Francesco Barbagallo

 

Un acuto filosofo della storia ed esperto geopolitico tedesco, Hauke Ritz, ha scritto un libro importante e profondamente innovativo che ribalta del tutto i falsi luoghi comuni ricorrenti sui rapporti tra Stati Uniti, Europa e Russia. E dà una convincente risposta ai motivi e alle strategie che hanno determinato l’avvio di un fosco periodo di affermazioni imperiali e di guerre, che hanno caratterizzato i trentacinque anni che ci separano dalla fine dell’Unione Sovietica e della guerra fredda. (H. Ritz, Perché l’Occidente odia la Russia, Fazi Editore, Roma 2026).

<Qual è allora l’essenza dell’identità dell’Occidente? E’ la democrazia o l’imperialismo?> E’ il primo quesito, essenziale come la risposta: <E’ una creazione recente plasmata più da una logica strategica e dall’uso della forza che da affinità politiche, geografiche o culturali. […] l’odierno Occidente è in conflitto con tutte le regioni del mondo che si trovano al di fuori della sua area di influenza diretta.> Dal 1914 nel continente europeo ogni guerra ne genera un’altra. Nella ‘guerra civile europea’ l’unità Europa è stata sostituita dall’unità dell’Occidente, centrata sull’America del Nord.

La fine della guerra fredda e dell’Unione Sovietica poteva vedere la nascita di una civiltà settentrionale composta da tre poli sovrani: USA, Unione Europea, Russia. Per circa un ventennio la Russia –con Gorbaciov, El’cin e Putin- cercò l’integrazione con l’Occidente e fu disposta addirittura ad aderire alla Nato. Se si fosse realizzata questa alleanza non ci sarebbero state guerre in Europa e non sarebbe nata la coalizione degli Stati BRICS con l’adesione successiva di gran parte del mondo arabo, africano e latino-americano.

Negli Stati Uniti invece, già negli anni Novanta, si affermò il concetto di un ordine mondiale unipolare, di un ‘nuovo secolo americano’, della occidentalizzazione di tutto il mondo, da realizzare nel XXI secolo. Gli europei, sottolinea Ritz, non si accorsero nemmeno che tutti i princìpi della nuova era e tutte le decisioni strategiche venivano prese dagli Stati Uniti in splendido isolamento: la globalizzazione secondo le regole neoliberiste, il dominio del mercato finanziario, lo sviluppo delle nuove tecnologie a partire da Internet, la nascita e il monopolio dei grandi gruppi digitali. Del resto, già prima del crollo dell’URSS, nel 1990, il politologo americano Charles Krauthammer aveva definito il Consiglio di Sicurezza dell’ONU un “garante di nulla”, perché solo gli Stati Uniti potevano prendere decisioni su scala globale. Presto fu chiaro anche che gli accordi definiti per la riunificazione della Germania con Gorbaciov di fermare l’espansione a Est della NATO non sarebbero stati onorati, com’era già accaduto con le tribù pellerossa lungo tutto l’Ottocento.

L’idea di un ordine mondiale unipolare, di un vero e proprio “Impero” degli Stati Uniti si diffuse già negli anni Novanta tra gli ambienti politici neoconservatori, dove erano molto attivi Donald Rumsfeld, Paul Wolfowitz, Dick Cheney, che poi si ritrovarono nei gangli vitali dell’Amministrazione presieduta da George W. Bush al principio del XXI secolo. Dopo l’11 settembre 2001 la politica estera americana fu militarizzata come mai dopo il 1945, il diritto internazionale scaturito dalla pace di Westfalia fu cancellato, la diplomazia venne considerata un segno di debolezza, gli Stati Uniti avviarono la lunga, tragica stagione delle “guerre preventive”, in Afghanistan e poi in Iraq, e delle “rivoluzioni colorate” ai confini della Russia.

Già nel 2007 il presidente Putin afferma, alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, che <il modello unipolare non solo sia inaccettabile, ma anche impossibile nel mondo di oggi. […] In questo momento stiamo assistendo a un uso eccessivo e quasi illimitato della forza -la forza militare- nelle relazioni internazionali, una forza che sta gettando il mondo nel baratro di conflitti permanenti.> Non per caso nel 2008 la Francia e la Germania metteranno il veto all’adesione dell’Ucraina e della Georgia alla NATO. La Russia di Putin propose agli USA il prolungamento degli accordi per gli armamenti, ma Washington completò l’installazione del sistema antimissilistico costato già almeno 174 miliardi di dollari. Però la difesa americana funzionava solo contro i missili balistici, non contro i missili ipersonici appena allestiti dalla Russia, che in tal modo dimostrava l’impossibilità di un ordine mondiale unipolare.

Nell’inverno del 2014, mentre la Russia era impegnata nell’organizzazione dei giochi olimpici invernali a Soci, gli Stati Uniti e l’Unione Europea sostennero il colpo di Stato innescato dalle manifestazioni provocate a piazza Maidan a Kiev. Nonostante il consenso già espresso dal Parlamento, la Russia rinunciò a invadere l’Ucraina e partecipò ai negoziati di Minsk I e II che prevedevano la federalizzazione dell’Ucraina tra la parte occidentale filoeuropea e quella orientale filo-russa. Questa modifica costituzionale concordata nel 2015 non fu mai realizzata e nel 2023 Angela Merkel e Francois Holland ammisero che l’accordo di Minsk II era servito solo a guadagnare tempo per il riarmo militare dell’Ucraina e la formazione di uno degli eserciti più forti d’Europa, in seguito alle numerose manovre comuni con truppe statunitensi, canadesi e britanniche. Se l’Ucraina non era entrata nella Nato, da tempo la Nato era entrata nell’Ucraina.

L’intero processo dell’allargamento a Est della NATO, i colpi di Stato del 2004 e del 2014 e la successiva guerra nell’Ucraina orientale, il riarmo e la nuova corsa allo spazio, la propaganda anti-russa diffusa nella stampa americana ed europea <sono state -a giudizio di Ritz- sostanzialmente solo tappe diverse di una guerra tra Occidente e Russia.> Il libro di Zbigniew Brzezinsky La Grande scacchiera e lo studio successivo della Rand Corporation sosterranno che la Russia sarebbe stata destabilizzata se indotta a invadere l’Ucraina. <Il più grande paese del mondo sarebbe precipitato nel caos, avrebbe perso il suo equilibrio e, in seguito a ciò, si sarebbe potuta portare a termine un’operazione di cambio di regime secondo il modello del Maidan a Kiev.> Questi piani ambiziosi, largamente condivisi tra le élites di potere negli Stati Uniti non si sono però realizzati.

L’attuale declino degli Stati Uniti sta provocando anche la perdita di identità dell’Occidente. Il mondo del secondo dopoguerra è già arrivato alla fine, il nuovo mondo non c’è ancora. Come già vaticinò Gramsci: <Il vecchio mondo sta morendo: Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri.> Il mondo attuale sembra entrato in una fase di caos, cui sta dando un grande contributo il presidente Trump. E’ giunto il momento che il continente europeo ritrovi la sua sovranità e non dipenda più dai processi politici in corso negli Stati Uniti.

E’ ora che sia ripristinata la tradizione europea di ricerca della pace attraverso l’equilibrio del potere e nel quadro di un mondo multipolare che torni a funzionare secondo le regole basilari del diritto internazionale. Dalla guerra fredda in poi si è cercato di negare il concetto europeo di “società” (vedi la Thatcher) e di sostituirlo con l’individualismo di marca americana. L’Occidente ha favorito la lotta di classe dell’oligarchia con la creazione di potenti monopoli nel settore finanziario e digitale e ha indebolito fortemente l’autorità dello Stato e l’intero mondo del lavoro. In Europa è ora necessario rafforzare il potere dello Stato, per far rispettare i diritti contro i trust e smantellare le strutture oligarchiche. Sotto l’influenza americana, l’Europa ha condiviso finora una visione meramente tecnologica del progresso. Per i prossimi decenni del XXI secolo sarebbe il caso di rilanciare la tradizione dell’umanesimo europeo, insieme alle regole del diritto internazionale, all’obbiettivo della solidarietà e della giustizia sociale, alla prospettiva della pace tra i popoli e gli Stati.

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