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Categoria: Saggi
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Giovanni Sgro’ *

 

Presentazione

[pp. 7-9]

       Il presente volume si propone di ricostruire alcuni nodi teorici fondamentali dell’opera filosofica dell’“ultimo” Engels (1873-1895), in particolare la sua interpretazione della dialettica hegeliana e la sua valutazione del ruolo svolto da Feuerbach nel processo di dissoluzione del sistema speculativo hegeliano e nel conseguente processo di formazione della concezione materialistica della storia.

       Il capitolo uno è dedicato alla elaborazione della categoria di azione reciproca (Wechselwirkung) nel sistema dialettico della natura delineato da Engels in Dialettica della natura (1873-1882) e nell’Anti-Dühring (1876-1878).

       Prima di passare però all’analisi delle opere di Engels, mi è sembrato opportuno ripercorrere brevemente la genesi della categoria di Wechselwirkung dalle sue fondamenta (post)kantiane fino alle vette della riflessione hegeliana. La Wechselwirkung è, infatti, una categoria centrale dell’edificio teorico dell’idealismo tedesco e giunge a piena maturazione filosofica nella Scienza della logica di Hegel, più specificamente nella Dottrina dell’essenza, che rappresenta la fonte diretta e documentata delle argomentazioni di Engels in Dialettica della natura e nell’Anti-Dühring.

       Come si mostrerà nel corso dell’esposizione, i concetti fondamentali della Scienza della logica di Hegel – l’identità (nella differenza) di logica oggettiva e logica soggettiva, l’azione reciproca tra causante e causato, la concezione della libertà come necessità diventata trasparente a se stessa, ovvero come presa di coscienza soggettiva della necessità oggettiva − saranno ampiamente ripresi e rielaborati da Engels nel suo ambizioso progetto di un sistema dialettico della natura, che lo continuerà a impegnare fino agli inizi degli anni Ottanta del XIX secolo e che sarà interrotto sostanzialmente dalla morte di Marx (14 marzo 1883) e dalle conseguenti nuove grandi responsabilità di ordine scientifico e politico che graveranno sul vecchio Engels.

       Proseguendo sull’asse cronologico avviato nel capitolo uno, il capitolo due si propone di offrire una presentazione complessiva (ma di certo non esaustiva) degli interessi scientifici e degli impegni politici che caratterizzano l’attività del cosiddetto “ultimo Engels”. Dopo una breve panoramica sul mutato contesto storico-politico e sul fondamentale ruolo svolto da Engels per organizzare e per coordinare i partiti socialdemocratici e socialisti europei al fine di dare vita a una Seconda Internazionale (1889-1913), si cercherà di ricostruire l’ampio e poliedrico spettro di temi trattati nelle opere di Engels del periodo 1883-1895.

       Una volta tracciato, nei capitoli uno e due, il panorama teorico e politico in cui si inserisce l’opera filosofica del “tardo” Engels, si potrà passare nel capitolo tre all’analisi specifica del suo pamphlet di “politica culturale” del 1886 dedicato a Feuerbach, nel quale egli offre: 1) una lettura della filosofia hegeliana in chiave progressista e rivoluzionaria, nonché una interpretazione in chiave dinamica dei rapporti tra reale e razionale; 2) una precisa e decisa presa di posizione critica nei confronti di Feuerbach, del materialismo francese del Settecento e del materialismo tedesco dell’Ottocento; 3) una limpida e sintetica esposizione della concezione materialistica della storia.

       Con esplicito riferimento all’ultima parte del Feuerbach di Engels, nel capitolo quattro si ricostruirà la “strategia” adottata da Marx e da Engels per esporre la loro concezione materialistica della storia e per difenderla dalle continue critiche, a cui essa era costantemente esposta e sottoposta. In seguito alla morte di Marx sarà poi compito di Engels continuare a difendere la loro concezione materialistica della storia dagli attacchi e dalle deformazioni sempre più frequenti, provenienti ora non solo dalle fila degli intellettuali borghesi ma anche dall’interno dei partiti socialisti e socialdemocratici.

       In una serie di lettere degli anni Novanta del XIX secolo, che sono in realtà veri e propri abbozzi di saggi teorici, Engels cerca con ogni mezzo di contrastare la tendenza a fare della loro teoria un dogma da imparare a memoria e insiste con decisione sulla relativa autonomia della sfera della sovrastruttura e, soprattutto, sull’azione reciproca esistente tra gli elementi della struttura economico-sociale e i prodotti della sovrastruttura giuridica, politica, artistica, religiosa, filosofica ecc. di una determinata società.

       Sulla base delle analisi filologiche condotte nei capitoli precedenti, nel capitolo cinque si offrirà una valutazione storiografica dei risultati raggiunti. Prima di passare alla discussione degli aspetti più schiettamente teorici, cioè alla interpretazione della dialettica hegeliana e alla valutazione della filosofia di Feuerbach, mi è sembrato opportuno soffermarmi sulle differenze esistenti fra Engels e Marx riguardo alla concezione della dialettica e sul ruolo svolto da Engels nella fondazione del “marxismo”, vale a dire nel processo di trasformazione della originaria teoria critica marxiana nella Weltanschauung marxista.

       Nel corso dell’esposizione si mostrerà come, sia riguardo alla sua interpretazione della dialettica hegeliana, sia riguardo alla sua valutazione della filosofia di Feuerbach, il “tardo” Engels non abbia fatto sostanzialmente altro che riproporre, dopo più di quarant’anni, le stesse tesi elaborate durante la propria formazione filosofica (1841-1846), avvenuta negli ambienti della Sinistra hegeliana.

       La conclusione cui giunge la presente ricerca è che non sia tanto Feuerbach a rappresentare il punto d’approdo della filosofia classica tedesca, quanto piuttosto Engels stesso.

[…]

 

Capitolo Cinque

Spettri di Engels

[pp. 121-131]

[…]

5.1.1. «Engels non è Marx»

       In alcune sue preziose «quistioni di metodo», elaborate all’inizio degli anni Trenta del Novecento per «studiare la nascita di una concezione del mondo che dal suo fondatore non è stata mai esposta sistematicamente» e, nello specifico, per impostare la «quistione dei rapporti di omogeneità tra i due fondatori della filosofia della praxis», Antonio Gramsci (1891-1937) sottolinea fermamente l’esigenza ‒ condivisa e adottata dai curatori della MEGA2 ‒ di distinguere Engels da Marx, e ciò non perché sia «da porre in dubbio la sua lealtà personale», ma per il semplice fatto che «Engels non è Marx».

[…]

       Gramsci mette anche in guardia dal rischio di cortocircuiti teorici e di generalizzazioni indebite e non documentate, precisando che l’«affermazione dell’uno o dell’altro sull’accordo reciproco vale solo per l’argomento dato» e che solo perché Marx abbia «scritto qualche capitolo per il libro» di Engels, non è assolutamente «una ragione perentoria perché tutto il libro sia considerato come risultato di un perfetto accordo».

       Del resto, Engels stesso mostra in più occasioni di essere perfettamente consapevole del «ruolo» che gli era toccato in seguito alla divisione del lavoro fra lui e Marx e della superiorità di Marx in questioni teoriche. Il giorno stesso della morte di Marx (14 marzo 1883), Engels comunica a Eduard Bernstein quanto «prezioso» fosse il suo giudizio «dal punto di vista teorico e, in tutti momenti decisivi, anche dal punto di vista pratico». Insieme a Marx «negli anni a venire uscirà di scena anche la grande ampiezza della sua visione [seine großen Gesichtspunkte]» ed Engels ammette francamente che «sono cose di cui noi altri non siamo all’altezza».

      

[…]

       Alcuni anni dopo, nella lettera a Franz Mehring del 14 luglio 1893, in cui gli esprime il suo giudizio positivo sulla Leggenda di Lessing e, in particolare, sull’ampia appendice dedicata al materialismo storico, Engels ritorna a soffermarsi sul ruolo da lui effettivamente svolto «nell’elaborazione della teoria».

       Se trovo qualcosa da criticare è che Lei mi attribuisca più merito di quanto mi spetti, e questo, anche se considero tutto ciò che, con il tempo, avrei potuto scoprire autonomamente, ma che Marx, con il suo più pronto coup d’œil [colpo d’occhio] e la sua più estesa visione d’insieme, ha scoperto molto più velocemente. Quando si è avuta la fortuna di aver lavorato a fianco a fianco, per quarant’anni, con un uomo come Marx, di solito, finché l’altro rimane in vita, non si viene apprezzati [anerkannt] come si riterrebbe di meritare; ma una volta morto il più grande, il minore viene allora facilmente sopravvalutato, e questo mi pare sia proprio ora il mio caso. La storia finirà col mettere ordine in tutto ciò.

       Come è noto, però, la storia (non solo quella del marxismo) prenderà e procederà per una strada diversa da quella auspicata da Engels. Lungi dal ristabilire il corretto e multiforme rapporto di specifiche e complementari (ma non interscambiabili!) competenze specialistiche esistente fra Marx ed Engels, il marxismo della Seconda Internazionale (1889-1914) elaborerà il “mito fondativo” della perfetta identità teorica e politica di Marx ed Engels, al quale poi il marxismo della Terza Internazionale (1919-1943) aggiungerà la non meno perfetta unità e purezza (Einheit und Reinheit) della «visione comunista del mondo [Weltanschauung]», fondata da Marx e da Engels e portata a insuperabile perfezione da Lenin e da Stalin, finendo in tal modo con il neutralizzare le ricchissime e fecondissime potenzialità analitiche della marxiana critica dell’economia politica in una rozza, piatta e sclerotizzata ideologia legittimatrice della dittatura stalinista.

 

5.1.2. Il destino della dialettica nella Seconda Internazionale

       Tornando a Engels, l’intenso e diuturno lavoro di diffusione e di divulgazione da lui consapevolmente condotto in opere quali l’Anti-Dühring ‒ che nelle intenzioni dell’autore doveva rappresentare «il tentativo di dare una visione d’insieme [Übersicht] enciclopedica» della loro «concezione dei problemi filosofici, di scienza naturale e storici» ‒ svolgerà un ruolo di importanza decisiva nella fase “paolina” della diffusione del marxismo su scala planetaria, e non tarderà a dare i suoi frutti.

       Appena quattro anni dopo la morte di Engels (avvenuta il 5 agosto 1895), Eduard Bernstein pubblicherà in «Die neue Zeit» (nel 1897 e nel 1899) due articoli, che confluiranno poi in versione ampliata nel suo famoso volume I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia (1899), in cui egli ‒ con buona pace dell’interpretazione engelsiana della dialettica hegeliana come «scienza delle leggi generali del movimento e dello sviluppo della natura, della società umana e del pensiero» (AD, 336; 132; 135) ‒ sostiene senza remore che «la dialettica hegeliana è l’elemento infido [das Verrätherische] della dottrina marxista, l’insidia [Fallstrick] che intralcia ogni considerazione corretta delle cose» e aggiunge addirittura che «quel che di importante hanno fatto Marx ed Engels, lo hanno fatto non mediante, ma malgrado la dialettica hegeliana».

       In tal modo si era aperta e intrapresa la strada del revisionismo dei fondamenti teorici e politici della originaria teoria marxiana, che condurrà di lì a poco all’abbandono tout court della dialettica (hegeliana, marxiana o engelsiana che fosse) e alla “riscoperta” di Kant nel campo della filosofia (più specificamente nel campo della gnoseologia e dell’etica), nonché alla elaborazione della cosiddetta “teoria del crollo” con la relativa linea politica riformistica e moderata della Seconda Internazionale, che mette in secondo piano, fino quasi ad annullare, il momento “soggettivo” dell’azione e dell’organizzazione politica della classe operaia, confidando quasi fideisticamente nelle cause strettamente “endogene”, intrinseche e connaturate al sistema capitalistico stesso, quali ad esempio la caduta tendenziale del saggio di profitto e la continua e progressiva proletarizzazione della società, che condurranno inevitabilmente il sistema capitalistico a “crollare” su se stesso.

       Secondo lo storico Franco Andreucci, è stato nella «palude» della Seconda Internazionale che l’originaria teoria critica marxiana è stata definitivamente trasformata in «un marxismo “volgare”, piattamente meccanicistico, distante dalla filosofia, evoluzionistico», tendente alla «semplice spiegazione della necessità delle leggi dello sviluppo storico, spesso tradotto in termini di scientismo positivistico». Pur ammettendo che alle origini della fase “paolina” della diffusione del marxismo su scala planetaria fu decisivo il ruolo svolto dall’ultimo Engels – tanto che, nella periodizzazione della storia del marxismo, si è soliti far coincidere l’inizio della diffusione mondiale piuttosto che con l’origine canonica della Seconda Internazionale (1889), con il 1883, anno in cui si apre il dodicennio che vede l’attività del solo Engels –, Andreucci ha osservato però giustamente come «solo in parte […] l’affermazione e la diffusione del marxismo restarono, per così dire, sotto il controllo di Engels», in quanto alcune sue opere, quali l’Anti-Dühring e L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza, «finirono con lo svolgere un ruolo di “sistematizzazione” che non era propriamente nella volontà dell’autore».

 

5.1.3. Il “marxismo” è un engelsismo

       Anche se ogni imputazione di diretta e immediata responsabilità teorica e politica sul conto di Engels (e a fortiori di Marx) per gli usi (e gli abusi) da parte dei posteri del suo pensiero risulta essere storicamente insostenibile e politicamente scorretta (nonché eticamente riprovevole e umanamente sgradevole), ritengo però che sia opportuno precisare come, anche a mio avviso, il processo di trasformazione della originaria teoria critica marxiana nella Weltanschauung marxista sia stato ‒ consapevolmente o, molto più probabilmente, meno consapevolmente; volutamente o, molto più probabilmente, meno volutamente ‒ preparato e inaugurato da Engels stesso nelle sue opere dal carattere programmaticamente divulgativo quali l’Anti-Dühring e il Feuerbach.

       Nel suo equilibrato “ritratto” di Engels del 1978, dopo aver messo in guardia da quel «grossolano errore d’interpretazione storica» consistente nel non operare alcuna distinzione tra «gli elementi costitutivi della prospettiva di Engels» e il modo in cui egli fu letto da «una generazione di intellettuali, nutritisi di Buckle e di Comte», Gareth Stedman Jones constatava, a mio avviso correttamente, come le «concezioni popolari del marxismo ortodosso» risalgano ancora oggi al «lavoro di sistematizzazione e di divulgazione» compiuto da Engels negli anni 1873-1895 e giungeva addirittura a sostenere che la figura di Engels come «profeta del materialismo dialettico» avrebbe in seguito «completamente sopraffatto la figura del cofondatore ed elaboratore del materialismo storico». Il materialismo dialettico – secondo il termine adottato da Georgij Valentinovič Plechanov (1856-1918) per definire la filosofia marxista e la visione comunista del mondo – fu «in gran parte costruito sulla base degli ultimi scritti di Engels» e una volta che tale filosofia ebbe ricevuto «l’imprimatur ufficiale» dell’Unione Sovietica, divenne «assi arduo differenziare una certa presa di posizione rispetto a Engels da una certa presa di posizione rispetto al comunismo del periodo staliniano», di modo che il tentativo intrapreso nel secondo dopoguerra da comunisti dissidenti, teologi cristiani radicali e filosofi esistenzialisti o neohegeliani di «costruire un Marx che sfidasse la versione autorizzata» dallo stalinismo sovietico «si esplicò in genere rovesciando sulle spalle di Engels tutte le componenti indesiderabili del marxismo sovietico».

       Concordo, quindi, in sostanza con la critica di Lucio Colletti a Engels e, mediante Engels, al materialismo dialettico di stampo sovietico, quando scrive che passando attraverso l’interpretazione di Engels, e in seguito di Plechanov e di Lenin, la teoria critica marxiana – «una teoria della storia che è nata sulla base e in funzione dell’analisi della società borghese moderna» – «subisce in qualche modo una ritraduzione in termini speculativi», torna a essere, cioè, «una “concezione generale del mondo” nel vecchio senso della parola, una filosofia che sovrasta e soverchia l’analisi scientifica concreta».

       Anche Stefano Petrucciani ha di recente sostenuto che nel passaggio del pensiero di Marx da una «ininterrotta ricerca critica» in una «“dottrina”» rigida e ossificata «un ruolo decisivo lo svolse indubbiamente Engels», anche perché solo Engels aveva «l’autorità per porsi come l’interprete autentico e il continuatore verace dell’impresa marxiana». Con «la sua opera di sistematizzazione» Engels finiva però per fare del materialismo marxiano «una filosofia generale non priva di dilettantismi e di ingenuità» e, quindi, «non idonea a colmare realmente quel vuoto che Marx, indubbiamente, non aveva mai voluto riempire». Anche secondo Petrucciani, dunque, è Engels a rappresentare «la vera cerniera che segna il passaggio da Marx al marxismo».

       In conclusione, sulla base di quanto sopra esposto, credo di poter sostenere come, a mio avviso, gran parte del “marxismo” del Novecento in realtà non sia stato, nel migliore dei casi, nient’altro che più o meno consapevole engelsismo.

[…]

 

* Estratti dal libro di Giovanni Sgro’, Friedrich Engels e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca, Napoli-Salerno, Orthotes Editrice (Germanica, 14), 2017, 184 pp. (ISBN 978-88-9314-078-2).

 

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