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Categoria: Saggi
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 Mario Cermignani

 

Processo rivoluzionario, questione della proprietà e Stato socialista. La visione marxista ed il ruolo del Partito comunista

Alla base della teoria marxista dello Stato vi è la contraddizione ultima ed insanabile (che, nella logica “dialettica” del reale, costituisce il fondamento oggettivo della necessaria e razionale evoluzione socialista del processo storico) fra sviluppo delle forze produttive della società e rapporti di produzione/proprietà capitalistici: cioè l'inconciliabile contrasto, scoperto dalla scienza marxista, tra l'oggettiva e progressiva “socializzazione” (interconnessione/correlazione/interdipendenza generale e “collettiva”) della produzione, della capacità e dei processi lavorativi, da un lato, e, dall'altro, i rapporti di appropriazione “privata”, da parte di una esigua minoranza dell'umanità, del prodotto sociale generato dal medesimo lavoro collettivo.

Sul punto è illuminante Lenin, in “Che cosa sono gli amici del popolo”: “Le cose vanno in un modo del tutto diverso quando si giunge, grazie al capitalismo, alla socializzazione del lavoro. (…) Ne risulta che nessun capitalista può fare a meno degli altri. E' chiaro che il detto 'ognuno per sé' non è più applicabile in nessun modo ad un simile regime: qui oramai ognuno lavora per tutti e tutti lavorano per ciascuno (…). Tutte le produzioni si fondono in un unico processo sociale di produzione, mentre ogni produzione è diretta da un singolo capitalista, dipende dal suo arbitrio, e gli dà i prodotti sociali a titolo di proprietà privata. Non è forse chiaro che la forma di produzione entra in contraddizione inconciliabile con la forma dell'appropriazione? Non è forse evidente che quest'ultima non può non adattarsi alla prima, non può non divenire anch'essa sociale, cioè socialista?”.

Nella visione marx-engelsiana, ripresa e coerentemente sviluppata da Lenin, sussiste quindi una necessità storica (e “razionale”) di superamento, in senso sociale, dell'appropriazione privata della ricchezza e del prodotto collettivi e che detto superamento consiste, in estrema sintesi, nell'abolizione della proprietà privata capitalistica dei mezzi di produzione e nell'instaurazione su di essi di una forma di proprietà “sociale/collettiva” (o “comune”) riconducibile direttamente ai lavoratori-produttori associati, ciò che sostanzialmente equivale ad eliminare l'appropriazione privata, da parte di pochi soggetti, del capitale – costituito essenzialmente da valore-lavoro accumulato e concentrato nel corso del tempo -, riportandone la “potenza sociale”, per usare la terminologia marxiana del “Manifesto”, sotto il controllo dei lavoratori e, per conseguenza, dell'intera società. Tale superamento deve complessivamente realizzarsi attraverso la costruzione di un diverso sistema economico (quello socialista) e di un'organizzazione sociale (dunque anche “politica”) radicalmente nuova, fondata sulla “democrazia dei Consigli dei lavoratori” (o comitati di lavoratori od analoghe istituzioni di tipo elettivo-assembleare che, a loro volta, eleggono al loro interno organi esecutivi più ristretti, responsabili nei confronti dei soggetti rappresentati, costantemente sotto il loro controllo e revocabili dall'assemblea degli stessi lavoratori).

I Consigli (o Soviet), che si articolano sia a livello aziendale/produttivo (come comitati di fabbrica o di azienda/ufficio), sia a livello territoriale (cittadino, distrettuale, regionale e nazionale) connettendosi dialetticamente tra loro, sono dunque gli organismi, gli enti e le forme giuridico-istituzionali (prodotto storico della lotta di classe tra capitale e lavoro), espressione “classista” immediata ed esclusiva delle masse lavoratrici e popolari in genere, titolari del potere pubblico (legislativo ed esecutivo) socialista diretto alla realizzazione delle finalità e degli interessi pubblico-collettivi o generali della classe lavoratrice e delle masse popolari e, dunque, di tutta la società (posto che i lavoratori e le masse popolari rappresentano quantitativamente l’assoluta maggioranza; ed anzi la quasi totalità, della società stessa).

Le assemblee consiliari svolgono congiuntamente funzioni legislative (ossia di produzione di norme giuridiche generali ed astratte dirette, attraverso prescrizioni obbligatorie di condotta, a regolare razionalmente i rapporti sociali) e funzioni esecutivo-amministrative (ovvero di concreta ed effettiva attuazione/applicazione pratica delle norme giuridiche generali ed astratte al fine di realizzare l’interesse pubblico socialista), costituendo, dunque, la struttura istituzionale di una configurazione politico-giuridica superiore di democrazia rappresentativa (quella “socialista”), la quale eleva milioni di lavoratori alla partecipazione diretta all'amministrazione dello Stato[1]. Solo attraverso tale forma politica può, storicamente e progressivamente, come già accaduto con la Rivoluzione d’Ottobre del 1917, essere superato l'attuale sistema capitalistico, eliminando/abolendo sul piano economico i rapporti (sociali e, dunque, anche giuridici) di produzione/proprietà borghesi (causa ultima dello sfruttamento del capitale sul lavoro) e procedendo realmente al trasferimento della proprietà, del possesso e del controllo dei mezzi di produzione concentrati e sviluppati (grandi imprese, fabbriche, industrie, banche, assicurazioni) ai lavoratori associati (proprietà sociale o collettiva) e, quindi, ad organi politico-istituzionali (dotati, sul piano giuridico, di poteri “pubblici” legislativi ed esecutivo-amministrativi) di tipo assembleare/consiliare (appunto, i soviet o consigli), completamente “nuovi” (rispetto a quelli “borghesi”), direttamente rappresentativi degli interessi della classe lavoratrice e delle masse popolari in genere; cioè, in altri termini, ai veri produttori ed in definitiva all'intera società, ponendo le condizioni basilari per la compiuta realizzazione di un'economia socialista democraticamente pianificata.

Marx ed Engels parlano di “proprietà dei produttori associati” o “proprietà sociale”, per indicare tale nuova forma di proprietà collettiva (o “pubblica”) sui mezzi di produzione, necessariamente generata dall’oggettivo sviluppo economico-sociale delle forze produttive accanto alla diretta “proprietà personale” (o diritto di uso/godimento/disposizione personale) sui beni di consumo prodotti dalla società e ripartiti razionalmente/equamente tra tutti i componenti della stessa aggregazione sociale[2].

Marx ed Engels, in effetti, raccolgono e sviluppano tutti gli elementi più innovativi della tradizione filosofica precedente e, nel contesto di una visione scientifica dei rapporti di proprietà/distribuzione uniti in modo indissolubile alle relazioni sociali di produzione materiale, affermano, nel “Manifesto”, che il “comunismo” (inteso come “movimento reale” e cosciente dell’oggettiva evoluzione storico-sociale) non si propone affatto di eliminare la “proprietà personale” in senso lato, ma solo di abolire la proprietà privata capitalistica: “Quel che contraddistingue il comunismo non è l’abolizione della proprietà in generale, bensì l’abolizione della proprietà borghese” espressione di un modo di produzione ed appropriazione dei prodotti fondato sull’antagonismo di classe e sullo sfruttamento del capitale sul lavoro salariato[3].

Viene quindi delineato, nel “Manifesto”, il processo reale/dialettico (ma anche – per usare una terminologia prettamente hegeliana - concretamente “razionale”), che, nello sviluppo storico, conduce dalla “proprietà personale” alla “proprietà sociale” (collettiva) dei mezzi di produzione, attraverso la “proprietà privata capitalistica” (“negazione” storica della proprietà individuale “frutto del lavoro diretto e personale”).

Nel primo libro del “Capitale”, Marx definisce la proprietà privata capitalistica come “il diritto di appropriarsi lavoro altrui non retribuito”, sostanzialmente incardinato sulla “separazione tra proprietà e lavoro”; la “proprietà personale” precapitalistica (in gran parte superata ed abolita nei fatti dal processo di accumulazione-concentrazione del capitale) è invece “la proprietà acquistata personalmente” dal piccolo contadino o artigiano e dal “minuto cittadino”, derivante dal “lavoro diretto e personale”, e che appunto presuppone l’identità tra lavoro personale e proprietà (“appropriazione”) sul prodotto del lavoro personale e sugli strumenti di tale lavoro[4].

La correlazione tra l’evoluzione storica dell’attività pratica produttiva degli individui associati (cd. “lavoro sociale”), i rapporti sociali di appropriazione/distribuzione del prodotto di questa attività materiale e la funzione basilare del diritto (rectius dei “sistemi giuridici”) di regolazione immediata di detti rapporti, emerge in modo chiaro e “potente” nell’analisi marx-engelsiana; così come emerge la “ragione” dell’evoluzione delle forme (giuridiche) di proprietà (individuale e collettiva) sul prodotto sociale e sugli strumenti della produzione, la loro “contraddittorietà dinamica” e la loro “sintesi” nelle progressive fasi storiche.

Nel “Manifesto”, la questione viene posta partendo dal presupposto che il lavoro salariato (il “lavoro del proletario”) non crea proprietà al lavoratore stesso; esso, al contrario, “crea il capitale, cioè quella proprietà che sfrutta il lavoro salariato”[5]. La proprietà, nella sua forma capitalistica, si muove quindi all’interno dell’antagonismo fra capitale e lavoro salariato; il capitale, peraltro, “è una potenza sociale”, vale a dire “un prodotto collettivo” che può essere messo in funzione solo da un’attività collettiva, cioè mediante un’azione comune di molti soggetti, “anzi, in ultima istanza solo mediante l’attività comune di tutti i membri della società”. Questa è la ragione reale, il fondamento storico concreto, della necessità di trasformare il capitale “in proprietà collettiva, appartenente a tutti i membri della società”; in ciò “non c’è trasformazione di proprietà personale in proprietà sociale”, né abolizione dell’“appropriazione personale dei prodotti del lavoro per la riproduzione dell’esistenza immediata”[6], la quale appropriazione, nella forma del diritto di proprietà/godimento personale sul prodotto del lavoro (quindi come “criterio distributivo” dei beni di consumo), permane ed anzi viene, attraverso l'eliminazione del profitto privato (ossia dell'appropriazione privata del plusvalore prodotto dal lavoro collettivo), socialmente ampliata in funzione del soddisfacimento più completo dei bisogni individuali.

Vi è, al contrario, la “trasformazione” del “carattere sociale della proprietà”, che “perde il suo carattere di classe” proprio perché viene eliminato il “carattere miserabile” di un’appropriazione in cui “l’operaio vive solo allo scopo di accrescere il capitale, e vive solo quel tanto che esige l’interesse della classe dominante”[7].

Il ciclo viene riproposto dallo stesso Marx nel ventiquattresimo capitolo del primo libro del “Capitale”, intitolato “L’accumulazione originaria”: se è vero che “la proprietà privata capitalistica” è la “negazione della proprietà privata individuale, fondata sul lavoro personale”, questa negazione contiene in sé le ragioni per cui si prospetta la necessità storica che sia a sua volta negata dalla “proprietà sociale”, la quale ristabilisce “la proprietà individuale fondata sulle conquiste dell’era capitalistica, sulla cooperazione e sul possesso collettivo della terra e dei mezzi di produzione prodotti dal lavoro stesso”[8].

Peraltro, tra le misure transitorie adottabili in un processo rivoluzionario di trasformazione socialista Marx ed Engels, pienamente consapevoli della oggettiva funzione distributiva del diritto, indicano l’introduzione dell’“imposta fortemente progressiva”, l’espropriazione e la nazionalizzazione (collettivizzazione) della grande proprietà fondiaria, delle banche e dei grandi mezzi di produzione, secondo “un piano collettivo ed al fine di concentrare tutta la produzione in mano agli individui associati”[9].

Nel “Manifesto” la “questione della proprietà” si configura chiaramente come “la questione fondamentale del movimento” operaio e della costruzione della futura società comunista attraverso interventi dispotici nel diritto di proprietà privata capitalistica e nei rapporti borghesi di produzione. L’imposta fortemente progressiva figura, ad esempio, accanto ad un ampio programma di nazionalizzazione dei mezzi di produzione, tra tali “interventi dispotici”[10].

All'interno del descritto contesto, si delinea chiaramente la fondamentale funzione del Partito nel processo rivoluzionario che conduce al socialismo: il Partito comunista (o marxista-rivoluzionario) costituisce infatti la più avanzata coscienza politica socialista della classe lavoratrice: esso, in altri termini, è la coscienza collettiva organizzata della necessità storica del socialismo, la consapevolezza politica che la lotta di classe tra capitale e lavoro salariato (portatori di interessi materiali contrapposti ed inconciliabili), nel corso del processo storico reale, deve oggettivamente e dialetticamente sfociare nell'abolizione (mediante espropriazione della borghesia) dei rapporti di proprietà capitalistici (proprietà privata dei grandi mezzi di produzione) e nella loro sostituzione con rapporti di proprietà/produzione socialisti (proprietà collettiva/pubblica dei lavoratori associati sui grandi mezzi produttivi e pianificazione democratica dell'economia da parte degli stessi lavoratori organizzati politicamente come classe dirigente della società).

Ma il Partito marxista costituisce, anche e soprattutto, la coscienza che detto processo di transizione dal capitalismo al socialismo trova il suo presupposto ineludibile nella conquista rivoluzionaria del potere politico da parte della classe lavoratrice (egemonizzata e diretta, nella sua parte più progredita e cosciente, dallo stesso Partito comunista), vale a dire nell'abbattimento dello Stato borghese (che rappresenta lo strumento di dominio politico del capitale sul lavoro) e nella sua sostituzione con lo Stato socialista e con il governo dei lavoratori (apparato di dominio politico del lavoro sul capitale), istituzionalmente articolato sugli organismi legislativo-esecutivi rappresentativi della sola classe lavoratrice (consigli o comitati dei lavoratori) ed incentrato sulla fondamentale direzione politica e propulsione strategica del Partito comunista, coscienza collettiva avanzata della stessa classe lavoratrice, delle più ampie masse oppresse/sfruttate (dal sistema del capitale) e, conseguentemente, dell'intero processo storico[11].

Lo Stato socialista ed il potere politico dei lavoratori, una volta costituiti attraverso la rottura rivoluzionaria del dominio capitalistico, sono gli unici che potranno procedere autoritativamente all'abolizione progressiva e radicale dei rapporti di proprietà capitalistici, cioè all'eliminazione della proprietà privata sui grandi mezzi di produzione concentrati (grandi e medie aziende) mediante la loro espropriazione (senza indennizzo per i padroni) e la loro nazionalizzazione/collettivizzazione sotto il controllo dei lavoratori, instaurando, quindi, su tali mezzi produttivi una proprietà collettiva (o “pubblica”), presupposto preliminare e basilare per la costruzione di un sistema economico-sociale prima socialista e poi comunista.

Dunque, posto che l'organizzazione dell'avanguardia della classe operaia nella forma del Partito marxista è la premessa necessaria dello sviluppo in senso socialista del processo rivoluzionario, il Partito comunista rappresenta esattamente, come detto, la “coscienza” socialista organizzata della classe lavoratrice, vale a dire la coscienza soggettiva della necessità della sostituzione del sistema capitalistico con un sistema economico-sociale incardinato sull’eliminazione del profitto e dello sfruttamento del capitale sul lavoro, su una più razionale/giusta (e sostanzialmente democratica) gestione collettiva (socialista) della produzione materiale e della equa distribuzione del prodotto complessivo sociale, sul controllo comune e consapevole (da parte dei lavoratori) dei processi economici, attraverso l'eliminazione totale della proprietà privata dei grandi mezzi di produzione e l'instaurazione su di essi della proprietà comune-collettiva, pubblica, “sociale” degli stessi lavoratori-produttori associati ed organizzati come classe dominante.

Ciò al fine di eliminare le disuguaglianze irrazionali nella distribuzione del reddito e della ricchezza, eliminare le iniquità e gli effetti negativi (sfruttamento, crisi di sovrapproduzione, disoccupazione, miseria dilagante per ampi strati di popolazione etc.) della gestione privatistica dei mezzi produttivi e la risultante anarchia del mercato capitalistico, realizzare il pieno ed equilibrato sviluppo delle forze produttive e la migliore soddisfazione dei bisogni collettivi ed individuali.  

Nella concreta esperienza storica, lo Stato socialista sovietico, prodotto della Rivoluzione russa dell'ottobre 1917, ha realizzato una socializzazione della produzione “mediata” attraverso la partecipazione dei lavoratori all'esercizio del potere statale per effetto di un doppio processo decisionale, che è prima ascendente (dagli organi consiliari rappresentativi dei lavoratori nei luoghi della produzione e nei distretti territoriali, ai vertici dello Stato socialista) e poi discendente, dai vertici dello Stato socialista (Soviet o consiglio supremo dei lavoratori) alle unità produttive (imprese pubbliche e cooperative di lavoratori). Parte della dottrina giuridica ha correttamente notato che, in detta esperienza storica di socializzazione della produzione, al livello delle singole unità produttive permane, in linea di principio, la separazione del produttore immediato (lavoratore) dalla proprietà pubblico-collettiva (imprese statali) o sociale (imprese cooperative) dei mezzi di produzione; tale separazione si dissolve, sempre in linea di principio, al livello dell'organizzazione complessiva del sistema sociale: al primo livello il rapporto tra lavoratore-produttore e proprietario dei mezzi di produzione (Stato “consiliare” socialista) resta un rapporto di scambio fra forza lavoro e salario, per effetto del quale il produttore è “espropriato” di una quota del valore prodotto; al secondo livello il valore non corrisposto come salario si tramuta in ricchezza dello Stato dei Lavoratori, e ciascun produttore concorre, con gli altri produttori, secondo le forme della partecipazione, attraverso l'articolazione degli organismi istituzionali rappresentativi dei lavoratori stessi (consigli territoriali, comitati di fabbrica o di azienda, sindacati e Partito), al “governo” (legislativo ed, in generale, amministrativo) dello Stato, a determinarne la destinazione collettiva.[12]          

 

Teoria marxista e Stato socialista (o dei lavoratori). La funzione generale del “diritto” nella fase socialista

Lo Stato ed il diritto, inteso in generale come sistema di regole (o proposizioni) prescrittive di (“ragionevole”) comportamento intersoggettivo nei rapporti sociali, cogenti e dirette (anche) alla distribuzione del prodotto e delle risorse materiali tra i membri appartenenti ad un'organizzazione sociale, non sono affatto argomenti trascurati dalla scienza marxista e dalla concreta esperienza storica correlata.

Lenin, in “Stato e Rivoluzione”[13], citando Marx (“Critica del Programma di Gotha”), fa esplicito accenno a detti argomenti, laddove afferma che, nella prima fase della società comunista (o “fase socialista”), il lavoratore riceve dalla società un reddito (o quantità di prodotto) pari alla quantità di lavoro fornita alla società stessa, “detratta” una quota parte di tale quantità di lavoro destinata al finanziamento di “fondi sociali” per fare fronte alle spese collettive/comuni.

E' ben chiara, cioè, negli autori citati, la consapevolezza che, per l’effettivo funzionamento di un'organizzazione sociale di transizione dal capitalismo al comunismo, occorrono “giuste” regole ripartitorie (ossia distributive tra i consociati) del lavoro, del salario, della ricchezza e delle spese collettive; e, quindi, “dal prodotto sociale complessivo di tutta la società bisogna detrarre: un fondo di riserva, un fondo destinato a reintegrare il macchinario <<consumato>>, ecc.; inoltre bisogna detrarre dagli oggetti di consumo un fondo per le spese di amministrazione, per le scuole, gli ospedali, gli ospizi per i vecchi, ecc.”[14]

E' la “prima fase” o fase inferiore della società comunista (lucidamente preconizzata da Marx e che si è, in parte, effettivamente realizzata, nel concreto processo storico, in Russia con la Rivoluzione dell'ottobre 1917): è una “società comunista appena uscita dal seno del capitalismo, e che porta ancora sotto ogni rapporto le impronte della vecchia società”[15].

La funzione del diritto come regola “universale” a contenuto prescrittivo, funzionale alla disciplina basilare della condotta e dei rapporti intersoggettivi nonché alla ripartizione del prodotto sociale, e la sua stretta connessione con il concetti/criteri di “uguaglianza” formale (uguale trattamento normativo di situazioni simili in modo giuridicamente rilevante e razionale diverso trattamento normativo di situazioni dissimili in modo giuridicamente rilevante, secondo criteri di ragionevole proporzionalità a determinati parametri oggettivi) e sostanziale (rimozione concreta di tutti gli ostacoli strutturali, materiali ed economico-sociali che impediscono ingiustamente la effettiva e sostanziale uguaglianza tra i cittadini-lavoratori, avvantaggiando i soggetti e le categorie generali di cittadini oggettivamente più svantaggiati) e di “giustizia”, vengono poi posti da Lenin (che segue e sviluppa il pensiero marxiano) in rapporto necessario con la questione della proprietà collettiva o sociale dei mezzi di produzione (e, dunque, della soppressione in relazione ad essi della proprietà privata individuale): “I mezzi di produzione non sono già più proprietà privata individuale. Essi appartengono a tutta la società. Ogni membro della società, eseguendo una certa parte del lavoro socialmente necessario, riceve dalla società uno scontrino da cui risulta che egli ha prestato tanto lavoro. Con questo scontrino egli ritira dai magazzini pubblici di oggetti di consumo una corrispondente quantità di prodotti. Detratta la quantità di lavoro versata ai fondi sociali, ogni operaio riceve quindi dalla società tanto quanto le ha dato”.

E' la precisazione scientifica del principio giuridico socialista (già formulato, in modo approssimativo e sostanzialmente inesatto, da Lassalle) dell' “uguale diritto di ciascuno all'uguale prodotto del lavoro”, cioè del principio distributivo in base al quale l'ordinamento generale della società, nella prima fase del comunismo, stabilisce che “per una parte uguale di lavoro sociale fornito, ognuno riceve un'uguale parte della produzione sociale (con le detrazioni indicate più sopra)”[16], “detrazioni” che servono sostanzialmente a finanziare, attraverso le entrate giuridico-tributarie, tutte le spese pubblico-collettive a rilevanza sociale sostenute dallo Stato socialista per l’erogazione di beni e servizi essenziali ad utilità generale.

Ma ciò, secondo Marx e Lenin, costituisce soltanto una prima, limitata e parziale realizzazione dei principi di giustizia ed uguaglianza: infatti, la socializzazione dei mezzi di produzione, la loro “proprietà comune” (o “socialismo”), realizza “solo” l'uguaglianza dei singoli individui rispetto al possesso dei mezzi di produzione, ed elimina “solo” l'ingiustizia costituita dall'appropriazione “privata” degli stessi strumenti produttivi (fabbriche, macchine, terreni etc.) da parte di singoli individui, abolendo di conseguenza la possibilità di sfruttamento dell'uomo sull'uomo; essa tuttavia non elimina affatto (né potrebbe farlo automaticamente) l'altra ingiustizia, più profonda, e cioè la “astratta” ripartizione dei beni di consumo secondo il lavoro e non secondo i diversi bisogni concreti dei singoli[17].

Nella fase socialista, dunque, il “diritto borghese” permane in parte come “regolatore (fattore determinante) della distribuzione dei prodotti e del lavoro fra i membri della società (…). E non vi sono altre norme all'infuori di quelle del <<diritto borghese>>. Rimane perciò la necessità di uno Stato che, mantenendo comune la proprietà dei mezzi di produzione, mantenga l'uguaglianza del lavoro e l'uguaglianza della distribuzione dei prodotti.”[18]

In uno Stato socialista o “Stato dei lavoratori”, che mantiene appunto la proprietà comune dei mezzi di produzione, l'uguaglianza del lavoro e della correlata distribuzione dei prodotti, il “diritto borghese” utilizzato come complesso di regole “distributive-ripartitorie” del lavoro, della retribuzione e dei beni sociali prodotti, non può, tuttavia, che trasformarsi dialetticamente in “diritto socialista”.

 

La trasformazione rivoluzionaria del significato e del contenuto politico del concetto di “democrazia”. La dittatura del proletariato come “democrazia socialista” o “democrazia dei lavoratori”

L'assoluta inconsistenza scientifica (o meglio, la “malafede ideologica”) della tesi secondo la quale non esisterebbe una teoria marxista dello Stato e del diritto, viene ulteriormente confermata dai passaggi del testo leniniano in cui (riprendendo e sviluppando puntualmente gli scritti di Marx ed Engels) si analizza l'evoluzione della “democrazia capitalistica – inevitabilmente ristretta, che respinge in modo dissimulato i poveri, e quindi profondamente ipocrita e bugiarda – <<a una democrazia sempre più perfetta>>”[19], quella socialista, fondata sul potere legislativo/esecutivo dei lavoratori, delle masse popolari e delle loro istituzioni/organizzazioni rappresentative (i Soviet-Consigli). Tale “sviluppo progressivo (…) non avviene così semplicemente, direttamente e senza scosse”, cioè in modo lineare ed uniforme: al contrario, detta “evoluzione verso il comunismo, avviene passando per la dittatura del proletariato”, cioè attraverso “l'organizzazione dell'avanguardia degli oppressi in classe dominante per reprimere gli oppressori”[20]. Dunque, la “dittatura del proletariato” è pur sempre uno Stato, un'organizzazione statale propria della classe lavoratrice con funzioni repressive nei confronti degli oppressori capitalisti; ma, rispetto alla precedente “dittatura dei capitalisti”, la “dittatura dei lavoratori” è un tipo di Stato che comporta “un grandissimo allargamento della democrazia”[21], la quale diviene, per la prima volta nella storia, “una democrazia per i poveri, per il popolo, e non una democrazia per i ricchi”; questa nuova organizzazione statale proletaria, oltre ad un notevole allargamento della democrazia (e della libertà) per le masse lavoratrici e popolari, deve apportare anche “una serie di restrizioni alla libertà degli oppressori, degli sfruttatori, dei capitalisti”[22].

Un ordinamento sociale, economico e giuridico, che attua l'espansione reale e progressiva della libertà, dell'uguaglianza e della democrazia per i lavoratori e le masse popolari (maggioranza della società), comporta dunque, necessariamente, nella fase rivoluzionaria di passaggio dal sistema capitalistico a quello socialista, la compressione, la eliminazione forzosa della libertà dei capitalisti (minoranza sociale esigua) e della loro precedente possibilità di sfruttare ed opprimere la classe lavoratrice.

E' questa, nella visione di Marx, Engels e Lenin, la “dittatura del proletariato”: “democrazia per l'immensa maggioranza del popolo e repressione con la forza, vale a dire esclusione dalla democrazia, per gli sfruttatori, gli oppressori del popolo: tale è la trasformazione che subisce la democrazia nella transizione dal capitalismo al comunismo (…). Solo il comunismo è in grado di dare una democrazia realmente completa; e quanto più sarà completa, tanto più rapidamente diventerà superflua e si estinguerà da sé”[23]. Non vi sarà cioè più alcuna stringente necessità di uno Stato nel senso di “speciale apparato di costrizione” di una classe sociale su un'altra, in quanto gli uomini, definitivamente liberati dallo sfruttamento capitalistico, non più divisi in classi e dunque sostanzialmente ed effettivamente “uguali” tra loro, si abitueranno ad osservare liberamente e spontaneamente “le regole per loro indispensabili della convivenza sociale”[24].

E' evidente nell'analisi leniniana la concezione della rivoluzione permanente (o in permanenza), di origine marxiana ma sviluppata successivamente in modo sistematico da Trotskij[25]: la continuità e, nello stesso tempo, la trasformazione dialettica (qualitativa e quantitativa), che nell’ininterrotto processo rivoluzionario di transizione dall'ordine sociale capitalistico a quello comunista, subisce la “democrazia”, che da elemento organizzativo puramente “formale” ed inattuato (nel capitalismo), acquista, in seguito alla conquista del potere politico da parte del proletariato – cioè da parte della classe lavoratrice, della sua “avanguardia cosciente” (il partito politico marxista-rivoluzionario) e delle sue istituzioni-organizzazioni di classe (i Soviet o Consigli dei lavoratori o Comuni rivoluzionarie etc.) -, una dimensione sempre più “sostanziale” e completa (nelle fasi del socialismo e del comunismo).

Lo sviluppo in senso coerentemente socialista del “contenuto sostanziale” dei principi “democratici” , si è realizzato, nel 1918, con la prima Costituzione (Legge fondamentale) della Repubblica socialista federativa sovietica russa (approvata dal V Congresso Panrusso dei Soviet), contenente la Dichiarazione dei diritti del popolo lavoratore e sfruttato (approvata dal III Congresso Panrusso dei Soviet), laddove, manifestando chiaramente ed in modo immediato la direzione “cosciente” bolscevico-leninista, viene dato conto, sul piano giuridico-formale, dell'avvenuto completamento e superamento “dialettico” della fase puramente “democratica” e della prosecuzione del processo rivoluzionario nella direzione del socialismo, fase progressiva ulteriore che assorbe ed integra in sé la fase precedente. Tutto l'impianto costituzionale sovietico riflette il processo reale che si è materialmente verificato in Russia con la Rivoluzione dell'ottobre 1917, proponendosi solennemente, nella giusta consapevolezza che si trattasse di una dinamica, oltre che necessariamente internazionale, non conclusa né definita, “come scopo fondamentale di sopprimere qualsiasi forma di sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo, di abolire completamente la divisione della società in classi, di reprimere implacabilmente gli sfruttatori, di instaurare l'organizzazione socialista della società e di assicurare la vittoria del socialismo in tutti i Paesi” (art. 3). Questa Costituzione socialista, a differenza, ad esempio, di quella italiana semplicemente democratica “sociale” (certamente avanzata, ma pur sempre circoscritta al quadro delle compatibilità capitalistiche), non si limita, con riferimento alla questione della proprietà collettiva dei beni produttivi e della nazionalizzazione o socializzazione di imprese, a stabilire principi astrattamente “realizzabili”, ma, nella sua Prima Parte, delibera che, effettivamente: “Nell'attuazione della socializzazione della terra, la proprietà privata sulla terra è abolita e tutto il complesso delle terre viene dichiarato patrimonio di tutto il popolo e trasferito ai lavoratori, senza alcun riscatto, su basi di uso egualitario della terra” (art. 3, lett. a); “Tutte le foreste, il sottosuolo e le acque di importanza generale per lo Stato (…) sono patrimonio nazionale”(art. 3 lett. b); “Come primo passo verso il totale trasferimento in proprietà della Repubblica Sovietica Operaio-contadina delle fabbriche, delle officine, delle miniere, delle ferrovie e degli altri mezzi di produzione e di trasporto, viene confermata la legge sovietica sul controllo operaio e sul Consiglio Superiore dell'Economia Nazionale, al fine di assicurare il potere dei lavoratori sugli sfruttatori” (art. 3 lett. c) e viene altresì confermato “il trasferimento di tutte le banche in proprietà dello Stato Operaio-contadino, come una delle condizioni della liberazione delle masse lavoratrici dal giogo del capitale” (art. 3 lett. e).

La Legge fondamentale della Repubblica Socialista Sovietica del 1918 (o meglio, il “legislatore” marxista-rivoluzionario che la ha formulata) è pienamente cosciente che i descritti principi socialisti possono essere realizzati nella specifica realtà economico sociale e “nel momento della lotta decisiva del proletariato contro i suoi sfruttatori”, sulla base di un presupposto politico essenziale: che non vi debba essere posto per gli sfruttatori “in alcun organo del potere” e che quindi quest'ultimo debba “appartenere interamente ed unicamente alle masse lavoratrici ed ai loro rappresentanti plenipotenziari: i Soviet dei deputati degli operai, dei soldati e dei contadini” (art. 7), dunque ai Consigli dei deputati dei lavoratori, come organi istituzionali rappresentativi (a vari livelli territoriali) delle sole masse lavoratrici (che, in via esclusiva, hanno il diritto di elettorato attivo e passivo) e cardine essenziale della democrazia socialista e del potere dei lavoratori.

Questa è la reale “base” socialista che consente alla Costituzione sovietica, nella seconda parte, di uscire dal quadro formale delle “enunciazioni di principio” (tipiche delle Costituzioni democratico-borghesi) prive di alcuna concreta effettività e di stabilire chiaramente che: “Al fine di garantire ai lavoratori un'effettiva libertà di esprimere le proprie opinioni, la Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa sopprime la dipendenza della stampa dal capitale, trasferisce nelle mani della classe operaia e dei contadini poveri tutti i mezzi tecnici e materiali [necessari] per la pubblicazione di giornali, opuscoli, libri ed altre opere a stampa, ed assicura la loro libera diffusione in tutto il paese” (art. 14); ed ancora: “Al fine di assicurare ai lavoratori un'effettiva libertà di riunione, la Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa riconosce ai cittadini della Repubblica Sovietica il diritto di organizzare liberamente riunioni, comizi, cortei etc., e mette a disposizione della classe operaia e dei contadini poveri, tutti i locali idonei all'organizzazione di assemblee popolari, con il mobilio, l'illuminazione e il riscaldamento” (art. 15); “Al fine di assicurare ai lavoratori un'effettiva libertà di associazione, la Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa, dopo aver spezzato il potere economico e politico delle classi possidenti ed eliminato così tutti gli ostacoli che nella società borghese impedivano finora agli operai e ai contadini di godere della libertà di organizzazione e di azione, offre agli operai ed ai contadini più poveri tutta la sua assistenza materiale e di altro genere affinchè essi possano unirsi ed organizzarsi (art. 16); al fine di assicurare ai lavoratori l'effettivo accesso alla cultura, la Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa si prefigge come compito di dare un'istruzione completa, generale e gratuita agli operai e ai contadini più poveri (art. 17).

Si passa progressivamente, per la prima volta nella realtà storica mondiale, dall'astrattezza dell'idee e dei principi di “democrazia”, “uguaglianza”, “libertà” individuale e collettiva etc., alla loro concretizzazione “giuridica” nei rapporti intersoggettivi, alla loro “materiale” ed effettiva realizzazione per la classe lavoratrice complessivamente intesa e per la generalità delle masse popolari sfruttate (nella fase capitalistica), cioè per la maggioranza assoluta e nettamente preponderante della società.

Poiché tutto ciò viene progressivamente (ed in modo dialettico, dunque attraverso la “sintesi” di contraddizioni ed opposizioni) realizzato dalla rivoluzione socialista contro l'oppressione esercitata dal capitale e dai capitalisti nei confronti del lavoro e dei lavoratori, i diritti enunciati nella Costituzione e riconosciuti ai lavoratori stessi, sia collettivamente che come individui, devono tuttavia, per necessità razionale, essere negati, dalla Repubblica Socialista, ad “individui e gruppi particolari” che, durante la fase transitoria del processo storico che porta dal capitalismo al comunismo, eserciterebbero quei diritti, per interessi di classe contrapposti, “a detrimento degli interessi della rivoluzione socialista” (art. 23).

Si tratta di una clausola di salvaguardia “giuridica” dell'organizzazione sociale prodotta dal processo storico rivoluzionario, nel suo divenire complessivo, che, sul piano della razionalità e della legittimità concreta, appare ineccepibile: se i diritti universali di effettiva libertà e uguaglianza vengono posti e realizzati dalla rivoluzione socialista dei lavoratori e delle masse popolari oppresse contro le minoranze sociali degli sfruttatori capitalisti e degli strati a loro asserviti e contro il loro “sistema” di iniqui privilegi (che nella sostanza li ha negati ed ha interesse a negarli ai lavoratori), è evidente che, per un giusto principio di logica uguaglianza di comportamento e per una basilare “condizione di reciprocità/corrispettività” (per una sorta di “eccezione di inadempimento” assolutamente razionale: all'inadempiente non si deve adempiere), i predetti diritti possono e devono essere negati, nella regolazione sociale dei rapporti intersoggettivi del nascente ordinamento socialista, ai residui di quella stessa minoranza sociale che pretende di utilizzarli (per i propri esclusivi interessi individuali e di gruppo, al fine di riconquistare le posizioni di privilegio perdute) contro un processo storico complessivo che, marciando verso un'organizzazione sociale più giusta, ha prodotto l'estensione e la generalizzazione effettiva dei medesimi diritti per la maggioranza della società.        

Il realismo di Lenin nel delineare la teoria dello Stato socialista, emerge in modo chiaro nella prefigurazione della “fase più elevata del comunismo”, della correlata “estinzione dello Stato” come apparato di dominio di classe e della sua sostituzione con un'organizzazione sociale superiore e propriamente comunista: si può “parlare unicamente dell'inevitabile estinzione dello Stato, sottolineando la durata di questo processo, la sua dipendenza dalla rapidità di sviluppo della fase più elevata del comunismo, lasciando assolutamente in sospeso la questione del momento in cui avverrà e delle forme concrete che questa estinzione assumerà, poiché non abbiamo dati che ci permettono di risolvere simili questioni. Lo Stato potrà estinguersi completamente quando la società avrà realizzato il principio:<<Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni>>, cioè quando gli uomini si saranno talmente abituati a osservare le regole fondamentali della convivenza sociale e il lavoro sarà diventato talmente produttivo ch'essi lavoreranno volontariamente secondo le loro capacità. (…) La distribuzione dei prodotti non renderà più necessario che la società razioni i prodotti a ciascuno: ciascuno sarà libero di attingere <<secondo i suoi bisogni>>”.[26]

“A ciascuno secondo i suoi bisogni e da ciascuno secondo le sue capacità” è un criterio di giustizia distributiva che presuppone necessariamente l'esistenza di norme giuridiche di condotta funzionali all'indirizzo/regolazione dei comportamenti umani nei rapporti sociali intersoggettivi. Queste norme continueranno a disciplinare l'organizzazione sociale comunista senza che vi sia la necessità di uno specifico apparato repressivo di tipo statale che ne imponga l'osservanza con la coercizione “di classe”; se vi sarà bisogno di coercizione nei confronti di singoli soggetti “devianti”, questa sarà applicata direttamente dall'organizzazione collettiva attraverso metodi democratici.

Le “regole fondamentali della convivenza sociale” cui Lenin fa riferimento, non sono evidentemente altro che le norme di condotta del “diritto naturale” dettate dalla ragione, cioè le regole razionali del comportamento intersoggettivo dettate dalla coscienza comunista dei membri di una collettività sociale avanzata, prodotto dell'evoluzione storico-naturale concreta.

Lenin continua affermando che “Fino all'avvento della fase <<più elevata>> del comunismo, i socialisti reclamano dalla società e dallo Stato che sia esercitato il più rigoroso controllo della misura del lavoro e della misura del consumo; ma questo controllo deve cominciare con l'espropriazione dei capitalisti, con il controllo degli operai sui capitalisti, e deve essere esercitato non dallo Stato dei funzionari, ma dallo Stato degli operai armati”.[27] Il primo passo verso l'instaurazione del socialismo è dunque “l'espropriazione dei capitalisti, la trasformazione di tutti i cittadini in lavoratori e impiegati di un unico grande <<cartello>>, vale a dire lo Stato intero, e la completa subordinazione di tutto il lavoro di tutto questo cartello a uno Stato veramente democratico, allo Stato dei Soviet dei deputati operai e soldati”.[28]

Lenin ribadisce (in linea con Marx ed Engels) la necessità storica della “fase socialista” o “fase inferiore del comunismo”, costituita (mediante la rottura rivoluzionaria del sistema dell'accumulazione capitalistica e del corrispondente apparato politico statale) dalla costruzione di un sistema socio-economico radicalmente diverso rispetto al capitalismo, un sistema socialista, in cui cioè siano i lavoratori a governare, dirigere ed organizzare democraticamente l'economia collettiva e la politica (ossia lo Stato).

Ciò può avvenire esclusivamente attraverso la collettivizzazione/nazionalizzazione (cioè l'integrale trasferimento alla proprietà pubblico-collettiva ovvero “comune/sociale”) del grande capitale bancario-assicurativo e di quello industriale-commerciale, sotto il controllo dei lavoratori. Il che comporta inevitabilmente l'espropriazione (potrebbe dirsi per “pubblica utilità/necessità” sul piano storico) dei capitalisti possessori delle grandi concentrazioni finanziarie ed industriali, ad opera e sotto la direzione di un governo dei lavoratori (espressione diretta ed immediata delle masse lavoratrici e popolari, che si articola, sul piano propriamente istituzionale, nei comitati operai-impiegati di fabbrica o azienda e nei consigli territoriali rappresentativi dei lavoratori), con la conseguente eliminazione radicale dei grandi profitti e delle grandi rendite dei pochi parassiti sociali borghesi. Tutto questo consentirebbe la “liberazione” di enormi ricchezze e risorse per una reale pianificazione “democratica”, razionale ed equa, dell'economia complessiva, e permetterebbe, in definitiva, la riorganizzazione della società in funzione dei bisogni individuali e collettivi.

Quanto sopra descritto, in effetti, si è già concretamente verificato nel corso della storia con la Rivoluzione dell'ottobre 1917 in Russia e di ciò viene dato conto da Lenin, tra le varie opere, ne “L'estremismo malattia infantile del comunismo” (aprile-maggio 1920): la “realizzazione pratica della dittatura del proletariato”, il “meccanismo generale del potere proletario”, cioè del governo basato sui Consigli del lavoratori (i Soviet), vengono infatti sinteticamente e magistralmente definiti dal grande dirigente rivoluzionario e teorico marxista, come “un'istituzione così democratica che non ha avuto e non ha ancora riscontro nelle migliori repubbliche democratiche del mondo borghese”.

Il socialismo ed il governo politico del lavoratori associati non esistono dunque solo nel mondo delle idee, non sono costruzioni astratte o “fantastiche”: costituiscono “fatti” che si sono verificati storicamente, pur subendo nel corso dei decenni fenomeni degenerativi e distorsioni burocratiche che ne hanno snaturato lo sviluppo[29].

L'esperienza rivoluzionaria dell'Ottobre sovietico rappresenta in ogni caso un poderoso passo in avanti nella storia della civiltà umana, un progresso epocale. Ma, principalmente, essa costituisce la conferma concreta e inoppugnabile dell'intuizione fondamentale di Marx ed Engels, di ciò che ne fa, a tutt'oggi, i maggiori e più rivoluzionari “scienziati sociali” che siano mai esistiti: l'Ottobre rosso è, in sintesi, la conferma storica dell'idea che l'iniquità delle regole produttive-distributive della ricchezza sociale è destinata ad essere progressivamente superata nel processo dialettico reale che conduce, in modo oggettivo, a nuove forme socialiste di “proprietà collettiva” e di organizzazione economico-sociale.

Ovviamente, in un'ottica marxista, vi è un ineludibile presupposto a tutto ciò: la rottura rivoluzionaria dell'ordine (o sarebbe meglio dire del “disordine”) capitalistico e la conquista del potere politico da parte del proletariato, quella che nel “Manifesto del partito comunista” viene definita “conquista della democrazia” da parte dei lavoratori, diretti dalla coscienza storica collettiva ed organizzata del processo reale, costituita dal Partito comunista. Dunque, l'ordine socialista può essere costruito e sviluppato (sulle basi oggettive dell'evoluzione capitalistica delle forze produttive) solo se la classe lavoratrice (insieme alla totalità delle masse oppresse e sfruttate dal capitale) riesce (sotto la direzione del Partito marxista) a realizzare la “propria” democrazia (la democrazia socialista), il “proprio” Stato ed il “proprio” governo: in altre parole, il proprio ordinamento politico-giuridico generale[30].

Ancora Lenin in “Stato e rivoluzione” appare di una chiarezza esemplare in ordine alla chiarificazione dei concetti di “democrazia” in generale e di “democrazia socialista” in particolare, della loro connessione dialettica, dei loro rapporti con i concetti di uguaglianza “formale” e “reale”: “La democrazia ha una grandissima importanza nella lotta di classe operaia contro i capitalisti per la sua emancipazione. Ma la democrazia non è affatto un limite, un limite insuperabile; è semplicemente una tappa sulla strada che va dal feudalesimo al capitalismo e dal capitalismo al comunismo. Democrazia vuol dire uguaglianza. Si arriva a concepire quale grande importanza hanno la lotta del proletariato per l'uguaglianza e la parola d'ordine dell'uguaglianza se si intende quest'ultima nel modo giusto, nel senso della soppressione delle classi. Ma democrazia significa soltanto uguaglianza formale. E appena realizzata l'uguaglianza di tutti i membri della società per ciò che concerne il possesso dei mezzi di produzione, vale a dire l'uguaglianza del lavoro, l'uguaglianza del salario, sorgerà inevitabilmente davanti all'umanità la questione di compiere un successivo passo in avanti, di passare dall'uguaglianza formale all'uguaglianza reale, cioè alla realizzazione del principio: <<Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni>>. (…) La democrazia è una forma dello Stato, una delle sue varietà. Essa è quindi, come ogni Stato, l'applicazione organizzata, sistematica, della costrizione agli uomini. Questo da un lato. Ma, dall'altro, la democrazia è il riconoscimento formale dell'uguaglianza fra i cittadini, del diritto uguale per tutti di determinare la forma dello Stato e di amministrarlo. Ne deriva che, a un certo grado del suo sviluppo, la democrazia in primo luogo unisce contro il capitalismo la classe rivoluzionaria, il proletariato, e gli dà la possibilità di spezzare, di ridurre in frantumi, di far sparire dalla faccia della terra la macchina dello Stato borghese, anche se borghese repubblicano, l'esercito permanente, la polizia, la burocrazia, e di sostituirli con una macchina più democratica, ma che rimane tuttavia una macchina statale, costituita dalle masse operaie armate, e poi da tutto il popolo che partecipa alla milizia. Qui la <<quantità si trasforma in qualità>>; arrivato a questo grado, il sistema democratico esce dal quadro della società borghese e comincia a svilupparsi verso il socialismo. Se tutti gli uomini partecipano realmente alla gestione dello Stato, il capitalismo non può mantenersi. E lo sviluppo del capitalismo crea a sua volta le premesse necessarie a che <<tutti>> effettivamente possano partecipare alla gestione dello Stato. (...)”.[31]                    

Lenin fa esplicito riferimento ad un concetto di democrazia coincidente con quello di “uguaglianza formale” nel senso classico di legge o diritto uguale per tutti i cittadini e di divieto di discriminazioni irragionevoli, cioè di uguale trattamento di casi uguali e differente trattamento di casi diseguali come significato minimo e formale del principio di giustizia; ma fa anche riferimento al concetto di uguaglianza “sostanziale” (o reale), come necessità di rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale (la “soppressione delle classi”) che, limitando di fatto l'uguaglianza tra i consociati, pongono i cittadini in una situazione di asimmetria originaria e sostanziale, riducendone la libertà personale ed impedendo dunque l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale collettiva.

In quest'ottica l'uguaglianza sostanziale, a sua volta, costituisce un connotato essenziale del concetto di “democrazia sostanziale” nel precipuo significato di tipologia di organizzazione socio-politica che tende progressivamente alla eliminazione del maggior numero di disuguaglianze tra individui e gruppi, fino al limite massimo dell'uguaglianza di tutti rispetto a tutti i beni (materiali e immateriali) necessari o utili all'esistenza. Si tratta dunque di una specificazione del principio razionale di giustizia distributiva. Peraltro, le istituzioni più avanzate di “democrazia sociale” sono quelle che incidono non tanto sulla distribuzione della ricchezza prodotta, quanto sul diverso modo di produrla attraverso la collettivizzazione dei mezzi di produzione nelle più diverse forme, confluendo nell’alveo del “socialismo” inteso, appunto, come organizzazione economico-sociale fondata sull’eliminazione della proprietà privata dei beni produttivi quale elemento fondamentale per la trasformazione radicale dei rapporti di produzione, necessaria all’attuazione dei principi di uguaglianza sostanziale e giustizia distributiva, con conseguente effettiva democratizzazione della società.

In conclusione, Lenin mette in evidenza come, in un processo rivoluzionario continuo e costante (o permanente), la forma della democrazia subisca fondamentali mutamenti quantitativi e qualitativi, diventi sostanzialmente “più democratica”, esca “dal quadro della società borghese”, acquisisca i caratteri ed i connotati della “democrazia socialista”, forma giuridico-politica del “socialismo”, all’interno della quale tutti i lavoratori “partecipano realmente alla gestione dello Stato”.

 

La necessità del diritto nella fase del socialismo

Con il consolidamento dell'economia e dello Stato socialista (conseguente alla completa abolizione della proprietà privata capitalistica, alla piena instaurazione della proprietà collettiva socialista sui mezzi di produzione di rilevanti dimensioni ed all’eliminazione radicale dei residui sociali della grande/media borghesia sfruttatrice e parassitaria), lo Stato dei lavoratori assume necessariamente la connotazione di “Stato di tutto il popolo” (composto, a questo punto, esclusivamente da lavoratori-produttori), che quindi soggettivizza gli interessi generali dell'intera collettività.

In tale fase del socialismo, la legalità diventa condizione di vita e premessa di ogni ulteriore progresso; in altri termini, in uno Stato socialista integralmente costruito e stabilizzato, il diritto riscopre manifestamente la sua suprema funzione di regolatore imparziale dei rapporti sociali[32].

Subito dopo la Rivoluzione d'ottobre, l'esigenza del diritto si identifica con la necessità per la classe operaia (e per i lavoratori più in generale) di attribuire alla propria volontà di classe il carattere della obbligatorietà erga omnes (nei confronti di tutti), ossia la connotazione della validità universale (volontà della classe lavoratrice elevata a legge, cioè a norma di condotta generale, astratta ed obbligatoria/coattiva, che regola i rapporti intersoggettivi ed è ugualmente valida per tutti i consociati).

Il nuovo tipo di diritto, che si definisce socialista o sovietico, ha la funzione di rendere obbligatorie e cogenti tutte le manifestazioni di volontà “classista” intese a sviluppare la proprietà collettiva/comune (socialista) dei mezzi di produzione, che è passata alla classe lavoratrice (in particolare, alla classe operaia) associata ed organizzata, ai vari livelli (territoriali e di azienda), nelle sue istituzioni rappresentative consiliari (soviet, consigli, comitati) e professionali (sindacati).

I giuristi sovietici, rifacendosi a Marx, affermano ripetutamente che “la rivoluzione socialista non liquida il diritto in generale, bensì crea, attraverso il nuovo ordinamento costruito sulla proprietà statale dei mezzi di produzione, un diritto di tipo nuovo e superiore, il diritto socialista (…). Quindi la Rivoluzione socialista liquida il diritto borghese fondato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, e non già il diritto in generale, che si riempie di un contenuto nuovo: la difesa e la tutela della proprietà socialista della terra e dell'industria”[33].

Peraltro, deve segnalarsi come la teoria marxista abbia anche parlato di “funzione rivoluzionaria del diritto”[34]. In proposito, è stato notato che, se nella visione marxista, “il diritto può essere utilizzato con finalità di radicale cambiamento sociale ciò dipende” dalla sua più ampia funzione di “strumento di controllo sociale (repressivo)” e che ciò che viene a mutare in una fattispecie rivoluzionaria “non è la <<funzione>> in se stessa, ma il soggetto che opera attraverso l’elemento considerato (qui il diritto) e dunque il progetto di azione che di esso si avvale”[35]. Nella logica marx-leninista, il soggetto è la classe lavoratrice diretta politicamente dal partito rivoluzionario, mentre il “progetto di azione” è la rottura rivoluzionaria dell’ordine sociale capitalistico e la costruzione di un sistema socialista.

Sul piano storico, nella prima fase della dittatura del proletariato (o, secondo la formula leninista, “dittatura democratica degli operai e dei contadini”[36]), subito dopo la conquista del potere politico da parte della classe lavoratrice (insieme con gli strati sociali di piccola e piccolissima borghesia rurale semiproletaria suoi alleati, cioè dei contadini-lavoratori), il nuovo Stato dei lavoratori si è servito ampiamente del diritto come strumento rivoluzionario idoneo a realizzare i suoi scopi strategici; il diritto in tale fase ha quindi una duplice funzione: quella di distruggere le forme proprie dell'economia privata capitalistica (abolizione/espropriazione della proprietà privata capitalistica dei mezzi grandi di produzione) e quella di stabilire un nuovo ordinamento sociale fondato sulle forme socialiste dell'economia (proprietà pubblico-collettiva dei lavoratori sui grandi mezzi produttivi e pianificazione dell'economia).

Attraverso il diritto, che normativizza e legalizza la “liquidazione” economica delle classi ostili al proletariato (grande e media borghesia capitalistica), la classe operaia consolida, nelle istitituzioni sovietico-consiliari, la propria unione/alleanza rivoluzionaria con i contadini-lavoratori (più in generale, in realtà, la classe lavoratrice consolida la propria alleanza con gli strati inferiori della piccola borghesia lavoratrice semiproletaria delle campagne e delle città – contadini-lavoratori, artigiani, piccoli commercianti e lavoratori autonomi), abolisce (oltre alla proprietà privata sulle grandi imprese) la proprietà latifondista e trasferisce la terra a coloro che la lavorano direttamente nel contesto delle istituzioni create per la sua utilizzazione socialistica (Kolchozy o fattorie collettive/cooperative)[37].

Nelle fasi immediatamente successive della rivoluzione socialista, l'ordinamento economico-giuridico sovietico si stabilizza, si completa e si perfeziona: si prende atto (e gli scritti dei giuristi sovietici lo confermano) che non può esistere alcuna società che possa reggersi senza ordinamento giuridico e che anche nel socialismo è necessario che i rapporti tra gli uomini ed i comportamenti sociali siano regolati secondo un ordine giuridico prestabilito, senza il quale non può realizzarsi alcuna produzione né alcuna equa distribuzione dei beni materiali; con il passaggio della società socialista a fasi più progredite, il diritto assume dunque l'insostituibile funzione di tutelare con criteri di certezza (legalità) gli interessi della società e dei suoi membri.

Il riconoscimento giuridico della libertà avviene nello Stato socialista sotto forma di legge (Lenin) e nell'URSS si assiste storicamente alla progressiva tendenza del “potere” (che contestualmente, dopo la morte di Lenin, subisce anche un'involuzione/degenerazione di carattere “burocratico”) a dare regolazione giuridica a tutti i rapporti sociali[38].

Gli autori sovietici rilevano che la sostituzione del diritto borghese con il diritto socialista conferisce alla persona umana uno status di tipo superiore in quanto fondato sulla libertà dallo sfruttamento capitalistico: il lavoratore sovietico è libero perchè non dipende da nessun padrone e gode, sul piano giuridico-formale, dei più ampi diritti sociali ed economici. Accanto al riconoscimento dei diritti assume dunque rilevanza pratica la garanzia dell'effettivo esercizio di essi attraverso la limitazione dell'ingerenza del potere pubblico nell'esercizio dei diritti di libertà dei singoli: il prestatore d'opera, ove ritenga violati i suoi diritti socio-economici, trova immediata tutela giuridica individuale nell'ambito delle norme ordinarie e generali del sistema socialista, il quale non prevede una tutela organizzata e collettiva dei lavoratori, in quanto questi ultimi, in un ordinamento socialista, hanno il possesso collettivo dei mezzi di produzione, sono classe dirigente (anzi, sono, in linea tendenziale, l'unica classe della società) ed i sindacati (le associazioni professionali dei lavoratori), per la loro natura e le funzioni che svolgono (di integrazione, ausilio e supporto all'efficiente funzionamento del potere pubblico socialista), non possono entrare in insanabile conflitto con lo Stato sovietico-consiliare, che è Stato di lavoratori per definizione[39] e che è sempre in grado di operare una sintesi dialettica (razionale e giusta) tra gli interessi individuali, particolari e/o specifici di singoli lavoratori o di determinati segmenti della classe lavoratrice e gli interessi generali o “pubblici” riferibili all’intera collettività socialista (cioè all’intera e complessiva collettività sociale dei lavoratori qualificabile giuridicamente come “popolo lavoratore”), decidendone razionalmente le forme di tutela giuridica (anche sul piano giurisdizionale).

Nel socialismo (anche nelle sue fasi più avanzate e perfezionate) la regolazione giuridica dei rapporti sociali è quindi necessaria in quanto determina il criterio della ripartizione del prodotto sociale tra tutti i membri della collettività e quindi la misura della retribuzione “secondo il lavoro prestato”: la distribuzione socialista si effettua infatti in base al principio di giustizia “uguale salario per uguale lavoro”. Esclusa la disuguaglianza di classe ed affermata l'uguaglianza della retribuzione a fronte dell'uguale lavoro fornito dai consociati, resta nel socialismo la differenziazione (equa, proporzionata e non eccessiva) della remunerazione a fronte della diversità di lavoro prestato (pienamente razionale e conforme al principio di giustizia distributiva centrato sul criterio dell'uguale trattamento di situazioni uguali e del contestuale diverso trattamento di situazioni disuguali, sulla base di un parametro di uguaglianza che si articola secondo una misura di proporzionalità razionale), essendo la stessa retribuzione misurata in rapporto alla diversità delle qualifiche professionali, delle capacità individuali, delle competenze utili alla collettività, del talento, della stessa quantità di lavoro fornita (eccedente l'orario minimo di lavoro stabilito per legge) etc.

La misura della remunerazione secondo la quantità e la qualità del lavoro dei singoli in una società socialista, viene ovviamente operata dal diritto cioè dalle regole giuridiche[40].

Nella fase socialista, l'esigenza del diritto trova un altro valido fondamento nel fatto che la distribuzione di beni sociali materiali e culturali tra i consociati non avviene sempre ed esclusivamente secondo il lavoro, ma, per una parte notevole e sempre crescente di essi, si effettua “indipendentemente dalla quantità e qualità di lavoro prestato”, ossia gratuitamente e secondo i bisogni o le situazioni e le caratteristiche individuali. Detti beni e servizi sociali distribuiti gratuitamente sono costituiti da istruzione, abitazione, cure sanitarie, pensioni di invalidità o vecchiaia, sussidi per le famiglie numerose, circoli culturali, biblioteche, borse di studio etc.; la ripartizione di tali beni avviene non soltanto secondo i bisogni (istruzione o ambulatori e servizi sanitari) ma anche secondo regole e norme giuridiche particolari (pensioni, borse di studio, sussidi per famiglie numerose etc.) che tengono conto dei bisogni collegati a specifiche condizioni personali (invalidità-disabilità, vecchiaia, posizione studentesca, condizioni familiari, bisogni abitativi etc.)[41].

Il diritto ha dunque la funzione di parametrare e valutare, in modo ragionevole e proporzionato, le situazioni personali nonché di dettare criteri oggettivi di ripartizione dei beni e dei servizi in questione; le norme giuridiche, in definitiva, hanno nel socialismo la funzione di regolare la misura del lavoro e della corrispondente remunerazione ma anche quella di ripartire i fondi sociali dell'assistenza e delle assicurazioni pubbliche tra le categorie di soggetti alle quali spettano i relativi benefici.

Il tratto peculiare del sistema socialista è, sul piano giuridico, l'assoluta prevalenza della proprietà pubblico-collettiva dei mezzi di produzione (appartenenti, in linea generale, allo Stato espressione diretta della classe lavoratrice e delle masse popolari) e del metodo della pianificazione democratica dell'economia complessiva (pianificazione operata con meccanismi decisionali democratici dagli stessi lavoratori-produttori attraverso le loro organizzazioni politiche rappresentative e per ordini amministrativi), cioè dell'intera attività sociale di produzione, distribuzione, consumo ed investimento.    

Nel sistema socialista tutti – eccetto i membri delle fattorie cooperative ed i piccoli lavoratori autonomi – sono dipendenti dello Stato consiliare dei lavoratori: direttamente nei ministeri o negli altri enti pubblici, indirettamente nelle imprese (pubbliche) collettivizzate/nazionalizzate. La ricchezza personale, nel senso di patrimonio non guadagnato, è giustamente sottoposta a forti limiti legali (anche se i lavoratori hanno la possibilità di depositare nella banca pubblica i propri risparmi): il diritto, in questo caso, ha l'importantissima funzione di impedire l'accumulazione privata di capitale.

In linea di principio esistono unicamente redditi da lavoro: lavoro dipendente, di regola; lavoro autonomo (o indipendente) nel caso residuale di attività economiche private consentite come l'artigianato, i servizi personali, il piccolo commercio e certe attività professionali.

Sul piano della concreta esperienza storica, è stato notato che, nell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, esistevano due grandi “mercati” controllati e normativizzati dal potere pubblico: il mercato del lavoro e quello del consumo. In essi gli individui che offrono lavoro e domandano beni di consumo si incontrano con un unico interlocutore, lo Stato socialista, che stabilisce legislativamente/amministrativamente (ed in misura equa) le quantità domandate o offerte (assorbendo integralmente la forza-lavoro disponibile ed azzerando la disoccupazione), nonché i prezzi (prezzi di vendita e salari) a cui avvengono le transazioni[42].

Per quanto riguarda l'impresa socialista (unità giuridico-economica base della produzione sociale), essa (essendo abolita la proprietà privata dei mezzi di produzione ed il correlato profitto individuale) è necessariamente impresa pubblico-collettiva, sottoposta al controllo diretto dei lavoratori, riuniti nei comitati di azienda, e dello Stato consiliare socialista: l'impresa sovietica, in quanto soggetto distinto dai ministeri (Commissariati del Popolo) e da altri enti che non producono ma semplicemente spendono somme stanziate nei bilanci pubblici, produce in base ad ordini ed obiettivi dettagliati delle autorità della pianificazione economica; in questo senso è come se tutte le imprese sovietiche fossero delle articolazioni di un gigantesco complesso o gruppo imprenditoriale pubblico controllato dallo Stato ed al servizio della collettività socialista.

L'impresa socialista, avendo una funzione sociale ed essendo appunto sottratta al profitto privato, di norma non fallisce, anche nel caso in cui essa produca in perdita, dato che le perdite vengono regolarmente ripianate dallo Stato con trasferimenti finanziari pubblici; essa è dotata di autonomia contabile e provvede quindi alla registrazione delle voci attive e passive nel bilancio di esercizio (conto economico e stato patrimoniale), dovendo realizzare gli obiettivi quantitativi (espressi in unità fisiche) prefissati dai piani economici di medio, lungo e breve termine[43].      

La nazionalizzazione generalizzata dei mezzi produttivi, pertanto, assicura allo Stato socialista il controllo strategico dell'economia, imponendogli contestualmente l'onere dell'elaborazione dei piani di produzione/distribuzione e del controllo della loro esecuzione: i piani economici a medio e lungo termine (“quinquennali” in Urss) sono atti normativi, aventi efficacia vincolante, di indirizzo economico generale: formulano obiettivi di sviluppo ritenuti prioritari, ma non impartiscono ordini precisi/dettagliati alle imprese; il livello operativo è rappresentato dalla pianificazione corrente annuale, attraverso la quale gli obiettivi generali devono essere specificati (“disaggregati”) al fine di stabilire cosa, quanto e come dovrà produrre la singola impresa[44].

Dedotti i salari (mediamente più alti, per effetto dell'eliminazione dei profitti privati, rispetto a quelli percepiti dai lavoratori in un sistema capitalistico) ed i costi di esercizio, l'eventuale valore ulteriore (plusvalore o reddito) prodotto, sulla base della pianificazione economica, dalla singola impresa pubblica socialista viene integralmente funzionalizzato alla realizzazione degli interessi collettivi della classe lavoratrice organizzata nella comunità socialista: in altri termini, tale reddito viene, per una parte, reinvestito nell'attività produttiva dell'impresa stessa (al fine di reintegrare, ripristinare ed ammodernare il capitale fisso investito) e, per la quota restante, versato allo Stato dei lavoratori (a titolo di tributo) e destinato al finanziamento delle generali attività/funzioni di interesse sociale (istruzione, sanità, abitazioni, pensioni, assistenza pubblica, tutela e conservazione dell'ambiente naturale e del patrimonio pubblico, trasporti e servizi pubblici di utilità generale come le forniture idrico-energetiche ecc.).

Tutta l'organizzazione economico-sociale, cioè tutte le sue funzioni e le sue attività di interesse pubblico-collettivo vengono quindi finanziate necessariamente attraverso entrate pubbliche di natura tributaria.

La funzione economico-sociale generale e costante del tributo (e, dunque, il nucleo “ontologico” della stessa nozione giuridica di entrata tributaria) è infatti quella (tipicamente “distributiva”) diretta ad attuare il concorso soggettivo (attraverso “meccanismi di riparto” tra i componenti di un determinato ordinamento) alle spese pubblico-collettive (“comuni”) riferibili alla medesima organizzazione sociale. Ciò si concretizza nella suddivisione (sulla base di fatti indice di “capacità economica” da cui si fa dipendere la quota di contribuzione relativa al singolo soggetto) di una spesa pubblica relativa ad un gruppo sociale organizzato, tra tutti i membri appartenenti allo stesso gruppo sociale.

Ciò, in generale, è proprio di qualunque ordinamento economico-sociale: in un ordinamento socialista (può prendersi ad esempio concreto quello storicamente realizzatosi in Unione Sovietica, dal 1917 in poi, ma, per certi aspetti, anche quello jugoslavo), la forza o capacità economico-produttiva dei singoli soggetti equivale alla loro capacità lavorativa individuale, quella cioè di contribuire al prodotto sociale ed allo sviluppo complessivo della società mediante la propria particolare attività lavorativa: l'obbligo di contribuire alle spese pubbliche necessarie al funzionamento dell'organismo collettivo ed all'erogazione dei servizi e dei beni comuni, verrà dunque ad identificarsi con il prelievo (regolato da norme giuridiche) di una quota di valore-lavoro prodotto, in capo ai singoli lavoratori ed alle singole imprese pubbliche (“nazionalizzate”) o cooperative (“socializzate”), e con il suo conferimento nei fondi dell'organizzazione sociale generale (ordinamento statale socialista), che, a sua volta, la centralizza e la gestisce per lo svolgimento delle proprie funzioni/attività di interesse collettivo (erogazione di beni e servizi pubblico-sociali).

In sostanza, il socialismo (o “fase inferiore del comunismo”), consistente essenzialmente nell'instaurazione, sui grandi e medi mezzi/strumenti di produzione strutturati in aziende di dimensioni socialmente rilevanti, della proprietà pubblico-collettiva “socialista” riconducibile, in ultima istanza, ai lavoratori (rappresentati ed organizzati politicamente ed istituzionalmente nello Stato socialista dei Consigli del popolo lavoratore e nel suo ordinamento giuridico), non abolisce affatto integralmente il “plusvalore” (che continua inevitabilmente a costituire, nella sua accezione più ampia, il “valore ulteriore” rispetto al salario generato dal lavoro collettivo associato, combinato e complessivamente interconnesso), ma, eliminando la proprietà privata dei mezzi di produzione socialmente rilevanti (cioè la proprietà privata del capitale), sopprime totalmente e radicalmente “soltanto” il profitto privato ovvero l'appropriazione privata di tale plusvalore da parte di pochi soggetti a danno di molti. In altri termini, il socialismo riporta il capitale (“potenza sociale”, secondo la terminologia marxiana) sotto il controllo della classe lavoratrice (assoluta maggioranza sociale) e dunque sotto il controllo della società nel suo complesso, organizzata politicamente nello Stato socialista; facendo ciò esso non elimina immediatamente il rapporto di produzione capitale-lavoro, ma (attraverso la proprietà pubblico-collettiva ed il controllo socialista sul capitale stesso cioè sui grandi, concentrati e socialmente rilevanti mezzi di produzione, quindi sulle aziende di medio-grandi dimensioni e complessità nonché, ovviamente, sulle banche ed il capitale finanziario) sopprime il carattere di classe di tale rapporto ovvero sopprime lo sfruttamento e l'oppressione del capitale sul lavoro tipici del sistema capitalistico-borghese incentrato sulla proprietà privata capitalistica e sul profitto.

Nel sistema economico-sociale socialista, dunque, il valore ulteriore ed aggiuntivo prodotto dal lavoro collettivo organizzato nelle aziende “pubbliche”, per una parte viene restituito immediatamente ai lavoratori attraverso consistenti aumenti salariali e significative riduzioni di orario o tempo di lavoro, e, per la restante parte (dedotta una quota necessaria alle aziende per gli investimenti ed il ripristino degli strumenti produttivi soggetti ad usura), vene integralmente acquisito, attraverso il sistema delle entrate tributarie, dallo Stato socialista ed utilizzato per finanziare ed erogare gratuitamente tutti i servizi pubblici universali a rilevanza sociale e di interesse collettivo/generale (sistema sanitario nazionale e tutela della salute, abitazioni, istruzione, cultura, tutela ambientale, prestazioni socio-assistenziali, pensioni di anzianità e di vecchiaia, trasporti pubblici, infrastrutture, servizi di utilità pubblica in generale, ricerca scientifica e culturale etc.), garantendo pienamente ed in modo integrale i fondamentali diritti sociali universali ed il generale diritto alla dignità personale di tutti i consociati.  

Si può dunque affermare che nel socialismo, da un lato, il plusvalore viene drasticamente razionalizzato e perde la sua connotazione negativa (attraverso la riduzione del tempo di lavoro e dell'intensità della prestazione lavorativa, resa possibile dallo sviluppo delle forze produttive e del progresso tecnologico, nonché attraverso aumenti salariali per i lavoratori), dall'altro e per la restante quota (che rappresenta il “valore ulteriore” rispetto ai salari che necessariamente ogni organizzazione sociale produce mediante il lavoro complessivo), lo stesso plusvalore permane ma viene “collettivizzato” cioè acquisito, mediante l'imposizione fiscale sulle aziende pubbliche, da parte dello Stato socialista e redistribuito in favore dell'intera collettività sociale secondo principi razionali di giustizia ed uguaglianza (formale/sostanziale) e sotto forma di beni e servizi pubblici di interesse generale e diretti a soddisfare tutti i bisogni individuali e collettivi dei consociati (cioè tutti i loro “diritti sociali”).

Il sistema socialista è ovviamente compatibile con la piccola proprietà personale e con le attività economico-produttive di modeste dimensioni esercitate da soggetti privati (lavoratori autonomi e piccoli imprenditori) in forma individuale o associata/collettiva (cooperativa), all'interno di un mercato controllato e limitato alla piccola produzione ed al correlato scambio di beni e servizi (si veda in proposito la politica della NEP attuata da Lenin e dai bolscevichi nei primi anni successivi alla Rivoluzione).

Quanto sopra descritto, in effetti, si è quindi già concretamente ed effettivamente verificato nel corso della storia, con la Rivoluzione dell’Ottobre 1917 in Russia e di ciò viene dato conto da Lenin, tra le varie opere, ne “L’estremismo malattia infantile del comunismo” (aprile-maggio 1920): la “realizzazione pratica della dittatura del proletariato”, il “meccanismo generale del potere proletario”, cioè del “governo dei lavoratori”, vengono infatti sinteticamente e magistralmente definiti dal grande dirigente rivoluzionario e teorico marxista, come “un’istituzione così democratica che non ha avuto e non ha ancora riscontro nelle migliori repubbliche democratiche del mondo borghese”.      

Il “socialismo”, il “Governo dei lavoratori” e la “democrazia sovietica” non esistono dunque solo nel mondo delle idee, non sono (solo) costruzioni concettuali astratte o puramente “ideali”: essi costituiscono anche “fatti oggettivi” che si sono verificati nel concreto processo storico, rappresentando la più alta realizzazione dialettica della sua razionalità (pur subendo, contraddittoriamente, negli anni - con l’infame “deviazione” stalinista – regressioni, fenomeni degenerativi e distorsioni burocratiche che ne hanno snaturato il corso e determinato il fallimento).

L’esperienza rivoluzionaria dell’Ottobre sovietico rappresenta in ogni caso un poderoso passo avanti nella storia della civiltà umana, un progresso epocale nello sviluppo dialettico-razionale della realtà complessiva. Principalmente, essa costituisce la conferma concreta ed inoppugnabile dell’intuizione fondamentale di Marx ed Engels, di ciò che ne fa, a tutt’oggi, i maggiori e più rivoluzionari “scienziati sociali” che siano mai esistiti: l’Ottobre rosso è, in sintesi, la conferma storica dell’idea che l’“iniquità” (e l'irrazionalità) delle “regole distributive” della ricchezza sociale è destinata ad essere costantemente e progressivamente superata nel processo dialettico reale, che conduce, in modo oggettivo (e sempre più razionale), a nuove forme di “proprietà collettiva” (più razionali in quanto più aderenti al concetto stesso di “giustizia distributiva”). Marx ed Engels parlavano di “proprietà dei produttori associati” o “proprietà sociale”, per indicare tale nuova forma di proprietà collettiva (o “pubblica”) sui mezzi di produzione, necessariamente generata dallo sviluppo economico-sociale delle forze produttive accanto alla diretta “proprietà personale” o diritto di uso/godimento/disposizione personale, sui beni di consumo prodotti dalla società e ripartiti razionalmente/equamente tra tutti i componenti della stessa (cfr. Marx-Engels, “Il Manifesto del Partito Comunista”, 1848, Trad. it., Milano, 1978).

Ovviamente, in un’ottica marxista, vi è un ineludibile “presupposto politico” a tutto ciò: la “rottura rivoluzionaria” dell’“ordine” (o sarebbe meglio dire del “disordine”) capitalistico e la “conquista” del potere politico da parte del proletariato, quella che nel “Manifesto” viene definita “conquista della democrazia” da parte dei lavoratori. Dunque, l’“ordine” socialista può essere costruito e sviluppato (sulle basi oggettive dell’evoluzione capitalistica) solo se la classe lavoratrice riesce (sotto la direzione del partito marxista) a “realizzare” la “propria” democrazia (la democrazia socialista), il “proprio” Stato ed il “proprio” governo: in una parola, il proprio ordinamento politico-giuridico generale dotato di una superiore, universale ed oggettiva razionalità reale.                                                                             

 

Sviluppo socialista della realtà e materialismo dialettico

Dunque il “socialismo”, con i suoi rapporti di produzione/distribuzione fondati sulla proprietà collettiva/comune dei mezzi di produzione, con i suoi superiori principi di giustizia distributiva incardinati sull'uguaglianza del lavoro e sull'uguaglianza della ripartizione dei prodotti sociali in proporzione alla quantità di lavoro fornita ed ai bisogni individuali e collettivi, con le sue più democratiche istituzioni politiche e sociali (consigli rappresentativi e Stato dei lavoratori), con il suo progredito ordinamento giuridico fondato su norme/regole prescrittive di condotta funzionali ad indirizzare/disciplinare razionalmente l'azione generale nei rapporti intersoggettivi al fine di garantire al meglio la coesistenza e l'integrazione sociale (norme giuridiche che, proprio in quanto frutto della progressiva evoluzione storica, sono “naturalmente” più razionali, più giuste e più “civili” rispetto alle precedenti, che pure – nella loro parte migliore – vengono dalle stesse norme socialiste integrate, assorbite e superate dialetticamente), è il prodotto necessario del continuo sviluppo razionale della realtà complessiva ed è soprattutto la dimostrazione oggettiva della profonda ed indissolubile/inscindibile unità dialettica concreta di ragione e realtà (per cui – secondo l'interpretazione materialistica e “dinamica” di Hegel fornita giustamente da Engels - “ciò che è reale deve essere razionale e ciò che è razionale deve essere reale”).[45]

Alla base vi è la tesi materialistico-dialettica (essenza filosofica del marxismo) la quale afferma “(con Spinoza e con Hegel) che la razionalità è un principio generale dell'universo e che la razionalità dell'uomo è valida in quanto si inserisce nello sviluppo di tale principio”; che “le tecniche della ragione umana (sempre relative allo sviluppo sociale dell'uomo che le crea, e perciò sempre mutabili e perfezionabili) traggono il proprio valore non dall'uomo che se ne serve, ma dalla razionalità dell'universo che esse riescono a cogliere in parte più o meno grande”.[46]

La tesi materialistico-dialettica si fonda sull'identità tra ragione e realtà per cui la razionalità oggettiva dell'universo costituisce il fondamento della ragione umana (che è parte integrante della stessa razionalità universale); dunque la ragione umana riflette (sotto il profilo logico-concettuale e pratico-operativo) la complessiva razionalità dell'universo reale (di cui essa stessa è il prodotto) e si sviluppa dialetticamente all'interno di tale razionalità oggettiva (insieme ad essa, contestualmente ad essa).

Ne consegue l'assoluta unità dialettico-razionale dell'intera realtà (materiale/oggettiva e cosciente-“spirituale”/soggettiva), l'assoluta identità di pensiero/ragione e realtà materiale, che seguono entrambe, nella loro evoluzione, i criteri della logica dialettica (la quale consente di individuare le profonde correlazioni razionali di tutti i molteplici elementi del reale e, quindi, la sua essenziale unità materiale e concettuale); è in questo senso che, da un lato, la ragione si sviluppa dialetticamente nella realtà materiale facendole assumere forme di progressiva e concreta maggiore razionalità, e, dall'altro, che la realtà materiale (e sociale) acquisisce, a sua volta, forme di progressiva maggiore razionalità nella sua concreta evoluzione storico-dialettica.

La razionalità del reale si attua pertanto dialetticamente (attraverso appunto la logica razionale dei rapporti dinamici tra tesi, antitesi e sintesi, cioè tramite contraddizioni e compenetrazione, soluzione e superamento di tali contraddizioni) per mezzo dell'interazione reciproca tra gli elementi della realtà materiale (tra loro e con il tutto) e tra i concetti che costituiscono la loro rappresentazione astratta/razionale, il loro “riflesso” unitario, generale ed universale (ossia “ideale”) nel cervello, nella mente e nell'intelletto degli esseri umani[47].

In tale contesto è evidente che lo “spirito”, la coscienza, la ragione sono una forma di organizzazione della materia, una proprietà della materia e del suo continuo sviluppo dialettico: ragione/coscienza e realtà materiale coincidono e si compenetrano in un'unità reale superiore ed onnicomprensiva che si sviluppa e procede secondo i principi razionali della logica dialettica; tale logica governa tutto il reale e connette le singole parti del molteplice in una coerente unità razionale in continua evoluzione, per cui la ragione ed il pensiero sono la stessa realtà materiale che, nel processo storico-naturale, diventa progressivamente cosciente ed autocosciente.

L'essere umano, con la sua sensibilità, la sua coscienza, il suo pensiero, la sua ragione (ossia la sua capacità/proprietà di elaborare concettualmente il dato sensibile, di connettere logicamente i concetti astratti ed universali ricavati induttivamente dalla realtà e riflettenti la essenziale struttura logica della stessa realtà), è parte integrante della realtà materiale complessiva, è cioè materia cosciente/razionale elemento costitutivo della materia universale (anch'essa, nel suo flusso evolutivo, necessariamente razionale).

Ciò in quanto la realtà materiale universale assume, nel suo continuo processo di sviluppo, nel suo movimento dialettico - attraverso il quale essa si trasforma e si evolve -, forme diverse di organizzazione (più o meno complesse) e corrispondenti diversi livelli/gradi, più o meno sviluppati, di sensibilità (nel senso di capacità di percezione sensoriale del mondo esterno e di capacità di “sentire” o provare sensazioni), di coscienza ed autocoscienza, di pensiero e di intelletto o ragione (tutte “proprietà della materia in movimento”). All'interno di questo onnicomprensivo divenire storico-naturale, l'uomo, gli animali, le piante (materia organica) e la materia inorganica, sono evidentemente parti del tutto, in stretta ed indissolubile relazione dialettico-razionale reciproca e con la stessa totalità universale del reale[48].

Ne deriva che, per il materialismo dialettico, le idee ed i concetti (con le loro connessioni logico-dialettiche) costituiscono il riflesso universale nella coscienza e nel pensiero umano della realtà materiale esterna nel suo profondo sviluppo dialettico (che ricomprende necessariamente anche lo stesso pensiero e la stessa coscienza individuale e collettiva in perenne evoluzione); essi cioè costituiscono l'astrazione, la generalizzazione e l'unificazione razionale (“induttiva”) della molteplicità del dato sensibile, della pluralità dei “fatti” materiali oggettivi percepiti attraverso i sensi.

Il pensiero, la coscienza e la “conoscenza” sono dunque il prodotto dell'evoluzione storica della realtà materiale complessiva (che li implica e li include) e la dialettica è “la forma di pensiero più importante, perchè essa sola offre le analogie e i metodi per comprendere i processi di sviluppo della natura”[49]; per Engels (e per Marx) la dialettica è la logica (la “ragione”) attraverso cui tutto l'essere reale (tutto ciò che esiste), si muove, si sviluppa, scorre e si trasforma; ciò implica che, posta l'indissolubile unità del reale (cioè di ragione/pensiero e realtà), se l'essenziale struttura del pensiero è una struttura dialettico-razionale, a questa deve necessariamente corrispondere una analoga struttura dialettico-razionale dell'intera realtà materiale (che in essa ricomprende ed assorbe – come l'universale implica l'elemento particolare e come il tutto ricomprende la parte – la stessa struttura dialettico-razionale superiore del pensiero umano), altrimenti vi sarebbe un irrazionale dualismo tra pensiero e realtà e la “prassi” umana (cioè l'attività teorico-pratica di interazione con la realtà e di trasformazione della stessa) sarebbe inefficace e impossibile.

L'uomo, come parte del tutto, ha quindi il compito non soltanto di capire e “contemplare” lo sviluppo della realtà, ma anche di operare in essa per trasformarla, di essere cioè la coscienza del divenire dialettico della realtà (materiale e sociale) e la volontà consapevole di intervenire in essa in senso “rivoluzionario” per mutarla in modo sempre più razionale: da qui il ruolo essenziale del Partito marxista-rivoluzionario come coscienza collettiva avanzata della classe lavoratrice e dell'intero processo storico, e come elemento “soggettivo” necessario di propulsione del reale verso le forme organizzative più razionali del “socialismo” e del “comunismo”.

Per citare ancora Engels (“La situazione della classe operaia in Inghilterra”, 1845): “Per i suoi principi, il comunismo è al di sopra del conflitto tra borghesia e proletariato, giustificandolo storicamente nel presente, non per il futuro; esso sopprime tale conflitto ma riconosce, finché permane il conflitto di classe, che l'ostilità del proletariato verso i suoi oppressori è una necessità e rappresenta la leva più importante del movimento operaio al suo inizio; ma va oltre tale ostilità, perché il comunismo è la causa di tutta l'umanità, non solo della classe operaia”.

Riassumendo: la realtà complessiva integra un unico processo dialettico-razionale incentrato sulla connessione/concatenazione “logica” di tutti gli enti che costituiscono il reale (inteso come unità dialettica di ragione/pensiero e realtà naturale); esso si sviluppa in una continua ed ininterrotta evoluzione dinamica che rappresenta appunto il movimento di trasformazione dialettica della realtà stessa nella sua intima razionalità; le idee, il pensiero soggettivo, la ragione (come proprietà soggettiva) riflettono sul piano “concettuale” tale movimento dialettico della realtà e la sua più ampia razionalità oggettiva, sostanziale ed universale, essendo la coscienza una proprietà ed una forma di organizzazione della materia, che esprime l'essenza razionale della medesima materia in continuo sviluppo.

In altri termini, la ragione, attraverso la dialettica, consente di comprendere l'unità assoluta del reale pur nella sua molteplicità contraddittoria e conflittuale (anzi proprio attraverso essa); la logica dialettica quindi non concerne solo il discorso umano ma la realtà stessa, proprio in virtù della profonda identità/unità di ragione e realtà, che procedono entrambe secondo i medesimi principi incentrati sul rapporto, sul collegamento, sulla relazione tra tesi ed antitesi; rapporto e collegamento che conducono ad un'unità superiore – la sintesi – comprensiva dei due elementi contraddittori ed espressiva della loro connessione razionale.

La dialettica è quindi il processo reale e logico-razionale (proprio del pensiero e dell'universo materiale) che conserva e supera, nella sintesi, sia la tesi che l'antitesi come momenti diversi dello sviluppo della realtà e della ragione; essa è la logica razionale che consente di cogliere l'unità di tutto il reale e, dunque, la sostanziale unità della stessa ragione con la realtà, i cui processi seguono i medesimi principi razionali della logica dialettica, cioè della logica che svela il perenne movimento del reale e le connessioni che riconducono il molteplice ad unità universale e razionale.

Pertanto la ragione umana è perfettamente in grado di cogliere l'intima razionalità del reale proprio perché ne è parte cosciente, proprio perché ragione e realtà sono inscindibilmente unite, procedono entrambe dialetticamente e si compenetrano in un'unità assoluta in cui “ciò che è reale è razionale e ciò che è razionale è reale”.

Il socialismo ed il comunismo, in definitiva, sono l'esito necessario e progressivo dello sviluppo razionale della realtà: essi sono dunque, sul piano della necessità storica, la razionalità del reale e la realtà della ragione.

E' questa la grande lezione di Marx, di Engels e (prima ancora, per la parte più feconda e vitale del suo sistema filosofico) di Hegel; questa è la grande lezione del materialismo dialettico.

 

 

                                                                                             

 

[1]              V.I. Lenin, Stato e Rivoluzione, trad. it., Milano, 2003, 102 ss. Sulla natura dei Soviet come organi politici della lotta di classe dei lavoratori e delle masse sfruttate ed oppresse contro le classi capitalistiche dominanti, è interessante citare L.D. Trotskij, il quale (“Il programma di transizione (1938)”) ne sintetizza magistralmente l'origine e la funzione nel processo rivoluzionario: “Strati sempre nuovi di oppressi alzeranno la testa e lanceranno le loro rivendicazioni. Milioni di uomini oppressi dal bisogno, cui i capi riformisti non hanno mai prestato attenzione, cominceranno a battere alle porte delle organizzazioni operaie. I disoccupati entreranno nel movimento. Gli operai agricoli, i contadini rovinati e mezzo rovinati, gli strati inferiori della popolazione urbana, le lavoratrici, le donne di casa, gli strati proletarizzati dell'intellighenzia, tutti cercheranno di unirsi e cercheranno una direzione. Come armonizzare le diverse rivendicazioni e le diverse forme di lotta, non fosse che nell'ambito di una sola città? La storia ha già risposto a questo interrogativo: tramite i Soviet che possono unire i rappresentanti di tutti i gruppi in lotta. Sinora nessuno ha proposto un'altra forma di organizzazione, ed è dubbio che se ne possa inventare un'altra. I Soviet non sono legati a nessun programma aprioristico. Aprono le porte a tutti gli sfruttati. Da queste porte entrano i rappresentanti degli strati che sono trascinati dal torrente generale della lotta. L'organizzazione si allarga con il movimento e vi attinge di continuo per rinnovarsi. Tutte le tendenze politiche del proletariato possono lottare per la direzione del Soviet sulla base della democrazia più larga. (…) I Soviet possono nascere solo quando il movimento delle masse entra in una fase apertamente rivoluzionaria. Come perno attorno al quale si uniscono decine di milioni di lavoratori nella lotta contro gli sfruttatori, i Soviet, dal momento della loro costituzione, diventano i concorrenti e gli antagonisti delle autorità locali e poi dello stesso governo centrale. Se il comitato di fabbrica introduce elementi di dualismo di potere in fabbrica, i Soviet aprono un periodo di dualismo di potere nel paese”.

[2]              Marx-Engels, Il Manifesto del Partito Comunista (1848), Trad. It., Milano, 1978

[3]              Marx-Engels , Il Manifesto cit., p.148

[4]              Marx-Engels, Il Manifesto cit., p. 148

[5]              Marx-Engels, Il Manifesto cit., p. 149

[6]              Marx-Engels, Il Manifesto cit., p. 149

[7]              Marx-Engels, Il Manifesto cit., p. 150

[8]              Marx, Il Capitale. Critica dell’economia politica (1867) 1989. Trad. it., Editori Riuniti, Roma, I, pp. 777-826

[9]              Marx-Engels, Il Manifesto cit.

[10]            In questo senso, Losurdo D., Introduzione a il Manifesto del Partito Comunista, Trad. it., Roma-Bari, 1999, XXV. L’Autore cita testualmente anche il giovane Engels, il quale, sulla specifica questione dell’imposizione fiscale, afferma: “In fondo il principio della tassazione è puramente comunista (…). Infatti o la proprietà privata è sacra e allora non c’è proprietà statale e lo Stato non ha il diritto di imporre tasse; oppure lo Stato ha tale diritto, ma allora la proprietà privata non è sacra; infatti la proprietà statale è al disopra di quella privata e lo Stato è il vero proprietario”

[11]            In argomento, cfr. F. Grisolia, Natura e funzione del Partito. Lo strumento della soggettività cosciente, in Marxismo Rivoluzionario, n. 9/2014, 18 ss.

[12]            Galgano, Diritto Privato, cit. 120 ss.            

[13]            Lenin, Stato e Rivoluzione (1917), tr. it., Milano, 2002, 104 ss.

[14]            Lenin, Stato e Rivoluzione, cit., 105

[15]            Lenin, Stato e Rivoluzione, cit. 105

[16]            Lenin, Stato e Rivoluzione, cit. 106

[17]            Lenin, Stato e Rivoluzione, cit. 106. Questo potrà avvenire solo nella fase pienamente sviluppata della società comunista, in cui viene progressivamente ad eliminarsi la separazione ed il contrasto tra lavoro intellettuale e manuale, il lavoro si trasformerà nel “primo bisogno di vita” e vi potrà essere la realizzazione del principo “Ognuno secondo le sue capacità; ad ognuno secondo i suoi bisogni” (K. Marx, Critica del Programma di Gotha).

[18]           Lenin, Stato e Rivoluzione, cit. 107.    

[19]                       Lenin, Stato e Rivoluzione, cit. 101

[20]            Lenin, Stato e Rivoluzione, cit. 101-102

[21]            Lenin, Stato e Rivoluzione, cit. 102

[22]            Lenin, Stato e Rivoluzione, cit. 102

[23]            Lenin, Stato e Rivoluzione, cit. 102

[24]            Lenin, Stato e Rivoluzione, cit. 103

[25]            Nell'Indirizzo della Lega dei Comunisti, Marx ed Engels avevano affermato che era compito ed interesse dei comunisti “rendere permanente la rivoluzione sino a che tutte le classi possidenti non siano scacciate dal potere”; Trotskij nel “Programma di transizione” sostiene che: “Le rivendicazioni democratiche, le rivendicazioni transitorie e le rivendicazioni della rivoluzione socialista non sono divise nella lotta da epoche storiche, ma discendono direttamente le une dalle altre (…). Presto o tardi, i Soviet devono rovesciare la democrazia borghese. Solo essi sono in grado di portare a termine la rivoluzione democratica e di inaugurare così l'era della rivoluzione socialista”.

[26]            Lenin, Stato e Rivoluzione, cit., p.109

[27]            Lenin, Stato e Rivoluzione, cit., p.109-110

[28]            Lenin, Stato e Rivoluzione, cit., p. 110

[29]                           L.D. Trotskij, nel “Programma di transizione (1938)” analizza compiutamente la degenerazione politico- burocratica subita dallo Stato sovietico dopo la morte di Lenin (nonostante il mantenimento di una base economico-sociale tipicamente e genuinamente socialista), affermando: “La nuova ascesa della rivoluzione in URSS comincerà senza dubbio sotto la bandiera della lotta contro la disuguaglianza sociale e l’oppressione politica. (…) Maggiore uguaglianza nel salario per tutte le forme di lavoro! La lotta per la libertà dei sindacati e dei comitati di fabbrica, per la libertà di riunione e di stampa, si trasformerà in lotta per la rinascita e lo sviluppo della democrazia sovietica. (…) Bisogna restituire ai soviet non soltanto la loro libera forma democratica, ma anche il loro contenuto di classe. Come precedentemente la borghesia e i kulak non erano ammessi nei soviet, così ora la burocrazia e la nuova aristocrazia debbono essere cacciate dai soviet. Nei soviet c’è posto solo per i rappresentanti degli operai, dei kolchoziani, dei contadini, dei sodati rossi. La democratizzazione dei soviet è inconcepibile senza la legalizzazione dei partiti sovietici. Gli operai e i contadini stessi, attraverso il libero suffragio, stabiliranno quali siano i partiti sovietici. Revisione dell’economia pianificata dall’alto in basso, tenendo presenti gli interessi dei produttori e dei consumatori! I comitati di fabbrica debbono riprendere il diritto di controllo sulla produzione. La cooperazione di consumo, democraticamente organizzata, deve controllare la qualità dei prodotti e i loro prezzi. (…)”.

[30]            In argomento, cfr. M. Ferrando, La politica di Lenin. Principi e tattica per la rivoluzione, in Marxismo Rivoluzionario, n. 9/2014, 3 ss.

[31]            Lenin, Stato e Rivoluzione, cit., 112-113

[32]            T. Napolitano, Istituzioni di diritto sovietico, Torino, 1975, 113, che, a sua volta, cita A.P. Guljaev, La legalità socialista è la principale condizione della costruzione del comunismo, in “Znanie”, Mosca, giugno 1974

[33]            N.G. Alexandrov, La grande rivoluzione d'ottobre e il diritto, in <<Pravovèdenie>> (Giurisprudenza) n. 5, 1967, citato da T. Napolitano, Istituzioni di diritto sovietico cit., 113-114

[34]            P.I. Stucka, La funzione rivoluzionaria del diritto e dello Stato (1921), tr. it., in P.I. Stucka, E. B. Pasukanis, A.J. Visinskij, M. S. Strogovic, Teorie sovietiche del diritto, a cura di U. Cerroni, Milano 1964

[35]            V. Ferrari, Funzioni del diritto. Saggio critico-ricostruttivo, 1987, Roma-Bari, 24-25

[36]            La formula della “dittatura democratica degli operai e dei contadini” costituisce la “misura della centralità del rapporto tra proletariato urbano e masse contadine”: per Lenin il compito strategico del Partito bolscevico (marxista-rivoluzionario) era quello di conquistare i contadini salariati al programma dei lavoratori salariati della città e sottrarre la maggioranza contadina piccolo proprietaria e non sfruttatrice all'egemonia della borghesia liberale, estendendo su di essa e, complessivamente, sulle masse rurali l'egemonia e la direzione politica del proletariato urbano (a sua volta egemonizzato e diretto politicamente dal Partito leninista) (cfr. M. Ferrando, La politica di Lenin cit., 14).

                Lenin, nelle “Lettere sulla tattica (aprile 1917)”, riafferma che “la rivoluzione democratico-borhese viene condotta a termine soltanto dalla dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini” e che, nell'aprile del 1917, la rivoluzione democratica borghese era terminata in Russia perchè “il segno principale, fondamentale di una rivoluzione è il passaggio del potere da una classe ad un'altra”. Dunque, la formula della dittatuta democratica del proletariato e dei contadini “esprime soltanto un rapporto di classe e non una istituzione politica concreta che attui questo rapporto, questa collaborazione”; ne consegue che, nel pensiero tattico e strategico leniniano, la rivoluzione democratica borghese era terminata e, nell'aprile 1917, si poneva concretamente all'ordine del giorno la rivoluzione socialista (che sarà realizzata dall'Ottobre bolscevico del 1917), poichè nel Soviet (cioè nella forma politico-istituzionale che esprimeva in nuce il potere della classe lavoratrice e la sua alleanza con i piccoli contadini semiproletari) si era già attuata la dittatura democratica (cioè la collaborazione di classe) dei lavoratori salariati delle città e delle campagne e dei piccoli contadini-lavoratori (che insieme costituivano la stragrande maggioranza della società russa dell'epoca).    

[37]            T. Napolitano, Istituzioni di diritto sovietico cit., 114. L.D. Trotski nel “Programma di transizione (1938)”, a proposito delle alleanze di classe, spiega che “L'operaio agricolo è nelle campagne il fratello e il compagno dell'operaio dell'industria. Sono due parti di una stessa classe. I loro interessi sono inscindibili. Il programma di rivendicazioni transitorie degli operai industriali, con questa o quella rettifica, è anche il programma del proletariato agricolo. I contadini rappresentano un'altra classe: sono la piccola borghesia delle campagne. La piccola borghesia è composta da strati diversi che vanno dai semiproletari sino agli sfruttatori. Il compito politico del proletariato consiste quindi nel far penetrare la lotta di classe nelle campagne: solo così potrà stabilire una linea divisoria tra i suoi alleati e i suoi nemici.” I contadini e la piccola borghesia cittadina (artigiani e commercianti) “rappresentano, in fondo, sopravvivenze di forme precapitalistiche di produzione”: il compito politico del Partito comunista e delle avanguardie operaie è quello di “elaborare nella forma più concreta possibile programmi di rivendicazioni transitorie per i contadini e la piccola borghesia cittadina, a seconda delle condizioni di ciascun paese. Gli operai avanzati devono imparare a dare risposte chiare e concrete agli interrogativi dei loro futuri alleati”. I piccoli produttori “indipendenti” hanno bisogno di credito a basso tasso di interesse, prezzi accessibili per le macchine agricole, per i concimi e le materie prime, condizioni favorevoli di trasporto e di distribuzione dei prodotti (sia agricoli che di altro genere): solo il controllo dell'economia complessiva (attraverso l'espropriazione e la collettivizzazione delle grandi concentrazioni capitalistiche) e delle condizioni generali di credito, di trasporto e di commercio/distribuzione dei prodotti da parte dei comitati di operai, di impiegati bancari e di piccoli contadini e lavoratori autonomi, può garantire anche il soddisfacimento degli interessi dei piccoli lavoratori autonomi semiproletari dell'agricoltura, del commercio e della produzione, rinsaldando efficacemente l'alleanza di classe tra gli operai e gli altri lavoratori dipendenti, da una parte, e gli stessi piccoli lavoratori autonomi rurali e cittadini, dall'altra (cfr. L. D. Trotskij, Il programma di transizione).

[38]            T. Napolitano, Istituzioni di diritto sovietico cit., 114

[39]            T. Napolitano, Istituzioni di diritto sovietico cit. 114-115, nota 2

[40]            T. Napolitano, Istituzioni di diritto sovietico cit., 115

[41]            T. Napolitano, Istituzioni di diritto sovietico cit. 115

[42]            V. Grisoli, Le economie socialiste, in AA.VV., La società contemporanea, diretto da V. Castronovo e L. Gallino, Torino, 1987, 249

[43]            V. Grisoli, Le economia socialiste cit., 250

[44]            V. Grisoli, Le economie socialiste cit., 250

[45]         Engels riassume l'idea della razionalità del reale “istituendo l'equazione tra razionalità, realtà e necessità storica (A. Burgio, Strutture e catastrofi: Kant, Hegel, Marx, Roma, 2000, 128). “Per Hegel non tutto ciò che esiste è, per ciò stesso, anche reale. Secondo lui l'attributo della realtà si addice solo a ciò che è, al tempo stesso, anche necessario: <<la realtà si manifesta come necessità nel suo sviluppo>> (…). Ma ciò che è necessario si dimostra in ultima istanza anche razionale. (…) E così, in virtù della dialettica hegeliana, l'affermazione di Hegel si trasforma nel suo contrario: tutto ciò che nel contesto della storia umana è reale diviene, col tempo, irrazionale, è dunque tale nella sua stessa destinazione, è affetto da irrazionalità sin dall'origine; per contro, tutto ciò che vi è di razionale nelle menti degli uomini è destinato a realizzarsi, per quanto radicalmente possa contrastare alla apparente realtà data. Conformemente a tutte le regole del modo di pensare hegeliano, l'affermazione della razionalità di tutto il reale si risolve nell'altra: tutto ciò che esiste è degno di scomparire” (F. Engels, Ludwig Feuerbach e l'approdo della filosofia classica tedesca, citato da A. Burgio, Strutture e catastrofi cit., 128, note 171 e 172).

            Questo significa che, nel divenire dialettico della realtà, tutto ciò che è reale deve (dovrà) necessariamente essere (o diventare) razionale, posto che è reale solo ciò che è anche necessario e che è necessario solo ciò che è anche razionale; dunque la realtà deve necessariamente, progressivamente e dialetticamente, assumere forme di maggiore razionalità oggettiva (ciò che è reale deve – o dovrà – essere razionale), mentre tutto ciò che è dotato di razionalità dovrà necessariamente (sarà destinato a) realizzarsi, concretizzarsi dialetticamente nel processo di sviluppo storico della realtà oggettiva (ciò che è razionale deve – o dovrà – necessariamente essere reale).

            Sono interessanti le riflessioni di Burgio in proposito, laddove afferma che: “Engels desume da queste premesse (…) le linee portanti di una filosofia della storia nella quale il processo storico è concepito come successione di forme di realtà sempre più ricche di ragione, una successione governata da un conflitto tra ragioni contrapposte nel quale è destinata a prevalere la ragione più ricca di realtà (cioè più conforme all'essenza della situazione storica). (…) Hegel concepisce la storia alla stregua di un processo di razionalizzazione della realtà: in ogni epoca la realtà incorpora più ragione di quanta ne contenesse nella precedente. Ora Hegel ritiene che tale processo (per effetto del quale la storia si risolve in un progresso irreversibile) obbedisca ad una necessità oggettiva. Nondimeno (…) esso si sviluppa in virtù dell'azione di un soggetto. Lo <<spirito del mondo>> è <<l'individuo>> della storia, lo svoglimento della quale consiste nel <<prodursi>> dello spirito stesso (…). In prosa, ciò equivale a dire che la razionalità superiore della nuova epoca – razionalità <<destinata a realizzarsi>> - ha sede in primo luogo <<nelle menti degli uomini>> che ne promuovono l'avvento [F. Engels, Ludwig Feuerbach e l'approdo cit., 266-267] (…). La realtà è razionale (sempre di più nel corso del tempo) perchè (nella misura in cui) è il prodotto dell'attività dell'uomo, la ragione del quale cessa di essere pura astrazione (pura soggettività) via via che si incarna nella realtà (nell'oggettività) informandola di sé. (...)” (A. Burgio, Strutture e catastrofi cit., 128-130).

            E' precisamente su questo contesto concettuale “generale” che si innesta “l'idea marxiana di prassi”, di agire soggettivo pratico-razionale (o teorico-pratico), di “attività pensante”, cosciente e consapevole (ossia “razionale”), diretta a modificare la realtà naturale/materiale, ad interagire dialetticamente con essa, a trasformarla (subendone al contempo un'azione trasformatrice) in funzione dei propri bisogni, in funzione della produzione e riproduzione della propria vita ed esistenza (parte integrante della stessa realtà naturale/materiale complessiva ed indissolubilmente connessa a quest'ultima).

            Marx “registra i progressi dell'<<autocoscienza>> (...)” e “ne ravvisa il <<presupposto pratico assolutamente necessario>> in un processo materiale, nell'<<universale sviluppo delle forze produttive>>” (K. Marx, L'ideologia tedesca, cit. da A. Burgio, Strutture e catastrofi cit., 135); “in virtù della sua struttura dialettica, questo processo è causa dello sfruttamento sempre più radicale di quanti sono costretti a svolgere attività manuali e, al tempo stesso, fonte della nuova soggettività della componente sociale messa al lavoro, di una soggettività sempre più consapevole della propria situazione e delle proprie potenzialità, sempre più in grado di concepire e realizzare la propria autonomia” (A. Burgio, Strutture e catastrofi cit., 135-136).

            Una componente (o classe) della società sempre più vasta e sempre più in grado cioè di comprendere appieno il reale sviluppo “sociale” (integrato, coordinato, associato e collettivo) delle forze produttive del lavoro umano ed il suo essenziale contrasto con le forme capitalistiche di appropriazione “privata” del prodotto di tale lavoro associato; sempre più in grado dunque di raggiungere la piena coscienza della necessità storico-razionale di abolire i rapporti di produzione/proprietà capitalistici sostituendoli con forme di proprietà collettiva socialista e con conseguenti forme più razionali e più giuste di distribuzione ugualitaria dello stesso prodotto sociale in funzione del pieno soddisfacimento dei bisogni individuali e collettivi dell'intera società.

            Ne “Il Capitale” (Libro I cit.) Marx definisce il concetto di lavoro “indipendentemente da qualsiasi forma sociale determinata”: “il lavoro è innanzitutto un processo tra uomo e natura, un processo nel quale l'uomo media, regola e controlla il proprio metabolismo con la natura per il tramite della propria attività. Egli si contrappone alla materia naturale come una potenza naturale. Le forze naturali appartenenti alla sua corporeità – braccia, gambe, testa e mano – egli le mette in movimento allo scopo di appropriarsi della materia naturale in una forma utilizzabile per la propria vita. Nel momento stesso in cui, attraverso questo movimento, agisce sulla natura fuori di sé e la trasforma, egli trasforma al tempo stesso la natura sua propria”.

            Ciò che caratterizza questa complessa attività pratico-produttiva “è non solo la sua bilateralità (l'essere sempre luogo di riproduzione e trasformazione di sé e del mondo” (A. Burgio, Strutture e catastrofi cit., 137), l'assumere la dimensione dialettica del rapporto “organico” di interazione reciproca tra l'essere umano (il “soggetto”), come parte essenziale della realtà materiale/naturale complessiva, e la stessa realtà materiale/naturale oggettiva – rapporto attraverso il quale si attua concretamente la trasformazione e l'evoluzione dinamica della natura universale (dell'essere umano e del suo ambiente) - “ma anche la sua razionalità, la sua dimensione sostanzialmente razionale, “di agire teleologicamente strutturato” (A. Burgio, Strutture e catastrofi cit. 137), di agire pratico guidato da modelli/schemi concettuali sempre più razionali e universali, cioè sempre più conformi, sul piano sociale, a criteri razionali di giustizia, correttezza ed equità.      

[46]         L. Geymonat, Storia del pensiero filosofico, III, Milano, 1982, 355-356, il quale afferma anche che il più importante contributo al materialismo dialettico, dopo i testi di Marx ed Engels, è stato dato da Lenin con l'opera “Materialismo ed empiriocriticismo” (1908) che contiene un'aspra polemica contro i seguaci di Mach (quindi di Berkely e di Hume) inserendosi autorevolmente nel dibattito che oppone materialismo dialettico ed empiriocriticismo, cioè “in una delle questioni filosofiche più serie del nostro secolo”.

[47]  Per dirla con Engels, vi sono tre leggi fondamentali della dialettica, ricavabili induttivamente dalla storia     della natura, che ricomprende la storia della società umana, ed esse sono anche leggi logiche del        pensiero: la legge della conversione della quantità in qualità e viceversa; la legge della  compenetrazione degli opposti; la legge della negazione della negazione (ossia della sintesi dialettica     delle contraddizioni).

     Il principio di contraddizione è il fondamento della dialettica ed è presente in tutti i fenomeni naturali           (anche e soprattutto nel pensiero, in quanto fenomeno naturale che “riflette” i fenomeni naturali): esso è           “la contraddizione che continuamente si pone e continuamente si risolve” (Engels, Dialettica della  natura, 1883); nel processo dialettico (hegeliano e poi marxengelsiano) l'affermazione di un concetto (e    l'esistenza di un correlato ente o fatto reale – data la coincidenza tra la struttura logico-razionale del        pensiero e        quella della realtà materiale) costituisce la tesi; l'affermazione di un concetto (e l'esistenza di            un correlato ente o fatto materiale) contraddittorio costituisce l'antitesi; dalla loro connessione (o    “mediazione”) dialettica scaturisce la “sintesi, che accoglie tesi ed antitesi in una unità superiore, in           cui        entrambe vengono conservate come momenti diversi” (L. Geymonat, Storia del pensiero filosofico, III,           Milano, 1982, 63).

     Si parte dal principio di identità che afferma che A=A (tesi); questa affermazione, svolta con coerenza,         porta necessariamente ad affermare il non-A (antitesi): se si afferma, infatti, che A è A, bisogna         riconoscere che A non è non-A (principio di non contraddizione, A è diverso da non-A), ossia che “il      non-A limita A, lo nega, lo condiziona”; la sintesi che ne scaturisce è costituita dal profondo       collegamento/rapporto dialettico esistente tra A e non-A (dalla concreta mediazione dialettica tra tesi ed antitesi), che conduce a riconoscere logicamente che (in modo non astratto) A non sta da sé, non è isolato, ma che esso è il momento di un complesso reale e razionale più vasto, il quale comprende, in un dinamico e perpetuo movimento dialettico, tanto A quanto il suo opposto (cfr. L. Geymonat, Storia del pensiero filosofico cit., 63).

     Nel sopra descritto significato Engels parla di “compenetrazione degli opposti” (cioè di connessione/correlazione dialettica dei termini antitetici), così come, analogamente, nota che nei fenomeni naturali si dimostra costantemente che i mutamenti quantitativi producono mutamenti qualitativi della materia e viceversa (e tali cambiamenti concreti si riflettono nel pensiero e vengono perfettamente rappresentati sul piano razionale-concettuale - generale e astratto -, essendo tale piano concettuale comunque e sempre un prodotto della materia in movimento).

     La negazione della negazione, ossia la superiore sintesi della contraddizione dialettica, viene affermata da Engels citando Marx, laddove, ne “Il Capitale”, scrive che “Il modo di appropriazione capitalistico che nasce dal modo di produzione capitalistico, e quindi la proprietà privata capitalistica, sono la prima negazione della proprietà individuale, fondata sul lavoro personale. Ma la produzione capitalistica genera, essa stessa, con l'ineluttabilità di un processo naturale, la propria negazione. E' la negazione della negazione. E questa non ristabilisce la proprietà privata, ma invece la proprietà individuale fondata sulle conquiste dell'era capitalistica, sulla cooperazione e sul possesso collettivo della terra e dei mezzi di produzione prodotti dal lavoro stesso”. In altri termini, la rivoluzione comunista, il potere politico dei lavoratori ed il nuovo modo di produzione socialista, sono la sintesi (la “negazione” del modo di produzione, dei rapporti di proprietà e del potere politico del capitale, a loro volta “negazione” della proprietà individuale fondata sul lavoro personale) che introduce storicamente la nuova proprietà individuale dei beni di consumo (equamente distribuiti) fondata sulla proprietà socialista (comune) dei mezzi di produzione concentrati e sviluppati, generati dallo stesso lavoro collettivo, organizzato e disciplinato (il quale trova la sua origine storica già all'interno del modo di produzione e della formazione economico-sociale capitalistica).

     Engels peraltro, significativamente e rendendo omaggio alla migliore tradizione filosofica precedente, cita anche il Rousseau del “Discorso sull'origine e i fondamenti dell'ineguaglianza tra gli uomini”, che vede nello stato di natura una condizione di uguaglianza tra gli uomini, negato dal progresso storico-sociale che introduce la disuguaglianza, la discriminazione e l'oppressione; queste aumentano fino al loro culmine, sotto la “tirannia”, la quale rende tutti gli uomini uguali (tranne pochi), perchè “tutti non sono niente” e tutti dovranno spezzare la tirannide dei pochi: “E' così la disuguaglianza si muta a sua volta in uguaglianza, non però nell'antica uguaglianza naturale degli uomini primitivi privi di linguaggio, ma in quella più elevata del contratto sociale. Gli oppressori vengono oppressi. E' la negazione della negazione” (che ristabilisce l'uguaglianza e la libertà sostanziale di tutti gli uomini, attraverso la volontà collettiva, generale ed universale, del contratto sociale, forma altamente “democratica” della coesistenza sociale).  

[48]         In questo senso, V.I. Lenin, Materialismo ed empiriocriticismo, trad. it., Milano, 2004, 57, 59 e 87, afferma “(...) il materialismo, in pieno accordo con le scienze naturali, considera come dato primordiale la materia e come dato secondario la coscienza, il pensiero, la sensazione; poiché la sensibilità è connessa, in una forma chiaramente espressa, unicamente alle forme superiori della materia (materia organica), mentre <<nelle fondamenta dell'edificio stesso della materia>> si può soltanto supporre l'esistenza di una facoltà simile alla sensibilità. (...)”; la sensazione è cioè “connessa soltanto a determinati processi che si svolgono nella materia organizzata in un determinato modo (...)” e le vere concezioni dei materialisti “non consistono nel dedurre la sensazione dal movimento della materia o nel ridurre la sensazione al movimento della materia, ma nel considerare la sensazione come una delle proprietà della materia in movimento. (…). Le scienze naturali affermano con sicurezza che la terra esisteva in condizioni tali che né l'uomo né in generale qualsiasi altro essere vivente esisteva e poteva esistere su di essa. La materia organica è un fenomeno ulteriore, frutto di un lunghissimo sviluppo. (…) La materia è primordiale, il pensiero, la coscienza, la sensazione sono il prodotto di uno sviluppo molto elevato. Questa è la teoria materialistica della conoscenza, sulla quale poggiano istintivamente le scienze naturali”.

[49]         F. Engels, La dialettica della natura, 1883

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