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Riceviamo e pubblichiamo questo contributo al dibattito di Angelo d'Orsi

 

Angelo d’Orsi

 

Nel 1931, le grandi purghe in Unione Sovietica non erano ancora iniziate, ma Trockij era già stato espulso, e la repressione contro i “deviazionisti”, contro gli “elementi antisociali”, contro i “kulaki” e contro gli “intellettuali borghesi” era in corso da tempo. Lazar Kaganovič, braccio armato di Stalin, conduceva un lavoro zelante per assicurare l’eliminazione dal Partito di ogni membro sospettato di avere avuto rapporti con l’opposizione di sinistra, seguendo la lucida strategia di assicurare il potere assoluto a Stalin.

Nel 1931 Salvador Allende, il 26 di giugno, compiva 23 anni, essendo nato nel 1908. Era un militante di un gruppo rivoluzionario, all’Università di Santiago, e aveva contribuito ad organizzare vivaci azioni di protesta nell’ateneo contro la dittatura di Carlos Ibáñez del Campo. Individuato come uno dei dirigenti della protesta, subì il suo primo arresto e fu espulso benché fosse rappresentante degli studenti nell’organo di autogoverno, il Consiglio universitario.

Come egli stesso ricordò quarant’anni più tardi, durante la lotta contro Ibanez, il gruppo 'Avance' decise di lanciare un manifesto che invitava a creare in Cile soviet di operai, di contadini, di soldati e di studenti. Allende ricorda che egli avvertì che si trattava di "una follia, che non aveva nessuna possibilità di riuscita, che era una sciocchezza colossale..."

Venne espulso dal gruppo su due piedi. La rievocazione di Allende proseguiva con un commento amaramente sarcastico. “Eravamo quattrocento universitari a far parte del gruppo 'Avance'. Trecentonovantacinque approvarono la mia espulsione. Dei quattrocento che eravamo, siamo rimasti solo in due a portare avanti la lotta sociale. E mi avevano espulso in quanto reazionario!". L’anno dopo quella rievocazione, Allende sarebbe morto eroicamente nel corso dell’attacco dei golpisti alla Moneda, la residenza presidenziale, diventando un simbolo per la Sinistra, quella autentica, di tutto il mondo.

Non so se voi che oggi mi trattate come un Mussolini traditore del Partito socialista italiano nel 1914, come un rinnegato, un apostata, abbiate conoscenza della storia del socialismo e del comunismo, della teoria e della prassi di questo grande movimento internazionale, che ha avuto i suoi vertici sublimi e i suoi abissi orrendi. Una storia anche fatta di divisioni, di frantumazione, di settarismi, di persecuzioni, di repressioni: basti ricordare, per tragici esempi, soltanto negli anni Trenta, il nome di Stalin o la Guerra civile spagnola.

Riassumo brevemente la vicenda torinese in cui sono coinvolto e per la quale da eroe sfortunato sono diventato per voi il Giuda iscariota da mandare all’inferno.

La riassumo per chi non la conosca.

Nelle elezioni comunali a Torino il sottoscritto era candidato a Sindaco, avendo accettato, non senza qualche esitazione (che oggi capisco quanto fosse motivata!) la proposta avanzatami dal segretario provinciale del PRC, a nome di una molteplicità di soggetti politici (PRC, Sinistra Anticapitalista, Dema, Torino Eco Solidale, riuniti sotto la sigla di “Sinistra in Comune”), PCI, PaP, con l’aggiunta di Fronte Popolare, gruppo fuoruscito dal PRC. Il risultato ha sfiorato il successo pieno, ma il 2,53% non è il 3% dei suffragi, necessari per entrare in Consiglio. Un esito che non mi aspettavo, dandoci tutti i sondaggi ben oltre il 3%. Sono e siamo rimasti delusi, anche se guardando agli altri risultati delle compagini di sinistra in questa tornata, il risultato torinese è il migliore, e sono fiero della mia campagna elettorale, fatta in modo serio, oso dire rigoroso, con alto tasso culturale, senza cedere alla demagogia, senza affittare spazi pubblicitari, senza inondare la città con la mia faccia. E gli apprezzamenti ricevuti, sul piano nazionale e internazionale, dalla mia candidatura sono stati motivo di soddisfazione. Certo mi aspettavo di più. Mi aspettavo che quell’onda di solidarietà e di sostegno morale si traducessero in voti. Ci sono stati, ma non nella misura attesa, e pronosticata dagli osservatori esterni. Come mai? Negli ultimi giorni, prima del voto, quando i sondaggi ci prospettavano sicuramente al di sopra la soglia fatidica del 3%, è accaduto qualcosa: è accaduto che il candidato della destra-destra Damilano, ha insistito sull’affermazione che egli avrebbe vinto al primo turno, e questo ha spostato una buona percentuale di potenziali elettori dalle nostre liste verso quelle che appoggiavano il candidato del PD Lo Russo. In sintesi, la sindrome del “voto utile” stavolta ha colpito fin al primo turno, quello in cui si vota secondo coscienza, in piena libertà, riservandosi eventualmente di aderire, al secondo turno, a un’opzione politica che non è la nostra, ma è semplicemente la meno lontana dai nostri intendimenti e sentimenti. Questa la logica del doppio turno, e tutti la conoscono. Stupisce che voi non la comprendiate. Non viviamo nel migliore dei mondi possibili, anzi fa piuttosto schifo, questo nostro “mondo alla rovescia”, e i sistemi elettorali sono concepiti in modo da allontanare i cittadini dal voto, e comunque da scoraggiare le liste e le candidature di alternativa. Ma finché non si fa la rivoluzione, dobbiamo usare gli strumenti a disposizione, anche se ci appaiono discutibili: Freud ci ha insegnato che vivere implica la capacità degli esseri umani di contemperare il principio di piacere con quello di realtà. Se vogliamo metterla diversamente, dirò che la politica (di cui mi avete tutti dato improbabili quanto arroganti lezioni nei giorni scorsi…) richiede la contemperazione di due elementi: l’utopismo e il realismo. Lenin affermava – ed è noto – che un comunista deve sapere strisciare nel fango (addirittura!) per raggiungere gli obiettivi.

Aggiungo che sono costitutivamente contrario all’astensionismo, perché ritengo che un cittadino, un comunista, in particolare, non debba sottovalutare la forza delle istituzioni, cogliendo ogni spazio utile per farsi sentire, per agire, per portare avanti lotte e idee. Anche i centimetri di spazio vanno utilizzati, per fare le nostre lotte. E il ballottaggio consente qualche centimetro. E io ho espresso la mia idea, sottolineando il carattere personale delle mie esternazioni (al di là di come poi sono state “cucinate” giornalisticamente), in piena coscienza, non solo perché non c’era e non c’è alcun accordo con il Centrosinistra, ma perché ho esercitato la mia indipendenza di giudizio e la mia libertà di parola, che nessun Comitato centrale, nessun “Ufficio politico” di partito, mi può togliere.

Non ho vinto, non abbiamo vinto e, oggi, nella mia personale valutazione, il fascismo nelle sue varie formulazioni ed espressioni costituisce un rischio reale, e non mi perdonerei se vincesse il candidato Damilano, che non è forse peggiore in sé del suo competitore, Lo Russo, ma per decidere il nostro “che fare” occorre guardare alle rispettive coalizioni. Mentre Damilano ha come suoi sostenitori, oltre a Forza Italia e Lega, Fratelli d’Italia e il “Popolo della famiglia” (il raggruppamento più retrivo, forse, sulla scena nazionale). Mentre nella coalizione avversaria è presente una componente di sinistra, certo non comunista, non radicale, ma pur sempre di sinistra, tanto è vero che nella scorsa tornata elettorale comunale questo gruppo era insieme alla sinistra radicale e comunista e che questa volta, con nostro rammarico, ha scelto di sostenere il PD. Un motivo in più per orientarmi nella decisione. Infine, ho notato, nella lunga campagna elettorale (nella quale mi sono ritrovato numerose volte a tu per tu col candidato del Centrosinistra, avendo gli altri competitori rinunciato a dibattere), che nelle parole d’ordine di Lo Russo, venivano recepiti diversi spunti presi dal mio programma politico. Opportunismo, tatticismo pre-elettorale, ma mi è parso che si aprisse uno spazio di manovra. Certo, rimanendo fuori del Consiglio quello spazio ora diventa teorico.

Insomma, ragionando sulle prospettive della vittoria di uno schieramento o dell’altro, ancora amareggiato per il mancato raggiungimento del quorum (reduce tra l’altro da una rovinosa caduta in strada, e solo per un soffio non travolto da un’auto sopraggiungente), ho faticato ad elaborare questa che per me personalmente era una sconfitta: cinque mesi di campagna, senza tregua, cinque mesi in cui ho abbandonato il mio lavoro, ho trascurato gli affetti, ho impiegato risorse economiche non indifferenti, senza raggiungere il risultato minimo atteso.

Dunque, ancora in preda a sensazioni negative ho fatto due chiacchiere telefoniche con un giornalista de “La Stampa”. Non era una intervista, ma i professionisti della comunicazione sanno trasformare una chiacchiera in una intervista. Non ne rinnego certo il contenuto, anche se come è stata costruita e titolata non rispecchiava pienamente il mio pensiero. Che in sintesi comunque era ed è il seguente: al ballottaggio, davanti al rischio di vedere Torino, per la prima volta nella sua storia repubblicana, in mano a leghisti, fascisti, e razzisti e reazionari di ogni specie, mi sentivo obbligato al fatidico “meno peggio”, aggiungendo alla mia valutazione gli altri elementi che ho indicato prima.

A poche ora di distanza della pubblicazione, arriva un vostro comunicato (del coordinamento di Torino) dai toni agghiaccianti e dal contenuto infamante per me, e grottesco nell’argomentazione. Cito soltanto l’incipit in cui si definiscono “inaccettabili” le parole riportate dalla “Stampa”, e mi si accusa di “piena adesione alla logica ormai esausta del ‘meno peggio’ e del ‘voto utile’”, e ci si spinge al punto di accusarmi, serenamente, di “tradimento”. Davanti a una parola simile già il discorso con voi non potrebbe proseguire.

Non contenti, mi avete pure accusato di scarsa serietà, e di aver rimangiato ogni accordo, e aggiungete apoditticamente, grottescamente, lasciatemi dire, “ci siamo sbagliati” (a darmi fiducia), “ma su questo non possiamo transigere”. Ma credete che io sia un soldato al vostro comando? Io sono un uomo libero, e ho rivendicato la mia libertà fin dalla prima assemblea di Coalizione, e l’ho posta come condizione imprescindibile. Non potete transigere. Io non posso transigere davanti a un attacco scomposto e insieme penoso, come quello che mi si muove. Un attacco che avete poi rilanciato sulle reti, dando la stura a uno stillicidio di contumelie che vanno dal tradimento, appunto, ribadito con vari epiteti, fino all’opportunismo, avanzando l’accusa di trattative sotto banco per ottenere qualcosa, ma non è mancato chi, all’opposto, mi ha accusato di incapacità politica, perché va bene l’endorsement (che non c’è stato), purché si “porti a casa qualcosa”, un assessorato con portafoglio, magari con delega alle periferie, e via seguitando con un sfoggio di ignoranza, di arroganza, e di violenza verbale che mi dà fastidio anche se usata contro i nemici. Il fatto è che, voi compagni e compagne di Potere al Popolo, avete manifestato non da oggi la tendenza a trasformare gli avversari politici in nemici, appunto, e che siete talmente sicuri della vostra linea politica (a mio avviso mai definita seriamente) che tutte le altre, pure della sinistra radicale e comunista, vi appaiono “vecchie” e superate. È accaduto così che abbiate sovente rotto trattative volte alla costruzione di alleanze politiche, anche in questa ultima tornata elettorale, forti ed entusiasti del vostro 0,2, 0, 5, 0,8 e così via, perché tanto per voi le istituzioni non contano, a voi non interessa vincere ma testimoniare, fare opposizione, “stare nelle lotte”, agitando una bandiera e scandendo i vostri slogan. A Torino si era compiuto il miracolo, non grazie a voi, lasciatemelo dire, ma alle altre forze che vi hanno tirati dentro la Coalizione, che si è fatta forte, lasciatemelo dire, proprio della mia presenza, come Candidato Sindaco. E ora, come se niente fosse, mi accusate di “appoggiare il PD”, elencandone tutti i torti, le scelte antipopolari, e così via, come se io non ne fossi a conoscenza, come se io non mi fossi battuto da prima della nascita di molti di voi, contro la svolta di Occhetto, contro il processo PCI-PDS-DS-PD, scrivendo, parlando, andando in piazza. Qualcuno di voi, temerariamente, si è spinto ad accusarmi di non conoscere Marx, Lenin, Gramsci… Badate, io sono sempre stato e sono sempre pronto a imparare, ma purché chi mi insegna ne sappia di più. E non mi pare proprio questo il caso.

Aggiungo che voi avete colto questo magnifico pretesto per sostanzialmente uscire dalla Coalizione, nella quale, tuttavia, a mio giudizio non eravate entrati se non formalmente. Voi avete condotto la vostra campagna elettorale – vostra, non della Coalizione –, e io sono sempre stato pronto ad accettare ogni invito a parlare dove mi chiedevate di andare, anche se poi magari manco mi si dava la parola, anche se mobilitavate non più di 5-10 persone ogni volta, generando in me frustrazione e perplessità sulle vostre capacità. Voi avete stampato il vostro manifesto e i vostri volantini, in cui si intravedeva appena il nome del Candidato Sindaco, a differenza delle altre forze della Coalizione. Voi non siete mai andati in tipografia a ritirare i manifesti (che pure recavano il vostro simbolo accanto agli altri due di Sinistra in Comune e Partito Comunista Italiano), che ho dovuto mandare al macero (2-3000 manifesti).

Abbiamo fatto due soli eventi pubblici di Coalizione, che implicavano un costo, me ne sono assunto in entrambi i casi la metà ripartendo l’altra metà tra le forze della Coalizione, una somma modesta di 400 euro caduna; voi vi siete fatta l’autoriduzione, al 50%! Aggiungo che in uno di questi eventi, l’ultimo, conclusivo della campagna, davanti alla proposta di far leggere all’attore Eugenio Allegri alcuni passaggi da un suo bellissimo spettacolo alcune frasi di Enrico Berlinguer (oltre che di Calvino e Pasolini), avete storto il naso, giungendo ad affermare che non sareste saliti sul palco sul quale si era data la parola a Berlinguer! Incommentabile, direi…

E quando abbiamo lanciato la pubblica sottoscrizione per le spese della campagna, voi avete lanciato una vostra sottoscrizione. Persino nella sera della vigilia del risultato, quando la Coalizione aveva annunciato di ritrovarsi tutta nel Circolo La Poderosa, voi siete andati nella vostra sede (che chiamate “Casa del popolo”) differenziandovi dagli altri.

Questo è il vostro spirito unitario? Più in generale: questa sarebbe politica? Avete mai sentito parlare di estremismo? Di settarismo? Di infantilismo politico? Ci siamo, mi pare. Uno straccio di autocritica lo avete mai fatto? Leggo da sempre nei vostri canali di comunicazione soltanto proclami di vittoria, di avanzamento, di sviluppo, e si direbbe che voi vi sentiate davvero l’ombelico della sinistra. Un risultato ve lo riconosco: con il vostro comunicato avete stanato un bel po’ di tristi figuri che mal digerivano che uno diverso da loro, che un intellettuale (una categoria verso cui ho sempre percepito disprezzo da parte di PaP, purtroppo), dovesse rappresentare la Coalizione. E costoro non hanno esitato a dar fondo al loro repertorio di parole senza senso, in frasi sgrammaticate, offensive, vili (i soliti haters, che tante volte abbiamo incontrato sulle Reti sociali nel corso degli anni): non tutti, beninteso di PaP. Buon ultimo l’esponente del “Partito comunista dei lavoratori”, una delle liste di disturbo aggiuntasi in extremis, solo per danneggiarci, come se non bastasse il Pc dell’ineffabile, immarcescibile Rizzo: bene, dall’alto del suo 0,12% non ha mancato di aggiungere la sua voce davvero “autorevole” (!) alla deprecazione generale, liquidandomi come un caporale liquida una recluta e la spedisce in punizione. Più simpatica, a suo modo, una compagna del PCI che ha sentenziato “Non voto chi ha sostenuto l’equiparazione tra nazismo e comunismo”: forse preferisce dare il voto agli eredi del fascismo? Certo, cara compagna, non sai che contro quella risoluzione del Parlamento UE ho scritto pagine e pagine, ho partecipato ad assemblee, e incontri pubblici, in diverse città non solo in Italia. Forse, soprattutto, non hai fatto caso che quella risoluzione, infame, era stata approvata da un vasto schieramento, quasi unanime, che comprendeva destra, centrodestra e centrosinistra, a Bruxelles. Così come le malefatte del PD (che ribadisco ho denunciato negli anni, molto prima di voi, cari compagni), che avete elencato nel comunicato hanno visto associato quel partito alle formazioni di centrodestra, e che noi qui, non siamo davanti al voto pro-PD o pro-Sinistra: la Sinistra è assente, cari compagni e compagne, la sinistra è stata di nuovo sconfitta, e dobbiamo prenderne atto, ripartendo da capo, “rimettendoci serenamente al lavoro”, come ammonisce il mio Gramsci (che sicuramente non è il vostro). Ripartire non vuol dire aggredire chi è al vostro fianco per un dissenso, non vuol dire ingiuriare chi per esperienza e per sapere forse può insegnarci qualcosa, ripartire non vuol dire additare alla pubblica ignominia chi invita, leninianamente, a condurre l’analisi concreta della situazione concreta. Proprio su questo voi cadete. Voi agitate slogan, come agitate le vostre bandiere. La politica è fondata sull’analisi. E analisi significa non soltanto studio attento e accurato dell’oggetto, analisi significa, anche e soprattutto, capacità di scomporre le unità apparenti, di sezionare un oggetto di studio, per risalire alle sue componenti, e valutare nello specifico.

Il metodo me l’ha insegnato il mio maestro Norberto Bobbio. Scomporre unità apparenti, e costruire nuove unità da quelle componenti. Oggi tutto assai è più difficile; il mio sogno era di riuscire a far passare i soggetti politici della Coalizione dall’unione all’unità, ma nella consapevolezza, più volte pubblicamente ribadita, che se non avessimo raggiunto il quorum tutto sarebbe stato più difficile. Ora dopo le vostre accuse, le vostre parole infamanti, queste sì “inaccettabili”, quel progetto è in una fase critica: se ne può uscire con uno sforzo congiunto, o formalizzando la rottura. Che sarà quindi insanabile.

Compagni e compagne di Potere al Popolo, ho seguito la vostra gestazione, fin dalle sue origini, recandomi all’Ex OPG occupato di Napoli, poi denominato “Je so pazz’”, ho intrattenuto rapporti personali con alcuni di voi, a partire da Giorgio Cremaschi e Salvatore Prinzi, ho partecipato a vostre iniziative, con diversi vostri militanti, pur essendo critico, ma in modo affettuoso, se posso usare il termine, verso di voi. Apprezzavo il vostro entusiasmo, la vostra voglia di cambiare (in meglio) il mondo, deprecavo il semplicismo delle vostre analisi e la rozzezza con cui vi rivolgevate alle altre forze della sinistra radicale e comunista, che da decenni inanellano sconfitte, ma da decenni cercano di tenere viva una ipotesi di alternativa di sistema. Ci vorrebbe maggior rispetto, non vi pare? Aggiungo che durante la campagna, ho sentito uscire dalle bocche di alcuni di voi parole pesantissime (“inaccettabili” davvero), verso la CGIL e i Sindacati confederati; in un paio di occasioni le parole sono state: “i sindacati hanno le mani sporche di sangue”. E a quel punto ho rinunciato a parlare. Non potevo farmi confondere con tale canagliume. Ora vedo che solidarizzate con la CGIL e me ne compiaccio. Oggi denunciate il vile attacco squadristico e fascista al maggiore sindacato italiano e me ne compiaccio ugualmente; ma non siete gli stessi che mi hanno accusato di essere un allocco che cade nella trappola (tesa dal PD!) dell’inesistente nemico fascista, per far votare appunto il Centrosinistra? Il fascismo oggi è o non è un pericolo? E come potete scrivere frasi (che ho letto!) che quelli del PD sono “fascisti”? Siete così pigri da non voler sprecare il vostro intelletto per cercare di comprendere, attraverso un’analisi attenta? E non ha senso almeno fare testuggine per bloccarlo a Torino? E non è Gramsci che propose un’Assemblea Costituente di tutte le forze democratiche e antifasciste, suscitando le ire di molti compagni, fedeli zelatori del Comintern ormai stalinizzato? Ci sono momenti in cui fermo restando il nostro ideale e le prospettive del nostro lavoro a medio e lungo termine, dobbiamo acconciarci alla “realtà effettuale delle cose”, come insegna Machiavelli.

Infine, concludendo, vi invito a meditare su questa frase (luglio 1919) di Antonio Gramsci (sì, ancora lui!): “Riflettano i compagni su queste considerazioni: la rivoluzione ha bisogno, oltre che di eroismo generoso, anche e specialmente di tenace, minuto, perseverante lavoro”.

Personalmente, ho iniziato a lottare a 17 anni, organizzando il primo sciopero nella scuola a Torino, nel lontano 1964, trascinando l’intero liceo nell’azione. Ho militato, sono stato schedato, fermato, processato due volte. Ho sempre combattuto per le buone cause, interne e internazionali, fondando gruppi, scendendo in piazza, scrivendo articoli e libri, partecipando a riunioni ed assemblee: studiando, innanzi tutto e dando un significato politico alle mie ricerche e alle mie pubblicazioni. Ho pagato per questo. E molto. Ma non rimpiango nulla. Le cariche che mi sono state negate, la carriera che mi è stata ostacolata, e così via. Posso dire però di essere sempre stato dalla parte giusta della barricata, a 17, a 35, a 70, a 74 anni, quanti ne ho oggi. Posso affermare con orgoglio di aver lottato per la giustizia e per la verità, in ogni circostanza, in ogni situazione, in ogni ambiente. Chissà quanti di voi, cari compagni e compagne, saranno ancora sulla stessa barricata, dalla parte giusta, tra 20, 30, 40, 50 anni. Io non sono certo Salvador Allende, e mi auguro che voi non siate come i suoi compagni del 1931, che lo accusarono di tradimento della rivoluzione, per poi, cambiata la stagione, accontentarsi del quieto vivere.

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