinistra. L’autrice afferma innanzitutto la necessità di porre fine all’atteggiamento compatibilista e concertativo alla base delle relazioni industriali tipico del sindacalismo italiano. Bisogna lavorare con forza per l’abolizione delle leggi che hanno precarizzato il lavoro, dal pacchetto Treu in poi, l’inquadramento come lavoratori dipendenti dei lavoratori della gig economy e la reintroduzione sostanziale dell’art.18, la rinazionalizzazione dei servizi fondamentali e dei settori strategici dell’economia, investimenti nell’istruzione e nella ricerca, la partecipazione dei lavoratori alle scelte aziendali. È difficile vedere all’orizzonte una forza capace di attuare questo programma, poiché si tratta in sostanza di cambiare in modo notevole i rapporti di forza tra le classi, in una fase di particolare debolezza delle forze di sinistra. La radicalità e il cambio di passo che Marta Fana chiede alla sinistra politica sono certamente necessari, tuttavia da soli non sufficienti. Il lavoro politico richiederà molto tempo e impegno. La debolezza delle forze della sinistra non è dovuta soltanto agli errori, certo gravi, compiuti negli ultimi decenni, ma alle conseguenze di una sconfitta di sistema, i cui effetti sono totalmente operativi. Questa osservazione non vuole però essere l’invito a rifugiarsi in un “Grand Hotel Abisso” in cui consolarsi della propria impotenza: l’urgenza delle misure sociali che ricorda l’autrice potrebbe costituire proprio il filo rosso attraverso cui ricostruire un progetto universalistico di lotta per il riconoscimento dei diritti sociali e civili, mai distinti tra loro nella lotta per l’emancipazione umana fatta dai comunisti.

1 «Gli apparati statali, tra cui la scuola in quanto apparato ideologico, non creano la divisione in classi, ma vi contribuiscono in tal modo alla sua riproduzione allargata.» Nicos Poulantzas, Classi sociali e capitalismo oggi, Etas, Milano, 1975 in Marta Fana, Non è lavoro, è sfruttamento, Laterza, Bari-Roma, 2019, p.84

2 Si pensi solo a titolo di esempio tra i molti che si potrebbero fare, alla vicenda delle cattedre Natta volute dal governo Renzi e recentemente cancellate. Ma si potrebbe portare all’attenzione tutto il sistema di valutazione, che premia come “meritevoli” gli atenei che già si trovano ad avere maggiori risorse.

3 Ivi, pp.163-168

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