Gianmarco Pisa

 

Ciò che sembra caratterizzare maggiormente il panorama sociale, economico e politico di quel vero e proprio continente che è l’India è il tratto del paradosso: non solo un vero e proprio paradosso in sé, per le stridenti e profondissime contraddizioni che lascia una gigantesca accelerazione scientifica e tecnologica unita a veri e propri abissi di emarginazione e povertà tra i più duri e insopportabili a livello mondiale, ma anche per una sorta di paradosso per sé, di fronte all’osservazione sconcertante dei fiumi di inchiostro spesi per “narrare” l’India, le sue immagini, i suoi colori, le sue impressioni, e le scarsissime informazioni, viceversa, che consentano, in particolare al lettore europeo, di conoscere effettivamente le dinamiche e le contraddizioni, la realtà dei fatti e delle cifre di questo caleidoscopico e paradossale Paese-continente.

Anzitutto: a cosa si deve la definizione di Paese-continente? Oltre 1.4 miliardi di abitanti, pari al 18% della popolazione mondiale; 22 lingue ufficiali riconosciute e centinaia di lingue e dialetti parlati; una sterminata varietà di fedi e credenze religiose e oltre 2000 gruppi etnici compongono un mosaico umano - e un panorama storico - tra le diverse regioni e territori del Paese che ha pochi eguali al mondo. È una delle culle della civiltà umana in quanto tale e un punto di incontro millenario per rotte terrestri e marittime, al punto da essere il nucleo di un’intera regione storico-geografica, quella che appunto va sotto il nome di subcontinente indiano, del quale rappresenta circa il 74% della superficie totale, estendendosi per quasi 3.3 milioni di kmq su un totale di circa 4.4 milioni di kmq, e quasi l'80% della popolazione, appunto con i suoi 1.4 miliardi di abitanti.

L’India contemporanea è caratterizzata da una crescente e polarizzante disuguaglianza sociale, da una disoccupazione giovanile cronica e diffusa e da un’insicurezza economica e sociale sempre più marcata. Come si accennava all’inizio, infatti, l’economia indiana è segnata da un paradosso fondamentale: vanta una rapida crescita del prodotto lordo e un mercato azionario in forte espansione, eppure è lacerata da povertà diffusa e disuguaglianza estrema. Le modalità stesse della crescita indiana favoriscono sistematicamente i segmenti già forti e benestanti della società, lasciando quasi il 50% della forza lavoro impiegata in settori agricoli e a bassa produttività. Il Paese registra costantemente, ormai da anni a questa parte, tassi di crescita del prodotto lordo impressionanti, normalmente intorno al 7%, il che la rende, in termini puramente quantitativi, una delle economie di più grandi dimensioni e a più rapida espansione al mondo.

Tuttavia, questa crescita dipende fortemente dai servizi, dall’informatica e dalla tecnologia, ed è guidata dall’imperativo della massima accelerazione tecnologica, della massima capacità in termini di produttività, e della massima accumulazione di capitale per le principali aziende del settore, e per questo è, in termini strutturali e politici, incapace di generare un numero sufficiente di posti di lavoro per una forza lavoro interna enorme e crescente. Il paradosso fondamentale di questa governance economica è quello della “crescita senza lavoro”, o, meglio, ampliamento della crescita senza corrispondente ampliamento dei posti di lavoro, per cui milioni di persone sono sottoccupate o al di fuori del mondo del lavoro “formale”.

Il paradosso secondario, legato al precedente e alla dinamica della “crescita senza sviluppo” poc’anzi delineata, è la compresenza di un settore ICT ad alta intensità tecnologica di livello mondiale e di una quota pari a quasi il 50% della forza lavoro tuttora dipendente dall’agricoltura per il proprio sostentamento: un settore agricolo, peraltro, afflitto da bassa produttività, frammentazione delle proprietà terriere, vulnerabilità climatica. I dati e i fatti, nel Paese-continente, spesso stridono e collidono: a livello macroeconomico aggregato, l'India è la quinta potenza economica mondiale; in termini pro capite, viceversa, è intorno al 140° posto al mondo; la polarizzazione sociale diventa sempre più stridente e aggressiva: il 10% più ricco della popolazione detiene la stragrande maggioranza della spesa, il 50% più povero è spesso alle prese con povertà e debiti.

In termini di governance economica, l’India è una plastica testimonianza delle conseguenze deleterie di un modello di crescita non guidato da un efficace governo politico. A differenza del modello cinese, retto dalla pianificazione economica e dalla programmazione democratica, guidato dalla politica e trainato dagli investimenti produttivi nei settori chiave della crescita e dello sviluppo, a beneficio della comunità nazionale nel suo complesso e nella sua interezza, la crescita indiana si basa in modo sproporzionato sui consumi (58%) e sui servizi (54%), gli investimenti restano stagnanti al 31% del Pil, ostacolati simultaneamente da tassi di risparmio bassi (30% rispetto al 44% della Cina) e da afflussi non sufficienti in forma di investimenti diretti esteri.

Il settore manifatturiero rappresenta oggi solo il 15% del Pil, nonostante i programmi di incentivi governativi alla produzione, continuando a scontare storici limiti allo sviluppo e gap strutturali, quali le carenze infrastrutturali e i divari sociali e territoriali, insieme con gli elevati costi del capitale, perdendo, di conseguenza, quote di mercato nelle catene di approvvigionamento globali. A questo si aggiunge l’incognita, o il terzo paradosso dopo i precedenti già segnalati, legata alla dinamica di sviluppo dell’intelligenza artificiale: in regime capitalistico, in condizioni di concentrazione proprietaria e non liberata a beneficio dell’interesse e del benessere collettivo, l’intelligenza artificiale, in questa configurazione vettore di profitto per pochi e non di sviluppo per tutti, rischia in India di trasformare il “dividendo demografico” in vero e proprio “debito demografico”.

Se questa intelligenza artificiale comportasse la perdita di numerosi posti di lavoro e l'automazione sostituisse i lavoratori del settore dei servizi, per l’India, con le sue dimensioni demografiche e le condizioni della sua composizione sociale, si aprirebbero scenari inquietanti. Con solo il 2.5% dei lavoratori in possesso di qualifiche formali, è maturato un mercato del lavoro paradossale, dove i tassi di disoccupazione per i laureati (29%) superano addirittura di gran lunga quelli dei lavoratori senza istruzione secondaria (3-4%).

Un panorama politico impervio e durissimo

Se questo è il quadro strutturale, non meno impervio è lo scenario politico, sempre più dominato dagli apparati politici nazionalisti e conservatori. Il Bharatiya Janata Party (BJP), espressione del nazionalismo hindutva, che considera l’elemento indù e il riferimento alla tradizione e alla cultura induista come base e fondamento dell’India, concepita in prospettiva come Paese a totale egemonia culturale e politica indù, mantiene un dominio incontrastato sul panorama politico interno, governando, da solo o in coalizione, 22 dei 28 stati del Paese. L'Alleanza Democratica Nazionale (NDA), guidata dal BJP, detiene il potere sul 66% del territorio indiano e controlla oltre il 60% di tutti i seggi delle assemblee statali a livello nazionale.

Stati come l'Uttar Pradesh, il Madhya Pradesh e il Gujarat restano le principali “roccaforti” del BJP. Nell'Uttar Pradesh, ha ottenuto una solida maggioranza nel 2022 con oltre 250 seggi e una quota di voti intorno al 42%. Nel Madhya Pradesh, è tornato al potere nel 2023 con 163 seggi su 230 e quasi il 48% dei voti. Il Gujarat rimane la roccaforte più stabile, ove ha conquistato nel 2022 ben 156 seggi su 182 con una quota di voti superiore al 52%, trasformando quello che un tempo era uno stato “contendibile” in una roccaforte quasi “monocolore”. Le schiaccianti vittorie in Assam e Bengala, e i modesti progressi negli stati meridionali, più difficili, di Tamil Nadu e Kerala, sono ulteriori indicatori del “momento” del BJP, pur alle prese, evidentemente, con una fase non semplice della sua vicenda di governo (12 anni), a causa delle conseguenze economiche della guerra e della crisi, degli alti costi dei carburanti, dell'inflazione e della crescente disoccupazione.

Cosa spiega il successo epocale del BJP di questa fase storica? Si tratta di un mix di politica di nazionalismo indù e di erogazione di servizi sociali, ciò che viene definito dagli analisti «politica labharthi». Programmi governativi che raggiungono direttamente i beneficiari hanno contribuito a trasformare il sostegno in lealtà in tutti gli stati in cui il BJP ha ottenuto i suoi più significativi successi. Si tratta, anzitutto, di una variante deforme di welfare che non si traduce in benessere diffuso ma in una politica di selezione dei beneficiari; in altre parole, una forma di welfare “competitivo” o “selettivo”, destinata a incidere, non positivamente, sulla scena sociale indiana: da un lato, è relativamente assente sul versante dei diritti collettivi e dei servizi pubblici fondamentali (sanità, istruzione, alloggio); dall’altro, si concretizza nella forma di trasferimenti monetari diretti e specifici, erogati tramite meccanismi di trasferimento diretto dei benefici.

Questa «politica labharthi» assume quindi la forma di una sorta di welfare “tecno-patrimoniale”, privo di qualsivoglia obiettivo di autentica emancipazione e giustizia sociale, che vede i destinatari come beneficiari passivi della munificenza statale, attraverso il sistema delle erogazioni. Non soggetti titolari di diritti, ma beneficiari di iniziative governative, non emancipazione dal basso, ma elargizione dall’alto, che corrisponde a una modalità di esercizio del potere molto contemporanea, in cui centrale nella costruzione del potere sono la passivizzazione delle masse e la centralità del leader, imponendo fedeltà elettorale, tramite media pilotati e sussidi statali. In forme esasperate, sono tuttavia gli stessi meccanismi che vediamo, o che potremmo presto vedere, all’opera anche nelle società “occidentali”, e l’India si conferma laboratorio di tensioni e tendenze.

Le sfide che si stagliano di fronte alle forze di trasformazione

Si comprende allora, in questo quadro, l’arretramento in India delle forze di progresso e di trasformazione.

Per la prima volta in quasi mezzo secolo, l'India oggi non ha più un solo governo statale a guida comunista. La sconfitta del Fronte Democratico di Sinistra (LDF), guidato dal Partito Comunista Indiano (marxista), in Kerala nel maggio 2026, dopo un decennio al potere, ha segnato per ora la fine di uno degli esperimenti più duraturi al mondo di governo del partito comunista in un contesto pluripartitico. Al loro apice, i partiti comunisti indiani (il PCI e il PCI(m)) governavano stati che si estendevano dal Bengala Occidentale al Kerala e al Tripura, stendendo la propria influenza e i propri programmi su oltre cento milioni di persone attraverso il partito, i sindacati, le organizzazioni contadine, le sezioni studentesche e femminili, reti di quadri e funzionari.

Nel Bengala Occidentale, il Fronte di Sinistra ha governato ininterrottamente dal 1977 al 2011, uno degli esperimenti più longevi al mondo di governo del partito comunista in un contesto pluripartitico. Nel Tripura, la sinistra ha governato per 35 anni in totale, inclusi 25 anni ininterrotti prima della sconfitta subita nel 2018 ad opera del BJP. In Kerala dal 1957 – anno in cui lo stato elesse uno dei primi governi comunisti al mondo, guidato dal leggendario E.M.S. (Elamkulam Manakkal Sankaran) Namboodiripad, primo capo di governo del Kerala tra il 1957 e il 1959 e di nuovo tra il 1967 e il 1969, segretario generale del PCI tra il 1962 e il 1964 e poi segretario generale del PCI(m) tra il 1978 e il 1992 – il potere si è alternato tra il Fronte di Sinistra e il Congresso, rendendo i comunisti una forza duratura, non dominante ma decisiva nello sviluppo dello stato.

La vicenda storica dei due grandi partiti comunisti indiani

La storia di questi grandi partiti comunisti è straordinaria. Il Partito Comunista Indiano (PCI) fu fondato nella conferenza di Kanpur il 26 dicembre 1925. Tra il 1946 e il 1951 guidò le lotte popolari come la rivolta contadina nel Telangana; fu poi il principale partito di opposizione tra gli anni Cinquanta e Sessanta, finché, nel 1964, una scissione all'interno del PCI portò alla formazione del Partito Comunista Indiano (Marxista) (PCI(m)), che alla fine emerse come il più grande dei due partiti. Il PCI sostenne il governo di Indira Gandhi, in particolare tra il 1975 e il 1977, poi intraprese la strategia dell’unità delle forze di progresso; fece parte del governo del Fronte Unito dal 1996 al 1998; nel 2025, ha due membri nella Lok Sabha e altrettanti nella Rajya Sabha, venti membri dell'Assemblea legislativa in tre stati e uno nei Consigli legislativi in Bihar e in Telangana.

Il Partito Comunista Indiano (Marxista) (PCI(m)), di orientamento marxista-leninista, è il più grande partito comunista in India. Nato dalla scissione del 1964, è oggi rappresentato nelle assemblee legislative di otto stati. Il Fronte di Sinistra, guidato proprio dal PCI(m), ha governato il Bengala Occidentale per 34 anni ininterrotti (1977-2011) e il Tripura per 35 anni, di cui 25 continuativi (1993-2018). Tuttavia, oggi, il fronte della sinistra permane come realtà politica sostanzialmente disomogenea. In Kerala, conserva rilevanza politica; nel Tamil Nadu, la sua attività è legata alle alleanze con le forze democratiche; nel Bihar, resta una forza importante in alcune aree; viceversa, notevole è l’erosione di consenso registrata nel Bengala Occidentale e nel Tripura. A livello nazionale, il PCI(m) è passato da oltre il 6% a meno del 2% nelle recenti elezioni generali.

Ciononostante, il Kerala in particolare si è distinto come vero e proprio laboratorio della trasformazione, attirando l'attenzione dell’opinione pubblica internazionale per la pianificazione decentralizzata, gli elevati indicatori sociali, la riduzione della povertà, l'alfabetizzazione e un solido sistema sanitario pubblico. Durante gli anni di governo a guida comunista, il Kerala ha conseguito il più alto Indice di Sviluppo Umano, pari a 0,784 nel 2018; il più alto tasso di alfabetizzazione, pari al 96,2% nel 2018; la più alta aspettativa di vita, pari a 77,3 anni; è diventato lo stato meno povero in assoluto e il secondo stato più urbanizzato dell’intera India.

Il Kerala a guida comunista, un laboratorio di progresso e di giustizia

I comunisti hanno fatto del Kerala un vero e proprio laboratorio di progresso e di giustizia. È oggi considerato uno degli stati più egualitari dell'India proprio grazie alle solide politiche di welfare, alle riforme agrarie, allo sviluppo economico e agli elevati indicatori di sviluppo umano.

Il settore dei servizi pubblici, che rappresentano il 63% dell’economia dello stato (il cosiddetto Valore Aggiunto Lordo dello Stato), si basa principalmente su turismo, servizi medici e ayurvedici, istruzione e ricerca, innovazione e informatica, trasporti, commercio e finanza. Tra le principali iniziative del settore industriale si annoverano la cantieristica, la raffinazione del petrolio, l'industria del software, le industrie minerarie, la trasformazione alimentare, la lavorazione dei prodotti ittici e a base di gomma. Il settore primario si basa principalmente sulle colture di cocco, tè, caffè, pepe, gomma naturale, e le colture alimentari.

Il cosiddetto “modello Kerala”, ben noto nella letteratura politica e accademica, è un mix di governo a guida comunista, solido sistema di welfare, strategie e applicazioni differenziate per migliorare gli indicatori di sviluppo umano, sostenute dalla crescita economica. Come accennato poc’anzi, il Kerala ha conseguito il più alto Indice di Sviluppo Umano, pari a 0,784 nel 2018: un valore, sullo stesso anno, per intenderci, superiore a quello della Georgia (0,780) e non lontano da quello della Serbia (0,787). La spesa pubblica per l'istruzione primaria, l'assistenza sanitaria e la lotta alla povertà ha contribuito a mantenere un ISU eccezionalmente alto; inoltre, il Kerala è ampiamente considerato lo stato più pulito e salubre dell'India. Nel 2015 è anche diventato il primo “stato digitale” dell’India implementando iniziative e programmi di e-government.

Il tasso di povertà rurale è sceso dal 59% (1973-1974) al 12% (1999-2010); il tasso complessivo (urbano e rurale) è diminuito del 47% tra gli anni Settanta e Duemila, a fronte di una diminuzione complessiva del 29% nell’intera India. Il rapporto 2013 del Comitato Tendulkar sulla povertà ha stimato che le percentuali della popolazione che vive al di sotto della soglia di povertà nel Kerala rurale e urbano siano rispettivamente del 9% e del 5%, dati che rendono il Kerala lo stato meno povero dell'India. Si tratta di conquiste indubitabili e tangibili.

L’India nei Brics e nel mondo multipolare come in uno specchio

Questa eredità storica, nel mutato panorama politico e istituzionale odierno, proietta l’India verso nuove sfide strategiche e di fase, anche sullo scenario internazionale. Quello che il BJP ha plasmato nel corso degli anni è un vero e proprio riorientamento della politica internazionale del Paese, che, nel passaggio dallo storico “non-allineamento” degli anni Sessanta-Ottanta al nuovo “multi-allineamento” del periodo a noi più vicino, è venuto elaborando una dottrina delle alleanze basata sulla cosiddetta «politica degli allineamenti»: alleanze flessibili, relazioni a geometria variabile, con diverse potenze, in funzione dei propri interessi nazionali e senza rapporti partenariali esclusivi. È alla luce di questa dottrina che si può comprendere un ventaglio di relazioni che potrebbe apparire, a una lettura più superficiale, caotico o irrazionale: l’India è membro del Quad (Quadrilateral Security Dialogue) insieme a Stati Uniti, Giappone e Australia, alleato degli Stati Uniti e con accordi di difesa e di intelligence ancora con gli Stati Uniti; è partner strategico della Federazione Russa nei settori dell’energia (accordi di fornitura di petrolio e gas russi) e della difesa (accordi per la fornitura di sistemi missilistici, tecnologia nucleare civile e co-produzione di armamenti); fa parte, con la Cina socialista e altri Paesi, dei BRICS (di cui è Paese fondatore) e della SCO (l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai).

È cioè un attore, con una propria autonomia strategica, del Sud globale e del Mondo multipolare. Rappresenta forse nella maniera più stridente quella caratteristica strutturale del sistema Brics+ che è proprio il fatto di non avere una direzione politico-ideologica unitaria e di non rappresentare quindi un blocco ideologico unitario e compatto, monolitico, ma di incarnare la ricerca di vie autonome, nazionali, di sviluppo, refrattarie alle politiche di potenza e alle imposizioni unilaterali ed egemoniche. E segnala, nello stesso tempo, la forza del binomio eredità-innovazione nella ricerca di vie nuove di autodeterminazione e sviluppo: solo attingendo alle vicende, alle ispirazioni e alle esperienze più innovative e avanzate della propria storia, l’India potrà essere protagonista, insieme, della crescita e dello sviluppo, un fattore di pace, progresso e giustizia sociale, non solo per le sterminate masse indiane, ma, insieme con altri, per tutti i popoli delle più varie latitudini.

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