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Lelio La Porta

 

Friedrich Engels nacque a Barmen, un sobborgo di Wuppertal, il 28 novembre del 1820. Si recò in Inghilterra per volontà del padre (un importante industriale) per compiervi un tirocinio commerciale. Qui entrò in contatto con la realtà dell’economia industriale sviluppata e con quella forma di socialismo che egli stesso, in seguito, definì “utopistico” (Proudhon, Fourier, Owen).

La situazione della classe operaia in Inghilterra (1845) rappresenta un’indagine molto documentata sulle condizioni del proletariato inglese nella quale si metteva in evidenza il modo in cui lo sviluppo dell’industria moderna aveva generato ad un tempo la lotta di classe proletaria e la possibilità della liberazione finale. Marx continuò ad apprezzare questo saggio anche anni dopo la pubblicazione; infatti in una lettera allo stesso Engels del 9 aprile del 1863 si esprimerà nel modo seguente, dopo aver confessato di aver appena riletto l’opera: “Con quale freschezza, con quale passione, con quale precorritrice audacia e senza erudite né dotte riserve viene qui afferrata la questione! E la stessa illusione che domani e dopodomani il risultato sgorgherà alla luce del sole anche storicamente, conferisce all'insieme un calore e un umore vitale, di fronte al quale il successivo «grigio grigiore» contrasta in modo maledettamente sgradevole”. Il saggio del 1845 mantiene, a rileggerlo oggi e senza essere condizionati dal giudizio di Marx, un’incredibile attualità che si mostra in tutta la sua evidenza nelle pagine in cui Engels descrive la Manchester dell’epoca: “Già il traffico delle strade ha qualcosa di repellente, qualcosa contro cui la natura umana si ribella. Le centinaia di migliaia di individui di tutte le classi e di tutti i ceti si urtano ... si passano accanto in fretta come se non avessero nulla in comune... La brutale indifferenza, l'insensibile isolamento di ciascuno nel suo interesse personale, emerge in modo tanto più ripugnante ed offensivo quanto maggiore è il numero di questi singoli individui che sono ammassati in uno spazio ristretto”. Affollamento, indifferenza, cura del proprio interesse, l’individualismo più gretto al servizio della dominazione del capitale!

Dal 1845 ebbe inizio la collaborazione con Marx che si protrasse fino alla morte di quest’ultimo (1883). Da questo sodalizio intellettuale e politico, cementato da un’amicizia solidissima dal punto di vista affettivo, nacquero alcune delle opere fondamentali per la fondazione e la diffusione della concezione materialistica della storia (La sacra famiglia, L’ideologia tedesca, Manifesto del partito comunista). Onde evitare futili congetture intorno ai caratteri della collaborazione fra i due, basterà ricordare che proprio Engels scrisse di una divisione del lavoro fra di loro in virtù della quale a lui spettava il compito di “presentare le nostre vedute nella stampa periodica, e quindi specialmente nella lotta contro le vedute avversarie”. Dopo la morte di Marx, Engels non soltanto si adoperò alla cura per la pubblicazione di scritti marxiani inediti o incompiuti (ad esempio il secondo e il terzo libro del Capitale) ma divenne, anche in virtù della collaborazione assidua con Marx, l’interprete più ascoltato del suo pensiero. Scrisse sulla scienza naturale, sulle origini della famiglia e dello Stato; analizzò la situazione irlandese e la strategia dei movimenti operai in Europa e negli Usa, si batté contro il proudhonismo e l’anarchismo, ebbe rapporti con i dirigenti della socialdemocrazia tedesca, si preoccupò per il mantenimento della pace in Europa dopo la fondazione della Seconda Internazionale.

Il suo Anti-Dühring (1878) – lo scritto polemico contro il professor Eugen Dühring, il quale, da positivista evoluzionista qual era, riteneva che, sul piano sociale, il socialismo fosse lo sbocco dell’evoluzione naturale, scritto al quale il Gramsci dei Quaderni del carcere guardava come un’opera in cui si riassumeva “la polemica contro la filosofia speculativa, ma anche quella contro il positivismo e il meccanicismo e le forme deteriori della filosofia della prassi” e che “potrebbe essere un «Anti-Croce» da questo punto di vista”– diventò per il movimento socialista europeo della fine del secolo XIX un punto di riferimento imprescindibile sul piano teorico. Ma ancora oggi c’è qualcosa in quest’opera engelsiana, spesso guardata con sospetto se non del tutto obsoleta, che parla a chi ha a cuore le “magnifiche sorti e progressive dell’umanità”: il richiamo alla società socialista, in cui l’armonia delle forze produttive avrebbe consentito un modo diverso di utilizzare la produzione stessa, trovava il suo modo di realizzazione, scrive Engels, “…con la fusione fra città e campagna”, che avrebbe potuto eliminare “ l'attuale avvelenamento di acqua, aria e suolo, solo con quella fusione le masse che oggi agonizzano nelle città saranno messe in una condizione in cui i loro rifiuti siano adoperati per produrre le piante, non le malattie”.

Nell’ultimo Engels la dialettica diventa la legge di sviluppo fondamentale della natura e della storia proponendosi come scienza non soltanto delle leggi generali del movimento, e perciò del mondo esterno, ma anche del pensiero umano stesso. Si tratta della teoria del pensiero come “rispecchiamento”, ossia di un indirizzo metodologico a pensare in termini di complessi reali di vita. Tutto questo aspetto della riflessione engelsiana fu riassunto in un’opera incompiuta, pubblicata soltanto nel 1925 in URSS con il titolo Dialettica della natura. Lo stalinismo fece propria la posizione engelsiana considerando le leggi del materialismo come applicazioni delle leggi dialettiche della natura. Ma si tratta di un accordo formale. Nella sostanza la dialettica della natura è parte della teoria engelsiana della rivoluzione nel senso che fornisce ai proletari un contributo affinché si liberino dalla dipendenza da idee metafisiche e comincino a pensare dialetticamente. Lo stalinismo, invece, concretizza l’elemento di emancipazione in un oggettivismo che è la manifestazione dell’impotenza dei soggetti. Eppure anche qui, quasi a voler portare verso una conclusione il suo ragionamento eco-logico, iniziato nel 1845 e proseguito nel 1878, Engels matura ed espone un argomento di attualità evidente: “Ad ogni passo ci viene ricordato che noi non dominiamo la natura come un conquistatore domina un popolo straniero soggiogato, che non la dominiamo come chi è estraneo da essa, ma che noi le apparteniamo con carne e sangue e cervello e viviamo nel suo grembo”. Si tratta della eco-appartenenza, del fatto che siamo della natura e nella natura. Engels pone le basi di una sorta di naturalismo materialistico ante litteram, di una dialettica profonda fra uomo e natura senza surrettizie interpolazioni metafisico-religiose.

Ed Engels in Italia? La sua eco si avverte nelle risposte di Labriola alle sue, purtroppo disperse, lettere. La sua presenza in Gramsci è già stata testimoniata in questa sede (ma il discorso sarebbe molto più lungo e complesso). Di monografie specifiche, oltre quella di Mondolfo del 1912 (Il materialismo storico in Federico Engels), se ne ricordano altre due, entrambe dell’inizio degli Anni Settanta del secolo scorso: quelle di Eleonora Fiorani, allieva di Geymonat (Friedrich Engels e il materialismo dialettico, 1971) e Giuseppe Prestipino (Natura e società. Per una nuova lettura di Engels, 1973). Ernesto Ragionieri si rammaricava nel 1970 di una “sottovalutazione di Engels” in Italia e Timpanaro, qualche anno dopo, aggiungeva che quando i marxisti devono sbarazzarsi di qualcuno, “questo qualcuno è Friedrich Engels”. Meglio rivolgersi a Calvino che, scrivendo dello stato delle città italiane alla metà degli anni Settanta, richiamando il saggio engelsiano del 1845, descriveva l’autore nel modo seguente: “Perché solo lui, Friedrich Engels, riunisce in sé parecchie condizioni che gli altri non avevano: uno sguardo che proviene dall’esterno (in quanto straniero) ma anche dall’interno (in quanto appartenente al mondo dei padroni), un’attenzione al ‘negativo’ propria della filosofia di Hegel in cui s’è formato, una determinazione critica e demistificatoria cui lo porta l’orientamento socialista”. Insomma, teoria e prassi.

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