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 Fosco Giannini

 

In questa fase segnata, come questione centrale, dalla crisi sanitaria (una crisi, anticipando la tesi di fondo di questo articolo, che trova la propria causa non tanto nella trasmissione del virus da parte dei pipistrelli – moral suasion consueta e ripetuta del potere capitalistico in cerca di ipocrite risposte ai propri fallimenti – quanto nella destrutturazione/privatizzazione, all’interno dei sistemi capitalistici a livello mondiale, della sanità pubblica quale nuovo meccanismo ciclico di produzione/ riproduzione del capitale), in questa fase, ove primeggia la paura della morte, un’altra paura è sempre più evocata: quella di una crisi economica di enormi proporzioni, una recessione dell’intero mondo capitalista persino superiore a quella già grande e recentissima scoppiata tra il 2007 ed il 2013 negli USA (e propagatasi come “un’altra epidemia” nell’intero occidente) in seguito al “crac” dei “subprime” e del mercato immobiliare nordamericano.

Occorre innanzitutto rimarcare un fatto, decisivo ai fini di un’analisi seria, materialista dello stato delle cose: la crisi economica preannunciata dall’intero mainstream capitalistico mondiale viene venduta ai mercati internazionali del senso comune di massa come crisi direttamente prodotta dalla “fase coronavirus” e proprio e solamente in questo “incidente della storia” si individuano le basi della nuova e vicinissima crisi ciclica del capitalismo. In verità, proprio in virtù dell’ormai scientificamente assodata natura ciclica delle crisi capitalistiche si dovrebbe invece escludere a priori il coronavirus quale colpevole dell’ennesima e drammatica- per i lavoratori/lavoratrici e per l’intera e immensa società debole – crisi del sistema capitalistico di produzione. Scaricare, oggi, le colpe della propria crisi sull’epidemia è il modo solito del potere capitalista di esorcizzare la propria fragilità strutturale, la propria impossibilità strategica.

Già nella crisi successiva allo scoppio della bolla speculativa del 2007 negli USA, il capitalismo Usa, e quello mondiale, avevano tentato di deresponsabilizzare l’insieme capitalistico in quanto tale spostando (azione speculare a quella psicoanalitica) la responsabilità solamente su parte del mondo bancario americano. Contro tale, sfacciata, ipocrisia lucidissime appaiono le parole pronunciate da Vladimiro Giacché nella sua relazione al convegno “Marx e la crisi” tenuto all’Università di Bergamo il 23 aprile del 2010: “E così, nel 2007, è arrivata la crisi: la peggiore dal 1929 in avanti. Il capitalismo tronfio e trionfante degli ultimi decenni, con il suo sano egoismo generatore e dispensatore di ricchezza per tutti, con le sue capacità autoregolative superiori ad ogni goffa imposizione di regole dall’esterno, ha così ceduto il passo ad un insieme di meccanismi inceppati, che hanno bisogno di fiumi di denaro degli Stati per tornare malamente a funzionare. Risultato: l’immagine che oggi il capitalismo dà di sé è quella di un sistema in cui ingiustizie intollerabili vanno di pari passo con una drammatica inefficienza nell’allocazione delle risorse…come si può parlare di efficienza del mercato in una situazione in cui viene distrutta ricchezza per decine di migliaia di miliardi di euro, e nel giro di pochi mesi nel mondo i disoccupati diventano 230 milioni? Che efficienza è mai questa? Come è possibile negare questo gigantesco sperpero di risorse umane e materiali? E, soprattutto, cosa si deve fare per evitarlo? In fondo, sono questi dubbi e queste domande ad avere riportato Karl Marx agli onori delle cronache”. Giacché cita poi Marx: “Se la speculazione si presenta verso la fine di un determinato ciclo commerciale come immediato precursore del crollo, non bisognerebbe dimenticare che la speculazione stessa è stata creata nelle fasi precedenti del ciclo e quindi rappresenta essa stessa un risultato e un fenomeno, e non la ragione ultima e la sostanza del processo”. Così proseguendo, Giacché: Marx individua qui, nella ricerca moralistica del colpevole della crisi (lo speculatore), l’altra faccia della medaglia della fede ingenua nell’evitabilità delle crisi. Tale fede riposa sulla convinzione che la crisi sia qualcosa di estraneo al normale funzionamento dell’economia capitalistica. Secondo questa illusione ideologica, la crisi viene sempre da fuori, è una patologia esterna al sistema”.

Quest’affermazione di Marx, secondo la quale la crisi, le crisi, sono invece tutte, e inevitabilmente, interne al sistema capitalistico, sono consustanziali ad esso, indica quale sia il problema centrale che sale dai rapporti capitalistici di produzione. Affermerà, per sempre, Marx ne “Il Capitale”: “Le crisi cicliche rappresentano il modo con cui il capitalismo supera momentaneamente le sue contraddizioni e riavvia una fase di sviluppo, ma ogni volta che questo avviene le contraddizioni si accumulano e vengono spostate in avanti, causando la preparazione di nuove crisi”. A partire dallo studio delle crisi cicliche capitalistiche dell’economista russo Nikolai D. Kondratiev (1892-1938), potremo anche aggiungere che tali crisi ( basate sugli sviluppi scientifici sempre più esponenziali - sta qui il punto: nella differenza tra esponenziale e lineare- dei sistemi macchinici di produzione capitalistici) tendono a presentarsi sempre più ravvicinate nel tempo e sempre più socialmente drammatiche, a partire dal “dramma sociale umano in sé” costituito dall’ impossibilità ( all’interno del sistema capitalistico) di risolvere il problema che sorge dalle nuove e titaniche potenzialità produttive del sistema capitalistico e la sua esigenza strutturale di basare la propria riproduzione sistemica sul profitto, sull’espulsione di sempre più vaste aree di lavoratori ( di esseri umani) dai cicli produttivi e dai sistemi di garanzie sociali. E questa si presenta sempre più come vera e propria questione storica dell’attuale e intera umanità, sia di quella che vive all’interno delle aree capitalistiche che di quella che ne vive all’esterno, ma che diviene bersaglio dell’esigenza del capitale di esportare sempre più al di là dei propri confini geografici la propria crisi sistemica di sovraproduzione.

Peraltro, e al di là delle questioni, seppur centrali, messe già a fuoco da Marx e relative all’ esigenza intrinseca, e dunque oggettivamente e per sempre antioperaia, antipolare, antidemocratica e mano a mano più antiumana, che ha il sistema di riproduzione capitalistico di rinnovare continuamente – come un assassinio storicamente ininterrotto- i propri e nefasti processi di accumulazione progressiva e di riproduzione allargata del capitale, è già nella riproduzione semplice che Marx individua l’inevitabilità delle crisi cicliche capitalistiche.

Nel Primo Libro de “Il Capitale”, nella Sezione VII (“Il processo di accumulazione del capitale”), nel Capitolo 21 (“Riproduzione semplice”) Marx inchioda per sempre il sistema di produzione capitalistico alle proprie, gravissime, patologie interne, che da sole parlano non tanto di “crolli immediati”, ma di morte storica annunciata. E l’impossibilità che il capitalismo sia natura e come tale eterno (e non invece una formazione sociale destinata ad essere superata) Marx già la individua, proprio in questa parte de “Il Capitale”, dove afferma che il senso ultimo del capitale è quello di riprodurre capitale, di riprodurre sé stesso, non potendo dunque offrirsi, a partire da ciò, come sistema universale e indispensabile ai destini dell’umanità. Palesandosi anzi, già a partire da questa nozione di “riproduzione semplice”, quale nemico dell’umanità. La nozione scientifica secondo la quale il capitale vive nel solo obiettivo di riprodurre se stesso, nel solo scopo della propria autovalorizzazione e che i mezzi di produzione non solo altro che mezzi per la riproduzione della classe dei produttori, diverrà nozione centrale, in ogni progetto rivoluzionario, non solo per ratificare l’oggettività dello sfruttamento sintetizzato nella legge del plusvalore, ma anche per ratificare il fatto che il vero limite del sistema di produzione e riproduzione del capitale è il capitale stesso.

Non si può non ripartire da qui, non si può non ripartire da Marx, per disvelare l’ipocrisia di chi oggi sposta le cause dell’imminente nuova crisi ciclica del capitalismo sulle ali dei pipistrelli, sui tentacoli del coronavirus, così come il grande capitale nord americano aveva tentato di spostare sulle spalle del sistema bancario la crisi del “subprime” del 2007, quando essa era in realtà una crisi di egemonia e di espansione imperialista di fronte al sorgere di un fronte mondiale di natura antimperialista che, trovando il proprio cardine nel grande sviluppo economico e politico della Repubblica Popolare Cinese, aveva già cambiato nel profondo, attraverso i BRICS e oltre i BRICS, i rapporti di forza mondiali tra imperialismo e antimperialismo, a favore di quest’ultimo.

La fase attuale, successiva a quella della bolla speculativa americana, ha basi materiali che possono esplodere nella circostanza dell’epidemia ma che in verità è stata preparata da ben altre e consistenti contraddizioni del sistema capitalistico improntato solamente alla propria autovalorizzazione, una fase attuale che si presenta così oggettivamente come la nuova crisi ciclica dell’attuale sistema capitalistico di produzione e ciò che è da tener in forte considerazione è che questa nuova crisi ciclica , dal carattere mondiale, economicamente epidemico, si manifesta a solo sette anni dalla “fine” della crisi dei “subprime” nordamericani. Come dire: il corpo del capitalismo mondiale è in evidente stato di malattia e le sue crisi epilettiche si susseguono una dopo l’altra, con ritmi sempre più ravvicinati e letali per l’intera umanità, poiché parlano non solo di miseria disseminata ma anche di guerra. Se a partire da ciò affermiamo che l’esigenza del socialismo è storicamente sempre più urgente, non spendiamo nemmeno un’oncia di retorica né di propagandismo. Il problema, non certo da poco, è che in aree mondiali come quella italiana è oggi fortissima la contraddizione tra l’esigenza oggettiva della trasformazione sociale e la debolezza del soggetto del cambiamento, debolezza le cui cause vengono spesso rimosse.

La causa dell’imminente crisi economica non è dunque l’epidemia, facile vessillo da agitare per assolvere di nuovo il capitalismo. Da cosa è stato caratterizzato, infatti, questo decennio che ci separa dalla “fine” della crisi da bolla speculativa USA? Forse, dopo la drammatica anarchia dei “subprime”, da un più razionale controllo pubblico sul sistema bancario, finanziario, economico capitalistico, privato? Tutt’altro, dopo la “bolla” è ripresa a dilagare ed essere praticata l’ideologia totale del mercato quale condizione primaria dello “sviluppo” e dell’autoregolazione dello stesso sistema capitalistico: per ciò che riguarda l’Unione europea, totalmente immemore della lezione “subprime”, è proprio in questa fase che si sono scatenate le più liberiste politiche di attacco al welfare, ai salari e ai diritti, è propria in questa fase “post bolla” che si è propagata la demonizzazione del debito pubblico e, specularmente, la mitizzazione del pareggio di bilancio a detrimento delle garanzie sociali e dello stesso equilibrio sociale; è proprio in questa fase, dunque, che nell’Ue si è tornati, senza più “imbarazzi” culturali, all’incensamento del profitto, offrendo un’ulteriore base materiale e ideologica ( se mai ve ne fosse stato bisogno) allo spostamento degli immensi profitti capitalistici di questa stessa fase nelle aree della totale non produzione e del totale non investimento e cioè nei paradisi fiscali, nel sistema bancario occulto o nella speculazione finanziaria tanto legittimata quanto improduttiva e contraria allo sviluppo, al lavoro e ad ogni strategia, anche capitalistica, di breve o medio periodo. Contemporaneamente a ciò (e cioè allo spostamento del profitto nel campo dell’improduttività) è avanzata sempre più una politica di contenimento e, oggettivamente, di riduzione secca dei salari e degli stipendi che, specie in Paesi economicamente più deboli come la Grecia e l’Italia, hanno prodotto una sottosalarizzazione di massa che ( assieme alla precarizzazione di massa del lavoro e alla disoccupazione) oggi già si presenta in forma di drammatica contrazione del mercato interno rispetto ad un tentativo di uscire dall’imminente crisi economica (da “coronavirus”?) attraverso un rilancio della domanda. Insieme a ciò, e nel contesto generale di “iperliberismo indotto” dall’Ue ( che tanto bene si è intrecciato con gli spiriti animali del neo capitalismo) lo storicamente già drammatico problema dato dall’espulsione di massa dei lavoratori dai processi produttivi in virtù dei nuovi sistemi macchinici capitalisti è stato non solo passivamente accettato ma positivamente teorizzato in virtù dell’idea dominante del “lassait-fair” ( “lassait-tomber”…) e del credo mistico nell’autoregolazione del mercato.

Quale motivo della crisi economica imminente (ma anch’esso da riportare alla fase “coronavirus”) vi sarebbe quello della chiusura dei rapporti commerciali internazionali (per epidemia) e dunque di un crollo della produzione e dell’occupazione. Argomento non certo peregrino: ma non rimanda anch’esso all’impossibilità strategica, alla mancanza oggettiva di respiro di una progettualità capitalistica tutta giocoforza incentrata sul “profitto” subito e sul cavalcare le fasi espansioniste a detrimento di uno sguardo lungo ( che solo il socialismo, l’abolizione della legge del valore come senso supremo del “fare umano”, possono avere) nel momento stesso, ad esempio, che nella fasi d’espansione il profitto è totalmente privatizzato ( e nascosto nei caveau ) piuttosto che “risparmiato”, socializzato, anche per le fasi più difficili ( anche nelle esperienze socialiste concretamente realizzate vi sono stati casi di restrizione del mercato interno, ai quali si rispondeva con una immediata socializzazione della ricchezza generale non privatizzata né occultata). Ma poi: con quale credibilità, oggi, il grande capitale transnazionale europeo, il suo mainstream, può addebitare al coronavirus la chiusura delle relazioni commerciali internazionali, quando da anni il diktat dell’Ue, assumendo in toto quello di Trump ( quindi diktat imperialista unito) è stato quello di chiudere ogni relazione commerciale ed economica con i nuovi “stati canaglia”, a cominciare dalla Russia per proseguire con l’Iran, la Libia, il Venezuela e tanti altri e spesso con la Cina? Quando risiede nel senso profondo stesso della “fortezza” Ue l’interrompere i rapporti commerciali con l’intero mondo racchiudendoli tutti solamente all’interno della stessa Ue?

La stessa, gigantesca evasione fiscale del grande capitale italiano (ma non solo: sovranazionale, capitalistico) non trova forse la propria ragion d’essere nella capillare diffusione della “filosofia” liberista che l’Ue si incarica di promuovere, dietro le cravatte regimental dei suoi funzionari ed esponenti? E mai giunto un “severo monito” (come quelli contro l’allargamento del debito) da Bruxelles contro il grande capitale transnazionale evasore?

E gli USA di Trump non hanno forse partecipato negli ultimi anni a mettere in campo i prodromi di una crisi economica planetaria (l’ennesima crisi ciclica capitalista) attraverso un neo nazionalismo ed un neo protezionismo (ma con i fucili di guerra sempre carichi) che si è naturalmente adornato di guerre doganali mondiali ( non certo olio lubrificante per i rapporti commerciali internazionali) spingendosi, nell’euforia isolazionista, a demonizzare la Nuova Via della Seta, mentre il governo cinese, a Davos, rilanciava la politica dello scambio planetario aperto e “win win” anche come prima base materiale per la pace mondiale?

Se per recessione intendiamo il fatto che un sistema produttivo giunto ad una capacità produttiva X non riesca più a sfruttarla adeguatamente perché la domanda complessiva di beni e servizi diminuisce sensibilmente, perché l’intera domanda aggregata, per ragioni di sottosalarizzazione, precarizzazione e disoccupazione di massa, è nettamente inferiore alle merci potenziali; se solo, semplicemente, riassumessimo l’analisi ( universalmente riconosciuta) condotta nel 1975 dall’economista Julios Shiskin , secondo il quale occorre considerare l’andamento del prodotto interno lordo per valutare la presenza o meno di una fase e se per due trimestri successivi il dato è negativo si può parlare di recessione, bene rispetto a tutto ciò noi sappiamo che la recessione ( una nuova crisi ciclica) era in agguato ben prima dell’epidemia.

Non possiamo accettare, dunque, oggi, questo immenso occultamento di questioni che porta alla cancellazione dell’ennesima crisi ciclica capitalista e all’individuazione di un unico colpevole della prossima crisi: il coronavirus. Sarebbe come dire che i medici, gli infermieri, le mascherine mancano perché è arrivata l’epidemia, e non perché la sanità pubblica, negli ultimi vent’anni, per mano dell’Ue e della ferinità del capitalismo italiano in agguato, è stata scientificamente distrutta.

Ciò che forse di positivo emerge, dalle ravvicinate crisi della bolla speculativa americana del 2007 e dall’attuale crisi (crisi di natura mondiale e mondialmente vissute) è che la credibilità del sistema generale capitalista, difronte alle masse mondiali, ne esce ulteriormente indebolita. Forse questo sistema potrà di nuovo guadagnare egemonia attraverso una nuova e vasta “elargizione” di merci, se riuscirà ad uscire anche da questa crisi. Tuttavia, le crisi cicliche sembrano ormai addossarsi l’una sull’altra, con sempre meno spazi temporali l’una dall’altra. Non è probabilmente il tempo del “crollo” capitalista (Lenin, rispondendo a Rosa Luxemburg in relazione alla teoria di Rosa del crollo imminente, affermava che si, “il capitalismo ha i secoli contati”), tuttavia crepe vistose iniziano ad aprirsi e la necessità che i progetti di sviluppo non siano lasciati tutti nelle mani del capitale forse può diventare una consapevolezza di massa. Ma perché questa consapevolezza maggiore diventi forza politica e sociale per il cambiamento occorre, come affermano anche diversi economisti marxisti nel dibattito apertosi nelle pagine de “L’Antidiplomatico”, che ripartano finalmente una mobilitazione e un impegno di massa.

Peraltro, se fosse vero, e ve ne sono i segni, che la serie di crisi cicliche capitalistiche producono, oltretutto, anche una nuova coscienza popolare, sarebbe bene che i comunisti e le comuniste dispersi/e in troppe, piccole, formazioni, si ponessero oggi il problema di una loro nuova unità organizzativa, per un’unica e più forte azione di lotta. Ponendosi così come un cardine più autorevole per la messa in campo di un più vasto e generale fronte anticapitalista. Perché vi sarebbe una contraddizione davvero profonda tra la crisi capitalistica in atto, un nuovo risveglio popolare ed il permanere d’una così vasta polverizzazione delle forze comuniste, antimperialiste e anticapitaliste.

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