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Ignazio Masulli

(da "il manifesto", 17.12.19)

 

La ristrutturazione tardo capitalista dell’ultimo quarantennio ha portato all’esasperazione la logica utilitaria e contingente del capitalismo. 

Il risultato è un sistema che, da un lato, si dispiega in maniera pressoché incontrastata, affermando una sorta di neo-dispotismo. Dall’altro ha aggravato squilibri ecologici, demografici e sociali al punto da rendere non più sostenibile il suo stesso modo di funzionare.

Milioni di persone, soprattutto giovani, di tutto il mondo manifestano la necessità vitale di sostituire completamente e in pochi anni le fonti energetiche fossili perché senza un’urgente e drastica inversione di tendenza il riscaldamento del pianeta raggiungerà nel 2050 la soglia fatale di 2 gradi. A quel punto, il 35% della superficie terrestre dove vive il 55% della popolazione mondiale sarebbe investita da fenomeni metereologici esiziali. Due miliardi di persone patirebbero una crisi idrica irreversibile. La crisi agricola costringerebbe almeno un miliardo di persone a migrare. Le condizioni di sussistenza della specie sarebbero assai diverse da quelle finora conosciute.

Sempre più evidenti sono anche gli effetti dello squilibrio demografico. Da un lato assistiamo ad un crescente invecchiamento della popolazione e calo della natalità specie negli Usa ed Europa occidentale. Nei paesi dell’Unione europea, entro 12 anni, una persona troppo giovane o anziana per lavorare graverebbe su 1,5 in età lavorativa, determinando una situazione insostenibile. A tale calo demografico corrisponde un andamento opposto in molti paesi del Sud del mondo, vale a dire in quelli che non hanno ancora spezzato il circolo vizioso tra maggiore povertà e maggiore popolazione. Ne consegue che la straordinaria crescita della popolazione mondiale, prevista in un aumento di 2,3 miliardi nel 2050, riguarderà per il 97,2% i paesi meno sviluppati, una vera e propria “bomba” demografica.

Contemporaneamente aumenta la distanza tra i paesi più ricchi e quelli più poveri, mentre crescono le diseguaglianze all’interno sia dei primi che dei secondi. Se paragoniamo il Pil pro capite a parità di potere d’acquisto e, per un confronto più rigoroso, consideriamo solo i paesi con più di 30 milioni di abitanti, riscontriamo che negli 8 paesi più ricchi il Pil pro capite va dai 39.675 dollari in Italia ai 62.869 negli Usa; mentre negli 8 paesi più poveri esso varia da 824 dollari nella Repubblica Democratica del Congo a 6.851 in Angola. Quanto alle diseguaglianze interne, il 10% più ricco della popolazione possiede il 47% della ricchezza nell’America del Nord e il 55% nell’Africa sub-sahariana.

Le dimensioni limite di questi ed altri squilibri impongono un mutamento radicale, un nuovo paradigma, un’ardua sfida che richiede un corrispondente rinnovamento delle forme di conflittualità sociale ed espressione politica. Forme che possono maturare solo interpretando le istanze più profonde dei grandi movimenti collettivi che, non a caso oggi e in diverse parti del mondo, sono portatori di valori, concezioni sociali e modelli di cultura affatto reattivi al vecchio paradigma e agli squilibri ultimativi che ne indicano la crisi.

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