Peter Kammerer

 

Una domanda strana da aristocratico ottocentesco e un libro del tutto singolare quello di Antonio Cantaro (Amato Popolo. Il sacro che manca da Pasolini alla crisi delle democrazie, Bordeaux, 2025). Si rivolge a chi? Non al popolo, è troppo dotto.

Penso che si rivolga a intellettuali in cerca di un popolo, di un popolo del quale si sente la mancanza e che diventa perciò oggetto di desiderio. In ogni capitolo si sente pulsare questa passione dell’autore. Una passione erotica, direbbe Heinrich Mann, che considerava l’eros l’ingrediente indispensabile della democrazia. E Cantaro scrive: “L’amore per il popolo è una passione senza la quale ogni discorso sulle magnifiche e progressive sorti della democrazia suona ai governati falso, irricevibile”.

Il popolo, il grande buco della storia occidentale

Il popolo è qualcosa che esiste e che non esiste, che è storia, ma che costituisce oggi anche il grande buco della storia occidentale. Una specie di fantasma. Rischia di essere un concetto vuoto che ciascuno riempie come vuole, un soggetto ricordato dalle favole e chiamato in causa dalla Costituzione. È vero, in qualche modo ne sentiamo la mancanza. Sarà possibile ritrovarlo, ricostruirlo o, meglio, partecipare alla sua auto-ricostruzione? Mi pare che questa sia la domanda fondamentale del libro.

Colmare il vuoto. Le risposte della destra

Da tempo la destra è al lavoro per colmare questo vuoto proponendo vecchie soluzioni e nuovi surrogati. Accetta in modo non solo acritico, ma direi, spudorato, tutte le ipoteche e tutto il bagaglio di sentimenti, preziosi e nefasti, trasportati da concetti come Dio, patria, famiglia, nazione, popolo. Questo miscuglio è un terreno minato. Ammiro Antonio che ha deciso di entrarci. Io non l’avrei fatto. Un terreno evitato di olito sia dal pensiero cosmopolita liberale sia dalla sinistra. Denunciati come falsa coscienza si sperava che i sentimenti nefasti che nascono da questo terreno si chiariscano e purifichino da soli. Ma non è così. Quindi ha ragione Antonio: dobbiamo entrare in campo.

Le risposta dimenticate di Alexander Langer

Uno dei pochi che lo ha fatto già negli anni ’80 è stato Alexander Langer, forte della sua esperienza altoatesina/sudtirolese, che gli permetteva da deputato europeo di intervenire con competenza nei conflitti “nazionali” sia tra i paesi postsocialisti, sia tra Israele e le popolazioni palestinesi. Scriveva nel lontano 1990: “Dopo una lunga esperienza maturata sul campo, mi sono sempre più convinto che l’identità etnica, etnolinguistica, nazionale, religiosa costituisce uno degli elementi più forti, determinanti, insopprimibili, almeno nella nostra cultura”. Langer avvertiva il risorgere di questi elementi nei paesi post-socialisti e i conseguenti «terremoti etno-nazionali» che oggi, con il conflitto russo/ucraino e quello palestinese/israeliano scuotono il nostro mondo. Le indicazioni di Langer allora non furono recepite da nessuna parte: “sviluppo di un federalismo democratico, autonomistico, pan-europeo con strumenti possibili e credibili per realizzare una politica e cultura della convivenza e dell’autodeterminazione democratica”; creazione di un “corpo europeo civile di pace”, ecco, diceva, l’alternativa “attraente” alla disgregazione nazionalista (6 dicembre 1991, Relazione tenuta al Convegno “Localismi, nazionalità ed etnie”, Istituto Maritain). Per lui lo Stato nazionale non può più essere una soluzione; lo considerava una «tecnologia non appropriata» di aggregazione e di organizzazione politica.

Cantaro. Il popolo come “tecnologia” delle classi meno abbienti

Mi piace questo termine “tecnologia” che ho trovato anche nelle prime pagine del libro di Antonio Cantaro quando chiama il popolo una “tecnologia delle classi non abbienti”. Scrive: «La democrazia autentica – il moderno partito di massa ne è stato il prototipo, oggi dimenticato – è il popolo che si organizza. Il “regime” dei governati, la “tecnologia” delle classi non abbienti». Ma quale sarebbe oggi una “tecnologia appropriata” che permette agli esseri umani sulla loro lunga strada di cooperazione e dell’organizzarsi in tribù e popoli, in gruppi sociali, in stati ed associazioni? Quale sarebbe la tecnologia appropriata per raggiungere l’obiettivo agognato: “una associazione in cui il libero sviluppo di ciascuno è condizione del libero sviluppo di tutti”? Come si riesce esprimere in modo efficace, appropriato una volontà politica di convivenza e di pace? È molto strano: prepararsi alla guerra pare “naturale” e degno di grandi investimenti, mentre la pace cresce solo quando è nutrita da buoni sentimenti.

Istituzioni e società civile

Trovo molto importante l’impegno con il quale Cantaro sottolinea l’importanza delle istituzioni e di una fantasia istituzionale per realizzare le occasioni di associarsi che costituiscono la ricchezza di una società civile. È nella società civile che la sinistra oggi, mi pare, sia ancora viva. Anche se non vota. Questo fatto può deprimere, ma più deprimente è vedere la riproposta di vecchie risposte politiche nel passato collaudate e pagate con crimini inauditi, mentre un laboratorio come quello delle Nazioni Unite viene smantellato e altre istituzioni internazionali, anche la stessa Comunità Europea, hanno già chiuso da tempo la ricerca di “nuove tecnologie” di convivenza.

Marx tra classe e popolo

Quando Marx innestò il concetto di classe sul concetto di popolo, caro ai movimenti del romanticismo, intendeva spingere, penso, un discorso vago su un terreno più scientifico. Operazione non riuscita, sostiene Cantaro. Infatti, questo discorso si è arenato e va ripreso semmai in forme completamente nuove tenendo conto del fatto che le costituzioni democratiche, in particolar modo quella italiana, non hanno mai rinunciato al concetto di popolo come fonte di legittimità e di ispirazione. Art. 1. «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro» (ecco la cicatrice del tentato innesto). «La sovra­nità appartiene al popolo che la esercita nei modi e nei limiti previsti dalla Costituzione». Tutto si basa, scrive Cantaro, «sulla consapevolezza che l’identità individuale si fonda su un’identità sovraindivi­duale, su un concreto stare insieme nel presente e nel futuro, su una “seconda natura” (lingua, tradizione, cultura, for­mazione comune, desiderio di un comune destino) senza la quale la prima natura si riduce a vita biologica, a nuda vita. Il nome di questa sfera pubblica generale che trascende quella singolare di ciascuno di noi è popolo».

Habermas. Basta l’antidoto del patriottismo costituzionale?

Liberato dal suo significato “etnico” il concetto di popolo usato da Cantaro si allarga e significa un tessuto di vita, credenze e ideali comuni, condivisi. Habermas parla di cittadini che si riconoscono nella costituzione come Carta vissuta e da vivere. Mi sfuggono le ragioni per le quali Cantaro si rifiuta di accettare questo ponte offerto. Ma è vero. Nella nostra realtà di vita concreta mi pare che questa comunità di cittadini, questo “popolo”, si sia rarefatto. «È innegabile – scrive Antonio – la debolezza dell’organo costituzionale popolo». E continua: «L’espropriazione di potere consumata a suo danno da ristrette oligarchie, sia quando esse siano “elette” in regime di democrazia di investitura sia quando esse siano “elette” in regime di democrazia rappresentativa. Non a caso il discorso politico oggi dominante nel mondo e in Europa è quello populista».

Entra in scena Pasolini

Una necessità esistenziale richiede che la vita di ciascuno di noi sia parte di un senso totale che la trascende. Ma essa oggi non trova una risposta politica. Che fare? Qui entra in scena Pasolini. Il poeta che ha scelto nel suo esordio il friulano, una lingua non nazionale, ma una delle piccole patrie, scrivendo in essa le sue poesie più belle. Tra parentesi voglio sottolineare che risulta quasi impossibile trovare le sue poesie recitate nel friulano e oggi forse esistono solo pochi che lo saprebbero fare. Mi pare sintomatico anche il modo in cui l’ultimo volume di poesie, La nuova gioventù, fu recepito. Si tratta di una denuncia della scomparsa del popolo o, meglio, di una specie di “abiura” scritta in un friulano accompagnato dall’italiano “nazionale”. Storicamente Pasolini passa dal friulano all’italiano, poi alla lingua del cinema, infine a un plurilinguismo delle cose e del mondo. Tutto per lui diventa lingua, anche la propria morte. Questo percorso poetico pasoliniano mi pare sia la risposta creativa alla perdita di una lingua popolare e all’istaurazione di una lingua italiana nazionale, televisiva, consumistica, sganciata dalla vita della gente.

La ricerca del sacro

Al deperimento, alla rarefazione o addirittura scomparsa della “vita popolare” Pasolini reagisce con la ricerca del “sacro”. Egli fa incontrare Accattone e l’Oratorio di Bach; il Vangelo e Matera; manda un angelo nella famiglia di un industriale borghese che la disgrega e santifica. Altro che Dio, patria, famiglia. Pasolini non ripropone il restauro di vecchi modelli ma li fa saltare in modo che dalla distruzione nasca in forme nuove il sacro. Penso ce si possa leggere tutta l’opera pasoliniana come risposta alla scomparsa del popolo. Parlava di un genocidio commesso sul popolo sottoproletario. Accattone non c’è più. Lo cercava ancora nel Terzo Mondo, ma invano. Fu travolto da una rassegnazione quasi patologica. Diceva in una conversazione registrata da me: il mio desiderio “è diventato quasi patologico tante sono state le delusioni che mi sono state riservate in questo periodo. Un desiderio di conservare certe forme della vita del passato. Intanto non è che io mi riferisca ai monumenti, alle moschee, ai grandi palazzi, alle porte. No. Quello che mi stava più a cuore in questi miei viaggi era proprio il tipo di città, la conformazione urbanistica, le strade, i cancelletti, i muriccioli, le piccole casette dei campicelli di viti, le case abitate normalmente dalla povera gente, ecco, questo mi interessava. Questo costituisce un disegno che sta scomparendo dalla faccia della terra. Che in Italia è scomparso quasi completamente”.

Il popolo come lingua “comune”

Alla scomparsa del tessuto materiale di una vita e lingua popolari Pasolini risponde con un suo plurilinguismo che corrisponde a quanto scrive Antonio: «Il popolo è la lingua “comune” con cui facciamo esperienza del mondo, il simbolo esibito in pubblico del nostro essere umani, del nostro essere ‘ontologicamente’ relazionali. Una realtà antropologica, prima che sociale e politica, che risponde all’esistenziale necessità ‘pratica’ e ‘spirituale’ che la vita singolare di ciascuno di noi sia parte di un senso totale che la trascende». Come rispondere alla scomparsa di quel tessuto materiale fatto di cancelletti, muriccioli, piccole casette dei campicelli di viti, vicoli e osterie? Pasolini si è fermato qui. Cantaro cita Papa Bergoglio e il suo progetto d’amore: l’amore inteso come «attaccamento al quartiere, alla terra, all'occupazione, al sindacato», un «riconoscersi nel volto dell'altro». Un attaccamento non ad un’identità definita una volta per tutte, ma che si apre al “volto dell'altro”. Se ho inteso bene, Cantaro vede un popolo che si apre invece di chiudersi all’altro. Questa priorità dell’inclusione rifiuta una prassi “antropologica” che ha bisogno del “nemico” per definirsi. Processi sociali che rendono possibili ed auspicabili questa apertura richiedono, scrive Cantaro, il rifiuto «della suadente promessa neoliberale di garantire, grazie all’efficienza derivante dall’“ingiunzione permanente alla prestazione”, la realizzazione personale degli individui, la loro libertà, il loro godimento, una vita non più buona ma comunque felice. Come? Tramite il proprio posizionamento competitivo, tramite l’accrescimento ad oltranza del “valore futuro di sé, tramite pratiche di investimento su sé stessi e di attrazione di investitori” (i follow, i like, i retweet dei social network)».

Ma basta?

Vorrei aggiungere che non basta tagliare le ali agli eccessi del neoliberalismo. Occorre riproporre tutto un modo nuovo di organizzare la cooperazione umana per soddisfare i bisogni materiali e culturali della specie e della Terra stessa mettendo al centro quel tipo di ricchezza che consiste, ricordava il giovane Marx, nella relazione con l’altro, cioè in un progetto comune, in cui chi produce realizza sé stesso rispondendo a un bisogno dell’altro. Marx sottolinea: “un bisogno umano”. La realizzazione di sé stesso attraverso i bisogni dell’altro mi pare sia una definizione dell’amore che non solo il giovane Marx e il vecchio Bergoglio, ma noi tutti possiamo condividere. Ora che “la produzione per la produzione” sotto lo stimolo del profitto ha scatenato una produttività inaudita, sarebbe tempo di pensare alla forza produttiva più importante: a noi come esseri umani e al significato del concetto di “umano”. Non so se basti organizzarsi in popolo per affrontare questo compito perso di vista da parecchio tempo.

L’inquietante vicenda del popolo tedesco

Cercando di enucleare l’idea di fondo del libro mi sono perso e temo che il mio sentiero di lettura non renda giustizia a questa pubblicazione, ricca di idee e di spunti di discussione. Insistendo in questo mio difetto vorrei aggiungere ancora alcune considerazioni sul popolo tedesco e la sua storia tragica nel ’900, un popolo organizzatosi in una Volksgemeinschaft che ha commesso crimini inauditi. Antonio mi perdoni, leggo il suo libro anche con occhi tedeschi. Una prima considerazione riguarda il nesso popolo-costituzione, affermato sia dalla costituzione italiana, sia dal Grundgesetz. Ma c’è una grande differenza tra la realtà italiana e quella tedesca. La Costituzione tedesca del 1949 è stato un regalo dei vincitori lungimiranti a un popolo allora incapace di esprimere autentici sentimenti democratici. Fu l’opera di una élite mai approvata da un voto popolare. La Wiedervereinigung del 1990 estese la validità del Grundgesetz alla DDR anche questa volta senza il consenso di un voto popolare. Si capisce, allora, che la tutela della Costituzione veniva affidata non tanto al popolo stesso, ma a una istituzione particolare, il Verfassungsschutz, il quale pur controllato dal parlamento agisce con metodi di un servizio segreto. Il popolo è “osservato”. I tedeschi mi pare non si rendano conto di questo fatto del tutto particolare e lo si vede nella prassi attuale seguita da tutti i partiti “democratici” che accettano senza discussione e come oro colato i verdetti del Verfassungsschutz nella loro lotta “democratica” contro associazioni “estremiste” e in particolare contro il partito di destra, la AFD. Seconda osservazione: Come si è sciolta la Volksgemeinschaft nazista, quale popolo è entrato al suo posto? Penso, che dopo la morte della vecchia generazione permeata dagli ideali propagati dal nazismo le nuove generazioni abbiano cercato di fare a meno del popolo tedesco sciogliendosi in Europa o realizzando una specie di doppia appartenenza culturale con gli USA o altri paesi europei. Questo processo del tutto positivo è sboccato oggi in un’impasse estremamente problematica. Come surrogato all’appartenenza a un popolo tedesco di natura incerta (del resto mai unito su un territorio definito) la Germania di oggi ha scelto in modo militante come popolo “ideale” quello di Israele e quello dell’Ucraina. È una tesi che ovviamente va discussa, ma che ci porta di nuovo alle domande poste dal libro di Antonio Cantaro sul nesso popolo-democrazia e su che fare se un popolo cambia pelle o non è più capace di organizzarsi culturalmente come sovrano democratico.

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