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Aleksandr Droban

(Da: “Marxismo Oggi”, 2008/3)

 

Nella primavera del 1967 mi è stato proposto di andare a lavorare a Praga, alla redazione della rivista teorica del movimento comunista internazionale “Problèmes de la paix et du socialisme” (l’edizione italiana portava il titolo “Nuova rivista internazionale”). Dovevo entrare nella sezione che si occupava della lotta di classe nei paesi capitalisti sviluppati e garantire i collegamenti con il Partito comunista francese. Per uno specialista in storia francese (la mia tesi di laurea all’Università di Mosca era stata “La rottura del Fronte popolare in Francia, 1938-1939”) era una proposta da cogliere al volo. L’estate ebbi la nomina ufficiale.

Ma in quel momento insegnavo in un corso piuttosto importante e ho chiesto di ritardare la partenza fino alla conclusione del semestre successivo. Le mie ragioni sono state accettate. Non sapevo che in questo modo avrei perso le prime scintille della “primavera di Praga”: il congresso degli scrittori cechi e la protesta pubblica degli studenti del collegio universitario “Na Strahove”. Ho vissuto a Mosca l’inizio dei cambiamenti alla direzione della Cecoslovacchia (novembre 1967-gennaio 1968).

Infine il 22 gennaio 1968 mia moglie e io siamo scesi dal treno alla stazione centrale di Praga. Il compagno venuto ad accoglierci ci ha immediatamente avvertito che bisognava sbrigarsi, portare i bagagli nell’appartamento preparato e correre subito alla redazione della rivista, perché quel giorno il segretario del Comitato centrale del Partito comunista ceco per gli affari internazionali Vladimir Koucky doveva fornire al consiglio di redazione le prime informazioni circa la sostituzione di Antonio Novotny con Aleksander Dubcek al posto di primo Segretario del CC. Quindi fin dai miei primi passi in terra cecoslovacca sono stato coinvolto nei cambiamenti del paese.

Un altro cambiamento ha influenzato i miei primi passi nella redazione. Il giorno del mio arrivo il compagno che lavorava con il Partito comunista italiano ha lasciato Praga. Non so chi avesse pianificato le cose in quella maniera, ma il giorno dopo la sua partenza è arrivata un’importante delegazione italiana. Era un gruppo di comunisti torinesi invitati dalla redazione. In quel momento la direzione del Partito comunista dell’Unione Sovietica aveva dei rapporti piuttosto tesi con il partito italiano. E gli attivisti di base, con le loro opinioni, avrebbero potuto correggere gli errori dei dirigenti del PCI.

Io come ultimo arrivato ho dovuto cominciare il mio lavoro non con i francesi, ma con gli italiani. Il gruppo era composto da Vito D’Amico, Nazzareno Guasso, Gianfranco Coriasco, Giovanni Mercandino. Con loro, mia moglie e io abbiamo fatto il nostro primo giro della città di Praga. Poi ho dovuto tradurre tutta la discussione organizzata con gli italiani. Infine sono stato io a preparare il testo pubblicato dalla rivista sotto il titolo: “Parlano gli operai di Torino”.

Alla rivista sono così diventato il responsabile non solo dei problemi francesi ma anche di quelli italiani. Mosca non ha inviato nessun altro per occuparsi dei rapporti con l’Italia. Solo durante i miei quattro anni di permanenza a Praga questa grande mole di lavoro è caduta sulle spalle di un unico collaboratore. E mentre i miei colleghi dopo pranzo gustavano l’ottima birra ceca, io ero sempre subissato non solo dagli affari dei due maggiori partiti comunisti, ma anche di tutti gli altri, perché i rappresentanti dei partiti europei si raggruppavano intorno al PCF o al PCI e quindi facevano capo a me.

I miei interlocutori principali erano Pierre Hentgès per la Francia e Michele Rossi per l’Italia. Erano personalità notevoli, ma molto diverse. Hentgès era stato uno stretto collaboratore di Maurice Thorez, e poi era andato a Mosca come corrispondente dell’“Humanité”. Politicamente era l’interprete fedele degli interessi del PCF, ma nello stesso tempo aveva molta simpatia per i sovietici ed era vicino alle loro posizioni, anche nella spinosa situazione cecoslovacca. Dal punto di vista umano, era un uomo calmo, dalle argomentazioni ponderate e pacate. Ho avuto con lui dei rapporti molto stretti, diversamente dal caso di Rossi.

Michele Rossi, diversamente da Hentgès, aveva la posizione di membro del Comitato centrale del PCI. L’autorità del suo partito e la personale influenza che egli esercitava gli davano un certo peso all’interno della rivista. Le sottili differenze politiche fra il PCUS e il PCI portavano a molte discussioni intorno ai vari articoli. Rossi di suo ci metteva un grande temperamento ed eccellenti capacità di dibattito. Per questo i miei contatti con il rappresentante italiano erano più vivaci e più animati che con Hentgès. Rossi difendeva le posizioni del PCI e le sue opinioni su diverse materie con molta passione, a volte perfino con animosità. Lasciava trasparire la sua amarezza per il deteriorarsi dei rapporti fra i dirigenti cechi e quelli sovietici e sosteneva moralmente i cechi. Quante volte in mensa ho dovuto lasciare il mio pranzo quando il capo redattore, un vecchio venerabile, correva a chiamarmi: “Rossi strilla di nuovo a proposito del tale articolo”. I nostri rapporti personali erano improntati alla reciproca comprensione e oserei dire anche alla reciproca stima. Più tardi Rossi ha decisamente imposto il mio nome come inviato alla Quinta Conferenza operaia a Milano.

Alla rivista erano numerosi gli argomenti di studio e discussione, ma a poco a poco si imponeva un solo argomento: l’evoluzione degli avvenimenti in Cecoslovacchia, l’atteggiamento dell’URSS, del PCUS e degli altri paesi socialisti nei confronti di Praga. La sostituzione di Novotny con Dubcek alla testa del partito venne effettuata sulla base di argomenti analoghi a quelli che avevano giustificato la caduta di Chruscev a Mosca: cessare di riunire tutte le funzioni dirigenti nelle stesse mani. Novotny restava presidente del paese. Ma dall’inizio degli anni 60 era diventato chiaro che il progresso del socialismo esigeva profondi cambiamenti nell’organizzazione e nel funzionamento dei rapporti economici, politici e sociali. La direzione di Dubcek aveva un orientamento riformista, democratico e socialista. La scelta di lui come numero uno del partito ceco è stata fatta sotto l’occhio benevolo del PCUS. Per la sua formazione umana e politica, per le sue sincere convinzioni, Dubcek era amico dell’URSS, del popolo sovietico. Si poteva accordargli fiducia. Nella primavera del 1968 cominciano a precisarsi le intenzioni della nuova dirigenza ceca, che voleva procedere a trasformazioni importanti. In questo periodo si attivizza anche la massa popolare socialista e nello stesso tempo aumentano le forze antisocialiste che speculano sulla democratizzazione, la correzione di ogni genere di errori e tentano di screditare il socialismo.

La dirigenza sovietica sotto Breznev ha individuato nell’evoluzione cecoslovacca un cattivo esempio pericoloso. Scegliendo di sostenere la linea di Dubcek, il PCUS avrebbe potuto rafforzare le tendenze socialiste nel paese e acquisire ulteriori possibilità di influire sul corso delle trasformazioni e di criticare eventuali debolezze con maggiore autorità morale e politica. Comportandosi in quella maniera, il PCUS sarebbe stato ascoltato e seguito. La direzione Breznev non ha mai smesso di avanzare rimproveri, critiche, dinieghi. Dubcek ha tradito le attese. Fra i due partiti si sono sempre più evidenziate la lontananza, la discordia, i fraintendimenti. Agli occhi del popolo, l’autorità del PCUS si riduceva. E’ diventato impossibile avanzare critiche costruttive per sostenere l’essenziale pur introducendo correzioni. Non restava che usare mezzi ben diversi.

Circa al 20 di aprile un compagno arrivato da Mosca mi ha informato completamente. In un bosco vicino a Praga ho appreso che la decisione era presa, che il piano per l’ingresso delle truppe in Cecoslovacchia era già stato firmato. Ulteriori oscillazioni politiche non potevano più cambiare nulla. Non tocco qui le ragioni militari e strategiche che spingevano verso questa soluzione. Erano cose importanti ma secondarie. Ciò che era essenziale e decisivo era il rifiuto della democratizzazione in Cecoslovacchia, mentre quella democratizzazione bussava già alle porte dell’URSS, di tutto il sistema socialista.

La tensione aumentava di mese in mese. Priva dell’appoggio del PCUS, la direzione del Partito comunista cecoslovacco si indeboliva. In certi settori, particolarmente in quello ideologico, gli elementi antisocialisti avevano il vento in poppa. L’unità dei comunisti cecoslovacchi era minacciata.

Alla rivista io vivevo un momento di sforzo eccezionale. I dirigenti cechi cercavano di coprire la protezione e l’appoggio dei grandi partiti comunisti europei. Ciò mi dava l’opportunità di avere informazioni di prima mano sulla situazione del paese, del partito e del movimento internazionale.

Dunque, la Cecoslovacchia anzitutto. Poi delle complicazioni in Polonia. Ed ecco il maggio francese. Ho vissuto con grande intensità gli avvenimenti francesi. In autunno, in due serate con i collaboratori sovietici, ho fatto l’analisi delle possibilità mancate. I lettori mi devono perdonare una nota lirica, indimenticabile. Stanchissimo la sera tardi esco dal mio appartamento (dove sono restato a lungo solo) e vado in un bosco di ciliegi fra Praga e Hrdlorezy (il nome significa “tagliagole”) dove appendo la radio a transistor a un ramo e passeggio ascoltando quel che succede per le strade di Parigi.

Io avevo la sensazioni molto viva che si potesse evitare una grande stupidaggine politica. Naturalmente non ero il solo a pensarla così. Ciò che segue io l’ho appreso più tardi nei dettagli, solo al mio rientro a Mosca. La dirigenza sovietica ha effettuato un sondaggio segreto fra il personale dirigente circa l’eventualità di un invio di truppe. Il capo redattore della mia rivista era gerarchicamente il superiore dei sovietici a Praga. Egli ha dato un parere negativo.

L’accademico Jurij Francev era uno storico dall’orizzonte cronologico molto ampio: dirigeva la rivista dal punto di vista scientifico. Certo il tempo degli splendori della “Nuova rivista internazionale” era già passato: il periodo d’oro era stato negli anni 1958-65, con un collettivo di altissimo livello sotto la direzione dell’economista Aleksej Rumiantzev. La marea della reazione burocratica in Unione Sovietica aveva influenzato la rivista e il lavoro di ricerca teorica era notevolmente diminuito.

La presa di posizione di Francev ha avuto conseguenze quasi immediate. Recatosi in vacanza in Ungheria, è stato richiamato subito a Mosca senza poter passare di nuovo da Praga. L’appartamento del capo redattore è stato svuotato in sua assenza. La sua ricca biblioteca è stata sistemata su un grosso telone nell’ingresso della redazione. Per alcune settimane quel monumento ha indicato a chi passava che per Francev qualcosa non andava bene.

I migliori specialisti, le persone meglio informate davano tutti pareri negativi. Fra questi c’era il rappresentante del KGB, nonché il rappresentante commerciale, che era il secondo nella gerarchia diplomatica. Quest’ultimo, che aveva la maggiore anzianità di servizio a Praga, capiva perfettamente quel che avrebbe significato l’invio di truppe a Praga per i rapporti economico ceco-sovietici. Tutti i “negazionisti” hanno poi avuto ripercussioni negative sulla propria carriera. Evidentemente c’erano dei partigiani anche focosi e impulsivi, della risposta positiva: per esempio l’ambasciatore, certi militari e alcuni altri sovietici.

Quanto a me, fino all’ultimo non ho mai creduto che si commettesse questo errore. Pensavo che i problemi sarebbero stati risolti mediante l’azione di forze interne. Tanto più che si stava preparando tutto per estromettere Dubcek e formare una nuova direzione che avrebbe ascoltato i consiglio di Mosca.

E venne il giorno fatidico del 20 agosto 1968. Alla rivista si sapeva che alle ore 14 una riunione dei vertici del Partito comunista cecoslovacco doveva destituire Dubcek e formare un nuovo governo analogo a quello di Janos Kadar in Ungheria. In redazione abbiamo organizzato dei turni speciali per la notte, per stare di guardia all’apparecchio di comunicazione protetta con Mosca. Il mio turno era dalle ore 22 del 20 agosto alle ore 2 del mattino del 21. Naturalmente quella sera non sono tornato a casa alla fine della giornata di lavoro e sono rimasto alla mia scrivania.

Le ore passavano ma l’informazione attesa non arrivava. L’appello della nuova direzione che doveva aprire la strada alle truppe alleate non si sentiva. Alla fine il segnale di passare all’azione è stato lanciato. Quando le forze terrestri di cinque paesi del patto di Varsavia hanno traversato la frontiera alle 23.15 e la notizia è arrivata a Praga, due membri della direzione del PC cecoslovacco si sono riaccostati a Dubcek ed è venuta a mancare la maggioranza per destituirlo. Le truppe straniere si sono impegnate nell’operazione ormai in una situazione di vuoto politico.

Poco dopo mezzanotte, quando ero già al mio posto di guardia, è comparso un dirigente ceco della rivista: sul viso portava le tracce di colpi molto forti. Ha chiesto di un collaboratore della rivista e poi è sparito. Questa apparizione non ha apportato nulla di nuovo: i contrasti politici sono a volte veementi. Il collega ceco sapeva che le truppe erano già entrate, io no. Da Mosca nessuna telefonata, da Praga neppure. Accesi la radio. Calma completa in Europa e dappertutto. L’Italia si dimostrava come sempre un paese di cultura raffinata. In piena notte, da Roma o Milano, si trasmetteva un’opera teatrale sovietica di Rozov, di cui al momento non ricordo il titolo in italiano. In russo era “Tradizionnyi sbor”, la riunione tradizionale.

Alle due l’auto mi ha riportato a casa. E mi sono addormentato senza sapere quel che era successo.

Il mattino ho dovuto svegliarmi. Erano arrivati, lo avevano fatto! I cechi toglievano precipitosamente le targhe con i nomi delle strade. La nostra auto è passata davanti all’edificio del Comitato centrale del PC cecoslovacco, circondato da sentinelle. La cosa più bizzarra ci attendeva intorno alla redazione. La porta d’ingresso era stata sfondata dal cannone di un carro armato pesante (sovietico, naturalmente). Di fianco a noi, l’edificio del controspionaggio cecoslovacco presentava strane particolarità. L’immobile era circondato dalla nostra fanteria. Parecchi cechi alle finestre. Io parlavo con le persone arrivate al lavoro che non potevano entrare negli uffici. La direzione della rivista ha fatto dei passi presso il comando sovietico e i carri al nostro ingresso hanno fatto dietro front: adesso erano schierati a nostra difesa. Nessuno peraltro voleva attaccarci.

Non voglio insistere sulle conseguenze catastrofiche dell’invio di truppe, né sui miserabili tentativi di giustificarlo. Non è stata arrestata alcuna spia, né sabotatori o traditori. Erano stati arrestati – e inviati a Mosca – solo i dirigenti comunisti della Cecoslovacchia socialista. Avanti alla risposta di massa e pacifica della popolazione e all’impossibilità di organizzare una “soluzione Kadar”, l’ambasciatore Cervonenko (più tardi staccato a Parigi) ha inviato un telegramma di panico ai responsabili di Mosca, chiedendo di ritirare le truppe. Per fortuna questa volta ci si è mostrati abbastanza ragionevoli e non si è fatta un’altra sciocchezza. Le forze armate del socialismo non erano pedoni di una scacchiera. Il ritiro, dopo i risultati oggettivi raggiunti, non poteva che peggiorare la situazione. La Cecoslovacchia, l’Unione Sovietica, il socialismo internazionale ha dovuto vivere a lungo con tutto questo.

L’uomo che portava alla redazione i collaboratori che abitavano a Zizkov arrivava sempre un po’ prima del nostro orario di lavoro. E l nostro gruppo aveva una decina di minuti per fare un giro intorno all’isolato. Il mattino del 21 ho detto ai compagni: “Abbiamo ancora ab bastanza forza materiale e autorità politica per non soffrire immediatamente le conseguenze di quel che abbiamo fatto. Ma tra vent’anni dovremo pagarne il prezzo”. Nell’aprile del 1969 Dubcek è stato infine estromesso. Nel novembre 1989 il potere socialista è stato liquidato e ben presto sarebbe sparito anche il paese.

Nel 1970, alla Quinta conferenza operaia di Milano ho avuto la possibilità – che desideravo molto – di parlare davanti agli attivisti comunisti di Sesto San Giovanni. Volevo raccontare quel che succedeva veramente a Praga. L’idea centrale del mio discorso era questa: intervenendo militarmente in Cecoslovacchia, l’Unione Sovietica (e gli altri) hanno instaurato un governo molto debole, di autorità troppo scarsa per poter governare efficacemente il paese. Praticamente l’URSS si è presa il compito di dirigerlo. Le conseguenze sarebbero venuto più tardi. Per dire la verità, tutto questo è stato detto in forma concentrata e poco argomentata. Ma ho rapidamente constatato che il pubblico accoglieva il mio discorso con una certa diffidenza. Com’è la storia allora? L’URSS ha fatto degli errori? La situazione può evolvere in maniera negativa? I compagni di Sesto non hanno creduto del tutto all’oratore, anche se era sovietico, veniva da Praga ed era un testimone oculare e molto ben informato. Credo che più tardi però i miei ascoltatori abbiano dovuto ricordarsi di quella serata.

Durante le elezioni del 2008 io ero a Milano. E ho visto i risultati di Sesto San Giovanni.

Dopo la testimonianza, ecco qualche considerazione teorica, non sulla Cecoslovacchia ma sulla sorte del socialismo in Europa. Condivido da anni l’idea che Andrea Catone esprime nel suo articolo sul n. 2 di “Marxismo Oggi” del 2007: per capire il problema bisogna anzitutto rispondere a una domanda: “Che cosa è crollato, che cosa è fallito?”.

La mia opinione è questa. Ciò che è fallito è la forma concreta, transitoria dell’organizzazione politica della società socialista in costruzione. Non si tratta di un fatto isolato, bensì ha parecchi precedenti nella storia. Il capitalismo in ascesa cercava anch’esso una migliore espressione politica, procedendo a tentoni un po’ avanti e poi indietro. Quante rivoluzioni e controrivoluzioni ha vissuto la Francia fra il 1789 e il 1875 per arrivare alla forma più elevata di repubblica democratica borghese?

La forma politica fallita in URSS (e, con sfumature diverse, in altri paesi socialisti europei) era un regime burocratico che si può definire “burocratico staliniano” visto il ruolo preponderante svolto da Stalin fra gli anni 20 e 30. Il senso di questo regime era la trasformazione del potere rivoluzionario popolare e democratico in un apparato di governo sempre più staccato dal popolo, non responsabile di fronte alle masse e che utilizzava il metodo della coercizione invece della convinzione. La causa della costruzione del socialismo in un primo tempo è stata ancora perseguita dal regime, ma con errori, ritardi e perdite. A metà degli anni 70 è sopravvenuta una crisi sempre più profonda. E il regime burocratico si è rivelato incapace di fermarla, di mantenere il proprio potere, la propria esistenza. Nella sua caduta ha trascinato il paese socialista, la grande potenza, il partito di governo.

Seguendo la metodologia di Marx, Engels, Lenin, era essenziali trovare le radici oggettive, di classe, di questa evoluzione. Man mano che le società umane diventano sempre più complesse e produttive, la divisione del lavoro fa nascere uno strato specializzato nella direzione e libero dalla partecipazione alla produzione materiale. Engels ne descrive la trasformazione in classe dominante. La società si divide in dirigenti e diretti. La direzione diventa un privilegio, un monopolio. Nasce lo Stato. La celebre definizione di tato data da Lenin lo definisce un gruppo umano che si occupa della direzione e si appoggia sulla violenza organizzata.

La prima organizzazione sociale che conosceva lo Stato ma non ancora la proprietà privata viene analizzata da Marx sotto la dicitura di “modo di produzione asiatico”. (L’autore di queste righe nel 1973, nel corso di una discussione all’Accademia delle scienze sociali a Mosca, ha proposto di chiamarla “modo di produzione statale-comunitario”, termine che esprime il contenuti dei rapporti sociali di questa organizzazione e il suo carattere universale, ovunque l’umanità sia arrivata a creare lo Stato). I rapporti antagonistici fra dirigenti e diretti sono la contraddizione fondamentale di questa società.

Questa contraddizione resta alla base di tre formazioni fondate sul dominio della proprietà privata – lo schiavismo, il feudalesimo, il capitalismo. La classe dominante di ognuna di queste formazioni si riserva il compito di direzione a tutti i livelli. I rapporti fra dirigenti e diretti si realizzano come rapporti di sfruttamento.

La rivoluzione socialista sopprime il dominio del grande capitale. I rapporti sociali del socialismo (anche in costruzione) suppongono l’uguaglianza di tutti nell’accesso alla proprietà sociale e alla direzione. Tuttavia il socialismo non può fare a meno dello Stato. Nella sua opera magistrale “Stato e rivoluzione”, Lenin sottolinea che le due formazioni – il capitalismo e il socialismo – possiedono entrambe lo Stato, qualitativamente diverso, ma sempre depositario delle funzioni di direzione e di coercizione. Il contenuto principale del progresso nel socialismo (verso il socialismo) è costruito, secondo Lenin, dalla sparizione dello Stato, dalla soppressione della distinzione fra dirigenti e diretti, dalla partecipazione di tutti i membri della società alla direzione a tutti i livelli.

Quando la costruzione del socialismo elimina la contraddizione fra capitale e lavoro e le altre ereditate dal passato, la contraddizione fra dirigenti e diretti, sempre esistente e fondamentale, diventa la contraddizione principale del socialismo. In questo senso il socialismo come passaggio dalla proprietà privata alla proprietà sociale è il corrispondente storico del processo con cui la proprietà sociale primitiva ha dato origine alla proprietà privata. Nei due casi la comparsa e il superamento dello Stato, la comparsa e il superamento dei rapporti fra dirigenti e diretti costituisce il contenuto fondamentale del progresso.

L’esistenza oggettiva e inevitabile della dialettica fra dirigenti e diretti anche nel socialismo dà luogo ad interessi divergenti e tendenze opposte. La tendenza leninista, democratica, spinge verso la scomparsa dello Stato, delle differenze fra dirigenti e diretti. La tendenza antidemocratica e burocratica spinge alla conservazione delle differenze e dello Stato. La base di classe nella prima tendenza sono le masse avanzate del popolo, gli operai d’avanguardia e “gli elementi veramente illuminati che … non diranno no contro la loro coscienza” (Lenin nell’ultimo articolo della sua vita, dl 2 marzo 1923). La seconda tendenza è stata sostenuta da quella parte della casse dirigente che considerava la direzione (la propria direzione) come privilegio utile per il progresso sociale e quindi da mantenere; ed è stata sostenuta anche dalle masse abituate da secoli di dominio da parte degli sfruttatori a tenersi lontane dalla direzione e a subire passivamente. La vittoria della seconda tendenza ha portato a instaurare un regime burocratico che ha conservato il dominio fino alla fine dello Stato sovietico, cui essa ha contribuito in maniera enorme.

L’ideologia antisocialista specula su questo fatto presentando il socialismo come assenza di democrazia, repressione, inefficienza ecc. Si tratta di una visione deliberatamente falsa. La tendenza democratica era inerente ai rapporti sociali del socialismo e si manifestava a tutti i livelli e in ogni occasione storica. La stessa scala delle repressioni di massa sotto Stalin dimostra la forza e l’estensione di quella tendenza.

Una delle ragioni del persistere del regime burocratico è la situazione esistente nel campo della teoria socialista dell’epoca. La semplificazione e la deformazione della filosofia politica e di tutto il complesso delle scienze sociali marxiste-leniniste hanno nascosto i veri problemi. Nella teoria delle formazioni socio-economiche il modo di produzione “asiatico” è stato eliminato, il socialismo è stato presentato come una tappa molto breve, da percorrere rapidamente. (La conferenza del partito bolscevico del 1932, cioè dopo la liquidazione delle classi possidenti nelle città e nelle campagne, nonché il congresso del partito nel 1934 sotto la pressione di Stalin e Molotov, annunciavano l’esordio della società senza classi alla fine del piano quinquennale successivo. Gli enormi problemi del socialismo erano totalmente sottovalutati).

Il socialismo veniva ridotto a una composizione di classe che prevedeva tre gruppi: la classe operaia, i contadini dei kolchoz e l’intelligentzia, facendo sparire dal quadro il rapporto fondamentale fra la classe dirigente e le masse dirette. La contraddizione fondamentale della società socialista veniva ignorata, restava priva di soluzione sia nella teoria che nella prassi. Così i compiti più importanti venivano affrontati alla cieca, le decisioni pratiche finivano spesso in un’impasse.

Queste sono le cause che hanno preparato, e poi determinato, la crisi e la distruzione del socialismo nascente in URSS. Le stesse ragioni d effetti travagliavano il socialismo nei paesi europei e si manifestavano anche altrove.

Il disorientamento e la demoralizzazione delle masse popolari, delle m asse comuniste, sono profonde. Uscirne sarà lungo. Ma l’azione delle contraddizioni antagonistiche del capitalismo non si ferma. I popoli torneranno sulla via della costruzione del socialismo. La prima condizione perché ciò avvenga è il ripristino della prospettiva socialista agli occhi delle masse lavoratrici. Ed è necessario anzitutto il lavoro teorico di persuasione.

 

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