Carla Filosa

 

Da quello che sappiamo, dagli ultimi annunci della cosiddetta informazione pubblica, Israele ha continuato a bombardare oltre il fiume Litani del Libano riuscendo finalmente a piantare la bandiera bianca e azzurra sulla fortezza di Beaufort, simbolo di un potere che avanza continuamente senza più retrocedere. Anche ora, mentre si scrive, i bombardamenti e le morti non si fermano, nonostante i furiosi moniti di Trump e la richiesta di Macron di blocco dell’invasione del Libano.

Oltre un milione di sfollati ridotti agli stenti della fuga su 5 milioni di abitanti in 10.000 Km², è la ripetizione, ora in Libano, dell’operazione Gaza, replicabile ovunque il “diritto a esistere d’Israele” abbia il lasciapassare a qualunque strage o genocidio, quale nuova legge internazionale mediaticamente trasmessa come un disco rotto.

Per chi ancora si attarda a pensare alle vittime di questo conflitto di potenza, può interessare che il ministero libanese ha contato dal 2 marzo scorso 3.371 morti, tra cui 200 bambini, e 10.129 feriti, il che significa che bambini uccisi ogni 24 ore non sono nemmeno più un effetto collaterale, ma la normalizzazione insensibile di una conquista territoriale, che questa volta dovrebbe o si vorrebbe essere definitiva. Infatti, dall’operazione “Pace in Galilea” del giugno 1982, ovvero l’invasione israeliana del sud del Libano per espellerne l’Olp, successiva poi a quella già del 1978 “Operazione Litani” per avviare una zona cuscinetto, il paese dei cedri sconta la sua debolezza economico-politica con l’essere terreno occupabile, non più confine legale.

Se inoltre l’uso del fosforo bianco dell’aviazione israeliana sul distretto di Nabatieh è uno dei mezzi criminali “esagerati”, utilizzabili per “rispondere agli attacchi di Hezbollah”, realtà di risposta e pretesto insieme, non sfugge però l’obiettivo di sempre dello sfondamento di tutti i confini limitrofi, a vantaggio del Grande Israele da concretizzare come ideale superpotenza del M.O. Altro che profezia biblica!

Nonostante quest’anno sia stato in vigore un cessate il fuoco dal 17 aprile, Israele non ritiene di dover rispettare nessun accordo che non sia conforme ai suoi interessi, mentre il 2 e 3 scorso si è tenuto alla Casa Bianca il 4° ciclo di incontri per il disarmo di Hezbollah e il ritiro congiunto delle truppe israeliane dai territori militarmente occupati, di cui ancora non appare l’esito.

Per quanto riguarda la guerra parallela Usa/Iran, invece dell’età della pietra dell’Impero Persiano, il mondo intero, dietro il compiaciuto sorriso cinese, ha visto una netta vittoria iraniana corredata anche da razzi sulle basi Usa in Kuwait, Bahrain, e su una nave americana. Oltre a Trump, poi, che confermando il detto di Mao, secondo cui certi sciocchi “sollevano una pietra per lasciarsela cadere sui piedi”, ovvero la chiusura iraniana ancora dello stretto di Hormuz, ha creato pure la prospettiva del blocco di Bab el-Mandeb sul Mar Rosso, mediante l’incarico possibile di Teheran alle milizie yemenite huti. Lo stallo diplomatico statunitense riguarda sempre la rapina dell’uranio e dei capitali iraniani congelati, con cui si vorrebbe chiudere la guerra, mentre gli iraniani non sono disposti a cedere e ricambiano operativamente minacce contro tutte le basi Usa in M.O. Il commercio mondiale entrato in crisi per merito di Trump dal 28 febbraio, mai accaduto negli ultimi 47 anni dalla fine dello Shah nel 1979, pone ora la fiducia di un suo ripristino nella politica cinese e nelle sue concrete alleanze multipolari.

Anche le dimissioni del capo antiterrorismo Joe Kent sono testimonianza espressa di questa guerra determinata dalla lobby filoisraeliana US unita a Netanyahu. Il giustificabile sospetto di ricatto al presidente americano interno ai file Epstein, proprio perché tuttora secretati, lascia intendere una datata progettazione israeliana per controllare l’élite dominante di un Occidente già votato alla rovina. L’ultima carta da giocare è quindi l’aggressione parallela degli stati israeliano e americano insieme, per non incontrare limiti al fine dello spossessamento dei territori arabi limitrofi. Il comportamento rimane lo stesso: bombardamento senza sosta di Tiro e Sidone, dentro e fuori la Linea Gialla, di infrastrutture civili, idriche, impedendo l’accesso alle case e ai campi, per lo più quelle distrutte questi bruciati, in modo da impedire attività agricole o ripresa, anche in un prossimo futuro. Amnesty International, ma anche Unifil e il governo libanese, hanno denunciato l’ecocidio - praticato con fosforo bianco (veleno, tossico), glifosato (un diserbante), inquinamento di falde acquifere, incendi di foreste, ecc. - utilizzato da Israele come arma di guerra.

La fragilità del governo libanese è la fonte materiale dell’aggressività israeliana, secondo una logica di preparazione remota militare e organizzativa, che però affonda le sue radici nelle irrisolte pratiche e categorie coloniali del ‘900, che ora ravvisano la possibilità della loro piena attuazione senza la promessa catastrofe finale, che le due guerre mondiali hanno concretizzato. Ciò significa che la speculazione finanziaria viene avvantaggiata dallo stop and go bellicista, finti accordi o ipotesi di trattative e poi ripresa di bombardamenti, che quindi bisogna mantenere operanti per i guadagni in Borsa. Le principali Compagnie petrolifere mondiali hanno intascato decine di mld di $ tra il 2022 e il 2023. I profitti stimati oltre 30 milioni di $ l’ora a livello globale, più gli extraprofitti. Saudi Aramco saudita ha registrato un utile netto di oltre 100 mld $ annui; Exxon Mobil, la principale “Big Oil” US ha superato 35mld $ annui; Shell anglo-olandese 5,7 mld $ in un solo trimestre e riacquisto di azioni: Total Energies e BP (EU) utili netti di oltre 20mld $ su base annua. Senza contare l’accumulo di ricchezza della famiglia Kushner, il genero di Trump, che dopo l’elezione a presidente del suocero ha raddoppiato il proprio patrimonio ammontante a circa 10 mld $. Per Trump, infine, è stato facile guadagnare 3 mld $ solo in un anno.

Questi numeri, senza neppure calcolare i profitti del complesso militare industriale, dovrebbero spiegare il motivo della necessità delle guerre, anche tutte quelle precedentemente mai nominate da parte della Nato, senza badare ai cosiddetti valori o risvolti umani perché la regressione barbarica è già iniziata e si è perfezionata nelle dimensioni impalpabili del mercato mondiale. La successione semplice dei profitti da intascare, la riduzione a quest’unica dimensione del denaro come in qualsiasi banale e brutale affarista, tranquillizza il predominio su un’opprimente varietà di bisogni della vita umana, finalmente ridotta quasi a un videogioco. Al riparo nel caos prodotto dalla disgregazione dell’ordine internazionale precedente, se ne facilita la sostituzione secondo fatti ordinabili da una necessità, come quella bellica, che esime da ogni altra riflessione, volta continuamente invece all’abolizione completa della realtà. La comunicazione mediatica uniformata rassicura infine il buon esito, anche se non scontato, di un consenso elettorale sempre più pilotato, ora anche con l’IA, e che si può sempre recuperare con straordinarie esibizioni di forza, cui Donald ci ha da tempo abituato.

La guerra condotta da Israele, poi, appare necessaria dall’ unico punto di vista esclusivamente strategico. Quale superpotenza del M.O. deve espandere ancora il suo esiguo territorio in Libano, Siria e Cisgiordania colpendo l’Iran con l’appoggio degli Usa, per eliminare definitivamente ogni minaccia alla propria supremazia. Il modello Gaza già rammentato non solo ha finora funzionato, ma diventa un monito in prospettiva, quale obiettivo sostenibile sine die della guerra perpetua. La sicurezza “difensiva” israeliana va avanzata sui quattro fronti già avviati, considerati critici, su cui esercitare un controllo militare e distruggere ogni città e insediamento gestito da Hamas o Hezbollah supportati da Teheran.

In tutto ciò i cosiddetti valori della comunità internazionale occidentale hanno trovato il loro posto nell’inanità dei rispettivi sforzi per porre limiti al programma di sterminio preventivato. L’intrinseca collusione con Israele quale stato “amico” o “democratico”, cui si vendono armi e si affidano quote dei nostri servizi segreti, rende come minimo ridicola ogni istanza moraleggiante o umanitaria, se non espressione dell’ipocrisia tipica del “fardello del colonizzatore” se non “dell’uomo bianco” come nel 1899 mise bene a fuoco Rudyard Kipling. I conati di sdegno verbale, per la miseria cui queste popolazioni vengono ridotte e disumanizzate, lasciano aperto il varco a un destino potenzialmente similare, nell’ottica di una guerra che può essere estesa praticamente ovunque, esattamente come il mercato mondiale ha interconnesso ogni paese nelle forme mercificate e gerarchicamente militarizzate.

Si è lasciato estendere, infine, il nemico per così dire ideale con il termine “terrorista”, resuscitato nei nostri tempi dopo l’attentato alle torri gemelle di NY e usato nelle forme razziste e pseudoreligiose, per attestare le proprie scelte politiche anche nelle dimensioni fraudolente come per la guerra in Iraq del 1991. La destoricizzazione di ogni contesto e dei nessi di causa-effetto permette così oggi il genocidio dei palestinesi, perché terroristi “per natura”, come analogamente esecra il mondo islamico su cui impiantare il vieto “scontro di civiltà”, in cui incanalare la legittimazione di retoriche di comodo alla ricerca del nemico necessario come lo è stato per un fantomatico comunismo, per oltre una settantina d’anni. Una volta assimilato come una vera e propria minaccia alla “sicurezza nazionale”, il nemico può essere combattuto sempre e ovunque, un vero passe-partout per ogni guerra sia conveniente intraprendere.

In tale frammentazione bellica impariamo dunque a riconoscere prima possibile il contesto di questo sistema di capitale che ne ricollega l’origine e le finalità intrinseche, nascoste dietro i travestimenti politici e ideologici. Il declino in atto da tempo di un’accumulazione del capitale sempre più difficile, strutturale a questo modo di produzione, è temperato da cause antagoniste che tendono ad aumentare le disuguaglianze anche tra paesi diversi. I più forti devono pertanto accentuare l’esproprio dei più deboli mediante tutta una serie di normative legittimanti la reintroduzione della schiavitù in mille forme, come pure l’espulsione dalla propria terra di popolazioni che inevitabilmente diventano dipendenti di chi esercita un forte comando, sul lavoro come sulla vita. La spartizione del mondo che finora riguardava prioritariamente l’ineguale scambio di plusvalore nel mercato, ora viene effettuata mediante una sottomissione ineluttabile alla forza delle armi, necessaria al riavvio di un mercato intasato e pericolante per il sistema. La centralizzazione massima della ricchezza prodotta, come pure il suo sperpero, di cui si è fornito solo qualche numero, è speculare all’immiserimento delle popolazioni nelle modalità più disumane e molte di queste inevitabilmente destinate al macero.

Questa realistica foto della distruttività che stiamo faticosamente analizzando ci dà conto di un presente dal solo punto di vista del funzionamento di questo sistema. Resta aperto però un più ampio punto di vista antitetico, cioè della maggioranza di una umanità mondiale, che invece resiste o lotta contro queste forze predominanti entro la contraddittorietà ineliminabile della storia. È a quest’ultima che guardiamo con fiducia e a cui queste brevi osservazioni possono risultare utili per mirare più efficacemente e con ogni mezzo la nostra guerra alla guerra imperialista e alla catastrofe che ne conseguirebbe. I cedri del Libano dovranno ancora crescere in una terra multietnica, multiculturale, multireligiosa, anche senza Unifil a salvaguardia, simbolo nella bandiera su sfondo bianco tra due bande rosse.

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna

Toogle Right

Condividi

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy.