Carla Filosa
Affrontare il problema del falso comunicativo ormai, a fronte di una gestione tecnologica degli strumenti di propaganda più innovativi mai esistiti, cioè non solo Internet sussunto entro la logica di mercato, dovrebbe suscitare almeno il sospetto di non dover credere supinamente alle dichiarazioni del potere in genere. Non a caso le comunicazioni trumpiane avvengono di solito attraverso un social di nome truth, in traduzione “verità”, dal quale si pretende di inferire la realtà, come anticamente si pensava nella illusoria identificazione tra linguaggio e cose concrete.
Abbandonarsi poi alla faciloneria del conio della post-verità, significa ignorare che non è mai esistita un’epoca di truth politics. Sin dall’antichità che conosciamo, dall’Atene del V secolo a. C. in poi, i detentori del potere politico e i loro servi hanno sempre usato la manipolazione delle moltitudini per il mantenimento dello status quo, o situazione da mantenere stabile.
Si potrebbero citare numerosi esempi tra cui, una delle prime prove moderne di metodo critico applicato all’accertamento dei testi, quale la confutazione con cui l’umanista Lorenzo Valla nel 1440 dimostrò la falsità di un documento alto-medievale che riconosceva al papato una serie di privilegi: la cosiddetta “Donazione di Costantino” del marzo 315 d.C. Ciò ha significato che per 1.125 anni il falso ha operato indisturbato i mutamenti previsti. L’importante da cogliere, in questo esempio, è però l’uso di un “metodo critico” con cui oggi si è persa dimestichezza per un migliaio di meccanismi di assuefazione al presentismo, come forma di privazione culturale ampiamente perseguita da una storia di dominio di classe tuttora in auge. Dopo questa premessa, perché rivolgere uno sguardo ad un passato così lontano? La prontezza a riconoscere in chi parla quanto di vero, o meno, possa esserci, potrebbe risparmiare mutamenti storici duraturi che si pagano poi in termini di vite inermi e sofferenze umane che, in un mondo interconnesso come il nostro, sono una quantità su scala planetaria.
L’ultima minaccia catastrofica di Trump è stata quella di ridurre “l’Iran all’età della pietra” se non avesse riaperto lo stretto di Hormuz entro 48 ore. L’innalzamento iperbolico della posta in gioco, credibile, ma anche no, e per ora rinviata di due settimane, richiede comunque una riflessione sulla più imponente fake news del nostro tempo, che sarà scritta nella storia fittizia legittimante il potere, per imporre gli utili abusi, anche sull’uranio, da riportare negli Usa. La base dell’accordo tramite la mediazione pakistana era già stata concordata, e questo ci riconduce alla storia più lontana in cui sempre l’intimidazione e le false notizie costituiscono il linguaggio della prevaricazione e della conquista delle risorse altrui. Una sorta di ritorno del rimosso: what you resist persists. E un momento bellico è il più prolifico dato che trova le migliori predisposizioni all’ascolto impaurito, ormai del mondo intero.
Per sapersi difendere o almeno individuare con sospetto una notizia falsa è quando titoli, immagini formate anche con AI non contengono affatto, o sono altro dal contenuto, magari questo, poi, proveniente pure da fonti reali. Il recupero del pilota dell’aereo abbattuto in Iran nella zona montuosa è costato l’impiego di 155 mezzi tra aerei ed elicotteri, diretto da un eccellente depistaggio da parte della Cia, essendo necessario il successo politico dell’operazione dove lo spreco di mezzi, alcuni sono stati persi, era funzionale a dimostrare l’onnipotenza militare americana. Qui la notizia vera del recupero doveva riverberarsi sulla incontrastabile superiorità e credibilità del comando successivo statunitense, della distruzione totale dell’Iran, forte della ripetizione storica della guerra irachena, in cui, se ricordiamo, anche “Armi di distruzione di massa” fu il contenuto falso per eccellenza, legittimante la guerra fino alla fine, tra affermazioni di autorità anglo-americane a nome di Blair-Bush. Obiettivo, allora, impedire il pagamento del petrolio in euro invece che in dollari: la propaganda aprì la porta al profitto e la botola sotto il cappio di Saddam Hussein, sostenuta dalla grande stampa affetta da “libidine all’asservimento”, cioè comprata, che ignorò nel silenzio anche le migliaia di morti iracheni seppelliti nel deserto con le ruspe, privati di qualsiasi identità umana.
La manipolazione è sempre stata funzionale alla costruzione dell’opinione cosiddetta pubblica, per tenere a bada i sentimenti umani e diventare padroni del mondo senza ostacoli di sorta. Chi poi è stato conquistato esalta il conquistatore, e il nostro attuale governo può permettersi di “non condannare né condividere” non appena le cose si mettono storte, e non ricorda più di chiedere il “Nobel per la pace” per l’amico guerrafondaio di turno. Last but not least, osiamo invece sospettare noialtri dall’altra parte della barricata ancora mancante, che se dopo Trump arriverà un altro presidente-immagine, la politica Usa non muterà la gestione del Pentagono e della Cia, dato che da Truman a Trump, tutti i presidenti Usa hanno fomentato guerre, colpi di stato, disgregazioni di stati, assassinî mirati laddove risiedeva il loro business nazionale. Da Hiroshima a Teheran entro l’arco degli ultimi 81 anni, dal 6 agosto 1945 al 6 aprile 2026 la minaccia in vigore fino a poche sere fa avrebbe incluso l’uso di armi atomiche cosiddette tattiche, rendendo ininfluente il deterrente atomico che dalla “guerra fredda” aveva funzionato finora. L’Economist di qualche giorno fa riportava sulla copertina l’irrisione di un Trump disperato da parte di un sorridente Xi Jinping, il cui pensiero evidenziato sosteneva la scelta di “non interrompere un nemico nel suo continuo fare errori”. Dalla storia recente, infine, dovremmo sapere o quantomeno apprendere che nei 6 mesi della durata della battaglia di Stalingrado iniziata nell’estate del 1942, e in cui caddero 1 milione di soldati, compresi dispersi e prigionieri (40.000 italiani morti nella ritirata, 100.000 rumeni), ogni settimana la stampa ripetutamente informava della caduta della città, secondo le esigenze politiche continue degli errori di chi aveva invaso l’Urss. Così Trump ogni giorno somministra vittorie e successi della sua amministrazione, inconsapevolmente contraddette dalle successive minacce necessarie a fuoriuscire da una guerra che non può permettersi più di far durare a lungo.
A questo punto sembra utile, in questo viaggio a ritroso, riprendere l’analisi lucida nella “Grande Scacchiera” “The Grand Chessboard” di Zbigniew Brzezinski, ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale, durante l’amministrazione Carter. La sua concezione della supremazia americana in Eurasia, l’aveva portato a sconfiggere l’Urss rendendo l’allora guerra in Afghanistan il loro Vietnam, e a indicare come un assoluto l’impedimento a qualsiasi entità euroasiatica di esercitare un dominio nella zona quale sfida agli Usa, unica potenza globale da far emergere. Inoltre, suggeriva il blocco di alcuni paesi, tra cui Iran e Ucraina, da sottrarre quest’ultima alla Russia unitamente all’Azerbaijan e all’Uzbekistan, la destabilizzazione nel Caucaso e in tutta l’Asia centrale, alla stregua dei Balcani e del Medio Oriente. Nel gioco degli scacchi la pedina Ucraina veniva mangiata, per poi sottomettere il continente europeo e isolare la Russia come un antico impero asiatico, controllando l’Iran e la Turchia di Erdogan.
La rinascita pilotata della lettura politica in chiave religiosa e lo scardinamento congiunto della democrazia hanno facilitato non solo la costante disinformazione pubblica, ma soprattutto la legittimazione della soluzione militare alla crisi di capitale, che però ora declassa il ruolo del dollaro a vantaggio dello yuan. L’attardarsi americano sulla geo-strategia della Scacchiera del 1997, favorito dal non chiarito uso dell’apporto connivente della Silicon Valley, ha portato la politica di Trump a mostrare il vero volto dell’imperialismo quale “irricevibile” aggressione mondiale, secondo l’espressione usata dal papa americano. L’accoglimento dei dieci punti della proposta iraniana per la tregua, suggerito non solo dalla criticità economica interna americana ma anche dalle pressioni cinesi sul governo iraniano, oltre alla ferma condanna cinese a baluardo di un diritto internazionale che salvaguarda le stabilità nazionali e che “fa apprezzare la pace”, ha costituito più di un motivo per una retromarcia americana verso l’uscita dal guado. L’uso di parole come “avventurismo militare” che condurrebbe a un “abisso imprevedibile” dette dal rappresentante permanente cinese alle Nazioni Unite a tutela della sovranità e integrità territoriale iraniana, non lasciano dubbi rispetto al conflitto mondiale potenziale che unirebbe molti paesi non solo asiatici contro gli interessi strategici ed economici di Washington. Aggirata l’unicità del codice bancario swift e utilizzato lo yuan renmimbi anche come valuta internazionale di riferimento, oltre a prospettare un primato cinese sull’uso energetico non fossile come base per il ripristino del mutamento climatico e rispetto del pianeta, la Cina rappresenta oggi un futuro di prosperità possibile di contro alla certa distruttività americana.
Infine, la guerra all’Iran sembra dividere sempre più la coppia criminale all’assalto dell’equilibrio mediorientale. Netanyahu ha immediatamente continuato ieri la sua guerra separata col più violento attacco su Beirut, mai sferrato. Ci giunge in questo momento un appello disperato a pregare per Beirut e villaggi in fiamme in tutto il Libano, mentre perdura nel silenzio dell’Europa il conflitto su Yemen, Cisgiordania, Gaza dove si continua a uccidere per il ritorno di Cristo nel Grande Israele da conseguire a danno dei proxy. Qui la menzogna di stato non si ritrae dal diventare bestemmia legittimata, da indignare anche chi non crede, ma sa di dover lottare per la pace come imprescindibile conquista umana.
