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Coordinamento di Democrazia Costituzionale di Bari

 

La battaglia del NO non finisce qui

Vogliamo in primo luogo ringraziare le cittadine e i cittadini che hanno scelto di contribuire con il loro impegno a un risultato del No comunque importante.

L’ampio vantaggio conseguito dal Sì nel voto referendario non cancella la debolezza degli argomenti portati a sostegno. I risparmi risibili, i confronti con l’estero falsati e fuorvianti, i guadagni di efficienza indimostrati e indimostrabili rimangono tal quali.

Parimenti rimangono i danni certi alla rappresentanza di regioni piccole e medie e forze politiche minori.

La battaglia del No era giusta. I correttivi già concordati per quella che quasi tutti – meno M5S – definiscono una riforma pessima o addirittura pericolosa e potenzialmente devastante non si sa se giungeranno mai al traguardo. L’istituzione parlamento ne esce comunque indebolita.

Guadagnano invece visibilità e peso politico i “governatori”, già in evidenza per le incertezze di Palazzo Chigi nella crisi Covid, affrontata privilegiando la concertazione tra esecutivi a danno delle Camere. Bisognerà fare grande attenzione a che le ulteriori riforme che molti auspicano non prendano una strada sbagliata, stravolgendo la Costituzione. Non manca chi potrebbe vedere in un parlamento indebolito l’occasione per puntare al sindaco d’Italia, o all’Italia delle repubblichette. Non è certo un caso che Zaia trionfante abbia immediatamente dichiarato che unico interesse dei veneti è l’autonomia (differenziata).

Massimo Villone

presidente del Comitato per il No al taglio del Parlamento

Roma, 22 settembre 2020

Abbiamo combattuto con convinzione ed entusiasmo la nostra battaglia per il NO, in una situazione molto difficile, con scarso tempo a disposizione, senza finanziamenti, senza apparati, contro forze politiche e mediatiche preponderanti, e contro un senso comune di “antipolitica”, di disprezzo e risentimento verso il parlamento, di attacco alla sua centralità, coltivato e alimentato da anni di bassa propaganda demagogica e cavalcato a tutto campo nello slogan pentastellato del “tagliapoltrone”. Abbiamo contrastato con la forza del ragionamento e del riferimento puntuale allo spirito e alla lettera della nostra Carta il riduzionismo ipersemplicistico di bassissima lega insito nelle motivazioni di quest’ultima “deforma costituzionale”; abbiamo “rimontato” in pochi mesi uno svantaggio abissale. Per buona parte di quel 30% che si è espresso per il NO, si è trattato di un voto ragionato e consapevole. È uno “zoccolo duro” da consolidare e ampliare per le prossime battaglie intorno alla Costituzione che si profilano nell’immediato e a più lunga scadenza. Il taglio della rappresentanza parlamentare è solo un episodio della lunga guerra che si svolge intorno alla Costituzione, una Costituzione – non bisogna mai dimenticarlo – antifascista, nata dalla Resistenza, tesa verso un programma di democrazia sociale ed economica.

 

Le questioni immediate da affrontare: 

  1. la nuova legge elettorale

È di importanza fondamentale. La legge elettorale attualmente vigente è il “Rosatellum”, che prevede l’elezione di oltre un terzo dei Parlamentari con il sistema maggioritario uninominale. Questo sistema consente alla prima forza politica e/o coalizione – e in misura minore anche alla seconda forza – di fare razzia di seggi a livello nazionale, escludendo del tutto le terze forze e tutti gli altri, mentre i restanti due terzi dei Parlamentari sono eletti con un sistema proporzionale con soglia al 3%. Si sta discutendo di una nuova legge, interamente proporzionale con una soglia di sbarramento al 5% e liste bloccate che non comportano l’espressione di una preferenza da parte degli elettori. La legge è stata incardinata come “testo base” nella Commissione Costituzionale della Camera, senza, però, il voto favorevole di LEU e Italia Viva. Ciò non fa presagire un percorso “liscio” fino alla sua approvazione. La destra di Meloni e Salvini spara oggi a palle incatenate contro il proporzionale, chiede un sistema interamente maggioritario, insieme con il presidenzialismo o premierato. Non farà sconti sulla nuova legge, puntando ad una futura elezione almeno con la legge vigente, che le offrirebbe maggiori possibilità di vittoria.

Il consistente taglio dei parlamentari approvato definitivamente con il Sì introduce già una soglia di sbarramento implicita (per eleggere un parlamentare occorrerà un numero ben più alto di voti). Un sistema proporzionale puro senza soglia di sbarramento è la condizione minima per restituire dignità alla rappresentanza violata.

  1. la questione dell’autonomia differenziata

Passata in secondo piano nell’attenzione delle popolazioni, distolte dagli importanti temi referendari e dalle elezioni regionali, costituisce l’altra grossa trasformazione istituzionale, già avviata nel 2001 con la pessima riforma del Titolo V, e più tardi sostanziata dagli “accordi Gentiloni” fra il Governo e le tre Regioni di Veneto, Lombardia ed Emilia nel 2018. Il trionfo di Zaia in Veneto – la regione che più di ogni altra chiede totale autonomia – insieme con un ruolo sempre maggiore e personalistico dei presidenti di regione (già chiamati impropriamente e non innocentemente dai media “governatori” per accentuare il loro ruolo a discapito delle assemblee elettive) riapre pesantemente la partita. La centralità del Parlamento sancita dalla nostra Costituzione andrebbe a perdersi a favore di un regionalismo che nelle vicende Covid-19 ha già dato pessima prova i sé.

  1. L’eliminazione del bicameralismo paritario

Era uno dei pilastri della riforma Boschi-Renzi, continua ad essere riproposto da più parti e potrebbe trovare sostegno in alcuni processi legislativi in corso d’opera: a) l’equiparazione dell’età dell’elettorato attivo di Camera e Senato (la modifica costituzionale, con soppressione dal primo comma dell’art. 58 delle parole «dagli elettori che hanno superato il venticinquesimo anno di età», ha già compiuto i primi due passaggi parlamentari alla Camera il 31 luglio 2019 e al Senato, il 9 settembre 2020); b) l’elezione del Senato su base circoscrizionale e non più regionale (modifica dell’art. 57). Se approvata unitamente alla riforma relativa all’elettorato attivo, l’unica differenza tra Camera e Senato (oltre al numero dei componenti) resterebbe quella relativa all’età minima per poter essere eletti.

Il filo rosso che lega questi tre punti è la centralità del parlamento e la sua supremazia nei confronti del Governo. Allo stato attuale appare molto difficile che il Parlamento recuperi questo ruolo, stante la struttura verticistica dei partiti, la pratica degli ultimi anni – che ha fatto del Governo il vero dominus dell’attività legislativa, con l’abuso di decreti legge e voti di fiducia –, la qualità del ceto politico che occupa oggi gli scranni parlamentari.

Occorre sviluppare un ampio lavoro politico-culturale di lunga lena per ricostruire le fondamenta della democrazia in Italia, trovando modi e mezzi per rieducarci alla Costituzione, guardando alle nuove generazioni soprattutto.

 

Sviluppare un movimento politico unitario e organizzato su scala nazionale per la Costituzione

Nelle prossime battaglie a difesa della Costituzione occorre far tesoro degli errori commessi in passato, per migliorare la nostra azione in futuro.

Riteniamo che si possa contrastare questo processo di negativa trasformazione istituzionale, da tempo in atto nel Paese, e finora parzialmente fermato dal NO nei Referendum del 2006 e del 2016, solo puntando alla costruzione di un soggetto politico permanente, a carattere nazionale, che agisca in maniera organizzata per la difesa della costituzione.

Parlare di “soggetto politico” non significa promuovere automaticamente e nell’immediato la costituzione di un nuovo Partito, quanto piuttosto dar vita ad un movimento politico-culturale permanente, trasversale ai partiti esistenti, che li affianchi e dialoghi con loro, per la difesa e attuazione dei principi costituzionali.

Dopo la vittoria nel referendum del dicembre 2016, ottenuta grazie all’attiva partecipazione di oltre 700 comitati sorti in tutto il Paese, l’errore più grave è stato quello di non dare ad essi continuità, sviluppo, struttura forte e organizzata.

Ci siamo trovati così a dover ripartire quasi da zero, quando sono state avanzate le prime proposte di riduzione dei Parlamentari, senza avere quel potenziale che si era aggregato nel 2016. Senza un movimento a carattere nazionale, presente e attivo in tutte le Regioni, è impensabile interloquire con i Partiti ed ancor più influenzarne le decisioni.

Inoltre, vi è da dire che il movimento creatosi a contrasto della riforma costituzionale del taglio dei Parlamentari è stato molto più variegato al suo interno di quello aggregatosi contro la riforma Boschi-Renzi, forse perché nato dalla richiesta di referendum avanzata da poco più di 70 Senatori di varie correnti politiche, mentre l’altro partì da una petizione popolare coordinata da un unico Comitato.

Il risultato raggiunto nella consultazione referendaria che ha visto votare per il NO più del 30% dei votanti, dovrebbe indurci a trasformare questo consenso non irrilevante in organizzazione, in Comitati unitari per la Costituzione, dato che le battaglie non sono affatto finite.

Perché questo obbiettivo possa realizzarsi, si rende necessario avere strumenti adeguati, che diventino punto di riferimento in grado di orientare e aggregare forze su tutto il territorio nazionale. Si può avviare la costruzione di un movimento organizzato a carattere nazionale dotandosi di una rete di responsabili regionali per promuovere la formazione di Comitati nelle varie Province, con il compito a loro volta di coordinare, consolidare, costruire i comitati dei diversi comuni.

Il processo di costruzione del movimento politico-culturale per la Costituzione richiede la formazione di un centro nazionale capace di orientarlo e dirigerlo. I coordinatori regionali delegati dai diversi territori potrebbero costituirne l’ossatura.

Bari 23.9.2020

 

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