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Categoria: Libri
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Stefania Burnelli * 

 

Gianni Rodari nasce nel 1920 e scompare all’improvviso a 60 anni, nel pieno delle sue impegnative e variegate iniziative. Nel 2020, centenario della nascita, sono stati innumerevoli gli omaggi editoriali, i tributi e le ricerche pubblicate su di lui (non ultimo il Meridiano Mondadori di 2000 pagine con tutte le Opere a cura di Daniela Marcheschi) e ancora questo gennaio ne sono usciti altri tra cui un’importante monografia di Electa a cura di Vanessa Roghi e Pino Boero.

E’ tale la ricchezza del soggetto, sia per la varietà degli aspetti e della produzione letteraria sia per il suo indiscutibile successo, che negli anni proseguono le edizioni e le riedizioni, spesso dotate di rinnovati apparati illustrativi che fanno dell’opera di Rodari, a quarant’anni dalla scomparsa, una “palestra” per nuove iconografie e nuovi artisti figurativi. Rammentiamo, tra i più validi, grandi autori come Lele Luzzati, Altan, Bruno Munari, Francesca Ghermandi e vari artisti cinesi e russi come Lev Tokmakov, culture nelle quali l’illustrazione e i cartoon per ragazzi sono tradizione.

E non è un caso se il bergamasco Alberto Scanzi, autore di “C’era due volte Gianni Rodari - l’omino di vetro che raccontava le ingiustizie del mondo” conclude il suo saggio, uscito nell’ottobre 2020, con una fotografia che lo rappresenta in una libreria specializzata dinanzi a un’intera parete espositiva di nuove edizioni di Rodari.

Alberto Scanzi, una vita da dirigente nel tessile e presidente del Circolo Gramsci di Bergamo, ha abbracciato con passione il tema “Gianni Rodari” realizzando nell’anno del centenario un’ampia ricerca, in sostanza una biografia ragionata, ispirato da un’innegabile assonanza che lo avvicina al “Favoloso Gianni”, come veniva chiamato Rodari per la sua impareggiabile abilità di narrare fiabe dell’oggi.

Anche Alberto Scanzi è curioso e culturalmente onnivoro, poligrafo e guidato nella sua fame di conoscenza e divulgazione da un filtro affettivo di analisi marxista, o per meglio dire Gramsciana, come emerge da sue precedenti operazioni editoriali. Da quella dedicata all’impegno politico dello scultore Manzù in dialogo costante con la chiesa innovatrice del Concilio, alla pittoresca-pittorica opera su “Gli occhi di Gramsci”, alle figure di antifascisti alle prese con il fascismo montante come il professore bergamasco Amedeo Cominetti, ad altri saggi e brevi biografie. Per non dimenticare una sua composizione teatrale messa in scena anni fa su Gramsci in carcere ed i rapporti epistolari triangolari con la moglie Julia e la cognata Tatiana.

Gianni Rodari a sua volta fu recensore della prima edizione dei Quaderni dal Carcere di Gramsci, inserendosi in un dibattito nazionale sulle influenze (e le distanze) del pensiero di Benedetto Croce. Nel 1948 Gianni Rodari scrive: «…in Gramsci vive un tipo nuovo di uomo di cultura. (…) La sua lotta contro Croce è un continuo smascheramento di posizioni teoriche e teoretiche che si presentano come posizioni universali e disinteressate dello spirito, per rilevarne il significato ed il valore storico di strumenti della conservazione sociale».

L’omaggio di Scanzi, che nel titolo fa riferimento ad una delle più fortunate novelle lunghe di Rodari, C'era due volte il Barone Lamberto ovvero I misteri dell'isola di San Giulio, ambientata sul lago d’Orta nei luoghi della sua infanzia, accende e illumina una sorta di dietro le quinte del Rodari più noto e conosciuto, il mirabile autore per l’infanzia, sornione empatico e pacifista. In una necessaria opera di integrazione e disvelamento, si viene a scoprire un percorso formativo altrettanto eccezionale e rimarchevole, di una personalità che sicuramente era geniale e straordinariamente dotata e, se si vuole, “predestinata” al successo.

Senza voler rivelare troppo il lavoro di Scanzi, che per i contenuti merita la lettura diretta, si può accennare al bambino, figlio di un’operaia e di un panettiere purtroppo mancato presto, che a nove anni scrive poesie, a undici anni entra in seminario per meriti scolastici, ne esce a 13 per proseguire il ginnasio in una scuola milanese, s’impegna nell’Azione Cattolica e a 15 anni ne è segretario presso il circolo di Gavirate, studia il violino, a soli 17 anni si diploma maestro elementare.

Nel frattempo, divora tutti i libri di filosofia, arte e letteratura che gli capitano a tiro nelle varie biblioteche del varesotto e del milanese, appassionandosi a Kant, Nietzsche, Stirner e Schopenhauer, ma anche a Marx, Lenin, Stalin, Trotsky. Frequenta una famiglia di ebrei tedeschi (poi fuggiti in Canada) come istitutore e studia il tedesco.

Si intravede anche il futuro fantasioso narratore di fiabe nella sua attenzione per il “fantastico” di Novalis e per l’interesse al (recente) surrealismo di André Breton, autore cui egli stesso ammette di ispirarsi per la costruzione e decostruzione di novelle già da quando, diciannovenne, inizia a esercitare la professione di maestro elementare. In realtà per pochi anni, ma tali da lasciargli l’imprinting del “maestro Rodari”: d’altronde il maestro per tutta la vita fu aduso a bazzicare le scuole e a confrontarsi con bambini e ragazzi, in Italia come in Russia e in Cina.

La narrazione di Scanzi prosegue, intrigante e a volte sorprendente, e va di pari passo con l’altro aspetto, forse il più caro a Scanzi, del Rodari marxista e non certo per caso o per contingenza. Arruolato militare nella RSI come addetto all’infermeria a Baggio, Rodari diserta, entra nella Resistenza e si iscrive al Partito Comunista fin dal primo maggio 1944.

Animatore del partito a Varese dopo la Liberazione, è redattore responsabile del periodico della federazione comunista varesina “L’Ordine Nuovo” (!) titolo questo che assume una certa ironia, considerando il carattere scherzoso e leggero con cui Rodari si fa conoscere e apprezzare restando a contatto con la gente comune e i suoi problemi.

Insieme a Gramsci, il marxismo di Rodari si nutre di Bertolt Brecht di cui traduce nel 1945 “La linea politica”. Il poeta tedesco rappresenterà un riferimento costante sul senso di essere scrittori e comunisti.

Mentre continua a scrivere, come negli anni dell’insegnamento, filastrocche infantili – i colleghi ricordano che le annota anche sulle tappezzerie e sui calendari delle redazioni giornalistiche in cui lavora – pratica il giornalismo “militante”, sempre più “giornalismo” che militante, viene notato e apprezzato. Scala le varie posizioni dell’editoria di partito, passando alla redazione milanese dell’Unità, a Vie Nuove, a Il Pioniere, al Giornale dei Genitori; dall’Unità passa a Paese Sera, quotidiano vicino al PCI con sede a Roma, per il quale scrive 4500 articoli tra il 1958 e il 1979, occupandosi di cronaca di ogni genere, inclusa quella sportiva a seguito del Giro d’Italia.

Ma è nel 1950, mentre già Rodari dava alle stampe raccolte di filastrocche e novelle, che il suo approccio da maestro gli vale, su indicazione del partito, l’avventura nell’Associazione Pionieri d’Italia (API), in sostanza uno scoutismo laico e di sinistra, e la direzione della rivista per ragazzi “Pioniere”, in concorrenza al Corrierino dei Piccoli e all’Intrepido. Episodi storici non brevi (la rivista continuerà fino al 1962) e in parte obliati, che testimoniano di un PCI attento agli aspetti educativi e associativi dei bambini e dei ragazzi, e alle forme di comunicazione del fumetto.

Scanzi ci ricorda che l’impegno nel Pioniere valse a Rodari gli attacchi della Chiesa che si vedeva insidiata dal movimento pionieristico, fino a giungere ad una espressa scomunica nel 1951.

Come noto, la carriera di Rodari proseguì tra riconoscimenti, premi internazionali, ideazione di programmi radiofonici e poi televisivi, il memorabile GiocaGio, destinato ai bimbi di fascia prescolare, la scrittura e la realizzazione del Teatro per Ragazzi, fino a primeggiare a livello nazionale come massimo riferimento dell’editoria di settore. C’è spazio anche per il cinema e la musica, valga per tutti il successo planetario di “Ci vuole un fiore”, musicata e cantata da Sergio Endrigo.

Orgogliosamente comunista pur senza avere mai assunto incarichi di partito, in realtà una presenza ombra di fondamentale importanza, Rodari vive in modo autonomo e a volte anche polemico il suo rapporto con il PCI e soprattutto con la madre Russia. Gli episodi dell’Ungheria nel 1956 e di Praga ‘68 mettono a dura prova il rapporto iniziale di grande ammirazione. Ma non vi fu mai una rottura definitiva tra Rodari e l’URSS; ancora alla vigilia della scomparsa tornava da un lungo e stressante giro in Russia per incontrare scolaresche e insegnanti, ma erano vistosi e pubblici i segnali di disagio.

Prendiamo da un articolo del Manifesto del 17 gennaio scorso questa poesia di evidente significato, vergata da Rodari nel 1979: «La signora B dovette scendere a Brest / le mancava il timbro dell’albergo / compagni compagni cos’è come accade / non avete fatto una rivoluzione / per aumentare i timbri / ma per distruggerli / io non vi farò la lezione / non dirò al russo che ha pagato per me / che nella sua rivoluzione mancava qualcosa / anch’io sono comunista / tale mi chiamo per dare un nome alla speranza».

Drammatico quest’ultimo verso che dà conto della sua delusione.

Il lavoro editoriale di Alberto Scanzi, animato da slancio ideale e intessuto di curiosità e aneddoti gustosi, si pone quindi come un tassello utile e per certi versi necessario nel corale omaggio reso a Rodari, pur se in una forma “acerba” che potrebbe essere oggetto di ulteriore revisione e suddivisione in capitoli e tematiche per una fruizione più godibile.

Lo stile di Scanzi, solitamente didascalico e divulgativo, in questo caso, complice forse la passione per il soggetto, diviene torrenziale, così da rendere impegnativa la lettura e la connessione o il confronto per argomenti: una sorta di stream of consciousness che traduce in un complesso, unico pensiero da 200 pagine, l’incontenibile parabola biografica di Rodari.

Anche l’apparato iconografico, che qui si avvale di inediti contributi del disegnatore Niccolò Reina, potrebbe integrarsi con le illustrazioni che tanta fortuna hanno portato alle opere di Rodari, a partire da quelle della figlia Paola agli altri importanti nomi sopra ricordati.

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* docente e giornalista culturale

 

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