Marwan Abdel Al*
Da Balfour a Trump, dalla stella gialla alla linea gialla, la stessa storia si ripete con un solo colore, che tinge le mappe e disegna insieme la geografia e la memoria.
Da più di un secolo dalla Dichiarazione Balfour, la tragedia palestinese non ha mai smesso di rinnovarsi in forme diverse, pur conservando un’unica essenza: la continuità del progetto coloniale occidentale con strumenti nuovi e nomi cangianti. La Dichiarazione Balfour del 1917 fu, nella sua sostanza, l’annuncio della nascita di un ordine mondiale fondato sulla negazione dei popoli originari e sulla loro sostituzione con coloni — non come un caso storico, ma come pilastro della “civiltà occidentale” moderna. Non era una promessa fatta agli ebrei, ma piuttosto una promessa dell’Impero britannico a se stesso: quella di perpetuare la propria egemonia in Medio Oriente, impiantando un’entità con una doppia funzione — servire gli interessi dell’Occidente e disgregare dall’interno la geografia araba.
Quasi un secolo dopo, nel 2017, giunse la prima promessa di Trump: Gerusalemme capitale dell’occupazione. Poi, nel 2025, il suo secondo “patto” prese forma nel cosiddetto “Piano Trump”, che mostrò lo scenario nella sua veste più brutale. Così come Balfour donò una terra che non possedeva a chi non ne aveva diritto, Trump oggi concede un “cessate il fuoco” che non ferma il fuoco! Un “fine della guerra” che non mira a concluderla, ma a reingegnerizzare la geografia palestinese su misura di un genocidio metodico.
Ciò che viene chiamato “cessate il fuoco” non è che un eufemismo per i massacri di ieri: una trasformazione dell’uccisione da atto militare a sistema amministrativo controllato. Se un tempo lo sterminio si praticava con i bombardamenti, oggi si esercita con il controllo dei valichi, dell’elettricità, dell’acqua, del cibo e delle mappe colorate che dividono Gaza in “aree umanitarie” e “zone di sicurezza” sotto una supervisione che non è quella “internazionale”, ma quella dell’isolamento perpetuo.
Tra la promessa di Balfour e quella di Trump si stende lo stesso percorso: un colonialismo che cambia linguaggio ma non sostanza. Il primo costruì il mito della “terra senza popolo”, dando “a chi non possiede ciò che non gli appartiene”; il secondo forgia oggi il mito del “Consiglio per la pace umanitaria”. Entrambi poggiano sulla medesima idea: negare al palestinese la sua soggettività politica, ridurlo a mero essere “umano”, una vittima gestita dall’esterno. Così il ghetto diventa la forma moderna di uno Stato mai consentito, gli “aiuti umanitari” si sostituiscono alla sovranità nazionale, e il “controllo” diventa la nuova maschera del colonialismo.
Chi legge la storia dell’Occidente moderno sa che tali forme non sono accidentali. Quando l’Europa nazista tracciava la linea gialla sui negozi degli ebrei e imponeva loro la stella gialla, preparava all’isolamento e poi allo sterminio. Quando fu istituito il ghetto di Varsavia, si disse che era temporaneo, “per organizzare la vita”, ma fu l’anticamera del massacro. Oggi, quando sulle mappe di Gaza si disegnano linee gialle che separano “zone sicure” da “zone proibite”, e si dice che la tregua serve alla ricostruzione, lo stesso meccanismo si ripete con strumenti nuovi: un isolamento perfetto che prepara una cancellazione politica di lungo corso.
È il medesimo segno giallo, trasferito dal braccio alla geografia, da simbolo di vergogna individuale a sistema imposto a un intero popolo.
Questo stesso schema ha precedenti anche nella storia americana, nell’esperienza delle “riserve” degli indigeni. Là, l’idea di “protezione” fu il velo di un genocidio culturale e territoriale completo. Le riserve nacquero in nome della pace, ma furono il preludio a una cancellazione progressiva: gli abitanti originari confinati in lembi di terra controllati dall’esterno. Oggi, l’esperimento si ripete sulle rive di Gaza — non più in forma brutale, ma attraverso un linguaggio legale e politico sofisticato: “amministrazione umanitaria”, “controllo di sicurezza”, “supervisione internazionale” — espressioni morbide che mascherano la continuità del colonialismo nella sua veste più tecnologica.
Se nel tempo di Balfour il linguaggio era apertamente imperiale, nell’era di Trump è diventato “umanitario”, lavato nel discorso dei diritti, ma con la stessa funzione: legittimare il dominio. I piani politici appaiono, in superficie, come passi verso la pace, ma nel profondo sono accordi fondati sul sangue e sulla memoria. Il “riconoscimento” oggi richiesto al palestinese non è del proprio diritto, ma della propria sottomissione; e il “cessate il fuoco” che gli viene offerto non è la fine dell’aggressione, ma la sua prosecuzione sotto forma di silenzio prolungato.
Ciò che accade oggi a Gaza non è solo una catastrofe prodotta dall’occupazione: è lo specchio limpido della lunga storia coloniale dell’Occidente, dal simbolo giallo alla linea gialla, alla promessa gialla; dal ghetto di Varsavia al ghetto di Gaza, dalle riserve degli indiani d’America alle zone di isolamento tracciate con inchiostro americano. Tutti anelli di una stessa catena: la dottrina della superiorità che giustifica l’esclusione e la traveste da civiltà o da pace.
Ma oggi qualcosa è cambiato: la vittima non è più silenziosa. Gaza, il ghetto contemporaneo, è divenuta simbolo opposto al ghetto antico. La stella gialla non è più segno di vergogna, ma emblema di resistenza. I ghetti non sono più tombe della memoria, ma laboratori del significato umano più puro. Di fronte a questo isolamento nasce una nuova consapevolezza: la battaglia non è più solo per la terra, ma per il senso stesso — chi definisce la vittima? chi concede la legittimità? chi possiede il diritto al racconto?
Affrontare la promessa di Trump 2025 non significa accettarne le condizioni né partecipare a una gestione “migliorata” del ghetto, ma smascherarne la logica coloniale, restituendo al riconoscimento il suo autentico significato etico e politico: il riconoscimento dei diritti storici del popolo palestinese, non dell’egemonia imposta su di esso. Il vero cessate il fuoco non si realizza attenuando i bombardamenti, ma smantellando il sistema che li genera. La giustizia non nasce da un falso equilibrio tra carnefice e vittima, ma dal giudizio sul crimine e dal recupero del diritto.
Da Balfour a Trump, dalla stella gialla alla linea gialla, si rinnova la domanda morale più grande: quante volte deve essere punito il palestinese perché l’Occidente si compiaccia della sua sopravvivenza? La risposta viene dal cuore stesso del ghetto, dalle macerie delle case, dai tunnel, dai campi della resistenza: questo popolo non vuole aiuti umanitari senza liberazione nazionale, né tregue che siano bombe a orologeria, ma libertà piena e giustizia piena. Questo è il vero significato della fine del crimine — ed è solo così che cadranno insieme la promessa di Balfour e quella di Trump, riscrivendo la storia in nome della Palestina democratica, libera, che offre al mondo la possibilità di redimersi dal proprio passato insozzato di razzismo e sterminio.
La promessa gialla non è stata un evento passeggero, ma un sistema ereditato di menzogna, illusione e dominio, che si rigenera ogni volta che il palestinese osa resistere, ribellarsi, proclamare la sua libertà. Ogni “tregua”, per l’occupazione, non è che un abbellimento dell’assedio, ogni “piano di pace” un nuovo capitolo di una vecchia promessa che non è ancora caduta.
Ma nel cuore del ghetto, che volevano fosse una tomba, la storia rinasce. Dalle macerie, il palestinese riscrive la sua promessa con la propria mano — non con l’inchiostro giallo, ma con il colore della terra, del sangue e della dignità.
E resta la domanda: quando cadrà la promessa gialla?
* Scrittore palestinese.
