Andrea Vento *
Tra rallentamento economico, crisi industriale e perdita di potere d’acquisto dei salari dove, ci stanno portando l’Ue e la Nato?
- Il complesso contesto geopolitico attuale
La crisi dell’ordine globale
L’attuale fase geopolitica caratterizzata dalla contrapposizione fra la declinante egemonia mondiale statunitense iniziata con la fine della Guerra Fredda e le aspirazioni del Sud globale a guida Brics+ di ridefinizione delle relazioni su base multilaterale, sta determinando un aumento delle tensioni internazionali e dei conflitti armati, con conseguente sensibile incremento delle spese militari e delle politiche di riarmo.
Stiamo attraversando un’inedita fase nella quale dominano l’incertezza e l’instabilità geopolitica, con i conflitti armati che secondo l’Uppsala Conflict Data Program[1] hanno ad oggi superato quota 100, fra quelli combattuti fra soggetti statuali e quelli interni, questi ultimi a loro volta caratterizzati da implicazioni internazionali, come nel caso di quelli in corso in Myanmar, Somalia e Sudan e, nei paesi dell’area del Sahel, Burkina Faso, Mali e Niger solo per citarne alcuni.
Guerre civili sovente originate da crisi economiche, disuguaglianze strutturali e negazione di diritti umani e civili, talvolta a danno di minoranze etniche e religiose e, quasi sempre, sostenute da attori internazionali che mirano allo sfruttamento delle risorse agricole e del sottosuolo. Come nel caso della guerra in corso da anni nell’est della Repubblica Democratica del Congo, dove opera l’organizzazione paramilitare M23 sostenuta dal Ruanda di Paul Kagame[2], la quale a sua volte gode dell’appoggio dei paesi occidentali interessati ad acquistare, tramite intermediazione di Kigali, gli ambiti minerali estratti illegalmente nella provincia congolese del Nord Kivu[3], rendendosi implicitamente compartecipi del conflitto.
Un rapido sguardo sul Medio Oriente
Storicamente buona parte delle guerre combattute in Medio Oriente affondano le radici nella politica espansionistica di Israele, che non casualmente non ha mai dichiarato i propri confini, e nella pulizia etnica implementata, a danno della popolazione palestinese, a partire dal marzo 1948 a seguito del’approvazione del Piano Dalet da parte della dirigenza del movimento sionista guidato da Ben Gurion[4]. E dall’occupazione militare, la colonizzazione e la parziale annessione di fatto dei Territori Palestinesi (Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est) dopo il giugno 1967.
Tuttavia, negli ultimi 3 anni con il governo di estrema destra del Primo Ministro Netanyahu abbiamo assistito ad una drammatica accelerazione dell’instabilità regionale e del numero dei conflitti con fronti di guerra aperti da Tel Aviv contro Gaza, Siria, Hezbollah libanese, Houthi yementi e, da ultimo, anche Iran[5]. Questi conflitti hanno portato alla destrutturazione del cosiddetto “Asse della resistenza”[6], anche a seguito della caduta di Bashar el-Assad in Siria da parte dell’organizzazione Jihadista Hayat Tahrir al Sham (HTS), armata e sostenuta dalla Turchia. Determinando, in tal modo, i presupposti per un riassetto geopolitico dell’area mediorientale a vantaggio di Israele e Turchia, con accrescimento per entrambi dello status di potenza regionale e ampliamento delle rispettive aree di influenza. E, nel caso di Tel Aviv, anche una estensione del controllo militare diretto su porzioni di territorio siriano e libanese.
Subisce un ridimensionato geopolitico l’Iran per la perdita e la sconfitta dei suoi alleati regionali, rispettivamente Assad ed Hezbollah, anche se ciò non gli ha impedito di uscire militarmente rafforzato dalla “Guerra dei 12 giorni”. Infatti, Tel Aviv, dopo i bombardamenti Usa ai siti nucleari, ha subito accettato la proposta di Trump di “cessate il fuoco” in quanto rischiava di impantanarsi in una guerra di attrito non sostenibile oltre il brevissimo periodo, vista la capacità di resistenza e di risposta missilistica di Teheran[7].
Il quadro geopolitico globale
Come inizialmente accennato stiamo attraversando una fase geopolitica caratterizzata da un incremento delle tensioni internazionali e dei conflitti anche armati, le cui origini sono da ricondursi alla determinazione statunitense di mantenere il proprio ruolo egemonico a livello mondiale, nonostante l’ascesa economica, militare e geopolitica delle potenze emergenti, Cina e Russia in testa.
Un progetto strategico, codificato in atti ufficiali, scaturito da dottrine geopolitiche precedentemente elaborate. Nella fattispecie, uno dei più significativi in tal senso risulta il rapporto ufficiale 2018 della Commissione bipartisan incaricata dal Congresso Usa di elaborare la strategia di difesa nazionale. Il documento in questione parte dall’assioma che dalla Seconda Guerra mondiale gli “Stati Uniti hanno guidato la costruzione di un mondo di inusuale prosperità, libertà e sicurezza. Tale realizzazione, di cui essi hanno enormemente beneficiato, è stata resa possibile dalla ineguagliata potenza militare Usa”. Definita “spina dorsale della influenza globale e sicurezza nazionale Usa“, sarebbe insediata, secondo gli autori, da “competitori globali (Cina e Russia, ndr”) che stanno cercando l’egemonia regionale e i mezzi per proiettare potenza su scala globale”. E in merito a ciò la suddetta Commissione ha ipotizzato due ipotesi di conflitto, prima con la Russia e, successivamente, con la Cina, arrivando alla conclusione, in base agli esisti non favorevoli di tali simulazioni, che “la sicurezza e il benessere degli Stati Uniti sono a rischio più di quanto lo siano stati nei decenni precedenti”[8].
Da questi presupposti origina la visione strategica di continuare ad esercitare l’egemonia mondiale facendo leva sulla superiorità militare, tecnologia, finanziaria e valutaria e, opportunamente, prima che venga significativamente erosa, è necessario affrontare, preferibilmente in modo indiretto, separatamente le due potenze in questione, evitando, peraltro, che realizzino una alleanza strutturata.
In considerazione di ciò, la suddetta Commissione proponeva di aumentare le spese militari di un 3-5% annui soprattutto per incrementare il dispiegamento di forze militari nella regione dell’Indo-pacifico dove “sono attivi 4 dei nostri 5 avversari: Cina, Nord Corea, Russia e (non specificati) gruppi terroristici”. Con l’Iran nel ruolo di quinto avversario, non casualmente bombardato da Trump durante la “Guerra dei 12 giorni”.
- Lo scacchiere europeo epicentro delle tensioni globali: il ruolo della Nato
Nel contesto del quadro delineato nella prima parte della presente relazione, l’escalation delle tensioni fra le principali potenze trova origine in seno allo scacchiere europeo, sostanzialmente a seguito della trasformazione della Nato, da organizzazione politico-militare difensiva in strumento di ampliamento della sfera d’influenza statunitense, avvenuta dopo la fine della Guerra Fredda (1989). Tale passaggio è stato sancito, secondo il generale Mario Arpino ex Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate italiane, dalla “Dichiarazione di Londra” sulla trasformazione dell’Organizzazione, la quale sottolineava l’esigenza di cooperazione politica, economica e militare con i paesi dell’Europa centro-orientale[9].
Tuttavia, gli atti formali più significativi che stabilirono le linee di sviluppo del nuovo corso della Nato presero corpo con l’approvazione della “Dichiarazione di Roma” e del “Nuovo Concetto Strategico” durante il summit di Roma del novembre 1991, a pochi mesi dallo scioglimento del Patto di Varsavia (1° luglio 1991) e uno prima di quello dell’Unione Sovietica (25 dicembre 1991).
A questi iniziali, fondamentali eventi, che segnarono il passaggio dall’ordine internazionale strutturato su base bipolare a quello unilaterale a egemonia Usa/Nato, ne seguirono, in ambito Nato, altri negli anni successivi che sfociarono nel primo ampliamento ad est nel 1999 con l’ingresso di Polonia, Repubblica ed Ungheria (carta 1).
Fino a quel momento, anche alla luce del ridimensionamento economico e geopolitico della Federazione russa durante la presidenza Eltsin, si era venuto a creare, peraltro su base asimmetrica, un certo clima di collaborazione fra le parti che portò all’istituzione del Consiglio permanente Nato-Russia a Parigi nel 1997. Processo successivamente consolidato a Pratica di Mare nell’estate 2002 con la firma, da parte di George W. Bush e Vladimir Putin, del documento “Nato-Russia Relations: A New Quality” che sancì la normalizzazione “formale” delle relazioni bilaterali, anche dal punto di vista strategico-militare, al termine di un decennale percorso di avvicinamento. Tuttavia, di lì a poco gli sviluppi successivi, lasceranno intendere che probabilmente si era stati al cospetto di una effimera stagione.
Infatti, alla fine dello stesso anno, il 2002, al Vertice Nato di Praga venne data nuova enfasi alla politica delle “Porte Aperte”, già contemplata nell’art 10 dello Statuto della Nato, con l’invito a divenire paese membro offerto a Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia. I 4 paesi ex Patto di Varsavia ed i 3 ex Urss, entrarono ufficialmente nell’Alleanza Atlantica nel 2004, portando a 10 gli stati dell’ex blocco Orientale in seno alla Nato. Ciò al netto della Germania Est che vi fu inglobata a seguito della cosiddetta Riunificazione tedesca del 1990, in realtà un’annessione della DDR da parte della Repubblica Federale[10] (carta 1).
Carta 1: le tappe dell’ampliamento della Nato
Questo secondo, imponente ampliamento iniziò a destare serie preoccupazioni a Mosca ove, già dal 2000, Vladimir Putin era asceso alla presidenza con un progetto politico teso a ristabilire adeguato ruolo internazionale alla Federazione Russa, dopo circa un decennio di profonda crisi.[11]
Le preoccupazione russe vennero ufficialmente esternate nel 2007 alla 43esima Conferenza sulla Sicurezza di Monaco di Baviera dal presidente Putin, quando denunciò l’egemonia monopolistica degli Stati Uniti nelle contesto globale e il suo “uso eccessivo e quasi incontrollato della forza nelle relazioni internazionali”. Evidenziando come a seguito di tale dominio “nessuno si sente sicuro! Perché nessuno può sentire che il diritto internazionale è come un muro di pietra che lo proteggerà. Naturalmente una tale politica stimola una corsa agli armamenti”. Inoltre, il presidente della Federazione Russa citò, a sostegno, il discorso del 1990 di Manfred Womer, Segretario Generale della Nato dell’epoca, nel quale promise che la Nato non si sarebbe espansa verso est: “il fatto che siamo pronti a non posizionare un esercito della Nato al di fuori del territorio tedesco (unificato. ndr) dà all’Unione Sovietica una solida garanzia di sicurezza”. Per poi chiedere retoricamente ai leaders occidentali: “dove sono ora queste garanzie?”[12].
Nonostante le apprensioni e gli avvertimenti del Cremlino, al Vertice Nato del 2008 a Bucarest, il disaccordo fra i leaders europei e il presidente statunitense George Bush Jr, portò al compromesso della promessa di quest’ultimo ad un impegno dell’Organizzazione per una futura adesione di Ucraina e Georgia[13]. Una dichiarazione che assunse un’influenza significativa nel determinare la presa di coscienza del Cremlino che la Nato stava implementando una politica ostile per la sicurezza strategica della Federazione, vista la posizione geografica a ridosso della stessa, e che occorreva preparare le adeguate contromisure.
La delicata vicenda, ormai significativo passaggio storico nell’escalation della crisi Ucraina, è stata così descritta dall’allora cancelliera tedesca Angela Merkel nel suo recente libro autobiografico in relazione soprattutto alla percezione russa: “il fatto che Georgia e Ucraina non abbiano ricevuto lo status di candidati per l’ingresso nella Nato fu un no alle loro speranze. Il fatto che la Nato abbia offerto loro la prospettiva di un impegno generale per l’adesione è stato, per Putin, un sì all’adesione alla Nato per entrambi i Paesi, una dichiarazione di guerra”[14]. In sostanza il clima di distensione e di collaborazione di Pratica di Mare era stato archiviato e si stava aprendo una nuova fase.
La Nato, incurante delle preoccupazioni di Mosca, ha continuato ad implementare la sua politica espansiva tant’è che l’anno successivo, il 2009, fecero il loro ingresso nell’Alleanza Croazia e Albania, e successivamente nel 2017 il Montenegro e nel 2020 la Macedonia del Nord, portando i membri effettivi a 30, dai 16 del 1990 (carta 1). Ulteriore ampliamento che rafforzò i timori di Mosca rispetto ai rischi per la propria sicurezza strategica.
Ciò anche a seguito degli sviluppi delle vicende ucraine, con la destituzione nel febbraio 2014 del legittimo presidente, il “neutralista“ Victor Janukovich, con il pucth filooccidentale di piazza Maidan, l’avvicinamento di Kiev alla Nato dei successori Oleksander Turcynov e Petro Poroshenko con ingresso di istruttori militari e armamenti nel paese dal 2014[15], la revoca dell’autonomia linguistica nel Donbass, l’annessione russa della Crimea confermata da un referendum, la dichiarazione di indipendenza delle Repubbliche Popolari di Donetsk e di Lugansk e l’attacco delle Forze armate ucraine contro queste ultime. Guerra che negli 8 anni successivi provocherà 13.000 morti, in prevalenza civili del Donbass.
L’escalation della crisi ucraina
La decisione, presa al Vertice Nato di Bruxelles del giugno 2021, di rendere operativa la promessa fatta a Bucarest nel 2008 di effettivo ingresso di Kiev nell’Alleanza, tramite l’attivazione del Piano d’azione per l’adesione (Map)[16], spinse la Russia a chiedere un vertice internazionale per la definizione degli assetti geopolitici nell’Europa orientale che tenesse di conto delle esigenze di sicurezza di tutti gli attori regionali. Il rifiuto statunitense e Nato del dicembre 2021, anche di sottoscrizione di Accordo di pace Usa-Russia in 9 punti[17], portò il Cremlino alla convinzione che l’ingresso dell’Ucraina nella Nato, col suo corollario di basi militari con strutture missilistiche, andasse scongiurato per salvaguardare la sovranità e la sicurezza della Federazione.
La Russia schierò quindi una parte delle sue Forze Armate ai confini dell’Ucraina per esercitare pressioni per l’apertura in extremis di una trattativa, fino a che il 23 febbraio i paesi occidentali comminarono la prima tranche di sanzioni economiche contro Mosca.
Il giorno successivo, il 24, il Cremlino dette avvio all’Operazione Militare Speciale in Ucraina con lo scopo di ottenere la neutralità militare di Kiev, vale a dire il non ingresso nella Nato, lasciando tuttavia facoltà di adesione all’Ue. Nei giorni e nei mesi seguenti gli stati occidentali hanno comminato nuovi pacchetti sanzionatori contro Mosca, arrivando quelli europei addirittura al 18° a luglio 2025, nel tentativo di strangolarne l’economia e indurla al ritiro dall’Ucraina. Ma anche in questo caso, come vedremo, gli sviluppi riserveranno risvolti inattesi per i leaders occidentali[18].
In definitiva, gli eventi di fine febbraio-inizio marzo del 2022 costituiscono uno spartiacque storico che ha determinato una profonda frattura geopolitica e geoeconomica nell’Europa Orientale e l’apertura di una nuova fase caratterizzata da crescenti tensioni internazionali, conflitti di varia natura, e, all’interno dell’Ue, significative ripercussioni economiche con crisi industriali, ripresa dell’inflazione, rialzo dei tassi di interesse, perdita di potere d’acquisto dei salari, crisi sociale ed ulteriore, significativa spinta alle politiche di riarmo e alle spese militari.
Un disastro indubbiamente evitabile, in presenza di una classe politica nazionale e comunitaria all’altezza del proprio ruolo e meno asservita agli interessi di Washington.
- La scellerata politica sanzionatoria dell’Unione Europea
La rottura dell’ordine internazionale
Come abbiamo riportato in chiusura della parte precedente di questa relazione, gli eventi di fine febbraio del 2022 hanno determinato uno storico spartiacque nelle relazioni intraeuropee e internazionali a causa della creazione di una profonda frattura geopolitica nell’Europa Orientale. Conseguentemente si è aperta una nuova fase geopolitica caratterizzata da: forti tensioni, instabilità, aumento dei conflitti anche armati, politiche di riarmo e sensibile incremento delle spese militari.
Oltre all’ambito geopolitico-militare, significative ripercussioni si sono registrate anche nella sfera economica ed in particolare: nelle relazioni geoeconomiche internazionali, nella dinamica e nella struttura produttiva dell’economia mondiale.
Ripercussioni si sono verificate anche nel ciclo economico, nell’andamento delle produzioni industriali e nei bilanci statali degli stati coinvolti direttamente nel conflitto, dei cosiddetti “cobelligeranti” ed anche di quelli che hanno mantenuto una posizione neutralista, non comminando sanzioni alla Russia, sovente ricavandone benefici.
In questo quadro generale sono risultati i paesi dell’Europa centro occidentale, a causa dell’effetto boomerang della scellerata politica delle sanzioni contro Mosca, ad aver registrato le più significative ricadute economiche negative a seguito dell’elevata interconnessione dell’economia di Bruxelles con quella di Mosca, con bassa crescita generalizzata e recessione della Germania nell’ultimo biennio, crisi industriali, ripresa dell’inflazione, rialzo dei tassi di interesse, perdita di potere d’acquisto dei salari e ulteriore, significativa spinta alle politiche riarmiste e all’esborso militare[19].
La frattura geopolitica e geoeconomica
Nel contesto delle relazioni geopolitiche si è determinata una marcata frattura interna all'Europa delimitata dai confini occidentali di Russia e Bielorussia provocata, non tanto dalla votazione dell'Assemblea Generale dell'Onu del 3 marzo 2022 di condanna dell'invasione russa dell'Ucraina, approvata da 141 Paesi su 193, quanto dall'introduzione delle misure restrittive promosse dagli Stati Uniti ai danni di Mosca e adottate da parte di altri 36 Paesi (pari a solo il 19% del totale) appartenenti al cosiddetto Occidente globale, vale a dire i Paesi Nato e i loro più fidati "alleati" nello scacchiere Asia-Pacifico (carta 1).
Carta tematica 1: i 37 Paesi che hanno imposto le sanzioni alla Russia
La rottura dell’ordine precedente si è quindi concretizzata fra i Paesi dell'Occidente globale, da un lato, e Russia e Bielorussia, dall'altro, con i restanti Stati del panorama mondiale che hanno mantenuto i rapporti politici ed economici con Mosca, espandendoli ed approfondendoli in non pochi casi. In particolare Cina, India, Iran, Arabia Saudita e la maggior parte dei Paesi africani, mediorientali e latinoamericani.
Il boomerang delle sanzioni alla Russia sul ciclo economico dell’eurozona
L'Unione Europea Martedì 20 maggio scorso, nonostante il parere contrario di Trump, aveva approvato il 17esimo pacchetto di sanzioni contro la Russia accompagnato dalle solite dichiarazioni enfatiche dei suoi vertici in merito alla loro efficacia.
L'ennesimo atto coercitivo adottato contro Mosca ha, tuttavia, sollevato perplessità e critiche, fra le associazioni imprenditoriali e nell'opinione pubblica europea, ancora maggiori rispetto ai 16 antecedenti, sia per motivazioni di carattere economico che di strategia geopolitica.
Le precedenti tranche di sanzioni introdotte da Bruxelles, su pressione dell’amministrazione Biden, hanno, infatti, determinato, secondo il Fondo Monetario Internazionale[20], un forte rallentamento dell'economia dell'eurozona nel 2023 e nel 2024 (+0,4% e +0,9%) e spinto in recessione (-0,3% e -0,2%) quella tedesca, mentre Mosca è cresciuta in entrambi gli anni del +4,1%. Gli Stati Uniti, i promotori delle sanzioni, avevano mantenuto un buon tasso di crescita nel biennio considerato (2,9% e 2,8%), anche grazie all’aumento dell’export di Gnl proprio verso l’Unione Europea.
La crisi industriale di Germania e Italia
A ciò va aggiunta la pesante contrazione della produzione industriale dell’Unione Europea, in particolare di Germania, Francia e Italia, principali tre economie dell’Eurozona, che accusano nell’ordine oltre -9%, -5% e -3,5% fra il 2029 e il 2024, con il Portogallo a -7% (cartogramma 1)[21].
Cartogramma 1: variazione della produzione industriale dei paesi Ue fra il 2019 e il 2024.
P.s: la didascalia del cartogramma realizzato dall’Ispi riporta “produzione manifatturiera” ma in realtà nel testo dell’articolo è riportato “produzione industriale” quindi da intendersi complessiva
Per quanto riguarda il nostro paese, dopo aver accusato il 26esimo mese consecutivo (da febbraio 2023 a marzo 2025) di riduzione calcolata su base tendenziale[22] con due picchi del -6,7% ad aprile 2023 e a dicembre 2024 (grafico 1), ha registrato una lieve variazione positiva ad aprile per poi tornare nuovamente in contrazione tendenziale a maggio (-1%) e a giugno (0,9%), portando il totale a 28, seppur non consecutivi, da febbraio 2023. Addirittura, i mesi di riduzione tendenziale non consecutivi, partendo da settembre 2022 salgono a 32. In pratica la produzione industriale italiana si è contratta, anno su anno, tutti i mesi salvo gennaio 2023 (+2,6%) e aprile 2025 (+0,1%). Una vera e propria crisi strutturale la cui risoluzione non viene certamente agevolata dalla politica tariffaria imposta da Trump all’Ue, con dazi introdotti nella misura generalizzata del 15%, ma con acciaio e alluminio al momento ancora gravati da ben un più pesante 50%, nonostante le misure doganali accomodanti adottate proprio in queste giorni a favore dei prodotti statunitensi dalla Commissione Europea e ora in attesa di approvazione da parte del Parlamento e del Consiglio[23].
Grafico 1: variazione della produzione industriale mensile su base tendenziale dell’Italia negli ultimi 3 anni, giugno 2022 – giugno 2025. Fonte Istat.

La Germania segue da vicino il nostro paese con il 25esimo mese consecutivo, da giugno 2023 a giugno 2025 compresi (grafico 2), di riduzione tendenziale della produzione industriale con un picco massimo del -7,4% maggio 2024. Una crisi, quella tedesca, che sembra avvitarsi su se stessa[24], considerato che a giugno scorso, ultimi dati disponibili, hanno evidenziato una caduta del -3,6%.
Grafico 2: variazione della produzione industriale mensile su base tendenziale della Germania negli ultimi 3 anni, giugno 2022 – giugno 2025. Fonte Destasis

Considerando che il comparto principale, quello manifatturiero, corrispondente peraltro al 79% della produzione industriale complessiva tedesca, per le caratteristiche intrinseche dei propri processi industriali, ha innescato significative ricadute sull’indotto e sul tasso di disoccupazione, salito infatti dal 5% del maggio 2022 al 6,3% attuale. Mentre i fallimenti aziendali, in sensibile crescita a partire dal 2023, che hanno raggiunto, a seguito di un trend rialzista triennale, le 11.900 unità nel primo semestre di quest’anno (grafico 3), interessando soprattutto le aziende medio- piccole tipologie che non casualmente caratterizzano proprio il settore dell’indotto[25].
Grafico 3: il numero di fallimenti aziendali nei primi semestri del periodo 2020-2025 in Germania

Flessione e ripresa della produzione industriale russa
Le prime tranche di sanzioni adottate sin dal 23 febbraio 2022, hanno creato un immediato impatto negativo sulla produzione industriale russa, tant’è che dal picco di +9,1% di aumento tendenziale di gennaio dello stesso anno, è precipitata a -1,7% nell’aprile successivo, per restare in campo negativo fino a febbraio 2023. Mantenendosi, peraltro, sempre al di sopra della soglia del -2,0%, salvo dicembre (-2,2%) e gennaio (-2,9%) (grafico 4).
Tramite l’adozione di contromisure di natura monetaria, commerciale ed economica[26], Mosca, dopo la crisi economico-produttiva del 2022, è riuscita ad invertire la fase di contrazione e ad intraprendere quella espansiva, grazie ad un significativo incremento della spesa pubblica, soprattutto verso la produzione di armamenti e l’esborso militare in generale. Quest’ultimo, secondo il Sipri, passato da una stima di 86,4 miliardi di dollari del 2022 a 149 miliardi del 2024.
La dinamica della variazione della produzione industriale tendenziale in Russia ha avuto un andamento opposto rispetto a quello italiano. Infatti, mentre il nostro paese scendeva in campo negativo a partire dal febbraio del 2023, Mosca usciva dalla fase di contrazione tendenziale proprio il mese successivo, per poi intraprendere senza soluzione di continuità una lunga striscia espansiva, arrivata a giugno 2025 al 28esimo mese consecutivo di incremento, con punte di +8,1% a febbraio 2014 e +8,2% a dicembre dello stesso anno.
Nonostante alcuni organi d’informazioni[27] continuino a ventilare una imminente crisi della Russia, la produzione industriale è cresciuta del +1,8% a maggio e del +2,0% a giugno 2025.
Grafico 4: variazione della produzione industriale mensile su base tendenziale della Russia negli ultimi 5 anni, giugno 2020 – giugno 2025. Fonte Federal State Statistic Service of Russia – Rosstat

Crisi economica e miopia geopolitica dell’Unione Europea
La crisi industriale dell'Eurozona secondo le organizzazioni datoriali, Confindustria in primis, è principalmente causata dall'aumento del costo dell'energia e del gas in particolare, provocata dalla decisione dell'Unione Europea di rinunciare alle convenienti forniture di gas russo via conduttura, sostituendole con quelle di Gnl, in primis statunitense, ben più costose.
In sostanza le sanzioni si sono rivelate un pesante boomerang pagato dai cittadini comunitari in termini di aumento del costo del gas e della corrente elettrica, di inflazione, di rialzo dei tassi di interesse, di riduzione dei salari reali e di crisi industriale.
Per quanto riguarda l'aspetto geopolitico, le recenti decisione di Bruxelles hanno assunto una linea divergente rispetto all’orientamento strategico di Trump che mira a porre fine al conflitto in Ucraina. Infatti, mentre l'amministrazione statunitense sta profondendo un significativo sforzo in tale direzione, sfociato nel vertice con Putin del 15 agosto in Alaska, in Europa è stata data vita alla sedicente “Coalizione dei volonterosi”, per proseguire la guerra ad oltranza, oltre ad esser stati pure adottati il 17° e il 18° pacchetto di sanzioni, non introdotte invece da Washington, e che in questi giorni ha annunciato il 19° per bocca della sua Alta Rappresentante per gli Affari Esteri, l’estone Kaja Kallas.
Una classe politica che affossa la propria economia e impoverisce i propri cittadini, tramite le sanzioni e che è intenzionata a proseguire il conflitto fino alla remota possibilità di sfinimento della Russia, mentre gli Stati Uniti stanno riallacciando le relazioni diplomatiche e commerciali con Mosca, mostra tutta la propria inadeguatezza al ruolo che riveste, anche alla luce dell’incapacità di interpretazione della fase geopolitica in atto.
* GIGA (Gruppo Insegnanti Geografia Autorganizzati). Relazione al dibattito del 15 agosto alla Festa Rossa 2025.
[1] https://ucdp.uu.se/exploratory - Carta interattiva delle guerre e dei conflitti
[2] Parola a..Vento: Cosa accade in Congo? Intervista all’attivista di origine congolese John Mpaliza.
https://giuliochinappi.wordpress.com/2025/02/25/parola-a-vento-cosa-accade-in-congo-intervista-a-john-mpaliza/
[3] https://www.geopolitica.info/rdc-rwanda-m23-minerali/
[4] “La pulizia etnica della Palestina” di Ilan Pappe. Fazi Editore 2008
[5] https://www.marxismo-oggi.it/saggi-e-contributi/articoli/694-israele-attacca-l-iran-e-la-tensione-in-medio-oriente-sale-alle-stelle
[6] Per Asse della resistenza è una coalizione informale costituita da stati e da partiti con struttura politico-militare, in prevalenza sciiti, alleati o sostenuti dall’Iran ed era composta oltre che dalla Repubblica islamica dalla Siria di Assad sino alla sua deposizione nel dicembre 2024, dalle milizie sciite irachene raccolte nella Forza di Mobilitazione Popolare, dall’Hezbollah libanese (sensibilmente ridimensionato dai pesanti attacchi israeliani del 2024), dagli Huthi dello Yemen e in Palestina da Hamas e dalle Jihad islamica benché queste ultime di confessione sunnita. Scopo dell’Asse della resistenza è quello di riunire e coordinare le forze per opporsi all’influenza straniera in Medio Oriente, in primis statunitense, e promuovere la resistenza contro l’occupazione israeliana della Palestina e degli altri territori dei paesi arabi.
[7] https://www.marx21.it/internazionale/cosa-cela-laccettazione-del-cessate-il-fuoco-da-parte-di-israele-parte-1/
[8] https://ilmanifesto.it/gli-usa-si-preparano-allo-scontro-con-russia-e-cina
[9] https://www.limesonline.com/limesplus/nato-una-strada-in-salita-14654768/
[10] “L’Anschluss. L’annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa” di Vladimiro Giacchè. Imprimatur.
[11] “Russia: alla ricerca della potenza perduta, Dall’avvento di Putin alle prospettive future di un paese orfano dell’Urss” di Alessandro Fanetti. Eiffel editore 2021.
[12] https://www.fivedabliu.it/wp-content/uploads/2022/04/Discorso-di-Putin-alla-Conferenza-di-Monaco-di-Baviera-sulla-Politica-di-Sicurezza.pdf
[13] https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/11/21/lucraina-nella-nato-era-un-errore-angela-merkel-difende-la-scelta-del-2008-nelle-sue-memorie-per-putin-e-stata-una-dichiarazione-di-guerra/7776002/
[14] “Libertà” di Angela Merkel. Rizzoli novembre 2024
[15] Come dichiarato dallo stesso Segretario Generale della Nato Stoltenberg:
https://tg24.sky.it/mondo/2022/11/29/guerra-ucraina-stoltenberg-nato
https://www.kulturjam.it/news/stoltenberg-guerra-non-iniziata-a-febbraio-nato-supporta-kiev-dal-2014/
[16] https://it.wikipedia.org/wiki/Relazioni_Ucraina-NATO
[17] https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2021/12/17/russia-offre-a-usa-e-nato-corposo-trattato-di-pace_1dcaf01b-af51-4d4a-b00b-79bd0a6aa679.html
[18] https://codice-rosso.net/crisi-ucraina-un-primo-bilancio-delle-sanzioni-contro-la-russia/
https://codice-rosso.net/crisi-ucraina-solo-la-mobilitazione-popolare-puo-fermare-la-guerra/
https://www.marx21.it/internazionale/leconomia-di-guerra-oggi/
[19] Vedi saggi Giga della serie Economia di guerra oggi:
Parte X - Cronaca di un disastro annunciato. Le ripercussioni delle sanzioni alla Russia e del piano REPowerEU sulla dinamica economica, commerciale, sociale e salariale dell'Italia nel 2022
Parte XI: Le sanzioni funzionano..sì ma ai danni dell’Unione Europea
Parte XII La crisi industriale alla base della stagnazione economica della Ue
[20] I dati della dinamica del Pil citati nel testo sono tratti dal data mapper del Fondo Monetario Internazionale https://www.imf.org/external/datamapper/NGDP_RPCH@WEO/WEOWORLD
[21] https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/la-crisi-tedesca-e-il-futuro-dellindustria-europea-189853
[22] La variazione tendenziale viene calcolata rispetto al corrispondente mese dell’anno precedente, mentre quella congiunturale nei confronti del mese precedente
[23] https://www.ansa.it/canale_motori/notizie/istituzioni/2025/08/28/dazi-zero-sui-beni-industriali-usa-si-sblocca-nodo-auto-_39d52dbc-a230-431b-a574-8f837d5dc6c0.html
[24] Vedi Saggi Giga della serie: Economia di guerra oggi
Parte XIII - Crisi Germania: industria a picco, recessione possibile anche nel 2024
Parte XIV - La crisi industriale europea è legata al differenziale del costo del gas con gli Usa che ad inizio 2025 è ancora di 3,5 volte superiore . Confindustria: il costo del gas e dell'energia alla base della crisi industriale italiana
[25] https://scenarieconomici.it/crisi-germania-fallimenti-aziendali-esplodono-ai-massimi-da-10-anni/
[26] Vedi la serie dei saggi del Giga “Economia di guerra oggi”
Le politiche di gestione della valuta in un contesto di economia di guerra: il caso del rublo
Parte III - L’economia di guerra nei paesi direttamente coinvolti nel conflitto in Ucraina
Parte IV- 2023 l’economia di guerra parziale russa tiene mentre l’eurozona rallenta e la Germania scende in recessione
Parte XXI - Le diverse tipologie di economia di guerra di Russia e Ucraina
[27] Fra cui anche il Manifesto vedi articolo “Il minilateralismo e lo stallo delle trattative” del 25/5/2025, nel quale l’autore, un insigne docente di una Scuola di formazione superiore per eccellenze che plasma brillanti studenti universitari al pensiero neoliberista, e non si capisce quale sia la sua attinenza col pensiero di Pintor, Magri, Parlato e Rossanda, afferma che “In realtà, a ben guardare, il rublo e l’economia russa stanno accusando il colpo”. Il lettore tuttavia non sa dove “ben guardare” visto che l’improvvida affermazione non è supportata da alcun dato economico.
https://ilmanifesto.it/il-minilateralismo-e-lo-stallo-nelle-trattative
