Stampa
Categoria: Relazioni e Interventi
Visite: 540

 Salvatore Tinè *

 

L’idea del convegno nasce dall’idea di “approfittare” del bicentenario della nascita di Engels per tornare a riflettere sull’opera e il pensiero di una figura che ha avuto un ruolo così importante e per molti versi decisivo non solo nella genesi del marxismo come teoria scientifica del modo di produzione capitalistico e come concezione generale del mondo ma anche nella sua diffusione e definitiva affermazione lungo la seconda metà dell’Ottocento nel movimento operaio europeo, ovvero nella trasformazione di quella teoria in una concreta forza materiale e di massa.

Ci è sembrato che una riconsiderazione critica del pensiero di Engels e insieme della sua opera di combattente e di dirigente politico potesse essere particolarmente utile per comprendere soprattutto in una prospettiva storica la genesi e la diffusione del marxismo nel suo nesso strettissimo con la nascita del movimento operaio alla metà dell’Ottocento e con la sua graduale ma inarrestabile trasformazione in un soggetto sociale e politico fondamentale della società moderna. E’ Engels infatti prima ancora di Marx a individuare nelle imponenti trasformazioni economiche e sociali conseguenti alla rivoluzione industriale in Inghilterra e nella nascita con essa di un moderno proletariato l’inizio di una nuova epoca della storia umana. E’ proprio un suo fondamentale lavoro del 1844 dedicato alla critica dell’economia politica ad anticipare e ad aprire la strada alla ricerca teorica di Marx intorno all’analisi scientifica del funzionamento del modo di produzione capitalistico e delle sue contraddizioni. E in un grande libro pubblicato nel 1845 su La situazione della classe operaia in Inghilterra, sulla base di un imponente lavoro di ricerca e di inchiesta sulla condizione operaia nella più avanzata industria capitalistica sviluppatasi in Inghilterra, Engels coglie con estrema acutezza la costituzione sul terreno determinato di un nuovo modo di produzione e di riproduzione della vita materiale destinato a coinvolgere la totalità della vita sociale e politica di una nazione il sorgere di una soggettività antagonistica sociale prima ancora che politica, oggettivamente antagonistica a quel modo di produzione, fondato sullo sfruttamento del lavoro e delle risorse naturali ai fini della massimizzazione del profitto e dell’accumulazione capitalistica. Si può dire allora che è proprio su questo terreno determinato di analisi scientifica della realtà e insieme di lotta politica che avviene il superamento della iniziale formazione teorica e filosofica legata alle tradizioni dell’idealismo tedesco e ai temi della “sinistra hegeliana” e il suo approdo insieme con Marx al comunismo e ad una nuova concezione materialistica della società e del suo sviluppo storico.

La prospettiva della rivoluzione imminente orienta il lavoro teorico e l’impegno di Marx ed Engels fino al ’48 e al terribile trauma della sconfitta del “giugno operaio” a Parigi e di quella della rivoluzione democratico-borghese in Germania. Il Manifesto del partito comunista scaturisce da una sintesi tra la concezione materialistica della storia e la teoria della rivoluzione proletaria come sbocco necessario, inevitabile delle contraddizioni della produzione capitalistica. Ma la sconfitta delle rivoluzioni del ’48 e la vittoria della controrivoluzione segneranno l’inizio di una nuova fase del pensiero di Marx ed Engels. L’esigenza di ridefinire le prospettive della rivoluzione proletaria sulla base di una più complessa adeguata teoria della transizione sociale e politica dal capitalismo al socialismo e al comunismo di fronte alle trasformazioni del dominio capitalistico sia sul terreno dello sviluppo economico che su quello dell’organizzazione dello stato borghese e dei suoi apparati repressivi e di egemonia, ispira la ricerca teorica di Engels non meno intensamente che quella di Marx. Una ricerca che procede parallelamente all’impegno per la costruzione di una organizzazione politica del movimento operaio in grado di articolare il terreno nazionale e internazionale della lotta di classe e di unificare così attorno al ruolo dirigente della classe operaia un più vasto sistema di alleanze sociali in grado di contrastare il dominio borghese sul terreno della lotta politica generale e dello stato e non solo su quello della lotta economica e sociale. La riflessione sull’esperienza della Comune di Parigi, della prima esperienza di “governo della classe operaia”, ovvero di “dittatura del proletariato” è un momento fondamentale di tale ricerca. Essa mostra sul terreno immanente della prassi l’attualità della rivoluzione, la sua dimensione ormai compiutamente internazionale e mondiale ma pone per ciò stesso il movimento operaio di fronte a nuovi compiti e problemi. Engels ritorna a più riprese in questi anni sulla centralità della questione agraria, sulla base di una analisi dei processi di proletarizzazione nelle campagne caratteristici di una fase più avanzata dello sviluppo capitalistico ma anche delle nuove e più acute contraddizioni nel rapporto tra città e campagna che ad essi si accompagnano. Perciò al tema del partito operaio, della sua autonomia politica si lega strettamente quello della necessità di una alleanza strategica e non solo tattica tra operai e contadini. L’impegno di Engels è stato decisivo sia nella creazione della I Internazionale che nel processo di costruzione del partito politico della classe operaia in Germania, nell’ambito della II Internazionale. Nel corso di tale processo, egli non si è stancato di rivendicare insieme al carattere di lotta politica della lotta di classe, la necessità dell’autonomia politica del partito della classe operaia. DI qui la centralità della lotta teorica da lui condotta su due fronti: contro l’anarchismo e insieme contro il cosiddetto “socialismo di stato” di stampo lassalliano. L’elaborazione di una compiuta teoria materialistica della politica nell’Anti-Duhring e poi ne L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato è un momento fondamentale di questa lotta teorica. Così, in polemica con ogni forma di superstiziosa venerazione dello stato, Engels mostra la sua genesi storicamente determinata dalla crisi della primitiva organizzazione gentilizia della società, come della evoluzione storica delle sue forme, corrispondenti a determinati gradi di sviluppo delle forze produttive e della divisione del lavoro sociale e quindi a specifiche forme di divisione in classi della società. Su questo concreto terreno di analisi, lo stato appare come un potere che si estrania e separa dalla società ma nello stesso emana da essa. La sua dimensione sovrastrutturale non ne offusca per niente il suo spessore di realtà storica, la sua concreta storicità che si esplica nella sua funzione di “rappresentanza ufficiale” della società e quindi nel suo ruolo di “principale potere ideologico sugli uomini” secondo una espressione che troviamo nel suo Fuerbach. Di qui il nesso strettissimo che lega sempre la riflessione di Engels sullo stato a quello della sua estinzione. Un nesso che lungi dallo scaturire da un limite di “utopismo” si lega invece ad una considerazione delle forme della politica che pur attenta a definirne i livelli della loro “autonomia relativa” non ne smarrisce mai il legame con la loro sempre determinata e specifica base economica e materiale. In tal senso la prospettiva teorica engelsiana ha allargato ed ampliato la concezione materialistica della storia ai fini di una comprensione più vasta e complessa delle dinamiche evolutive delle diverse formazioni sociali, così come delle loro rispettive forme di mediazione tra economia e politica, tra struttura e sovrastruttura. E’ questa prospettiva dialettica, sempre attenta a cogliere nella loro concreta organicità e dinamismo i nessi interni, le leggi immanenti al divenire storico sociale che orienta la sua ricerca e la sua riflessione sul sempre più decisivo ruolo delle scienze naturali nello sviluppo capitalistico e quindi nel processo di produzione e nei processi di riproduzione sociale complessiva. Del resto, la stessa critica dell’economia politica sarebbe incomprensibile nei suoi presupposti teorici e metodologici fuori dalla concezione materialistica della storia ovvero dalla considerazione dell’evoluzione delle formazioni sociali come un processo storico-naturale. Il rapporto organico tra storia e natura già fissato da Marx ed Engels nella Ideologia tedesca viene dal tardo Engels rafforzato e riformulato in rapporto con le straordinarie acquisizioni del darwinismo e in generale delle correnti scientifiche e filosofiche dell’evoluzionismo di cui Engels rifiuta le deformazioni positivistiche ma esalta le potenzialità in esso implicite di sviluppo e di liberazione della scienza e in generale della conoscenza umana da ogni schema metafisico di tipo teologico o teleologico. Gli sviluppi del sapere scientifico vengono da Engels esaltati proprio in funzione delle loro immediate ricadute nel campo dell’attività pratica e dell’industria. Il tentativo di definire in termini rigorosamente scientifici e materialistici nesso tra processi naturali e processi sociali, l’interazione sempre più stringente tra sviluppo delle scienze naturali e sviluppo della tecnica e delle forze produttive è al centro del suo lavoro di ricerca sulla “dialettica della natura”, teso alla definizione di una prospettiva di emancipazione e di liberazione umana che vede nel comunismo la possibilità e insieme la necessità di una nuova unità tra uomo e natura fondata su una regolazione sociale, pianificata del processo di produzione e di riproduzione della vita umane. Del resto, anche in Marx, la nozione di prassi come attività umano-sociale oggettiva si definisce in un nesso stringente con la natura determinata e necessaria del processo di sviluppo e insieme di crisi dell’ordinamento sociale capitalistico, così come emerge dall’analisi del Capitale.

Così, se per un verso il comunismo si configura come il passaggio dalla preistoria alla storia, ovvero dal regno della necessità a quello della libertà, per un altro verso esso inscrive nella continuità del processo infinito di conoscenza e di appropriazione della natura da parte della specie umana in cui consiste propriamente la storia. L’idea della libertà umana come dominio della natura e quella dell’uomo come parte della natura, specie posta pur sempre nel suo “grembo” trovano nel pensiero dell’ultimo Engels una sintesi mirabile e quanto mai attuale di fronte alle sfide globali dell’odierna questione ecologica.

 

* introduzione al convegno “Engels cento anni dopo”, Università di Catania, 14 dicembre 2020.

 

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy.