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Fabrizio Tonello *

 

Fermare Bernie Sanders. Anche a costo di scaricare una valanga di denaro in spot televisivi per aprire la strada a un miliardario (Bloomberg), truccare un po’ i risultati del voto in Iowa («internamente contraddittori», dice il New York Times), oppure semplicemente proclamare la vittoria di un candidato che non ha vinto (Buttigieg).

Meglio ancora, tutte queste tre cose insieme, alzando un polverone sufficiente per oscurare l’unico avvenimento certo: Sanders ha avuto più voti di tutti gli altri candidati nell’unico stato dove si è votato, il freddissimo Iowa. Per la precisione, nel voto popolare, Sanders ha ottenuto 44.753 consensi, contro i 42.235 di Buttigieg.

Prontamente imitati dai quotidiani italiani, i media americani si sono lanciati in ricostruzioni fantasiose dei risultati dei caucus dell’Iowa, favoriti dal caos provocato dall’app non funzionante creata dal partito democratico locale (ma c’è anche il sospetto di giochi sporchi dei repubblicani). Per esempio, Slate ha pubblicato un titolo come «How Pete Won» (come Pete Buttigieg ha vinto) quando l’unica cosa certa era che Buttigieg e Sanders avevano ottenuto lo stesso numero di delegati (11). Da parte sua, la Cnn, affermava che Sanders «aveva perso contro il sindaco di un piccolo paese» nel momento in cui era arrivato solo il 70% dei risultati (Buttigieg è un ex sindaco di South Bend, nell’Indiana). Il che sarebbe come dire che il derby Milan-Inter è stato vinto dalla squadra in vantaggio al 20’ del secondo tempo.

In realtà, la «vittoria» di Buttigieg è stata costruita dagli opinionisti per elaborare il lutto della pratica scomparsa di Joe Biden, il candidato preferito dall’establishment, che in Iowa a stento ha raccolto il 15% dei voti. Buttigieg, 38 anni, reduce di guerra, una versione americana (cioè più simpatica) di Renzi o di Macron, sembra destinato a interpretare la parte della «grande speranza bianca», come i pugili degli anni ’50 e ’60 che avrebbero dovuto sconfiggere gli imbattibili pesi massimi afroamericani. Che abbia conquistato lo stesso numero di delegati di Sanders, infatti, poco conta in un ciclo di primarie che deve durare fino a giugno, con altri 49 stati e vari territori che devono votare prima della convenzione di Milwaukee.

Buttigieg è destinato a uscire di scena presto ma l’establishment democratico ha altre carte di riserva: da un lato spera nella resurrezione di Biden, che sembra avere una base fedele tra gli afroamericani che voteranno in parecchi stati del Sud il 3 marzo. Dall’altro, il voto nei 14 stati nel cosiddetto super martedì sarà il test di quanto consenso Michael Bloomberg, l’ex sindaco repubblicano di New York, ora passato ai democratici, sarà riuscito a conquistare con lo tsunami di pubblicità televisiva pagata di tasca sua. Infine, se nulla di tutto ciò sarà riuscito a fermare Sanders, c’è sempre la possibilità di cambiare le regole del gioco e fare appello ai notabili del partito (sindaci, governatori e deputati) che potrebbero essere ammessi a votare al primo ballottaggio della convenzione, nella speranza di imporre un candidato centrista.

In altre parole, tra i democratici c’è chi preferirebbe una nuova sconfitta contro Trump alla vittoria di una candidato esterno alle cricche dominanti del partito, in particolare quelle legate alla famiglia Clinton fin dal 1992, quasi trent’anni fa. Nonostante l’ostilità compatta dei media, Sanders ha raccolto 25 milioni di dollari di donazioni nel solo mese di gennaio, una media di 18 dollari ciascuna: palesemente si tratta di contributi che non vengono dalle banche di Wall Street. Negli ipotetici confronti con Trump, Bernie è sempre il candidato democratico che otterrebbe il miglior risultato, battendo il presidente in carica di circa 5 punti percentuali nel voto popolare.

Non solo: Sanders è dato per favorito in New Hampshire, dove si vota martedì prossimo, e anche in parecchi stati del Sud; il rispettato statistico Nate Silver sostiene che se vince in South Carolina il 3 marzo (dove finora il favorito era Biden) Bernie Sanders ha la strada aperta verso la candidatura alla presidenza. Restano invece incerte le prospettive di Elizabeth Warren, l’altro candidato dell’ala sinistra del partito, che non sembra avere fin qui consolidato una base elettorale solida quanto quella del senatore del Vermont, l’unico che osi dichiararsi «socialista» nel panorama politico americano. Cosa succederà in autunno, con un Trump imbaldanzito dall’unità del partito repubblicano dietro di lui è un altro discorso.

 

* Da: “il manifesto”, 7.2.2020.

 

 

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