Marwan Abdel-Al

 

Pubblichiamo la traduzione in italiano della recensione di Marwan Abdel-Al al libro libro Against Tyranny: Down with the Global System of Injustice, Toward a New Human Being di Mohamed Salah El-Toumi/Al-Ma‘roufi*; un testo che ci auguriamo venga tradotto almeno in inglese e che fa ripensare a uno degli insegnamenti più forti di Gramsci: quello dell’unità, l'unità di classe, l'unità popolare e l'unità internazionalista.

Un’unità tetragonale, strutturalmente resistente, capace di trasformare concretamente e universalmente la realtà a partire dai bisogni materiali. E la società civile è, almeno in teoria, il terreno decisivo per questa trasformazione, quanto meno al livello dei singoli paesi.

Si tratta, oggi come nel passato, di rompere la “zuppiera”, redistribuire potere e ricchezza, costruire "le casematte" (come le chiamava Gramsci nei Quaderni del carcere), in modo da liberare davvero le forze produttive. Non basta cambiare la forma dei cucchiai: bisogna cambiare chi controlla la tavola. Marx dice in Salario, prezzo e profitto (1865): “Il cittadino Weston ha illustrato la sua teoria, raccontando che se una zuppiera contiene una determinata quantità di minestra, che deve essere mangiata da un determinato numero di persone, un aumento della grandezza dei cucchiai non porterebbe a un aumento della quantità della minestra. Egli mi permetterà di trovare che questa illustrazione è fatta un po’ col cucchiaio. Essa mi ha ricordato l’apologo di cui si è servito Menenio Agrippa. Quando i plebei romani fecero sciopero contro i patrizi romani, il patrizio Agrippa raccontò loro che la pancia patrizia nutre le membra plebee del corpo politico. Agrippa non riuscì però a dimostrare che le membra di un uomo si nutrono quando si riempie la pancia di un altro. Il cittadino Weston ha dimenticato, a sua volta, che la zuppiera nella quale mangiano gli operai è riempita dell’intero prodotto del lavoro nazionale e che ciò che impedisce loro di prenderne di più, non è né la piccolezza della zuppiera, né la scarsità del suo contenuto, ma è soltanto la piccolezza dei loro cucchiai.”

(Milena Fiore)

 

Il libro Against Tyranny: Down with the Global System of Injustice, Toward a New Human Being di Mohamed Salah El-Toumi/Al-Ma‘roufi è una delle rare opere arabe contemporanee che ricostruiscono la questione rivoluzionaria al di fuori delle macerie e fuori dalla retorica decorativa che a lungo ha circondato il discorso della sinistra. È un libro nato nel contesto della persecuzione e della lotta clandestina: le prime versioni furono distribuite in Tunisia come volantini di resistenza prima della pubblicazione integrale. Questo conferisce al testo un’ulteriore autorità morale: un pensiero forgiato dall’esperienza prima ancora che dalle parole.

La sua rilevanza è ancora più acuta in un momento segnato dal genocidio e dalle sollevazioni popolari in tutto il mondo, che mostrano come la resistenza non sia una protesta effimera, ma una risposta strategica ai progetti globali di annientamento e dominio—uno sforzo per rafforzare la solidarietà internazionale e costruire un progetto politico e culturale che rifiuti l’ingiustizia e affermi il diritto dei popoli alla liberazione, alla libertà e alla dignità.

Toumi va dritto al cuore della questione: il mondo è oggi governato da una struttura complessa di egemonia, che non può essere ridotta alle sole grandi istituzioni economiche o alle alleanze militari. Descrive invece un sistema olistico che definisce “triangolo della dominazione”, con l’imperialismo al vertice, sostenuto da élite meridionali dipendenti, mentre un apparato della società civile finanziato da donatori ricicla la rabbia popolare in cornici umanitarie innocue, prive di impatto politico. L’autore offre qui una critica tagliente delle istituzioni della società civile che sono diventate—consapevolmente o meno—parte della macchina del controllo sociale, trasformando la lotta in attivismo simbolico e inoffensivo o in protocolli sui diritti umani che rispondono più alle esigenze dei finanziatori che a quelle dei popoli.

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La contraddizione con questo modello di società civile non è né tecnica né amministrativa; è strutturale. Toumi sostiene che la maggior parte di queste organizzazioni sia stata creata per dissipare l’energia trasformativa, gestire la povertà anziché affrontarla, e propagare un discorso che legittima il sistema globale invece di sfidarlo. È questa la “civiltà sionizzata”, una barriera morbida all’interno dell’ordine egemonico, che riproduce il dominio sotto slogan quali libertà individuale, trasparenza e sviluppo sostenibile. Non solo: queste organizzazioni spesso diventano strumenti di normalizzazione, aiutando a costruire alleanze politiche ed economiche dubbie sotto la veste dell’attivismo per la pace—alleanze che, nella realtà, consolidano il potere imperiale e sionista e legittimano la resa. Il discorso pubblico della “pace” non mira a porre fine all’ingiustizia o all’aggressione, ma a creare un quadro che gestisca i conflitti in modi che preservano gli equilibri di potere globali e mantengano lontani i popoli dall’esercizio di una sovranità autentica.

Su questa base, l’autore approfondisce il legame strutturale tra sionismo e capitalismo finanziario globale, evitando letture superficiali che confinano la questione alle dimensioni religiose o etniche della “questione ebraica”. Toumi riprende l’analisi marxiana, interpretando “ebraicità” non come identità ma come modalità di esistenza economica radicata nel profitto, nella speculazione, nel culto simbolico del denaro come quadro organizzativo delle relazioni sociali e politiche. In questa prospettiva, il sionismo appare come un fenomeno storico coerente nell’evoluzione del capitalismo—uno strumento per strutturare l’economia globale e riprodurre i sistemi di controllo. Toumi cita pensatori ebrei che hanno descritto il capitale ebraico come partner centrale della borghesia europea, un’alleanza che ha preparato il terreno all’emergere del sionismo come strumento decisivo nella configurazione della globalizzazione predatoria, dove ideologia ed economia si intrecciano all’interno di un complesso apparato globale di dominazione.

Per questo, nella sua visione, il sionismo non è un’anomalia esterna alla storia, ma un fenomeno radicato nello sviluppo del capitalismo. Toumi richiama intellettuali ebrei che hanno tracciato l’alleanza tra capitale ebraico e borghesia europea, un’alleanza che facilitò l’ascesa del progetto sionista come meccanismo centrale della dominazione globalizzata. In questo contesto, evidenzia l’invenzione dell’“antisemitismo” come spauracchio utilizzato per spostare le critiche strutturali a capitalismo e sionismo nell’ambito dell’ostilità verso tutti gli ebrei, mascherando così le alleanze economiche e politiche che costituiscono l’essenza dell’egemonia globale. Questo dispositivo retorico giustifica l’ordine mondiale con il pretesto di combattere l’odio religioso o etnico, mentre capitale e politica continuano a operare attraverso gli stessi circuiti di potere.

In linea con questa analisi, Toumi esamina la Risoluzione 181 delle Nazioni Unite—il Piano di Partizione della Palestina del 1947—che definisce “il primo crimine legale” del mondo contemporaneo. Non fu soltanto l’atto di concedere una terra a un movimento coloniale; fu farlo sotto copertura internazionale e con il consenso delle grandi potenze. Divenne un prototipo di gestione degli affari mondiali attraverso la logica di una legalità fraudolenta. Secondo l’autore, la risoluzione non fu una semplice divisione territoriale, ma una dichiarazione di vittoria dell’imperialismo infuso di sionismo e l’istituzione di uno strumento centrale dell’egemonia globale—trasformando il diritto internazionale in uno scudo che legittima occupazione e spoliazione. Inaugurò una lunga fase in cui gli interessi coloniali si fusero con il capitalismo finanziario globale, sottoponendo i popoli colonizzati a nuove forme di dominio economico, sociale e culturale, e trasformando le Nazioni Unite da forum di negoziazione a meccanismo per fornire copertura legale a forme simboliche e materiali di genocidio.

L’autore amplia la sua analisi al crollo dell’Unione Sovietica—non semplicemente come implosione interna, ma come colpo di mano globale orchestrato da reti finanziarie e politiche che sfruttarono le contraddizioni sovietiche. Sostiene che il revisionismo all’interno della struttura socialista, combinato con l’ascesa di un’oligarchia sionista nell’era di Yeltsin, contribuì a smantellare la coscienza socialista ed eliminare la possibilità di un’alternativa globale. La caduta, nella sua lettura, non fu la fine di un singolo esperimento ma una vittoria strategica del sistema imperial-sionista, che puntava a chiudere la porta a ogni futura alternativa.

Eppure, la forza del libro non risiede solo nella diagnosi. Toumi pone la domanda decisiva: come affrontare questo sistema? Come restaurare l’idea di liberazione dopo la disintegrazione dell’internazionalismo, il ritiro del movimento operaio e la trasformazione delle rivoluzioni in memorie? Qui recupera il concetto di un “nuovo internazionalismo”, ma lo reimmagina oltre i vecchi centralismi e senza romanticismi. Si tratta di un internazionalismo costruito dal basso—dalle classi depredate, dai popoli colonizzati economicamente e politicamente, da un’alleanza transnazionale che unisce le lotte contro imperialismo, sionismo e capitalismo finanziario globale in una battaglia unificata contro il “governo mondiale” che impone la propria volontà attraverso istituzioni multilaterali progettate per servire interessi elitari a scapito dell’umanità.

Al centro di questa visione si trova il “nuovo essere umano”, l’espressione più profonda del libro. Non si tratta di un programma educativo o di una figura idealizzata; è il prodotto di una lunga lotta contro la frammentazione psicologica generata dal neoliberismo. Il nuovo essere umano è colui che si libera dal culto del mercato, recupera il senso di comunità, rifiuta di essere ridotto a consumatore sradicato, e sviluppa un’etica che vede la libertà come responsabilità e non come privilegio individuale. È l’essere che resiste—non solo con l’azione armata, ma con la coscienza, l’esistenza, il rifiuto.

Toumi offre una critica radicale della concezione liberale della libertà individuale, vista come strumento di controllo perché isola l’individuo dalla sua classe, dalla sua storia e dal suo popolo, trasformandolo in un essere che percepisce il mondo solo attraverso l’interesse personale. Contro questa atomizzazione, propone un modello fondato sulla ricostruzione del collettivo dall’interno, sul recupero del significato e sulla liberazione dell’immaginazione politica dalla disperazione e dal “realismo” imposto dal potere imperiale globale.

Così, malgrado il tono analitico rigoroso, il libro irradia uno spirito etico e una quieta, costante energia rivoluzionaria. È un testo che difende l’essere umano prima di ogni altra cosa e afferma che la storia può ancora essere trasformata se le strutture sioniste-imperiali vengono smantellate alla radice e se l’umanità ritrova il coraggio originario di sognare.

 

* Marwan Abdel-Al, A New Internationalism Confronting Zionist-Imperialism, https://www.dalta.info/article/2rblEwYdJP

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