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Categoria: Saggi
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 Nunzia Augeri

 

In questi tempi risulta piuttosto difficile parlare di Unione Europea: il prestigio e il favore di cui il progetto europeo godeva un tempo sembrano dissolti, lasciando delusione e rancore verso i “burocrati di Bruxelles”; un lungo processo di insoddisfazione che si è sviluppato negli anni attraverso varie tappe, che iniziano con la moneta unica, proseguono con l’allargamento ai paesi dell’Est, con il rifiuto di vari paesi per quella che doveva essere la “Costituzione europea” ed è il Trattato di Lisbona, con l’imposizione dell’austerity e del fiscal compact, il trattamento inflitto alla Grecia e infine la telenovela della Gran Bretagna che deve uscire ma non esce mai.

Ma quando si parla di “Europa”, di chi si parla precisamente? I vituperati burocrati sono degli esecutori: a chi rispondono? Chi ha in mano il potere decisionale? Molti pensano che – essendoci un Parlamento votato da tutti i popoli che appartengono all’Unione Europea – sia quello a deciderne le sorti. La cosa non è del tutto esatta. Un’analisi delle funzioni attribuite alle istituzioni europee – Parlamento, Commissione, Consiglio – porta a concludere che il Parlamento, che prima del 2009 era quasi soltanto consultivo e aveva solo la possibilità di bocciare un provvedimento dopo tre rimpalli – ora con il Trattato di Lisbona gode di un diritto di codecisione in associazione con il Consiglio, ma resta comunque deprivato dell’iniziativa legislativa, tenuta saldamente dalla Commissione; in definitiva il potere decisionale resta nelle mani del Consiglio, formato dai Capi di Stato e di governo: esattamente quelli che eleggiamo noi.

Per fare un esempio, dopo l’ingresso nell’UE di Romania e Bulgaria nel 2007, ci fu un massiccio trasferimento di migliaia imprese verso quei paesi, dove il costo del lavoro era (ed è tuttora) bassissimo. La Commissione pensò bene di stabilire norme comuni per le delocalizzazioni: infatti mentre in Italia l’impresa che si sposta non subisce alcuno svantaggio, in Germania terreni, fabbricati, uffici restano di proprietà dello Stato. La Commissione elaborò un progetto che venne peraltro bocciato subito dal Consiglio, e quindi non giunse mai all’esame del Parlamento.

Il Trattato di Lisbona, che attualmente regola la vita dell’Unione Europea, in origine era il progetto ambizioso di una Costituzione europea, e nella legislatura 1999-2004 la redazione ne venne affidata a una Commissione costituzionale, di cui era presidente Giorgio Napolitano. Nel corso dei lavori la Commissione adottò integralmente i principi più rigorosi del liberismo economico, sulla spinta del capitale globalizzato e finanziarizzato che, dopo la caduta dell’Unione Sovietica, aveva la ferma illusione di avere vinto la sfida della storia. Sono passati meno di venti anni e i risultati di quella scelta si vedono chiaramente: si è aperto un vaso di Pandora da cui sono usciti tutti i mali che oggi si rimproverano all’Europa. In primo luogo la feroce diseguaglianza: la ricerca di Thomas Piketty sul capitale nel XXI secolo, tutta incentrata sulla distribuzione, ha bene messo in luce lo smisurato aumento delle diseguaglianze sia tra i diversi paesi che all’interno di essi, fra le classi, e l’enorme concentrazione della proprietà in poche mani di super-ricchi: l’1% della popolazione mondiale possiede quanto il restante 99%.

La diseguaglianza, prima accuratamente taciuta, comincia a preoccupare a livello mondiale: solo poche settimane fa due voci autorevoli del mondo capitalistico, quella di Cristine Lagarde, presidente del Fondo Monetario Internazionale e quella di Ray Dalio, presidente di Bridgewater Associated, il fondo di investimento speculativo più grande del mondo, si sono levate a deplorare la diseguaglianza, di cui si temono le conseguenze sulla “coesione sociale”, come pudicamente si dice, per evitare parole più precise e crude: cioè che si teme una situazione di emergenza a livello almeno continentale – nei paesi cosiddetti occidentali – per la rivolta di masse sempre più impoverite, insicure e deprivate della dignità di un lavoro e di una retribuzione adeguata. I “gilet gialli” francesi ne sono un’eloquente anticipazione. E lo sfruttamento cui soprattutto nelle campagne – non solo italiane - sono sottoposte masse di immigrati, soprattutto africani ma anche dell’Est europeo, non è un’espressione della diseguaglianza, ma sfiora ormai la pura schiavitù.

Per quel che riguarda l’Italia, si calcola che un importo equivalente a dieci punti di PIL sia passato dalla retribuzione del lavoro alla rendita: del resto la questione del lavoro povero – emersa negli Stati Uniti già all’inizio del secolo – comincia ad apparire anche nella politica italiana. E non si tratta solo di salario in senso stretto: anche le retribuzioni indirette – cioè il sistema dello Stato sociale: istruzione, sanità, pensioni – stanno cadendo sotto l’assalto delle privatizzazioni. Con la caduta tendenziale del saggio di profitto e l’indebolimento dei tassi di crescita, il capitale vuole privatizzare tutti i servizi pubblici prima in mano alla collettività, trasformando tutto ciò che era pubblico – scuole, università, ospedali, carceri, biblioteche, asili e case di riposo – in aziende private gestite nell’ottica del profitto. Anche alcuni diritti fondamentali che contribuiscono ad attutire le diseguaglianze – come la salute e l’istruzione – diventano merce da acquistare sul mercato, riservata a chi ne ha la possibilità.

Alla svalorizzazione del lavoro ha contribuito anche il processo di allargamento ai paesi dell’Est, condotto in maniera frettolosa, senza i corretti provvedimenti in materia di dumping sociale e di fiscalità: la sinistra europea aveva già fatto notare nel corso del procedimento come “la ristrutturazione delle economie dei paesi dell’Est europeo, impostata su ricette ultraliberiste, con la deregolamentazione e le privatizzazioni, avesse depresso le capacità produttive e demolito le garanzie sociali, determinando una situazione di collasso dell’occupazione e di gravi disuguaglianze, in grado di generare esplosioni di estremismo di destra, nazionalismi, xenofobia e nuovi conflitti”. (1)

Appare poi sempre più in primo piano, in questi ultimi mesi, il problema dell’ambiente, per il quale si sono spese tante parole, tanti convegni, assemblee, accordi, proclami, ma si è fatto concretamente ben poco e se ne vedono i risultati nel clima estremizzato che ancora in questi giorni di maggio ci porta dalla neve alle alluvioni alle ondate di calore torrido.

Infine – last but not least - il fenomeno del cosiddetto “sovranismo” investe oggi tutti i paesi dell’Unione Europea facendone temere il disfacimento. Mettiamo fra virgolette il termine perché è significativo l’uso di esso al posto di quello già esistente e confacente, che è “nazionalismo”. Le parole sono pietre e hanno un loro peso psicologico e politico. Il nazionalismo è un termine svalutato e deteriorato, perché – come affermava con decisione Mitterrand – “il nazionalismo è la guerra”. E le due guerre mondiali del secolo scorso hanno prodotto un sano rigetto nelle popolazioni non solo europee. Senza contare che con gli ordigni atomici oggi numerosissimi e nelle mani anche di paesi come il Pakistan, o comunque alla portata di molti Stati minori, hanno un potere deterrente assai forte, in quanto una guerra atomica avrebbe come unico risultato la distruzione dell’umanità oppure – come prevedeva Einstein – il regresso all’età della clava. Il “sovranismo”, che pretende di poter risolvere tutti i problemi con il ritorno allo Stato nazionale, non è una soluzione, anzi può continuare ad alimentare guerre locali o la “guerra a bassa intensità” che si verifica da qualche anno in qua. Inoltre oggi la geopolitica si gioca sulla dimensione continentale, e nessun paese europeo – neppure la Germania con i suoi 90 milioni di abitanti – sarebbe in grado di pesare sulla bilancia degli equilibri mondiali, di fronte a potenze giganti come la Cina, gli Stati Uniti e la Russia. Figuriamoci l’Estonia, la città-stato di un milione e mezzo di abitanti! Quanto Milano ma con un PIL minore! O tutti gli altri Stati di due milioni di abitanti sorti in Europa dalla dissoluzione della Jugoslavia e dell’Unione Sovietica. E infatti nessuna delle grandi potenze attuali vede con favore un rafforzamento dell’Unione Europea, che costituisce un serio concorrente sul piano della geopolitica mondiale, preferendo trattare con i diversi Stati, che presi singolarmente non sono in grado di imporre le loro scelte.

C’è poi un aspetto non indifferente collaterale al sovranismo: la tendenza per nulla nascosta a ricacciare la donna nella esclusiva funzione di madre, rinchiusa nell’ambito domestico come “angelo del focolare”. Il fenomeno è ben evidente anche in Italia ma ancor più nei paesi di “democrazia illiberale” come Polonia e Ungheria. Le donne hanno ricominciato a manifestare in massa, come abbiamo visto recentemente a Verona, in risposta alle proposte reazionarie del governo grillo-leghista, o in Polonia, con le “donne in nero” in difesa del diritto di autodeterminazione sul proprio corpo. La questione di genere diventa bollente nel contesto del nazionalismo regressivo oggi diffuso in tutta l’Unione, ed è viva anche negli Stati Uniti di Trump, come dimostra la recente legge anti-aborto dell’Alabama.

Tutti questi problemi, queste involuzioni, questa determinazione a cancellare i risultati di due secoli di lotta del movimento operaio e progressista, sono da attribuire all’Unione Europea o non sono piuttosto manifestazioni evidenti della crisi non ciclica ma strutturale del capitalismo contemporaneo? Il filosofo ungherese Istvan Meszaros nella sua opera monumentale “Oltre il capitale” (2) - edita nel 1992 e quindi concepita nel corso degli anni 80 – ha individuato quattro contraddizioni fondamentali che costituiscono i limiti assoluti e invalicabili all’ulteriore sviluppo del capitale. La prima è precisamente la contraddizione fra capitale e lavoro, quella fondamentale già individuata e analizzata da Marx ed Engels, che oggi si esprime nella svalorizzazione del lavoro, con il dilagare della precarietà e l’indecente riduzione delle retribuzioni, e assume anche la dimensione della disoccupazione di massa provocata da uno sviluppo tecnologico applicato a vantaggio non dell’umanità intera ma del profitto del capitale. Inoltre, il lavoratore oggi viene sfruttato sia come produttore che come consumatore, e ultimamente perfino come miniera inconsapevole di dati personali che i colossi dell’informatica usano e vendono a loro profitto.

In secondo luogo si pone la contraddizione fra il capitale diventato transnazionale e lo Stato nazionale: il capitale ha bisogno dello Stato, non essendo utile (cioè portatore di profitto) per il capitale occuparsi dei piccoli inconvenienti della convivenza civile, quali l’illuminazione delle strade o la punizione degli uxoricidi; non vuole peraltro uno Stato forte, in grado di opporsi alle sue esigenze, ma lo vuole forte abbastanza da supportare la spesa per gli armamenti; questa costituisce una parte rilevante dell’economia, niente affatto delegata tutta al libero mercato: negli Stati Uniti, campioni della libertà in campo economico, il complesso militare-industriale comprende circa un terzo dell’economia nazionale. E l’Italia nel suo piccolo spende circa 80 milioni di euro al giorno per le spese militari.

La contraddizione relativa all’ambiente è poi clamorosa: il capitale ricava i suoi profitti dallo sfruttamento della natura quanto da quello del lavoro, ma non si può incentrare l’economia sulla crescita infinita quando le risorse del pianeta terra sono finite. Ciò porta alla devastazione dell’ambiente e sono sempre più decise le voci – ultime quelle dei giovanissimi seguaci di Greta Thunberg – che si levano a difesa di una terra sempre più selvaggiamente sfruttata e avvelenata, che mette in pericolo la vita stessa, anche del genere umano. L’argomento ha fatto ormai larga breccia nell’opinione pubblica, e oggi un’ampia fascia di popolazione europea segue con partecipazione le questioni ambientali, che peraltro non si possono risolvere solo con la buona volontà delle singole persone o dei singoli Stati.

Più in sordina la contraddizione fra il capitale e la situazione femminile: la questione della parità di genere in questi tempi non è in primo piano grazie anche a un martellamento culturale che tende a convincere le giovani donne che la cosa più importante per loro è la bellezza. Ricordiamo tutti il consiglio dispensato da Berlusconi alle giovani disoccupate: “cercati un marito ricco!”. Come se la subordinazione a un marito fosse il rimedio a una situazione di dipendenza materiale e morale da uomini sempre più ansiosi di imporre il loro predominio, anche con l’assassinio. Il movimento femminista – che pure ha radici molto antiche – ha avuto la sua più grande spinta negli anni 70 perché lo sviluppo economico dei “trenta gloriosi”, cioè degli anni della ricostruzione, aveva favorito la piena occupazione, e le giovani donne diventate economicamente indipendenti e forti di una nuova dignità avevano rivendicato la propria libertà su tutti i piani: liberazione dal patriarcato, dal dogma religioso, dalla subordinazione in ambito familiare e sociale. Rimaste oggi senza lavoro, senza entrate proprie e senza la dignità e la forza che ne deriva, le giovani donne sono bersaglio di un regresso che su di loro – sul loro corpo e sulla loro volontà - vuole riaffermare il dominio assoluto del “padre padrone padreterno” (3).

Il capitale ha sempre dimostrato una grande duttilità nell’aggirare o superare gli ostacoli che via via la storia gli ha proposto: ne è un esempio quanto avvenuto con il colonialismo, che quando è giunto alla sua fine, con la rivendicazione di indipendenza degli Stati africani e asiatici – l’India in primo luogo – ha saputo convertirsi in neo-colonialismo, non più politico ma economico, continuando lo sfruttamento – che prosegue ancora oggi – delle risorse umane e ambientali di quei paesi. Ma secondo Meszaros, le contraddizioni che si presentano oggi sono ineliminabili e non superabili, costituiscono dei limiti assoluti cui il capitale dovrà chinarsi, diventando altro da se stesso. In fondo si torna alla conclusione già espressa da Rosa Luxemburg: o sarà il socialismo, o sarà – saremo, siamo – nella barbarie.

Ci sembra necessario precisare la portata del problema sia perché la conoscenza della realtà è condizione per poterla cambiare, sia per non attribuire all’Unione Europea tutte le responsabilità di una situazione che ha aspetti ben più ampi e profondi. Oltre alla responsabilità per gli aspetti negativi, l’Unione d’altra parte presenta anche aspetti positivi che forse noi europei non siamo in grado di valutare in pieno: proprio come un panorama si apprezza guardandolo da una certa distanza, bisogna vivere in altri continenti per capire quali siano i nostri privilegi.

Anzitutto abbiamo goduto di tre quarti di secolo di pace. Oggi solo i più anziani, quelli che ancora dall’infanzia portano dentro di sé l’angoscia dei bombardamenti, possono apprezzarlo in pieno. Due generazioni di europei sono vissute serenamente, studiando, viaggiando, creandosi una famiglia in perfetta tranquillità. Generalmente si introduce l’obiezione della guerra di Jugoslavia, che negli anni 90 ha riportato orrori che si credevano sepolti nel passato, ma si tratta di una storia particolare, legata al crollo del socialismo reale e alle esigenze di espansione del capitale, e che comunque si è svolta al di fuori dei confini dell’Unione Europea. I paesi che ne fanno parte da prima del 2004 sono rimasti in pace per quasi 75 anni, in quanto il processo di integrazione ha disinnescato la rivalità franco-tedesca che tante guerre ha provocato fin dalla seconda metà del 1800. Tornare oggi agli Stati sovrani significherebbe tornare a scatenare rivalità in grado di portarci di nuovo alla guerra, di rendere le persone non liberi cittadini e libere cittadine ma schiavi di uno Stato moloch che ne esigerebbe la dedizione totale, la vita stessa.

L’Europa è poi l’unico continente che presta ancora ai suoi cittadini l’assistenza sanitaria universale e gratuita (o quasi); pur con tutti i limiti e le difficoltà che conosciamo, bisogna notare che negli altri continenti ciò è un miraggio irraggiungibile, forse il motivo principale per cui noi europei veniamo invidiati. Anche il sistema educativo e il sistema pensionistico, pur con tutti i limiti e le insufficienze che noi rimproveriamo, costituiscono motivi di invidia da parte dei non-europei. La ricerca scientifica a livello europeo collabora e compete con le maggiori eccellenze mondiali, e fornisce un degno campo di attività ai giovani scienziati che non trovano opportunità nel proprio paese. Inoltre l’Unione Europea porta avanti con grande impegno la difesa dei diritti umani, l’attenzione all’ambiente, la sicurezza alimentare, la protezione dei dati personali, così da rendere i cittadini europei fra i più protetti al mondo. E anche in queste materie, i limiti e le insufficienze che tutti possiamo rilevare non possono far dimenticare che gli altri continenti o grandi potenze mondiali sono molto meno impegnati nell’affermazione di quei principi.

E infine l’Unione Europea è il maggior donatore mondiale a vantaggio dei paesi ipocritamente definiti “in via di sviluppo”: già negli anni 60 l’economista Samir Amin ha dimostrato che quei paesi non avranno mai la minima possibilità di mettersi al livello dei paesi occidentali sviluppati, ma comunque l’Unione Europea finanzia direttamente centinaia di progetti che contribuiscono a migliorare le condizioni di gruppi e popolazioni in Africa e altrove.

I popoli europei e quello italiano non sono ignari di tutto ciò; anche se non ne hanno nozione precisa, avvertono in generale che l’integrazione europea è preferibile: proprio recentemente alcune ricerche hanno reso noto che circa il 66% dei cittadini europei e degli italiani in particolare, cioè l’assoluta maggioranza di due terzi, ritiene che non sia opportuno uscire dall’Unione Europea e tornare agli Stati nazionali. Vorrebbero certo un’Unione europea più “verde” e solidale, che affronti le grandi questioni del lavoro, della diseguaglianza, dell’ambiente; riconoscendo così quasi inconsapevolmente alcuni di quei limiti di cui parlava Meszaros trent’anni fa.

A questo punto si impone la domanda classica: che fare? Si tentano varie risposte, tutte non facili né immediate. In ogni caso bisogna allentare i vincoli ferrei che legano l’Unione Europea al dogma del libero mercato, che doveva – secondo i suoi cantori – portare dalla libertà in campo economico alla libertà in campo politico, e alla felicità di tutti grazie all’intervento della miracolosa “mano invisibile” del mercato. Abbiamo visto che non è così: il capitale non più arginato da opposte visioni del mondo e da diverse organizzazioni economiche, ha scatenato i propri “spiriti animali” portando all’estremo la ricerca del profitto, senza curarsi di miliardi di esseri umani spinti alla fame, alla desolazione, alla guerra, alla morte.

L’Unione Europea potrebbe comunque intraprendere delle riforme interne, fra le quali sarebbe necessaria in primo luogo la regolamentazione unitaria della fiscalità, in base al principio di progressività delle imposte, per evitare il dumping fiscale, come è accaduto con l’Irlanda e con i Paesi Bassi, dove non a caso la Fiat ha trasferito la propria sede legale. Sarebbero poi necessari degli standard comuni per l’assistenza sanitaria, le pensioni, la tutela della maternità. Sarebbe necessario aumentare le retribuzioni del lavoro (diminuendo quelle stratosferiche dei grandi manager), in modo da garantire un livello di vita dignitoso a tutti i lavoratori, inclusa la parità di retribuzione fra uomini e donne. E poi stabilire un piano con basi comuni e adattato alle particolarità nazionali per raggiungere la piena occupazione, avendo riguardo alla messa in sicurezza dei territori e alle esigenze ambientali, del patrimonio naturale, paesaggistico e artistico. (4) E infine andrebbe posta una rinnovata attenzione all’istruzione, alla cultura e alla ricerca scientifica, per elevare il livello culturale dei cittadini rendendoli capaci di capire la realtà e compiere scelte consapevoli, e per dirigere l’innovazione tecnologica verso fini umani di emancipazione e non esclusivamente verso il profitto del capitale.

Piace ricordare qui che l’Unione Europea, di fronte agli sviluppi dell’intelligenza artificiale e della robotica, e agli immensi problemi non solo economici che comporta, ha dato vita a una commissione etica, il Gruppo di Alto Livello (High Level Group) sull’Intelligenza Artificiale per fissare le linee guida che regolino l’introduzione e il funzionamento delle infrastrutture digitali che sempre più determinano la nostra vita privata e collettiva. Del gruppo fa parte un docente italiano dell’Università di Oxford, Luciano Floridi, che conclude: “Ho sentito ironizzare che l’UE finirà per avere delle bellissime regole per l’IA, ma senza l’IA, che verrà sviluppata in Cina o negli Stati Uniti. Non credo, ma anche se fosse così, chi fa le regole stabilisce il gioco, sono gli altri che poi si adeguano. Benvenuti in Europa”.

Infine sarebbe opportuno tornare a riflettere sul disegno di un’Europa che si esprima non solo in campo economico, con il mercato e la moneta unica, ma trovi anche una forma politica in cui iscriversi, basata su un federalismo democratico, nel cui quadro i singoli Stati cedano parti di sovranità ben precise e delimitate. Bisogna essere coscienti che tutte le riforme auspicate equivalgono a una rivoluzione che coinvolge interessi costituiti a livello mondiale, e cui il capitale è pronto ad opporsi in ogni modo, anche con la forza se necessario. In ogni caso o l’Unione Europea sarà capace di rinnovarsi, di riguadagnare il favore dei suoi popoli e di acquistare autorevolezza su scala mondiale in un mondo multipolare, oppure precipiterà nel gorgo dell’inefficienza e dell’inutilità. “Quo vadis, Europa?” si domandava il ministro tedesco Joschka Fischer in un discorso dell’anno 2000, in vista dell’allargamento dell’Unione ai paesi dell’Est. La risposta oggi è netta: o l’Europa andrà verso la democrazia e la giustizia sociale, o perderà la sua strada e se stessa.

 

 

Note

1 – “Marxismo Oggi”, Quo vadis, Europa?, n. 2001/2

2 – Istvan Meszaros, Oltre il capitale, Edizioni Punto Rosso, Milano, 2016

3 – Padre, padrone, padreterno è il titolo dell’autobiografia di Joyce Lussu.

4 – Abbiamo ripreso queste proposte da Paolo Ciofi, La rivoluzione del nostro tempo, Editori Riuniti, Roma, 2018

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