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Categoria: Libri
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Sabato Danzilli

 

Il filo conduttore del libro di Raul Mordenti è delineato in maniera molto efficace già dal titolo e dal sottotitolo: De Sanctis, Gramsci e i pro-nipotini di padre Bresciani. Studi sulla tradizione culturale italiana (Bordeaux, Roma 2019). Il percorso dell’autore è incentrato infatti sulle figure di Francesco De Sanctis e Antonio Gramsci. Essi rappresentano coloro che hanno posto con maggiore chiarezza il problema del rapporto tra intellettuali e classe. La loro analisi fornisce a tal proposito strumenti che possono servire ancora oggi da traccia per affrontare nella sua lunga durata il tema secolare della divisione tra gli intellettuali italiani e i ceti popolari, sia da un punto di vista storico sia in relazione alla società contemporanea.

Come chiarisce la nota editoriale, il volume è costituito dall’unione di lavori precedenti sui due autori sopra citati, e tuttavia si tratta di ben più di una mera raccolta di saggi, in quanto, pur nella differenza di accenti, l’esigenza che ne è alla base funge da collante e conferisce al lavoro un evidente carattere unitario. Si aggiunga inoltre che l’introduzione rappresenta un vero e proprio manifesto programmatico di tutta l’opera. Essa parte da una forte presa di posizione valutativa, un giudizio netto e franco sull’intera intellettualità italiana contemporanea. Mordenti parla qui di una «proibizione del passato» nel mondo della cultura, di un «eterno presente» a cui siamo condannati, e che impedisce di conseguenza anche di applicare il principio di causa nei ragionamenti. Una negazione che rende gli avvenimenti un «puro e irrelato accadere, senza che sia possibile, anzi senza che sia interessante, stabilirne le cause e – meno che mai – intervenire su di essi»[1]. Il nesso che l’autore vuole evidenziare è chiaro:

La proibizione del passato non è...innocua né innocente: è infatti evidente il nesso causale che lega tale proibizione al capitalismo realizzato, e in modo particolare alle modalità informatiche della produzione, che determinano per intero l’assetto sociale contemporaneo e che segnano anche – come è inevitabile che sia – le forme della sensibilità e dell’immaginario.[2]

È chiaro, quindi, che l’oblio della tradizione storica è per Mordenti ideologicamente funzionale all’idea di immutabilità del capitalismo, che si riproduce apparentemente in maniera sempre identica. Il lavoro di Mordenti si caratterizza perciò come un lavoro militante, volto a svolgere un’opera di storicizzazione. Soprattutto l’autore vuole ricordare e rendere giustizia alla storia di una diversa tradizione culturale italiana, molto poco incline al servilismo e al compromesso col potere e proprio per questo poco ricordata o, tutt'al più, incensata smisuratamente nei suoi elementi più innocui e più assimilabili al discorso dominante.

  1. De Sanctis e la polemica con padre Bresciani

Il testo è strutturato in quattro parti, suddivise in egual misura tra De Sanctis e Gramsci. Nel ricostruire il loro percorso intellettuale è centrale la relazione con la categoria gramsciana di “brescianesimo” degli intellettuali italiani. Il primo capitolo della prima parte è dedicato quindi proprio a ricostruire la polemica tra De Sanctis e padre Bresciani. La recensione desanctisiana al romanzo di Bresciani L’ebreo di Verona viene pubblicata nel fascicolo del febbraio 1855 del “Cimento”. Come fa notare Mordenti, non c’era nessuna esigenza di attualità editoriale a giustificare tale intervento del critico irpino, in quanto l’opera di Bresciani era stata pubblicata per la prima volta a puntate sulla “Civiltà cattolica” nel 1850-1851, e poi in volume nel 1852. È evidente perciò che il vero bersaglio della critica di De Sanctis va oltre padre Bresciani e il suo fortunato romanzo. Essa è ispirata da motivazioni più profonde: Bresciani e i Gesuiti di cui egli fa parte, rappresentano infatti il fronte più importante di quella ampia frazione della Chiesa cattolica che aveva assunto nette posizioni conservatrici e anti-risorgimentali. Scegliere come nemico Bresciani e la compagnia di Gesù significava perciò per De Sanctis attaccare questo potente fronte conservatore, di forte freno al processo di unificazione italiana. Fa notare inoltre Mordenti che proprio nei mesi dell’uscita della recensione a L’ebreo di Verona, il Regno di Sardegna, in cui egli viveva come esule, era attraversato dalla grave “crisi Calabiana”, che rischiava di vedere prevalere anche nello Stato sabaudo le tendenze reazionarie. Questa crisi era stata scatenata dalla politica modernizzatrice di Cavour, volta alla soppressione degli ordini religiosi, compresa la stessa Compagnia di Gesù. Per risposta il vescovo di Casale, nonché senatore Luigi Nazari di Calabiana, aveva proposto, molto probabilmente d’intesa con Vittorio Emanuele II, un enorme indennizzo al clero, portando alla caduta del governo e ad un tentativo fallito di instaurare un regime conservatore. Avendo alle spalle l’esperienza del carcere borbonico, a De Sanctis era particolarmente chiaro il rischio di una saldatura tra monarchia e clero conservatore, e altrettanto evidente l’impossibilità di un attacco diretto al cattolicesimo. La sottile operazione critica del De Sanctis consiste invece nel dividere il mondo cattolico. Il critico campano contrappone perciò al clericalismo di Bresciani il cattolicesimo “liberale” di Manzoni, autore visto come modello di confronto su cui far risaltare tutte le insufficienze letterarie e politiche del romanziere gesuita. L’intento è chiaro: evitando un anti-clericalismo aggressivo e fallimentare, De Sanctis punta a isolare le posizioni più reazionarie e a cercare un compromesso con le punte più avanzate del mondo cattolico.

I restanti capitoli dedicati al critico campano riscostruiscono la vicenda biografica del De Sanctis durante gli esili degli ultimi anni del periodo pre-unitario e soprattutto durante gli anni della composizione della Storia della letteratura italiana. Si affronta poi un tema “classico”, ossia quello del rapporto tra la Storia desanctisiana e la letteratura italiana, e dell’influenza del De Sanctis sulla critica successiva. La posizione di Mordenti è molto decisa: De Sanctis inventa l’oggetto “letteratura italiana” e lo fa con scelte critiche nette, mai esplicitate in maniera tematica. De Sanctis crea, cioè, un vero e proprio canone letterario, un modello di riferimento, che poi sarà ripreso e consolidato da Croce. Solo per citare le scelte editoriali più importanti, egli predilige la “letteratura” (ciò che molto probabilmente chiamiamo “letteratura” proprio sulla base del suo modello critico, ossia la narrativa di invenzione) alla poesia, esclude tutta la produzione dialettale, ignora il sostanziale plurilinguismo degli autori italiani (basti pensare soltanto al suo contemporaneo Manzoni), le opere in latino, nonché tutta la produzione saggistica, con la significativa eccezione di Machiavelli, che occupa invece nella Storia un ruolo centralissimo.

Il filo conduttore della Storia è quello del carattere “non popolare” della letteratura italiana, che non a caso quindi inizia dalla scuola siciliana, primo esempio della separazione tra cultura “alta” e cultura “popolare”, che costituisce il fenomeno di più lunga durata del rapporto tra gli intellettuali italiani e il popolo. In questo schema c’è una grande eccezione, rappresentata da Dante: egli costituisce l’unico che si pone apertamente il problema del rapporto tra intellettuali e popolo, e tale ricerca innerva la sua stessa produzione poetica. Dante rappresenta quindi il perfetto esempio di corrispondenza tra forma e contenuto, in quanto la sua produzione poetica combacia perfettamente con la forte ispirazione civile che ne è alla base. La letteratura successiva, lungi dal seguire questo modello, ha invece seguito la linea del petrarchismo, del formalismo, della scissione tra il ceto chiuso in se stesso degli intellettuali e il popolo-nazione. Anche Boccaccio non sfugge a questo schema, anzi, è perfettamente ascrivibile ad esso, in quanto fondatore di quel filone comico dell’intellettuale che ride proprio delle mancanze e dell’abbrutimento del popolo, da cui si ritiene distante. Soltanto Machiavelli, seppure per alcuni aspetti sia sul solco di Boccaccio, sfugge in parte a questo schema, essenzialmente a causa della sua attività e del suo genio politico, che gli impone di superare la scissione tra quelle che in una prolusione universitaria del 1872 De Sanctis chiamerà la scienza e la vita[3].

  1. Gramsci e il ruolo degli intellettuali italiani

Nella terza parte del volume Mordenti si sofferma sui Quaderni del carcere di Gramsci, mostrando la forte presenza nel politico sardo di temi desanctisiani, mediati essenzialmente dalla lezione decisiva del suo professore universitario Umberto Cosmo, e dal confronto con Benedetto Croce. Se è vero che il confronto, per continuità od opposizione, con Croce e il neoidealismo è stato inevitabile per qualsiasi intellettuale italiano per almeno buona parte del Novecento, questo è valido a maggior ragione per quanto riguarda l’eredità di De Sanctis, di cui, com’è noto, Croce ha provato a intestarsi il titolo di unico erede e riscopritore, riuscendo abilmente ad affermare la sua linea interpretativa. Essa consisteva sostanzialmente nell’affermare una continuità tra l’estetica desanctisiana e quella crociana, il che, nell’impianto filosofico del Croce, equivaleva a dire con il cuore della sua Filosofia dello Spirito.

Nella ricostruzione di Mordenti è messo in rilievo come nella maturazione del progetto di ricerca dei Quaderni e nella loro stesura tra il '29 e il '35, i temi decisivi nell’economia dell’opera manifestino una continuità. Tra i sedici “argomenti principali” elencati da Gramsci proprio al principio del primo Quaderno, appaiono al punto 1) Teoria e storia della storiografia, ai punti 2) e 3) lo Sviluppo della borghesia italiana e la Formazione dei gruppi intellettuali italiani, al 5) Cavalcante Cavalcanti: la sua posizione nella struttura e nell'arte della Divina Commedia e al punto 16), probabilmente aggiunto in un secondo momento, I nipotini di padre Bresciani. Nelle lettere a Tania Schucht degli anni immediatamente successivi i temi, benché condensati, vengono sostanzialmente riproposti: il confronto-scontro con il crocianesimo, l’indagine sulla funzione cosmopolitica degli intellettuali italiani fino al Settecento e il loro ruolo nella società contemporanea, l’analisi sull’americanismo e il fordismo. Emerge quindi come l’analisi sul “brescianesimo”, anziché costituire un aspetto periferico nelle argomentazioni gramsciane, sia direttamente collegata all’indagine storica sulla società italiana primonovecentesca. Nel ragionamento di Gramsci il brescianesimo della letteratura popolare, il moralismo accomodante e funzionale al discorso dominante, è parallelo al “lorianesimo”[4], ossia la cialtroneria e la superficialità di ampi settori dell’accademia. Questi sono i vizi congeniti dell’intellettualità italiana contemporanea, direttamente derivanti dalla sua provenienza di classe. Il nucleo degli intellettuali tradizionali italiani è infatti costituito dalla piccola e media borghesia impiegatizia o redditiera.

Senza poter riportare tutti gli innumerevoli spunti critici del volume, particolarmente argomentata sembra essere l'idea dell'“anti-Croce” come filo conduttore dei Quaderni. Il capitolo 7 del libro è dedicato all’interpretazione gramsciana del canto X dell’Inferno, quello di Farinata e Cavalcanti. Mordenti dimostra che, lungi dal rappresentare, come vorrebbero alcune recenti ricostruzioni “romanzesche”, una metafora di presunte rotture fra Gramsci e il Partito comunista, l’interpretazione di Dante costituisce proprio un esempio emblematico di quella lotta per una nuova cultura così importante nella teoria gramsciana dell’egemonia.

Viene in tal modo resa giustizia anche alla meritoria operazione editoriale del PCI e al valore storico dell’edizione tematica Platone-Togliatti dei Quaderni, senza per questo tuttavia nascondere i forti limiti di quell’edizione e il loro aver appiattito la ricezione di Gramsci in Italia su un filone storicistico. Il successo dell’iniziativa e della politica culturale di Togliatti è del resto efficacemente testimoniato dalla reazione del destinatario polemico dell’opera, Croce, la cui egemonia sugli intellettuali tradizionali italiani veniva apertamente sfidata. Egli scrive una recensione positiva delle Lettere del carcere, pubblicate per Einaudi come i Quaderni – nel 1947, in cui cerca però, in maniera estremamente sottile, di intestarsi anche Gramsci tra i propri allievi, mettendo in secondo piano le differenze politiche. Alla pubblicazione nel 1948 del volume Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce la risposta di Croce è di tono ben diverso. Egli cerca di separare nettamente il Gramsci uomo e politico dal Gramsci filosofo e nega qualsiasi legittimità teorica al marxismo. È una posizione tipica della fase matura dell’opera crociana, ribadita in mille recensioni su “La Critica” e nelle ultime edizioni di Materialismo storico ed economia marxistica. Nel caso di Gramsci, tuttavia, la statura del personaggio era tale da non poter essere semplicemente liquidata. Richiedeva una strategia diversa: lodi, per l'appunto, al valore “morale” di Gramsci e totale discredito del suo marxismo.

Con le cautele e le differenze dovute ai diversi rapporti di forza e alla ben diversa statura intellettuale dei personaggi in questione, ci sembra che la strategia dei “pronipotini di padre Bresciani” illustrati nella parte quarta del libro sia la stessa adottata dal Croce: separare Gramsci dalla vicenda del comunismo italiano, per renderlo innocuo e destoricizzarlo a uso e consumo del culturame di bassa lega che costituisce buona parte delle produzioni dell’industria culturale odierna. Andando oltre Croce inoltre, i “pronipotini di padre Bresciani” mettono in atto quello che Mordenti definisce “rovescismo”: la trasformazione delle vittime in carnefici. Questo tipo di intellettuale, così diffuso nel giornalismo italiano, eleva propagandisticamente a dibattito culturale l’argomento da bar dell’“ha fatto anche cose buone”: Mussolini diviene una sorta di occulto protettore di un Gramsci incarcerato per essere protetto dalle grinfie di Togliatti e dei sovietici.

Potremmo quasi dire che in questa sezione del volume Mordenti metta in pratica gli strumenti teorici di De Sanctis e Gramsci illustrati con rigore filologico e acribia nelle parti precedenti. Non ci sembra perciò casuale che le conclusioni siano inserite dall’autore come capitolo integrante di questa sezione: la proposta di Mordenti si colloca infatti pienamente nel solco di quella di Gramsci. Essa consiste nella lotta per l’auto-liberazione dei subalterni.

 

[1]Raul Mordenti, De Sanctis, Gramsci e i pro-nipotini di padre Bresciani, Bordeaux edizioni, Roma, 2019, p. 9.

[2]Ivi, p. 8.

[3]Cfr. Francesco De Sanctis, “La scienza e la vita”, in id. (a cura di Luigi Russo), Saggi critici, 3 voll., Laterza, Roma-Bari, 1952, vol. III, pp. 140-162.

[4] Il termine deriva da Achille Loria, il professore universitario che a cavaliere tra Ottocento e Novecento aveva proposto una sua versione particolarmente grossolana del materialismo storico, che era stata oggetto di forti critiche già di Engels nella prefazione al terzo libro del Capitale, nonché nel nostro paese di Antonio Labriola e Benedetto Croce.

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