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Ferdinando Vidoni, Stefano Bracaletti

 

Il presente volume delle Opere complete di Marx ed Engels[1] intende anzitutto fornire la traduzione completa dei cosiddetti «Quaderni di etnologia» marxiani, forse più compiutamente denominabili come «Quaderni etno-antropologici». Negli ultimi anni della sua vita, dal 1879 al 1882, Marx allargò infatti i suoi interessi anche alle nuove scienze umane dell’etnologia e di quella che oggi si usa chiamare antropologia culturale o sociale, che si andavano rapidamente sviluppando su uno sfondo evoluzionistico e che offrivano preziosi elementi di collegamento e confronto con il suo «materialismo storico». Compilò così corposi quaderni di Exzerpte o estratti con citazioni, riassunti, commenti da opere soprattutto di Lewis H. Morgan, John Phear, Henry S. Maine, John Lubbock.

L’insieme di questi materiali di studio marxiani (conservati all’Istituto Internazionale di Scienze Sociali di Amsterdam, Quaderni B 156 e B 150), redatti parte in inglese e parte in tedesco e con molte abbreviazioni, rimase sconosciuto al pubblico fino all’edizione dell’americano Lawrence Krader del 1972 (ed. Van Gorcum, Assen) e a quella, interamente in tedesco e con le abbreviazioni sciolte, del 1976 (curata dallo stesso Krader e con «traduzioni» di Angelika Schweikhart per l’editore Suhrkamp di Frankfurt a.M.). Quest’ultima edizione, più leggibile e pur sempre fedele, viene seguita essenzialmente in questa edizione italiana. Una versione spagnola condotta su quella iniziale di Krader è stata pubblicata da José Maria Ripalda per gli editori associati Siglo XXI e Pablo Iglesias di Madrid nel 1988. Delle parti relative a Morgan e a Maine è uscita anche una versione italiana a cura di Politta Foraboschi per le Edizioni Unicopli, Milano 2008.

       Mentre la MEGA2, nuova edizione in via di completamento della Marx-Engels-Gesamtausgabe, si propone un’edizione critica di questi quaderni, con minuzioso apparato filologico, dal nostro punto di vista è fondamentale il problema di una loro disponibilità e leggibilità presso un vasto pubblico del nostro Paese. Allo scopo è stato preparato anche un nuovo apparato di note per agevolare l’accesso alla massa di informazioni e di problematiche che questi testi presentano.

       Naturalmente è essenziale distinguere il giudizio e i commenti di Marx – che per lo più lui stesso contrassegna con parentesi quadre o anche solo tonde – dal pensiero degli autori utilizzati. Le sue stesse scelte compiute su questi testi e le insistenze su alcuni passi o temi vengono ad essere significative; incontriamo notevoli elementi di novità, in quanto il contatto con questi studi porta Marx a considerare la società e la storia in modo più ampio e articolato.

       Pur non partito principalmente dalle tematiche etnologiche, ma piuttosto da quelle filosofiche, storiche ed economiche, Marx – affiancato da Engels – arriva molto naturalmente a interessarsene per i nessi e i confronti che gli sembra possibile istituire tra la propria prospettiva del materialismo storico e le indagini di alcuni di questi studiosi sulle forme di vita e le istituzioni sociali degli antichi e dei primitivi e sul variare delle loro espressioni culturali. Si vedano per esempio le considerazioni che nei suoi Grundrisse vanno sotto la dicitura di «Forme che precedono il modo di produzione capitalistico». Lo studio stesso del sistema capitalistico implica agganci e confronti con altri tipi di economia e società.

       Questi appunti di Marx vanno quindi letti sullo sfondo di interessi che già lui ed Engels avevano iniziato a sviluppare. È noto che da tempo, prima di incontrare gli scritti da cui ha tratto questi appunti, Marx (come anche Engels) aveva condotto alcuni studi storici ed etnologici soprattutto sulle antiche collettività agricole in Germania, Russia, Irlanda ecc., testimoniati in varie opere e lettere. Tuttavia il nuovo interessamento di Marx alle strutture sociali «antiche» – a partire dagli studi etno-antropologici di Morgan e altri – è come lo spalancarsi di una finestra su un mondo più ampio e prima largamente ignoto. Questo suo nuovo sviluppo non è stato certo abbastanza riconosciuto in seguito. E soprattutto la presenza di questi «Quaderni» è mancata nelle vaste discussioni che sulle società precapitalistiche si sono svolte specialmente in Francia negli anni ’60-’70, aiutandosi più che altro con i Grundrisse, allora una novità negli studi sul marxismo.

       Lo studio diretto delle prime società fa emergere che il materialismo storico non si può certo ridurre a un meccanico condizionamento delle sovrastrutture da parte della struttura o base economica, definita in rapporto ad una serie chiusa di modi di produzione che si susseguono più o meno linearmente. Questo è potuto sembrare specialmente in base a un famoso passo marxiano della «Prefazione» del 1859 a Per la critica dell’economia politica, che molti hanno trasformato, da ipotesi di studio «a grandi linee», in una specie di dogma generale. Ma viene per esempio da domandarsi quale sia nelle società primitive, rispetto ai fattori strettamente economici, il peso e il ruolo delle strutture della parentela, delle forme matrimoniali, delle forme di vita comunitaria. O anche quali limiti vadano riconosciuti, in base ai nuovi studi sull’umanità primitiva, all’affermazione del Manifesto che tutta la «storia di ogni società esistita fino a questo momento è storia di lotte di classi». In una nota alla prefazione alla nuova edizione inglese del 1888 Engels sente la necessità di limitare l’affermazione alla «storia scritta» e dice che solo con lo scioglimento delle comunità primitive «comincia la differenziazione della società in classi staccate e antagonistiche». Proprio il fatto che la società non sia stata sempre classista può far sperare che possa accedere ad una forma in cui in qualche modo non lo sarà più.

       Gli studi di etnologia intrapresi intorno al 1880 dovevano essere per Marx anche una specie di diversivo, rientrante in quelle molte discipline cui si dedicava quando voleva distendersi un po’ in mezzo alle faticose ricerche economiche che lo catturavano da tanti anni. Ormai non lavora nemmeno più alla sua enorme creatura del Capitale; si «riposa» o «distrae» a modo suo, sprofondandosi sempre più in libri di matematica e di scienze naturali, di cui ci rimangono molti materiali di studio (MEGA2, sez. IV, vol. 31; inoltre Manoscritti matematici, trad. it. di A. Ponzio, Milano 2005). Ma, sul finire degli anni Settanta, può soprattutto incontrare la ricca produzione etno-antropologica recente, che fa intuire tanti importanti nessi con la sua visione del mondo e della storia e gli offre nuove prospettive di sviluppo teorico.

       Conformemente al modo di procedere tenuto quasi sempre nelle sue ricerche, anche questa volta Marx comincia documentandosi con una massiccia quantità di estratti, attingendo principalmente ai quattro autori che esamina, in modo favorevole o meno, in questi quaderni e senza aver poi purtroppo il tempo di farne un utilizzo organico.

       Il primo è l’americano Lewis H. Morgan (1818-83), grande pioniere dell’antropologia, noto anche come strenuo difensore dei diritti degli Indiani, il cui libro La società antica (1877) venne fatto conoscere a Marx dall’amico Maxim Kovalevskij, storico ed etnologo russo autore di studi sulle comunità rurali, il quale glielo portò da un viaggio a New York. A quanto racconta Engels (nella «Prefazione» all’Origine della famiglia), Marx «si era proposto di esporre i risultati del lavoro di Morgan in rapporto alle conclusioni delle proprie ricerche storiche», in quanto l’etnologo americano «era giunto ai medesimi risultati essenziali di Marx» (almeno su certi importanti punti, possiamo aggiungere).

       Per il materialismo storico marxista, come per Morgan, tutto è appunto «storico»: l’uomo e la società non sono stati sempre uguali e passando attraverso varie tappe evolutive marciano verso il «progresso». Né fa troppo da ostacolo lo sfondo deistico del pensiero di Morgan, secondo cui le istituzioni umane, come governo, famiglia, proprietà, derivano da «idee primarie» immesse «in germe» nello spirito umano dal creatore dell’universo e non semplicemente determinate dalle condizioni materiali e sociali. In questa visione dinamica vi è anche una connessione col clima evoluzionistico notoriamente presente in gran parte degli etnologi e antropologi dell’epoca, l’enfasi dei quali sulle fasi dello sviluppo ha avuto a suo tempo importanza fondamentale (benché oggi sia facile imputar loro limiti e difetti come un certo teleologismo e benché siano stati accantonati certi concetti elaborati da alcuni di loro come l’«orda» primitiva o il matriarcato).

       La mente stessa dell’uomo, in questa prospettiva, attua le sue potenzialità mediante le sue progressive acquisizioni di capacità tecniche, formatesi nell’attività lavorativa. Questo tema emerge già dal titolo del capitolo iniziale di Ancient Society, «Lo sviluppo intellettuale attraverso le invenzioni e scoperte», ripreso da Marx all’inizio dei suoi Exzerpte.

       Non bisogna però pensare che, nell’appuntare La società antica, Marx proceda per così dire a tappeto, utilizzandone ugualmente tutti i capitoli. Compie invece una selezione, seguendo evidentemente un proprio progetto che vuole andare anche al di là del discorso di Morgan. L’indice degli appunti tratti da Morgan, posto alla fine di questo volume, dovrebbe contribuire a mettere in evidenza il modo di procedere di Marx.

       Dopo avere sunteggiato brevemente l’inizio dedicato da Morgan alla «crescita dell’intelligenza» e ai «periodi etnici» (stato selvaggio, barbarie, civiltà), Marx passa al capitolo II della medesima parte I, dedicato alle «Tecniche di sussistenza», ove si avverte il concetto materialistico di fondo dell’importanza della tecnologia negli sviluppi storici. Ma poi Marx salta subito alla trattazione della parte III del libro, in cui Morgan tratta più specificamente della famiglia nelle sue varie forme. Insegue ancora il tema della famiglia nella parte IV del libro, in cui Morgan tratta della successione ereditaria, come via al sorgere della proprietà privata. Marx ritorna quindi alla parte II, la più ampia, da Morgan dedicata soprattutto alla gens, in particolare presso gli Irochesi da lui studiati direttamente, ma anche ad esempio presso le società antiche greco-romane, perché attraverso questi sviluppi dell’organizzazione sociale – dalle tribù basate sulle gentes alla società politica – si pongono le premesse per il sorgere dello Stato.

       Gli appunti che Marx prende da recenti opere di studiosi di etnologia continuano con quelli desunti da John B. Phear, a lungo funzionario inglese in India, autore di un The Aryan Village in India and Ceylon, del 1880, di cui a Marx sembrano interessare particolarmente le descrizioni dei residui di forme di vita comunitaria dei contadini anche attraverso le maglie della «civilizzazione» coloniale.

       Utilizza poi ampiamente il famoso Henry J. Sumner Maine, traendo appunti dalle sue Lectures on the Early History of Institutions (1875). Un tema cui Marx qui dedica particolare attenzione è la progressiva emarginazione del diritto comunitario antico con l’avanzare del governo statale, come si può vedere in molte parti del cosiddetto mondo ariano, dagli Indù agli Irlandesi.

       Marx desume infine una serie di informazioni da John Lubbock (Lord Avebury, 1834-1916), banchiere, politico, naturalista, amico di Darwin, nonché autore di vari studi sull’uomo primitivo. Da Lubbock Marx dissente in particolare per il suo far derivare la storia dall’individuo (capofamiglia) e dall’autorità, piuttosto che dalla dimensione sociale e dalla gens.

       Gli estratti desunti dalle quattro fonti ora ricordate costituiscono il primo blocco di scritti del presente volume. Non si può però dimenticare che nel 1881-1882 – quindi pressoché contemporaneamente rispetto a Marx – anche Engels svolge analoghe ricerche storico-etnologiche, centrate sugli antichi Germani, in particolare sulla primitiva comunanza dei terreni. Vengono perciò qui raccolti i suoi tre manoscritti in proposito, vale a dire la «Sulla protostoria dei Germani», «L’epoca francone» e «La marca» (I edizione dell’originale tedesco, Berlino 1952). Engels, utilizzando ampi materiali, si concentra sulle vicissitudini della proprietà fondiaria, da quando, presso i primi Germani, era proprietà comune del popolo, a quando subentra la proprietà di ciascun paese, poi dissolta in piccole comunità di villaggio, mentre si riduce il ruolo dei legami di parentela.

       Il 1883 è l’anno della morte di Marx; nella primavera dell’anno successivo Engels ne riprende gli appunti relativi a Morgan, utilizzandoli per la nota opera su L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato (1884). È logico quindi (e anche cronologicamente motivato) far seguire quest’opera engelsiana, che sintetizza e chiarifica una buona parte della trattazione di argomento etno-antropologico avviata dallo stesso Marx, alla quale Engels ora può aggiungere anche alcuni nuovi dati desunti da ulteriori pubblicazioni.

       Engels presenta, fin dalla «Presentazione» alla prima edizione, come fondamentale nella concezione materialistica il fatto che l’elemento decisivo della storia consiste nella «produzione e riproduzione» della vita umana: da un lato la produzione del cibo, degli attrezzi ecc., dall’altro la procreazione e la continuazione della specie. Le istituzioni sociali sono legate a queste due specie di «produzione»: da un lato il «grado di sviluppo del lavoro, dall’altro quello della famiglia», che diventa un argomento di studio ben superiore rispetto alle schematiche indicazioni del Manifesto.

       Non si può dimenticare la grande vitalità che L’origine della famiglia ha dimostrato nell’ultimo mezzo secolo, sia per la maggior sensibilizzazione generale del grande pubblico a temi antropologici, sia per i dibattiti suscitati in un’epoca in cui i modelli familiari tradizionali sono messi spesso in discussione ed emergono risvolti politici e sociali legati in particolare ai movimenti femminili di liberazione.

       Anche quel classico del marxismo che è diventato L’origine della famiglia può essere letto al meglio sullo sfondo rappresentato dall’ampia serie di studi – che si trovano in gran parte raccolti insieme, per la prima volta, in questo volume – dedicati da Marx ed Engels all’uomo «antico», ma pur sempre in ordine alla prospettiva futura di un’umanità migliore.

Le traduzioni, dal tedesco, dei «Quaderni etno-antropologici» marxiani, con le relative note, sono di Ferdinando Vidoni (nn. 1 e 2) e di Stefano Bracaletti (nn. 3 e 4).

       Le traduzioni degli scritti di Engels sui Germani e dell’Origine della famiglia, di Stefano Bracaletti, si sono basate, con leggere modifiche, sulle seguenti edizioni:

‒ F. Engels, Storia e lingua dei Germani, a cura di Paolo Ramat, Roma, Editori Riuniti, 1974;

‒ F. Engels, L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, in rapporto alle indagini di Lewis H. Morgan, trad. it. di Dante Della Terza, a cura di Fausto Codino, Roma, Editori Riuniti, 1981.

       Quanto agli indicatori delle note, i numeri arabi elevati a esponente richiamano le note redazionali a piè di pagina, quelli fra parentesi quadre, in ordine progressivo, si riferiscono alle note raccolte in fondo al volume.

       Il volume è stato curato da Ferdinando Vidoni e Stefano Bracaletti. L’intero volume è stato riletto anche da Mario Cingoli e da Giovanni Sgro’.

 

[1] Karl Marx ‒ Friedrich Engels, Opere complete. Vol. XXVI: Scritti etno-antropologici, a cura di Ferdinando Vidoni e Stefano Bracaletti, Napoli, Edizioni La Città del Sole, 2020, 724 pp., ISBN 978-88-8292-490-4.

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