Stampa
Categoria: Saggi
Visite: 572

 Mario Cermignani*

 

L'articolo, partendo dall'analisi del fondamento dell'imposizione fiscale sul reddito e sul patrimonio, ripercorre i principi ed i concetti basilari della teoria economica marxista e descrive il ruolo e la funzione dello Stato del capitale nella sua fase “imperialistica”, all'interno del processo generale di produzione ed accumulazione; individua quindi gli obiettivi della nazionalizzazione sotto il controllo dei lavoratori delle banche e delle grandi aziende e dell'imposta progressiva sui grandi patrimoni come elementi necessari per la transizione rivoluzionaria al socialismo ed al Governo del lavoratori, inserendo lo sviluppo razionale della realtà economico-sociale complessiva verso il comunismo nel contesto dei principi del materialismo dialettico, base filosofica essenziale del marxismo.

La centralità del “fenomeno fiscale” nel processo di produzione/accumulazione del capitale: un'analisi marxista del fondamento dell'imposizione tributaria sul reddito e sul patrimonio

I concetti economico-giuridici (e dunque le definizioni giuridico-tributarie) di reddito d’impresa e reddito di lavoro dipendente (le due principali categorie di reddito fiscalmente rilevante), si incardinano sul dato strutturale rappresentato dal rapporto sociale fondamentale del modo di produzione capitalistico, ossia il rapporto “capitale-lavoro”: esso è un rapporto di produzione materiale, che assume la veste giuridica di “rapporto di proprietà” tra il soggetto (o, più precisamente, la classe di soggetti) che ha il possesso/controllo del capitale costante (mezzi o strumenti di produzione) ed il soggetto (la classe di soggetti) che dispone soltanto della propria forza-lavoro o capacità lavorativa (cioè la possiede e ne è giuridicamente “proprietario”), dovendola necessariamente vendere sul mercato, attraverso un “negozio giuridico” (cioè un contratto di lavoro avente ad oggetto lo scambio tra una prestazione lavorativa ed un salario), alla classe sociale che detiene i mezzi produttivi (e dunque controlla le imprese) ed al corrispettivo valore di scambio - o prezzo - costituito dal salario, per procurarsi i mezzi di sussistenza.

Giuridicamente (e sul piano esclusivamente “logico-formale”/astratto), dunque, il contratto (ed il correlato rapporto) di lavoro subordinato è un contratto di “scambio” tra attività lavorativa (prestazione a cui si obbliga sul piano giuridico il lavoratore) e retribuzione o salario (prestazione a cui si obbliga, sempre sul piano giuridico ed in modo reciproco rispetto alla prestazione del lavoratore, il datore di lavoro) ed è un contratto a prestazioni corrispettive o “commutativo”, cioè un contratto di “scambio” tra prestazioni reciproche ed (astrattamente) equivalenti/uguali; in esso, dunque, vige, in linea teorica ed astratta (e secondo la scienza giuridica), un principio di tendenziale equivalenza/uguaglianza, corrispondenza “sostanziale” (di tipo “concettuale”) o proporzionalità tra l'entità/valore delle prestazioni scambiate, dovendo tale strumento giuridico conformarsi ad un generale e razionale principio di “giustizia commutativa” tra le parti, che consiste nel dovere rendere una prestazione corrispondente ed uguale/equivalente a quella che si riceve.

In altri termini, le due prestazioni scambiate (lavoro e salario) trovano reciproco fondamento razionale giustificativo l'una nell'altra. Il “valore di scambio” (o prezzo) della forza-lavoro sul mercato (cioè della prestazione lavorativa offerta dalla classe lavoratrice alle imprese, o, meglio, alla classe sociale dei proprietari delle imprese) è appunto il “salario” o la retribuzione, che costituisce il reddito derivante dal lavoro subordinato e che il lavoratore riceve come controprestazione correlata alla prestazione costituita dall'attività lavorativa fornita all'impresa o, comunque, al datore di lavoro. Tale retribuzione, sotto il profilo dei principi fondamentali dell'ordinamento giuridico, dovrebbe, in ogni caso, essere proporzionata alla quantità ed alla qualità del lavoro prestato e comunque sufficiente a garantire al lavoratore stesso un'esistenza “libera e dignitosa” (come, ad esempio, recita l'art. 36 della Costituzione italiana, una delle Costituzioni democratiche oggettivamente più avanzate sul piano sociale).

Questo nel “mondo” (razionale ed astratto) dei concetti e dei principi giuridici generali.

Il discorso però cambia radicalmente se si analizza la oggettiva e concreta realtà economico-sociale, nel contesto della quale il rapporto di produzione capitale-lavoro (all'interno di un sistema di tipo capitalistico) è inevitabilmente, nella sua intima essenza sostanziale, un rapporto di effettivo dominio/controllo del capitale stesso sulla forza-lavoro produttiva (vale a dire innanzitutto sulla classe operaia industriale) ed in generale su tutta la forza-lavoro salariata, nelle sue varie articolazioni e stratificazioni: tale dominio/controllo è finalizzato prioritariamente allo sfruttamento intensivo e prolungato della stessa forza-lavoro, funzionale all'estrazione del massimo livello di plusvalore “mediamente” possibile (valore aggiuntivo prodotto dal lavoro ed appropriato senza corrispettivo salariale dal capitalista), attraverso l'aumento della produttività/ritmi lavorativi, il prolungamento del tempo di lavoro assoluto e/o la riduzione-compressione dei salari.

E’ evidente che dal descritto rapporto di produzione/proprietà capitale-lavoro deriva il connesso (e speculare) rapporto di distribuzione “profitto-salario”, cioè la relazione di ripartizione quantitativa del valore complessivo realizzato nel processo produttivo sociale, tra i singoli soggetti che vi partecipano.

Sul piano economico, sono infatti redditi di lavoro subordinato tutti quelli derivanti dalla remunerazione di un’attività lavorativa prestata alle dipendenze di altri, mentre sono redditi di capitale-impresa tutti quelli derivanti dal possesso/controllo di un capitale (sia in forma di beni durevoli di produzione – complessi aziendali –, sia in forma monetaria/finanziaria, ossia sotto la forma di somme di denaro di una certa consistenza, di titoli rappresentativi di un finanziamento/credito o di quote di partecipazione al capitale di una società).

La base materiale del reddito d’impresa (vale a dire del profitto), dei redditi di capitale (interessi, dividendi/utili derivanti dalla partecipazione al capitale di società o enti – dunque, sostanzialmente, quote di profitti -, proventi comunque derivanti da rapporti aventi ad oggetto impiego di capitale, ma anche, in senso ampio, plusvalori immobiliari e finanziari, rendite e redditi di natura fondiaria e finanziaria in genere), così come del reddito di lavoro dipendente (salario), è pertanto costituita dall'unitario processo economico generale di produzione-circolazione-valorizzazione del capitale, imperniato sul centrale “meccanismo” della produzione di “plusvalore” (valore “ulteriore” riconducibile al plusprodotto generato dal lavoro collettivo o “sociale” e non attribuito alla classe lavoratrice ma alla classe dei capitalisti) e della sua continua trasformazione in capitale costante (fenomeno della accumulazione-concentrazione-appropriazione “privata” del plusvalore da parte della classe “possidente”, sotto forma prima di reddito e poi di patrimonio).

Nella imputazione dei redditi, il citato meccanismo generale viene evidentemente considerato con riferimento alla particolare fase della distribuzione individuale (e dunque tra le classi sociali) del valore complessivo prodotto dal sistema[1].

Si tratta quindi di un “meccanismo sociale” incentrato sull'appropriazione (senza alcuna controprestazione equivalente o corrispettivo) da parte della classe che ha la “proprietà privata” dei mezzi di produzione (cioè del “capitale”), del valore ulteriore (rispetto al salario) prodotto dal lavoro associato, combinato ed interdipendente (lavoro “sociale” o collettivo) cui è oggettivamente costretta, dallo sviluppo economico (cioè dallo sviluppo delle forze/capacità produttive dello stesso lavoro sociale), la classe lavoratrice. Appare pertanto chiaro che il capitale è essenzialmente costituito da valore-lavoro altrui espropriato ed accumulato e che l'intero processo di produzione capitalistica non è altro che una gigantesca “espropriazione sociale” da parte di pochi nei confronti della maggioranza della società, dunque fondamentalmente una negazione del diritto “naturale” di proprietà dell'uomo sul prodotto del proprio lavoro diretto e personale (ovviamente inserito e “dialettizzato” all'interno di un più ampio contesto sociale/collettivo)[2].

Ciò implica logicamente la profonda iniquità e non razionalità di tutte le attuali regole di distribuzione/ripartizione del prodotto sociale.

Nella predetta dinamica economico-sociale, fondata comunque sul rapporto capitale-lavoro (e, come detto, considerata nella particolare fase della distribuzione individuale del valore complessivo generato dal sistema), può rinvenirsi in ogni caso una fonte produttiva “generale” del reddito imputabile, mediante una relazione di “possesso” (vale a dire attraverso un rapporto di “distribuzione” tra profitti, interessi, rendite e salari), ai singoli soggetti (direttamente o indirettamente) coinvolti; è questa ripartizione che viene “normativamente” considerata come indice di capacità contributiva ai fini del concorso alle spese pubbliche ossia ai fini dell'imposizione fiscale sul reddito.

Riassumendo il quadro delineato, si può constatare (dall'osservazione empirica del complesso fenomeno economico-sociale) che, escludendo i redditi da attività lavorativa, tutte le categorie giuridico-tributarie fondamentali per la misurazione del “reddito imponibile” (ovvero di quella particolare capacità economica costituita dall'incremento patrimoniale imputabile soggettivamente e qualificabile come presupposto oggettivo dell'obbligazione tributaria) – e che si risolvono sostanzialmente nelle (speculari) categorie economiche del profitto industriale e commerciale (reddito d'impresa), degli interessi, degli utili/dividendi da partecipazione societaria e delle rendite finanziarie (redditi di capitale), dei “guadagni occasionali” da capitale (redditi “diversi”, tra i quali le plusvalenze patrimoniali e finanziarie assumono un ruolo centrale), della rendita fondiaria (redditi fondiari e proventi immobiliari) – rappresentano altrettante “forme modificate del plusvalore”, generato dalla forza-lavoro salariata nel processo complessivo di produzione/circolazione/accumulazione del capitale e distribuito tra le varie frazioni e strati della “classe” di soggetti che assume una posizione di sovraordinazione (“dominante” di fatto) nei rapporti economico-sociali in virtù del possesso/controllo (proprietà) del capitale stesso, in forma finanziaria, immobiliare o di mezzi materiali di produzione (aziende)[3].

Inoltre, considerando anche il valore di scambio (o prezzo) della stessa forza-lavoro (cioè il salario e, dunque, il “reddito di lavoro dipendente”) si può dire che le norme fiscali, come strumenti di “misurazione giuridica della capacità economica individuale”[4] funzionale al conseguimento delle entrate tributarie, trovano il loro fondamento sociale “strutturale” nel processo produttivo e nel “valore complessivo” da esso scaturente, con particolare riferimento alla fase della sua distribuzione tra i singoli soggetti che partecipano al processo medesimo, occupandovi una specifica posizione sociale.

La circolazione complessiva del capitale è, infatti, un fenomeno oggettivo costituito da un unico movimento circolare che passa attraverso le medesime fasi successive:

Tale valore (in forma monetaria) dovrà, in una successione ciclica, essere nuovamente trasformato in capitale (costante e variabile), reinnescando continuamente il processo circolare di produzione/valorizzazione e ponendo le basi materiali dell'accumulazione e della concentrazione del capitale (nelle mani di una minoranza sociale di soggetti che ne detiene la “proprietà privata”)[5].

Occorre tenere presente, per capire meglio la base strutturale dell'analisi, che la forza-lavoro umana, in un sistema economico-sociale di tipo capitalistico, costituisce l'unica “merce” in grado di svolgere una duplice funzione: la conservazione di tutti i valori incorporati nei mezzi di produzione esistenti (macchinari, strumenti di lavoro, edifici, impianti, infrastrutture, etc.) e la creazione di valore “nuovo” (aggiuntivo/ulteriore), di cui il “plusvalore” (in senso stretto) rappresenta una parte. Una quota di tale valore nuovo va, in fase di distribuzione, allo stesso lavoratore subordinato per il suo mantenimento (preservazione e riproduzione della forza-lavoro); essa è rappresentata dal salario (prezzo o valore di scambio sul mercato della stessa forza lavoro o “capitale variabile”). L'altra parte costituisce appunto il “plusvalore”, ossia il valore del prodotto “supplementare” (“sovrapprodotto” rispetto al capitale variabile cioè al salario) creato dal lavoratore subordinato (o meglio dalla classe dei soggetti che vende la propria forza-lavoro sul mercato) nel tempo di lavoro “supplementare” (“pluslavoro”) ed acquisito senza corrispettivo dalla classe sociale di soggetti che detiene, possiede o controlla giuridicamente (e chiaramente “di fatto”) i mezzi di produzione (mobili ed immobili) ed il capitale finanziario (cioè, complessivamente, il “capitale costante”), nonché l'intero processo produttivo[6].

Ciò consente al capitale di realizzare mediamente il più elevato tasso di profitto possibile, nelle varie e concrete condizioni dei rapporti di forza tra le classi: il tasso di profitto (ovvero il margine di utile per l'impresa capitalistica) si pone, infatti, in rapporto di immediata e diretta correlazione con il plusvalore, inteso come valore ulteriore (il “maggior valore” rispetto ai costi dei fattori impiegati) generato dalla forza-lavoro (in particolare ed in via prevalente, dalla classe operaia) nel processo produttivo, di cui, come detto, si appropria, senza dare nulla in cambio, il capitale e la classe che lo detiene (la borghesia).

Posto dunque quanto sopra, c’è un altro punto fermo da analizzare: tutte le definizioni di “reddito imponibile” ricostruibili sulla base dell’esame delle varie norme positive che si sono stratificate nel corso del tempo, si collegano al concetto economico-giuridico di patrimonio e, in sostanza, concordano nel ritenere che il reddito assunto ad oggetto dell’imposta relativa consiste in un incremento (o “accrescimento”) del patrimonio, attribuibile ad un determinato soggetto con riferimento ad un intervallo temporale definito, e concepibile solo in termini di “valore” economico (dunque, misurabile in denaro, equivalente monetario del valore).

Tale “accrescimento” implica quindi una “quantità di valore” ulteriore (reddito) che si aggiunge al patrimonio originario (cioè all'insieme “statico” dei diritti proprietari e di credito e dunque, in sostanza, al “capitale” nel senso più ampio), posseduto dal soggetto all’inizio del periodo di riferimento dell’imposta, incrementandolo.

Peraltro, specularmente, deve evidenziarsi come il patrimonio sia a sua volta costituito dall'accumulazione/stratificazione/concentrazione di redditi nel corso del tempo.

Vi è dunque, in sintesi, una strettissima correlazione dialettica tra il concetto economico-giuridico di reddito e quello di patrimonio in quanto essi rappresentano razionalmente le caratteristiche essenziali dello stesso fenomeno sociale, rispettivamente dal punto di vista dinamico (il reddito) e da quello statico (il patrimonio).

E’ comunque necessario precisare che il reddito, come fenomeno economico-sociale “naturale” (e perciò “reale” nella sua materialità), costituito essenzialmente da accrescimenti di valore dei beni capitali, non può mai essere frutto diretto, necessario ed esclusivo di una sola causa, scaturendo piuttosto da un complesso di fattori concorrenti, anche tra loro apparentemente indipendenti (che in realtà si intersecano ed influenzano reciprocamente in modo “dialettico”).

La molteplicità di cause può però ricondursi, in sostanza, a quella che rappresenta l’unica (ed ultima) base materiale (o fonte produttiva) di tutte le categorie reddituali previste dalla normativa tributaria; tale base, come si è illustrato, è costituita dal processo economico generale/unitario di circolazione-valorizzazione del capitale, incardinato sul centrale meccanismo della produzione di “valore” e di “plusvalore” (cioè di valore “aggiuntivo” riferibile al “plusprodotto” generato dal “lavoro collettivo” o “lavoro complessivo sociale” organizzato soprattutto nelle strutture produttive aziendali di dimensioni medio-grandi) e della sua continua trasformazione-accumulazione (attraverso la fase “distributiva”) in capitale costante cioè, in definitiva, in “patrimonio”, posseduto e controllato dalla classe dei “proprietari” e costituito essenzialmente da immobili, attività finanziarie/monetarie e “aziende” (capitale “produttivo” in senso stretto), tutti elementi patrimoniali suscettibili di produrre redditi[7].

Nel descritto processo economico-sociale, innestato sul rapporto capitale-lavoro (e considerato nella particolare fase della distribuzione individuale del valore complessivo generato dal sistema), può dunque essere individuata, in ogni caso, la fonte produttiva “generale” non solo del reddito imputabile, mediante una relazione di “possesso” (e dunque attraverso un rapporto di “distribuzione” tra profitti, interessi, rendite e salari), ai singoli soggetti (direttamente o indirettamente) coinvolti, ma anche del patrimonio/capitale ripartito/distribuito ed accumulato (in modo ineguale) tra soggetti (la minoranza sociale) che ne hanno la “proprietà” e soggetti (maggioranza sociale) che ne sono privi (del tutto o quasi).

La produzione capitalistica ed il processo di accumulazione/concentrazione del capitale/patrimonio

In termini matematici, quanto affermato è traducibile nella seguente formula che indica il “saggio di profitto” capitalistico: pr = pl/C+V; ciò significa che il saggio di profitto (pr) è uguale al rapporto tra il plusvalore (pl) e l'insieme del capitale (capitale costante C più capitale variabile V); esso dunque è direttamente proporzionale al plusvalore ed inversamente proporzionale al capitale variabile (il salario). La predetta equazione implica la formula che esprime il saggio di plusvalore (ossia il saggio di sfruttamento della classe lavoratrice): pl/V. Essa descrive il rapporto tra il plusvalore ed il salario (il capitale variabile V) ed indica il “modo in cui il valore nuovo si distribuisce tra capitalisti ed operai”[8].

Tutta la produzione capitalistica può dunque rappresentarsi nel seguente schema concettuale: C+V+pl, in cui C è il “capitale costante”, cioè il capitale trasformato in macchine, strumenti di produzione, edifici, impianti, mezzi monetari (equivalenti del valore prodotto ed accumulato) etc.; V è il “capitale variabile” ossia quella parte del capitale monetario utilizzata per acquistare la forza-lavoro salariata (si tratta dunque del complesso delle retribuzioni per prestazioni di lavoro subordinato o “salario”), unico elemento che produce “valore nuovo”, che consente il processo di accumulazione e che permette al capitalista di aumentare il proprio capitale attraverso la realizzazione e l'appropriazione del plusvalore (pl) (sotto forma di profitto conseguente allo scambio/vendita sul mercato delle merci prodotte).

La logica economica di tutto il sistema capitalistico è dunque quella della concorrenza tra i soggetti economici sul mercato e del connesso impulso all'aumento della produttività del lavoro (rapporto tra la quantità di prodotto e la quantità di tempo di lavoro “socialmente necessario” alla produzione) mediante lo sviluppo/perfezionamento della tecnologia (mezzi meccanici strumentali alla produzione).

Di conseguenza il sistema, nel suo complesso, tende all'incremento costante della produzione di merci (beni e servizi) e della quantità complessiva di plusvalore da realizzare/accumulare attraverso il profitto; è un andamento fondamentalmente espansivo che ha come effetto l'aumento della cd. “composizione organica del capitale” (che è il rapporto tra il capitale costante ed il complesso del capitale C/C+V), ossia l'accrescimento del peso quantitativo del capitale costante C (in progressiva accumulazione) rispetto all'insieme del capitale, con l'ulteriore conseguenza di generare il fenomeno della tendenziale riduzione del saggio medio di profitto, posto che se, nella frazione pr = pl/C+V, aumenta C, il valore della frazione stessa si riduce.

Detta riduzione tendenziale del saggio medio di profitto obbliga i capitalisti (al fine di mantenere invariato lo stesso saggio di profitto pl/C+V) ad aumentare il saggio di plusvalore (il tasso di sfruttamento della classe operaia) pl/V, incrementando l'estrazione di plusvalore (assoluto e relativo) e/o riducendo i salari.

L'operazione fondamentale dell'economia capitalistica è quindi la produzione di plusvalore; la realizzazione effettiva del plusvalore attraverso lo scambio sul mercato delle merci prodotte (il cui effetto sul piano distributivo è rappresentato dal profitto privato del capitalista), consente l'accumulazione del capitale, ossia la trasformazione in capitale supplementare (o, con terminologia giuridica, in “patrimonio” privato) di una parte del plusvalore generato dal lavoro collettivo subordinato e appropriato senza corrispettivo dalla classe capitalistica (mentre un'altra parte – relativamente minore - dello stesso plusvalore viene consumata improduttivamente sempre dalla classe dominante): l'accumulazione o valorizzazione del capitale si identifica pertanto con il processo di capitalizzazione del plusvalore prodotto dal lavoro, cioè con il processo circolare di trasformazione in capitale (aziende, edifici, macchine, infrastrutture, ulteriore patrimonio aggiuntivo ed altra forza-lavoro) di gran parte del plusvalore (cioè del lavoro non pagato alla classe lavoratrice e tradotto in proprietà privata dei capitalisti).

Lo stesso aumento della composizione organica del capitale costituisce quindi un effetto del processo di capitalizzazione/accumulazione, cioè, come si è visto, di produzione di plusvalore da parte della classe operaia e della sua trasformazione in capitale/patrimonio posseduto dalla classe socialmente dominante[9].            

Un ulteriore effetto tipico del processo di accumulazione del capitale (e dell'aumento della sua composizione organica) è, attraverso la concorrenza tra capitalisti, quello della concentrazione/centralizzazione dello stesso capitale sotto il controllo di un numero sempre più ristretto di soggetti (con corrispondente aumento della proletarizzazione di ampi settori sociali intermedi e trasformazione di un rilevante numero di piccoli e medi imprenditori indipendenti e di lavoratori autonomi in lavoratori formalmente e/o sostanzialmente subordinati) e della formazione di grandi gruppi industriali-finanziari oligopolistici o monopolistici.

Si assiste dunque ad una fase di sviluppo del sistema economico-sociale (quella attualmente ancora in corso), in cui si ha la piena conferma del più ampio processo (previsto da Marx ed analizzato poi da Lenin ne “L'imperialismo fase suprema del capitalismo”, scritto nel 1916) di concentrazione/centralizzazione del capitale, della connessa compenetrazione tra capitale industriale e capitale bancario/creditizio (attraverso rapporti di partecipazione societaria reciproca e diffusi/permanenti rapporti di debito-credito), della formazione di grandi gruppi economico-finanziari (cd.“conglomerati” finanziari) operanti sui mercati internazionali delle merci e soprattutto dei capitali, della “finanziarizzazione” dell'economia mondiale (ossia del fenomeno dell'esportazione dei capitali, della “sovraespansione” della sfera finanziaria del sistema economico e dell'accentuazione dei tratti spiccatamente finanziari delle stesse imprese industriali), nonché dei riflessi immediati di tutti i predetti fattori oggettivi sul settore propriamente produttivo deputato alla generazione di plusvalore.

In termini più generali, banche, gruppi finanziari ed assicurativi, società di gestione del risparmio, fondi comuni di investimento, fondi “speculativi”, fondi pensione, fondi “sovrani” (o statali) sono, nell'attuale fase di sviluppo del sistema economico, i veri protagonisti di questo enorme meccanismo di centralizzazione: essi raccolgono i capitali da privati, imprese ed anche enti pubblici o istituzioni statali, li accentrano e li convogliano in investimenti azionari, obbligazionari, immobiliari, in strumenti e contratti finanziari di vario genere, agendo su tutti i mercati mondiali (finanziari e non).

Si tratta in sostanza di una fase di marcata “finanziarizzazione del capitale”, caratterizzata dall'enorme sviluppo dei mercati dei capitali, dall'incremento rilevante delle attività finanziarie (investimenti, anche – e soprattutto - puramente speculativi, in titoli, azioni, obbligazioni, prodotti finanziari derivati da tali titoli e strutturati su di essi, etc.) e dall'acquisizione di una crescente autonomia “egemonica” sovranazionale da parte dello stesso capitale finanziario (costituito proprio dalla connessione tra capitale industriale e capitale bancario/monetario) sul capitale propriamente produttivo.

Le crisi capitalistiche come crisi di sovrapproduzione di merci e di sovraccumulazione di capitale

 

La descritta tendenza (espansiva) del sistema economico capitalistico alla produzione illimitata di merci (beni e servizi, ossia “valori di scambio”) e la ricerca costante (ed “anarchica”) della massimizzazione del profitto privato, genera inevitabilmente (oggettivamente) le cicliche crisi di sovrapproduzione, dovute appunto all'eccesso di produzione rispetto alla capacità di assorbimento della domanda di mercato (saturazione del consumo solvibile), con l'effetto immediato della mancata realizzazione del plusvalore incorporato nelle stesse merci, del calo dei margini di profitto e della successiva (e conseguente) interruzione (o rallentamento) dello stesso processo generale di produzione ed accumulazione del capitale; da ciò deriva il marcato calo degli investimenti produttivi, l'aumento della disoccupazione (e della miseria sociale generalizzata con la creazione di un sempre più vasto “esercito industriale di riserva” composto da forza-lavoro inoccupata o sottoccupata) e l'ulteriore calo recessivo della capacità complessiva di consumo e della domanda aggregata.

Le crisi del sistema sono dunque determinate da sovrapproduzione di valori di scambio e sovraccumulazione di capitale: si tratta, nella sostanza, di enormi quantità di capitale “eccedente” (accumulato in eccesso) che non trovano occasione di valorizzazione nei settori produttivi (ossia non trovano concrete possibilità di investimento che possano generare profitto attraverso lo sfruttamento “produttivo” del lavoro e quindi attraverso l'estrazione di plusvalore, reinnescando la dinamica dell'accumulazione).

La diminuzione tendenziale del saggio di profitto (che nelle fasi di crisi subisce indubbiamente un'accelerazione) e la descritta sovraccumulazione di capitale (che appunto genera ingenti “surplus” di capitale monetario non reinserito nel processo produttivo di circolazione/valorizzazione) costringono il capitale stesso a cercare nuovi “sbocchi” (nella sfera finanziario-speculativa, nei nuovi mercati, nello sviluppo capitalistico di nuove aree geografiche, in nuovi settori economici etc.) potenzialmente funzionali ad una sua ulteriore valorizzazione (anche “fittizia” ossia, come detto, di tipo meramente finanziario)[10].

Il fenomeno, quindi, rappresenta l'effetto normale dello sviluppo economico capitalistico ed è generato direttamente dal processo di riproduzione ed accumulazione, che determina ciclicamente “eccedenze” (o “surplus”) di capitale, le quali vengono “valorizzate” dai soggetti detentori (in ragione dei fisiologici cali di redditività degli investimenti nei settori propriamente industriali) soprattutto nel “segmento” finanziario, cioè sui mercati finanziari internazionali (nel più ampio quadro oggettivo dell'esportazione/circolazione dei capitali a livello mondiale).

Questo comporta indubbiamente un notevole impulso alla progressiva compenetrazione ed interdipendenza tra capitale industriale e capitale bancario-assicurativo, un maggior rilievo (quantitativo e qualitativo) dei connotati e degli elementi (“assets”) finanziari del patrimonio dei gruppi industriali-commerciali ed una sempre più stretta interconnessione tra attività produttive ed attività finanziarie: non esistono infatti attualmente separazioni nette tra gruppi di imprese industriali e/o commerciali e gruppi finanziari/bancari (e, quindi, tra percettori di profitti e percettori di interessi/rendite/plusvalenze finanziarie); i gruppi capitalistici più concentrati e più forti (ma anche, in una certa misura, i gruppi di media dimensione) operano costantemente sui mercati finanziari, acquisendo titoli societari partecipativi, titoli obbligazionari (privati e pubblici), investendo in generale in tutte le attività e gli strumenti finanziari ed intervenendo sui mercati dei cambi valutari[11].

Si è parlato, a ragione, di un “regime di accumulazione finanziarizzata mondiale”[12], che orienta lo sviluppo del capitalismo determinandone le condizioni di finanziamento[13].

Nel concreto, lo sviluppo capitalistico asiatico, ed in particolare la poderosa crescita, nell'ultimo quindicennio, della potenza industriale e commerciale cinese, trainata dall'esportazione di merci a basso costo e da cambi sottovalutati (ma fondamentalmente generata dallo sfruttamento intensivo di un enorme serbatoio di forza-lavoro salariata, strappata all'arretratezza delle campagne e trascinata nella modernità delle fabbriche capitalistiche), ha prodotto un enorme sovraccumulazione di plusvalore e corrispondenti flussi di capitali “eccedenti” in uscita, da riciclare ed investire prevalentemente nella metropoli imperialistica statunitense, la cui industria dei servizi finanziari (grandi banche, Borsa, fondi comuni di investimento e società di gestione del risparmio – che svolgono la funzione strategica di raccolta dei capitali al fine di concentrarli ed impiegarli in valori mobiliari, titoli e strumenti finanziari o immobiliari) garantiva la migliore capacità tecnico-organizzativa di gestione ed allocazione degli stessi flussi sui mercati.

Ma i predetti flussi di capitale (o di risparmio, cioè il cd. “saving glut”) provenienti dalle economie emergenti, sono stati talmente consistenti da non trovare collocazione e rendimenti adeguati nel solo investimento produttivo, “tracimando” quindi negli investimenti puramente speculativi, che hanno generato una “bolla” (ossia una crescita abnorme e fittizia dei prezzi/valori di scambio) nei settori finanziario ed immobiliare.

In altri termini, l'esportazione di capitali provenienti dall'Asia (oltre che dalle economie della rendita petrolifera arabo-mediorientale) e riciclati (soprattutto attraverso i “fondi sovrani” di quei paesi) nelle piazze finanziarie di New York e Londra, ha alimentato il credito facile e l' “innovazione” finanziaria, che, a sua volta, ha costruito (mediante soprattutto gli strumenti finanziari derivati fondati su titoli di credito inesigibili o deteriorati) la piramide del “capitale fittizio” e gonfiato la bolla immobiliare-finanziaria.

In tale ottica, è evidente che non può esistere alcuna separazione fra “sfera finanziaria” e “sfera produttiva” del processo complessivo di circolazione del capitale, poiché la prima dipende direttamente (e dialetticamente) dalla seconda; in modo speculare, trattandosi appunto di parti interconnesse di un fenomeno economico-sociale unitario, gli effetti della crisi (e della “rottura” inevitabile delle bolle speculative) nel segmento finanziario-creditizio non possono non ripercuotersi ed estendersi (come in effetti si è verificato) al complesso dell'economia “reale” (ossia, attraverso l'aumento delle insolvenze e la conseguente drastica restrizione del credito, alla produzione ed al consumo, non solo americani o inglesi ma, ovviamente, mondiali).

Si tratta cioè di una crisi delle condizioni e dei meccanismi globali di creazione del credito e di valorizzazione complessiva del capitale, generata in ultima istanza dallo sviluppo “ineguale” (differenziato per aree geografiche e settori economici) del sistema economico capitalistico e del mercato mondiale, che si trasforma, con i riflessi del rallentamento americano ed europeo sulla crescita asiatica, in una vera e propria crisi del ciclo internazionale, con una ampia caduta generale di investimenti, consumi e produzione.

L'imposta patrimoniale progressiva come elemento di transizione al socialismo

Posto il quadro generale sopra delineato, risulta confermato da recenti dati statistici[14] (con riferimento all'Italia, ma il fenomeno è evidentemente esteso a tutti i paesi a capitalismo avanzato) quanto segue: il lavoro produce valore e reddito complessivo sociale, mentre, nella fase distributiva, si appropria di una quota assolutamente minore di tale reddito; i possessori/proprietari di capitale non svolgono alcun ruolo attivo nella produzione generale, ma si appropriano della quota maggioritaria del valore prodotto dal sistema sociale e la accumulano centralizzandola sotto forma di patrimonio privato.

Le classi sociali (minoritarie numericamente) che detengono il capitale in tutte le sue forme ed articolazioni (dunque possiedono i mezzi patrimoniali più ingenti e la forza economica più rilevante), da un lato, si appropriano, sotto forma di profitti, rendite e plusvalenze finanziarie-immobiliari, dell’intera quota di maggior valore sociale (prodotto dal lavoro collettivo); dall’altro, esse sfruttano un’ulteriore forma di redistribuzione regressiva del reddito a loro vantaggio, determinata sia dai meccanismi “fisiologici” del sistema tributario (minore tassazione, o addirittura completa detassazione, prevista dall’ordinamento per i profitti societari, per le rendite finanziarie, per le plusvalenze ed i redditi di capitale in genere, nonché per i grandi patrimoni), sia, come è ovvio, da fenomeni patologici ed ipertrofici, come evasione ed elusione fiscale, naturalmente presenti ed in qualche modo “tollerati” dal sistema complessivo.

Le classi lavoratrici (maggioritarie nella società), al contrario, sono gravate, sul loro reddito di lavoro dipendente (ed assimilato), ossia sulla parte di prodotto sociale che gli viene attribuita, di un eccessivo e sperequato carico fiscale, per cui esse concorrono alle spese pubbliche, per una quota di ben oltre l’80% del gettito complessivo dell’Irpef (Imposta sul reddito delle persone fisiche, principale fonte delle entrate tributarie).

Ciò genera un’enorme distorsione sul piano della giustizia distributiva, con un consistente e costante trasferimento unidirezionale di reddito e risorse: dalle classi e dagli strati sociali del lavoro dipendente (attivo e quiescente), al profitto privato ed alla rendita parassitaria.

I risultati di un recente studio sulla concentrazione della ricchezza in Italia confermano ampiamente questa tendenza: il 10% delle famiglie più ricche detiene oltre il 50% della ricchezza nazionale e dunque del reddito/patrimonio complessivo, mentre il 50% della popolazione (la metà più povera) ne detiene meno del 10%[15].

Solo una tassazione patrimoniale di tipo “progressivo”, ossia che cresce più che proporzionalmente al crescere del valore del patrimonio soggettivo, insieme ad una

imposizione ugualmente progressiva, secondo la stessa regola di crescenza più che proporzionale, sui profitti e sugli utili societari (ossia sui “redditi” dei capitalisti), potrebbe, in linea teorica, invertire l'attuale trasferimento di risorse finanziarie dal lavoro al capitale ed attuare una redistribuzione del reddito e della ricchezza complessiva più conforme a criteri razionali di giustizia (distributiva), spostando consistenti quote di prodotto sociale dalle classi possidenti (capitalisti) a quelle economicamente più svantaggiate (lavoratori e masse popolari oppresse e sfruttate o marginali), attraverso un massiccio finanziamento di attività, beni e servizi di interesse pubblico/generale, erogati direttamente dallo Stato e, più in generale, dai poteri pubblici, aventi rilevante utilità pubblico-collettiva e natura marcatamente “sociale”, nel senso che siano funzionali a garantire, tutelare e soddisfare i bisogni, gli interessi ed i diritti sociali fondamentali ed universali di tutti i cittadini (lavoro, salute e sistema sanitario pubblico, istruzione e cultura, abitazioni popolari, previdenza ed assistenza sociale, trasporti pubblici, tutela dell'ambiente e del territorio, servizi di pubblica utilità riguardanti l'erogazione dell'acqua potabile, dell'energia elettrica e del gas, la manutenzione, il recupero, il ripristino e la conservazione delle infrastrutture pubbliche, etc).

Ma la vera questione è se tale “inversione” possa essere innescata attraverso un'imposizione patrimoniale introdotta e gestita da uno Stato e da un governo del capitale (come quelli attualmente esistenti) oppure sia necessaria, in via “preliminare”, la creazione di uno Stato e di un governo della classe lavoratrice, che possa attuare “effettivamente” detto tipo di tassazione, insieme ad altre misure “transitorie” (innanzitutto il controllo operaio sulla produzione e la collettivizzazione delle grandi imprese industriali e dell'intero sistema finanziario-creditizio), nella direzione della essenziale edificazione di un sistema economico socialista che possa concretamente redistribuire in modo più giusto reddito e risorse economiche dal capitale (e dai profitti) in favore del lavoro (e dei salari), incidendo innanzitutto sui rapporti di proprietà/appropriazione privata capitalistici (quindi abolendoli e sostituendoli con la proprietà collettiva/“pubblica” dei lavoratori sui grandi mezzi ed apparati economico-produttivi, cardine di un ordinamento socialista).  

La domanda è evidentemente retorica: solo un Governo ed uno Stato dei lavoratori potrebbero concretamente procedere nella direzione sopra precisata, introducendo ed indirizzando politicamente simili misure tecnico-giuridiche, verso un reale e più giusto cambiamento sociale (cioè verso un cambiamento del sistema sociale in senso più conforme ad un razionale concetto di giustizia distributiva e di uguaglianza sostanziale). Nessuno Stato borghese potrà infatti introdurre o gestire seriamente ed efficacemente un'imposta patrimoniale progressiva sulle grandi ricchezze (e neppure un'imposta reddituale progressiva sui grandi profitti), così come nessuno Stato o governo del capitale potrà mai procedere a reali collettivizzazioni o nazionalizzazioni di imprese, nell'interesse “generale” dei lavoratori e delle masse popolari. Più precisamente: essi, su un piano meramente formale ed “apparente”, potranno farlo in alcuni casi (e lo hanno fatto in passato), ma nel sostanziale ed esclusivo interesse “strategico” (di massimizzazione del profitto privato) del capitale e dei capitalisti (anche, nelle nazionalizzazioni, attraverso la corresponsione di rilevanti “indennizzi” monetari funzionali al ripristino dell'accumulazione privata) ed in ogni caso a danno dei lavoratori e delle masse popolari e semiproletarie (socializzando in realtà le perdite di aziende decotte e saccheggiate dai capitalisti, per risanarle a spese della collettività e dei lavoratori e per poi ritrasferirle – a prezzi di favore ed irrisori - ai gruppi capitalistici privati affinché ne possano trarre, senza aver investito nulla, nuovi profitti).

Attività finanziaria pubblica ed imposizione fiscale dello Stato capitalistico: processo di accumulazione del capitale ed intervento statale nell'economia

La ragione di quanto detto risiede nel fatto oggettivo che lo Stato, in un sistema economico capitalistico, costituisce l'apparato repressivo-coercitivo di dominio politico della classe borghese su quella lavoratrice, del capitale sul lavoro; attraverso lo Stato vengono quindi “tendenzialmente” sintetizzati, tradotti/espressi ed amministrati gli interessi materiali e le volontà politiche generali delle varie frazioni del capitale (grandi e medi gruppi industriali-finanziari) e della classe (borghese) che le detiene/controlla[16].

L'attività economico-finanziaria “pubblica”, pertanto, non può essere “neutra”, ma segue necessariamente un indirizzo di classe (della classe socialmente dominante, cioè della classe capitalistica).

Con l’imposizione fiscale ed il relativo potere, lo Stato interviene nel processo di circolazione e di accumulazione del capitale (di cui lo Stato stesso rappresenta un segmento, o meglio, un elemento “derivato” e determinato dalla struttura economica, ma in relazione/interazione dialettica con essa ed in grado pertanto di influire, a sua volta, su di essa in modo rilevante); vi interviene nella sfera dei rapporti di distribuzione, prelevando coattivamente (attraverso lo “strumento tributario”) e centralizzando quote di “valore”, cioè di “prodotto sociale” ovvero di “reddito”, che, nella dinamica di produzione e riproduzione del capitale complessivo sociale, si ripartisce fondamentalmente in reddito di lavoro (salario) e reddito di capitale (plusvalore, suddiviso, a sua volta, in profitto, interesse, rendita etc.).

In altri termini, in un'economia capitalistica, lo Stato, con la sua attuale e più avanzata forma “democratico-borghese” (in tutte le sue varianti fenomeniche), rappresenta l’involucro politico-giuridico più efficace per il funzionamento dell’intero processo di produzione, circolazione ed accumulazione del capitale, sulla base della legge del “valore”, attraverso innanzitutto la garanzia fondamentale del libero acquisto e vendita di forza-lavoro: esso cioè costituisce il migliore strumento generato dallo sviluppo storico, per il mantenimento del rapporto di sovraordinazione, interno allo stesso sistema economico, tra “capitale costante” (mezzi monetari e mezzi di produzione di proprietà privata) e “capitale variabile” (forza-lavoro salariata).

Lo sviluppo delle “forze produttive” (ossia delle forze del lavoro sociale organizzato, delle capacità riconducibili alla divisione/cooperazione internazionale del lavoro, del livello tecnologico degli strumenti produttivi) e del processo “ineguale” di circolazione/accumulazione internazionale del capitale, ha dunque storicamente determinato anche l'evoluzione della “forma” politico-giuridica (a sua volta necessaria) di questa struttura dinamica, ossia la forma dello Stato moderno del capitalismo moderno, dello Stato del “capitalismo finanziario” (che è il capitalismo dei grandi gruppi industriali-finanziari, costituenti la quota più concentrata del capitale)[17].

In quest’ottica, è evidente l’incidenza dello sviluppo del mercato e del ciclo economico mondiale sull’articolazione/evoluzione delle funzioni dello Stato nazionale come involucro politico “settoriale” di un capitale sempre più internazionalizzato; di un capitale cioè frutto del “naturale” fenomeno di concentrazione e centralizzazione, della connessa progressiva compenetrazione/interdipendenza tra capitale industriale e capitale bancario (sulla base di rapporti di partecipazione societaria reciproca e diffusi e permanenti rapporti di debito-credito), della formazione di grandi e concentrati gruppi economico-finanziari (monopolistici o oligopolistici) operanti sui mercati internazionali delle merci e, soprattutto, dei capitali, della “finanziarizzazione” dell’economia (ossia del fenomeno dell’esportazione dei capitali, della sovraespansione della sfera finanziaria del sistema economico e dell’accentuazione dei tratti spiccatamente finanziari delle stesse imprese industriali-commerciali).

Ciò che si cerca di mettere in rilievo è che le forme ed il grado dell’intervento dello Stato nell’economia, dell’azione di finanza pubblica (e del binomio prelievo tributario/spesa pubblica al suo interno), della politica fiscale e monetaria, sono determinati dall’evoluzione complessiva del sistema economico e dall’andamento ciclico del processo di produzione capitalistico, nelle sue periodiche e “naturali” fasi espansive e recessive.

Si potrebbe sinteticamente affermare che, attraverso la finanza pubblica, lo Stato opera come generale collettore e distributore di capitale monetario e come elemento di sostegno attivo al ciclo economico-produttivo, nel caso in cui è necessario far affluire ingenti investimenti in settori relativamente arretrati o in crisi, ovvero redistribuire redditi tra fattori della produzione, classi e strati sociali; opera cioè come “centralizzatore” non solo di quote di plusvalore (cioè di “valore aggiunto” prodotto dalla classe lavoratrice e ripartito tra i redditi sostanzialmente di “capitale”, quali profitti, utili, dividendi, interessi, plusvalenze, rendite etc.), ma anche di una parte considerevole di salario (cioè di valore di scambio della forza lavoro), da convogliare poi, in molti modi attraverso la “spesa pubblica”, verso il capitale e soprattutto a sostegno/incremento di profitti privati e rendite, nonché, in alcuni casi (cd. “Stato sociale”), in direzione di una necessaria (e minimale) redistribuzione di quote di risorse economiche a favore di classi o strati sociali particolarmente svantaggiati; redistribuzione oggettivamente più conforme a criteri di “giustizia distributiva” e funzionale ad una parziale (e limitata) riduzione delle eccessive disuguaglianze sostanziali generate “naturalmente” dal sistema complessivo, al fine di eliminare quelle disparità e quegli squilibri di dimensione così rilevante ed eccessiva (persino per una organizzazione sociale di tipo capitalistico) da mettere in pericolo (soprattutto nelle fasi di crisi) il sistema stesso (creando situazioni di generalizzato “sottoconsumo” che ostacolano il processo di produzione/accumulazione).

Fase imperialistica e Stato del capitale

Ciò a cui stiamo assistendo (e che si è tentato di sintetizzare) rappresenta un'ulteriore ed oggettiva conferma non soltanto della piena validità scientifica della teoria e del metodo marxista come strumento di analisi della realtà economico-sociale, ma anche dell'esattezza del suo “sviluppo” leninista; le crisi finanziarie sono in effetti una delle manifestazioni “naturali” del particolare (e più elevato) stadio evolutivo “imperialistico” del sistema del capitale.

Le caratteristiche principali dell' “imperialismo” sono state individuate da Lenin (ne “L'imperialismo fase suprema del capitalismo”, 1916-1917) e costituiscono i connotati essenziali dell'attuale fase storica di estensione mondiale del modo di produzione capitalistico; esse, brevemente, sono: 1) la tendenziale concentrazione del capitale e della produzione in imprese di dimensioni sempre più ampie, con conseguente formazione dei “monopoli” (cartelli, trust, accordi ed associazioni monopolistiche tra imprese) che si ripartiscono i mercati internazionali (in proporzione alla entità della loro “forza economica”); 2) la compenetrazione tra capitale bancario e quello industriale, con progressiva formazione del capitale “finanziario”, fortemente centralizzato (cioè controllato da pochi soggetti); 3) la notevole rilevanza acquisita dall'esportazione di capitale e, conseguentemente, del modo e dei rapporti di produzione capitalistici, in tutto il mondo (in maniera, ovviamente, differenziata e diseguale, per ritmi di sviluppo, settori economici ed aree geografiche); 4) la compiuta ripartizione della Terra tra le più grandi “potenze” statali capitalistiche (espressione politica dei grandi e medi gruppi imprenditoriali capitalistici).

L'imperialismo, dunque, non è altro che il capitalismo giunto a quella fase “suprema” (“ultima”) di sviluppo contrassegnata dal dominio del capitale finanziario monopolistico, dalla massiccia esportazione/circolazione mondiale dei capitali e dalla concorrenza per la spartizione del mercato mondiale tra i grandi gruppi di imprese che rappresentano la quota più concentrata ed internazionalizzata del capitale complessivo sociale.

Lo stadio monopolistico del capitalismo non elimina affatto la concorrenza fra i grandi gruppi della concentrazione industriale e finanziaria, semplicemente ne allarga la scala alle dimensioni dei mercati internazionali.

Nella concorrenza sul piano mondiale, i gruppi societari fortemente internazionalizzati utilizzano necessariamente lo “strumento politico” costituito dagli Stati nazionali (e dalle loro “unioni continentali” - ad es. l'UE): ad essi, i conglomerati capitalistici richiedono di centralizzare il massimo di “potenza” politica in funzione della proiezione esterna della propria propria forza economica, per acquisire o consolidare le rispettive sfere di influenza e posizioni di predominio strategico sul mercato mondiale.

È proprio qui che può individuarsi il nesso strettissimo tra la crisi che si profila sui mercati mondiali e la ridefinizione delle relazioni e degli equilibri tra le potenze imperialistiche. Le crisi sono infatti inevitabilmente anche momenti di modificazione (più o meno “traumatica”) dei rapporti di forza oggettivi tra gli Stati, cioè di spostamento e ricollocazione di porzioni di forza economica che producono (dialetticamente) adeguamenti sul piano della potenza politica e strategica: il declino “relativo” degli USA, l'ascesa poderosa di Cina ed India, il faticoso tentativo di consolidamento politico europeo (a fronte di una ormai raggiunta integrazione economico-monetaria), il riemergere della potenza russa rinvigorita dallo sfruttamento della leva energetica, l'emergere del Brasile come potenza continentale, costituiscono le “forze sotterranee” che modificano gli equilibri internazionali, provocandone la rottura (parziale o generale), e, di conseguenza, causando le guerre (commerciali o militari, locali o globali).

In altre parole, i rapporti di forza economica e di potenza politica fra gli Stati dipendono, in ultima istanza, dallo sviluppo ineguale del sistema produttivo capitalistico (del mercato mondiale) e dalle sue periodiche crisi; essi, dunque, variano e si evolvono nel corso del tempo, dando luogo al fenomeno dell'ascesa e del declino delle potenze imperialistiche.

Gli Stati capitalistici (ossia tutti quelli più rilevanti attualmente esistenti in “natura”, a prescindere dalla forma più o meno “democratica”) costituiscono l'involucro politico attraverso il quale vengono rappresentati e sintetizzati gli interessi materiali strategici e le volontà politiche “generali” dei grandi gruppi industriali-finanziari (sia privati che “pubblico-statali”), che rappresentano la parte più concentrata e rilevante delle diverse frazioni nazionali del capitale. Essi sono quindi oggettivamente gli Stati (ed i governi) del capitale “finanziario”, espressione, in prevalenza, degli interessi economici e delle “volontà politiche determinate” della parte più “forte” del capitale e della classe che lo detiene.

Si può dunque, a ragione, affermare che le attuali “democrazie capitalistiche” centralizzano e traducono politicamente gli interessi generali e strategici della classe di soggetti dominante nei rapporti economici; ciò significa che esse costituiscono la “forma” politico-giuridica migliore e più efficace, tramite la quale si esprime il fondamentale rapporto di dominio-sfruttamento esistente, sul terreno economico, tra capitale (e classe di soggetti che lo controlla, cioè la borghesia) e lavoro salariato (ovvero, in particolare e direttamente, la classe operaia e, più in generale, la classe lavoratrice), cioè tra un'esigua minoranza di “predoni” e la stragrande maggioranza della società (cfr. in questo senso, non solo Lenin, sulla stretta correlazione tra ineguale sviluppo economico e politico, ma anche lo stesso Marx, che, nel terzo libro del Capitale, individua, nella forma democratica, la “forma specifica” dello Stato capitalistico).

L'imperialismo, come attuale fase storica di sviluppo del sistema economico-sociale capitalistico, è, in sintesi, il rapporto dialettico tra l'interesse generale e comune delle varie frazioni della classe capitalistica internazionale allo sfruttamento del lavoro salariato, e gli interessi “particolari” delle diverse “frazioni nazionali” del capitale, che portano le stesse a scontrarsi (anche attraverso gli Stati ed anche con mezzi militari), per la spartizione (mediante la conquista dei mercati e la ricerca di maggiori profitti) del plusvalore mondiale prodotto dalla classe lavoratrice internazionale.

La stessa evoluzione delle forze produttive e del processo ineguale di circolazione/accumulazione internazionale del capitale, ha, correlativamente, determinato lo sviluppo della “forma politica” di tale processo dinamico, ossia dello Stato moderno del capitalismo moderno: si tratta dello Stato del “capitalismo finanziario”, cioè dell' “imperialismo” che è il capitalismo monopolistico dei grandi gruppi industriali-finanziari, prodotto concreto della tendenza “storico-naturale” alla concentrazione-centralizzazione del capitale.

Nel presente stadio di pieno sviluppo del modo di produzione complessivo del capitale, esiste infatti una pluralità di centri di potere economico, riconducibili ai vari gruppi e frazioni capitalistiche, le cui “volontà politiche” condizionate dagli “interessi materiali”, trovano una sintesi, un equilibrio dialettico ed una “centralizzazione”, nel potere politico e nella pluralità di sovrastrutture (istituzionali) politico-giuridiche in cui si articola la specifica forma democratica dello Stato capitalistico contemporaneo; il che, ovviamente, non esclude, anzi accentua, la tendenza oggettiva al particolare rafforzamento del potere esecutivo (a scapito della rappresentatività del potere legislativo), in funzione di una maggiore efficacia e rapidità delle decisioni politiche.

È pertanto evidente che l'aumento dell'entità/complessità delle funzioni dello Stato moderno deve essere posto in relazione con l'evoluzione del sistema economico e con l'obiettivo fondamentale della classe dominante di garantire, preservare e perpetuare lo stesso meccanismo economico-sociale complessivo ed il centrale rapporto di dominio gerarchico e di sfruttamento del capitale sul lavoro.

In questo nesso essenziale risiede, infatti, la funzione ineliminabile dell'intervento dello Stato capitalistico nel ciclo economico, cioè nel ciclo dell'accumulazione del capitale: lo Stato diventa un elemento fondamentale del processo generale di produzione/circolazione/accumulazione del capitale; un elemento che interagisce con la struttura economico-sociale con il ruolo prioritario di sostenere e regolare l'intero sistema, soprattutto nelle periodiche crisi recessive da sovrapproduzione.

L'intervento sempre più esteso, regolare e sistematico dello Stato e dei pubblici poteri nell'economia, in funzione anticiclica o anticrisi, trova la sua ragione ultima proprio nell'incapacità strutturale dei meccanismi del mercato capitalistico di evitare le crisi economiche.

Lo Stato capitalistico interviene dunque nel processo economico (direttamente o indirettamente) attraverso l'acquisizione del ruolo di “imprenditore” (cioè la gestione diretta di imprese a capitale pubblico che operano sul mercato, o l'acquisto di partecipazioni al capitale di imprese private), l'erogazione di finanziamenti a fondo perduto, prestiti, aiuti pubblici (ad esempio, cassa integrazione, agevolazioni fiscali, trasferimenti finanziari etc.) alle imprese private, la politica fiscale e monetaria funzionali, rispettivamente, al sostegno della domanda per consumi e investimenti ed alla stabilizzazione antinflazionistica del ciclo economico, nel contesto più generale del circuito della finanza pubblica, alimentato da un prelievo tributario gravante prevalentemente sul salario (ad esempio, circa l'80% delle risorse pubbliche derivanti dalle entrate fiscali dell'IRPEF – Imposta sul reddito delle persone fisiche -, in Italia, provengono dai redditi di lavoro dipendente).

Debito pubblico e accumulazione capitalistica

 

Appare necessario, a questo punto, evidenziare il nesso strutturale esistente tra l’attuale crisi del “debito pubblico” ed il processo generale di circolazione-accumulazione capitalistica centrato sulla massimizzazione del profitto privato e lo sfruttamento del lavoro “sociale”; un processo, come si è visto, caratterizzato dalla oggettiva tendenza alla sovrapproduzione di merci ed alla sovraccumulazione di capitale, derivante dall’estorsione di enormi quote di plusvalore, prodotto dalla (e sottratto alla) classe lavoratrice, ed appropriato “indebitamente” dagli strati (socialmente minoritari e parassitari) dei proprietari-possessori di capitale.

L’emissione dei titoli del debito pubblico (cioè di titoli obbligazionari pubblici) da parte degli apparati statali-governativi, espressione organica ed immediata degli interessi “strategici” del capitale “finanziario” (frutto della “compenetrazione” di capitale bancario ed industriale), e l’acquisto (quasi totalitario o comunque nettamente maggioritario) di tali titoli ad opera dei gruppi bancari-assicurativi, che costituiscono la parte più concentrata e rilevante dello stesso capitale finanziario (italiano ed europeo), rappresentano, con ogni evidenza, un modo attraverso il quale gli stessi apparati statali capitalistici (i “Governi del capitale”) sottraggono (ulteriori) enormi quantità di ricchezza (cioè di valore prodotto “socialmente”) alle classi lavoratrici ed alle masse popolari, centralizzandole ed attribuendole direttamente a coloro che controllano i gruppi bancari, i fondi comuni di investimento ed il grande capitale industriale.

Questi ultimi soggetti “istituzionali”, infatti, avendo investito le rilevanti eccedenze di capitale accumulato negli anni, (anche) in titoli del debito pubblico, hanno correlativamente acquisito un diritto di credito “privato” ad ottenere dalla collettività sociale, oltre al rimborso del capitale, anche il pagamento di ingenti somme a titolo di interessi sul prestito (in Italia circa 160 miliardi di euro all’anno); ciò comporta che, sul piano distributivo, viene, ancora una volta, costantemente attuato (attraverso il prelievo fiscale sul lavoro, il taglio della spesa pubblica ad indirizzo sociale ed il correlato finanziamento delle spese per interessi sul debito in favore dei capitalisti) un enorme e regressivo trasferimento di reddito dal salario ai profitti ed alle rendite (finanziarie e non).

Questo, insieme con la diretta compressione/riduzione dei salari, l’aumento dello sfruttamento intensivo della forza lavoro e della disoccupazione/sottoccupazione “cronica” (definita eufemisticamente dal padronato “flessibilità”), è funzionale a consentire alle classi dominanti delle “vecchie” metropoli imperialistiche, di superare (almeno temporaneamente) la crisi di accumulazione ed il marcato calo tendenziale dei profitti medi. A danno irreversibile delle classi lavoratrici ed a vantaggio assoluto delle borghesie capitalistiche.

Il tutto avviene, operativamente, mediante i meccanismi della “finanza pubblica” (binomio entrate pubbliche fiscali e “para-fiscali”-spese pubbliche), gestiti dallo Stato-Agente del capitale al fine di diminuire drasticamente salario diretto ed indiretto o sociale (pensioni, servizi sociali e pubblici, beni “comuni” etc.) e di spostare, nella misura massima concretamente possibile, “reddito complessivo sociale” dal lavoro al capitale, cioè a profitti e rendite parassitarie dei capitalisti.

Si tratta di una gigantesca e sistematica redistribuzione regressiva di reddito e risorse economiche dalle classi sociali meno abbienti e più svantaggiate a quelle possidenti e più avvantaggiate: quanto di più iniquo ed irrazionale si possa immaginare.

Infatti, se da un lato il prelievo tributario e le correlate entrate pubbliche, gravano (in Italia) per oltre l’80 per cento sul reddito di lavoro dipendente, dall’altro, lo Stato del capitale ha, negli ultimi decenni, costantemente ed ostinatamente proceduto in direzione della riduzione netta del carico fiscale sugli utili d’impresa ed in generale sui redditi di capitale (interessi, rendite finanziarie, guadagni speculativi di capitale, dividendi ed utili azionari, plusvalenze da cessione di partecipazioni societarie, plusvalenze patrimoniali d’impresa, redditi-profitti societari etc.): quindi, si verifica e si è verificata in realtà (a dispetto di ogni grossolana – e frequente - falsificazione ideologica) una detassazione univoca e marcata, “per legge” (con esenzioni, agevolazioni, aliquote proporzionali anziché progressive, riduzioni d’imposta ed imposte sostitutive etc.), dei profitti e delle rendite capitalistiche[18], a fronte di un aumento medio del prelievo fiscale (questo sì, “progressivo” cioè che aumenta più che proporzionalmente al crescere dell'imponibile) sui redditi di lavoro subordinato ed assimilati, cioè su salari, stipendi e pensioni. Peraltro, le masse popolari e gli strati sociali più deboli vengono “regressivamente” colpiti, molto più delle ricche classi dominanti, come consumatori finali, anche dalle imposte indirette ed in particolare dall’Iva (anch’essa in costante aumento) che incide su tutti allo stesso modo senza tenere conto del reddito (ossia della ricchezza) dei singoli consumatori.

A ciò deve aggiungersi, oltre ad una “sacca” di evasione/elusione fiscale - da parte di tutti gli strati borghesi – che ha raggiunto dimensioni “patologiche” e non sostenibili anche per un sistema di tipo capitalistico, una contestuale attribuzione (per così dire, “a positivo”) di sempre maggiori risorse finanziarie pubbliche alla grande impresa privata ed al capitale bancario-assicurativo, mediante contributi e finanziamenti “a fondo perduto”, prestiti agevolati, aiuti ed elargizioni di varia natura ed entità, comprese la “cassa integrazione guadagni” erogata nell’interesse esclusivo del capitale che vuole eliminare forza-lavoro dal ciclo produttivo per aumentare i profitti. Tutto questo, come detto, viene finanziato con il prelievo tributario e para-tributario sui redditi di lavoro (formalmente o sostanzialmente) dipendente.      

Il meccanismo descritto produce necessariamente un deficit “cronico” del bilancio dello Stato, ossia la costante prevalenza delle uscite sulle entrate pubbliche (differenziale che, per evidenti ragioni, aumenta in modo sensibile nelle fasi di crisi economica e di decremento occupazionale), con contestuale ricorso sistematico all’indebitamento pubblico per reperire le risorse finanziarie a copertura delle maggiori spese (oppure, più frequentemente negli ultimi tempi, limitando il ricorso ad ulteriore indebitamento e comprimendo la spesa sociale).

I titoli del debito pubblico, collocati sui mercati internazionali al pari di ogni “prodotto finanziario”, garantiscono ai possessori un tasso di interesse fisso, una rendita “sicura”; essi vengono pertanto acquistati, in grande quantità, dai soggetti che dispongono di eccedenze o surplus di capitale da valorizzare: dunque, in particolare dai grandi gruppi bancari-finanziari, insieme a quelli industriali strutturalmente integrati con i primi, che hanno accumulato, grazie soprattutto allo sfruttamento del lavoro ed ai trasferimenti di ricchezza collettiva, il surplus in questione.

Questo consente al capitale finanziario di proseguire (anche nelle fasi recessive) nella sua dinamica di accumulazione del plusvalore, a danno del lavoro: gli interessi sul debito “sovrano” dovranno, in un periodo di crisi produttiva, essere pagati dagli Stati capitalistici riducendo drasticamente le risorse finanziarie destinate ai servizi pubblici e sociali (cd. salario “indiretto”: istruzione, servizio sanitario nazionale, previdenza ed assistenza sociale, trasporti pubblici locali e nazionali, beni e servizi pubblico-collettivi in generale). Ed è quello che puntualmente si sta verificando, in modo certamente diseguale e differenziato, in Grecia, in Italia, in Spagna, in Francia, negli USA ed in tutti gli altri paesi a capitalismo “sviluppato”.  

Gli “agenti-rappresentanti” del capitale finanziario-industriale fanno il loro lavoro apparentemente solo “tecnico” (in realtà essenzialmente “politico”), il grande capitale bancario-assicurativo (ma anche industriale-commerciale, strettamente connesso con il primo) “incassa” e ringrazia (in tanti modi) i suoi incaricati, i lavoratori e le masse popolari “pagano” (in tutti i sensi).

In effetti nulla di nuovo, Marx aveva ragione in pieno: la faccenda è assimilabile ad un “mandato” senza rappresentanza “espressa”; i governi del capitale sono il “comitato d’affari della borghesia”, avendo un “mandato” da parte della classe dominante ed agendo per conto e nell’interesse di quest’ultima (senza ovviamente dichiararlo apertamente).

Crisi del debito sovrano, sviluppo capitalistico ed intervento statale nell’economia

Sintetizzando il contesto complessivo analizzato, si può affermare quanto segue: l’intero processo di accumulazione capitalistica si fonda sul “plusvalore” estratto dal lavoro; esso quindi altro non è se non accumulazione di plusvalore, cioè trasformazione del valore “ulteriore” creato dal lavoro salariato (dal “proletariato”), in capitale “costante” (nelle sue varie forme), accentrato, detenuto e controllato dalla classe capitalistica, esigua minoranza sociale.

E’ questa, in ultima istanza, la base dell’immenso ed ingovernabile meccanismo sociale di sfruttamento che, periodicamente ma regolarmente, produce crisi di sovrapproduzione/sovraccumulazione, crescita di capitale “fittizio” (che in sostanza è capitale “cartaceo”, cioè titoli, azioni, obbligazioni private e pubbliche, moneta, contratti e rapporti speculativi etc., generati dall’espansione della circolazione finanziaria e del credito), rottura delle “bolle” speculative con inevitabili ricadute sul circuito finanziamento-produzione-distribuzione-consumo, progressiva concentrazione/centralizzazione del capitale (e del potere) nelle mani di pochi e corrispondente aumento della “massa della miseria” del proletariato mondiale.

L’attuale crisi, indubbiamente la più grave del dopoguerra, trova appunto origine nello sgonfiamento dell’economia del debito (anche “pubblico”), che si riversa sulla produzione industriale e sui servizi, a causa della conseguente restrizione del credito da parte del sistema bancario, della maggiore difficoltà di reperimento di capitali sui mercati finanziari e del connesso ulteriore calo depressivo della domanda per investimenti nonché, attraverso il correlato calo della produzione ed aumento della disoccupazione, della domanda per consumi (la cui restrizione genera, a sua volta, un'ulteriore diminuzione della produzione ed incremento della disoccupazione).

E’ pertanto chiaro che lo sviluppo delle funzioni dello Stato moderno deve essere posto in relazione con l’evoluzione di questo sistema economico e con l’obiettivo strategico della classe capitalistica di gestire, garantire, preservare e perpetuare lo stesso meccanismo economico-sociale complessivo di valorizzazione/accumulazione innestato sul centrale rapporto di dominio/controllo del capitale sul lavoro.

In questo nesso essenziale risiede, come detto, la funzione ineliminabile dell’intervento dello Stato capitalistico nel ciclo economico, cioè nel ciclo dell’accumulazione del capitale: lo Stato diventa un elemento fondamentale del processo generale di produzione-circolazione del capitale; un elemento che interagisce con la struttura economico-sociale con il compito prioritario e generale di sostenere, indirizzare e regolare l’intero sistema (e gli interessi delle sue classi dominanti), soprattutto nelle periodiche crisi di sovrapproduzione e sovraespansione della “sfera finanziaria”.

In questo senso specifico, il capitale (e la classe capitalistica) utilizza il “suo” Stato per scaricare i costi delle “sue” crisi sistemiche sulla classe lavoratrice, prelevando/accentrando (principalmente attraverso la leva fiscale ed i trasferimenti finanziari pubblici alle imprese private) quote consistenti di salario (o, più genericamente, di valore prodotto dal lavoro) ed attribuendole al profitto ed alla rendita.

 

La nazionalizzazione delle grandi imprese e delle banche sotto il controllo dei lavoratori ed il programma socialista

Dal quadro generale sopra delineato, può dunque dedursi che il nucleo centrale dello sfruttamento capitalistico sulla forza lavoro salariata è costituito dalla proprietà privata dei mezzi di produzione, cioè degli strumenti necessari alla produzione materiale delle condizioni concrete fondamentali della vita individuale e collettiva: è infatti il riconoscimento giuridico-politico in capo a soggetti privati della proprietà e del controllo sui grandi capitali, ossia sui grandi mezzi di produzione (complessi aziendali, fabbriche, medie e grandi imprese, banche, grandi patrimoni etc.), che consente l'effettivo esplicarsi e riprodursi del rapporto capitale-lavoro nella sua intima essenza di rapporto sociale di dominio e di sfruttamento del primo sul secondo e che permette, in definitiva, l'appropriazione, da parte di un'esigua minoranza sociale parassitaria (la classe capitalistico-imprenditoriale che, appunto, possiede/detiene i predetti mezzi produttivi), del valore “ulteriore” (aggiuntivo) prodotto dalla classe lavoratrice internazionale nel processo economico complessivo.

L'apparato dello Stato capitalistico è la “macchina”, lo strumento politico necessario a garantire (con la “forza” centralizzata ed organizzata) l'interesse strategico della classe dei soggetti che controllano il capitale (i mezzi di produzione e la ricchezza) a preservare, mantenere e perpetuare il proprio potere e l'enorme meccanismo sociale di sfruttamento e di dominio sulla forza-lavoro salariata, nonchè di appropriazione “privata” della ricchezza collettiva.

Stando così le cose (e le cose, nella loro realtà oggettiva, stanno effettivamente così), spezzare il meccanismo di sfruttamento del lavoro significa, per la classe lavoratrice, abolire i rapporti di proprietà/appropriazione capitalistici, ossia abolire/eliminare la proprietà privata dei mezzi di produzione materiale complessi e concentrati, istituire su di essi una nuova forma di proprietà comune/collettiva (socialista) e superare completamente la forma giuridico-politica dello Stato capitalistico.

Occorre, in altre parole, che la maggioranza della classe lavoratrice prenda coscienza della necessità storica di “collettivizzare” sotto il proprio controllo, cioè di “socializzare” (per dirla con le parole di Marx ed Engels, di “trasferire alla società”) i grandi mezzi di produzione (le grandi e medie imprese e, soprattutto, i gruppi bancari-finanziari-assicurativi cioè il grande capitale industriale e finanziario), come primo passo per uscire dalle inevitabili e distruttive (per i lavoratori) crisi capitalistiche, nonché per iniziare a costruire un sistema economico di tipo socialista, democraticamente pianificato, più razionale e più equo.

Abolire la proprietà privata dei mezzi di produzione significa, dunque, espropriare senza alcun indennizzo i capitalisti e trasferire il possesso ed il controllo delle grandi e medie aziende, delle fabbriche, delle industrie, delle imprese commerciali di rilevanti dimensioni, delle banche, delle assicurazioni, delle società finanziarie (che sfruttano il lavoro altrui, opprimono, licenziano), dalle mani degli stessi capitalisti (assoluta minoranza sociale) a tutti i lavoratori (maggioranza della società) o meglio a nuovi organi politico-istituzionali rappresentativi dei lavoratori (i Consigli) che costituiranno, coordinati territorialmente tra loro, il tessuto connettivo fondamentale del nuovo Stato dei lavoratori.

E' essenziale, in questo senso, che l'espropriazione delle aziende avvenga senza indennizzo per i padroni al fine di evitare qualunque tipo di trasferimento di capitale monetario che possa riprodurre un ciclo di accumulazione privata; così come è essenziale che venga mantenuto un costante controllo operaio (attraverso i comitati di fabbrica dei lavoratori) sulla produzione aziendale (l'esempio storico è costituito, in questo senso, dalla legge sovietica sul controllo operaio del 1917).

Una nuova democrazia consiliare (basata cioè sul potere politico dei Consigli dei lavoratori, eletti solo dal popolo lavoratore e rappresentativi di tutte le masse sfruttate dal sistema capitalistico, ossia della stragrande maggioranza della attuale società) è lo strumento “istituzionale” (politico-giuridico-amministrativo) indispensabile per procedere alla costruzione di un'organizzazione economica socialista che elimini lo sfruttamento capitalistico e l'appropriazione privata del valore prodotto dalla società, ripartisca socialmente la ricchezza creata tra tutti i cittadini lavoratori secondo criteri di giustizia e razionalità, cancellando radicalmente profitto privato e rendita patrimoniale parassitaria. Ciò, conseguentemente, consentirebbe, in una dinamica progressiva, di aumentare sensibilmente le retribuzioni di tutti i lavoratori, di annullare in modo irreversibile e radicale la disoccupazione, riducendo l'orario di lavoro a parità di salario (tutti effetti diretti e, in qualche modo, “automatici” dell'eliminazione del profitto capitalistico), e di fornire/garantire, gratuitamente o a bassi prezzi “politici”, efficienti servizi pubblici diretti a garantire interessi e bisogni pubblico-collettivi di rilevanza sociale (istruzione pubblica, assistenza e cure sanitarie, trasporti pubblici, pensioni ed assistenza sociale ai disabili, agli inabili al lavoro ed ai soggetti socialmente svantaggiati, edilizia abitativa popolare dignitosa e di elevata qualità, servizi sociali e culturali, tutela dell'ambiente naturale, sicurezza del territorio, delle infrastrutture e delle persone, etc.).

Dunque, il punto essenziale è che solo l'eliminazione dei grandi profitti privati (attraverso la collettivizzazione delle grandi imprese industriali-finanziarie) e la soppressione delle grandi rendite parassitarie (mediante l'istituzione di una imposizione patrimoniale marcatamente progressiva), possono liberare enormi ricchezze (ora accaparrate da pochi soggetti) da redistribuire, secondo criteri di giustizia, all'intera società, ponendo le basi per una più civile e ragionevole/razionale convivenza collettiva.

È necessario, per questo, ripartire dall'esperienza storica e dal modello insostituibile della Rivoluzione d'Ottobre, per svilupparlo sulle sue stesse basi e migliorarlo (evitando, ovviamente, le degenerazioni ed i crimini dello stalinismo, che ha rappresentato la negazione assoluta delle stesse conquiste rivoluzionarie).

In altri termini, sul piano della oggettiva necessità storica in stretta relazione dialettica con il ruolo del Partito marxista, cioè della coscienza collettiva più avanzata della classe lavoratrice), occorre sostituire allo Stato ed al governo del capitale, strumento di oppressione e sfruttamento della stragrande maggioranza della società ad opera di (relativamente) pochi parassiti privilegiati, lo Stato ed il governo dei lavoratori, fondato sul potere politico dei Consigli/Comitati dei cittadini-lavoratori, composti da delegati-rappresentanti eletti dal popolo lavoratore[19], non privilegiati rispetto al resto della società, sempre e comunque revocabili dalle masse lavoratrici e popolari rappresentate.

Occorre sostituire al sistema capitalistico (fondato sullo sfruttamento irrazionale, “anarchico”, distruttivo di risorse sotto tutti i profili), un sistema economico-sociale completamente diverso, un sistema di produzione collettivista, socialista, democraticamente pianificato, che elimini le distorsioni del capitalismo, che costruisca progressivamente una società più razionale, più logica, più civile ed evoluta, e, quindi, più giusta ed equilibrata. I due elementi sono legati tra loro in modo indissolubile: senza Stato socialista non c'è economia socialista, senza economia socialista non c'è Stato socialista.

In sostanza, il socialismo (o “fase inferiore del comunismo”), consistente essenzialmente nell'instaurazione, sui grandi e medi mezzi/strumenti di produzione strutturati in aziende di dimensioni socialmente rilevanti, della proprietà pubblico-collettiva “socialista” riconducibile, in ultima istanza, ai lavoratori (rappresentati ed organizzati politicamente ed istituzionalmente nello Stato socialista dei Consigli del popolo lavoratore e nel suo ordinamento giuridico), non abolisce affatto integralmente il “plusvalore” (che continua inevitabilmente a costituire, nella sua accezione più ampia, il “valore ulteriore” rispetto al salario generato dal lavoro collettivo associato, combinato e complessivamente interconnesso), ma, eliminando la proprietà privata dei mezzi di produzione socialmente rilevanti (cioè la proprietà privata del capitale), sopprime totalmente e radicalmente “soltanto” il profitto privato ovvero l'appropriazione privata di tale plusvalore da parte di pochi soggetti a danno di molti. In altri termini, il socialismo riporta il capitale (“potenza sociale”, secondo la terminologia marxiana) sotto il controllo della classe lavoratrice (assoluta maggioranza sociale) e dunque sotto il controllo della società nel suo complesso, organizzata politicamente nello Stato socialista; facendo ciò esso non elimina immediatamente il rapporto di produzione capitale-lavoro, ma (attraverso la proprietà pubblico-collettiva ed il controllo socialista sul capitale stesso cioè sui grandi, concentrati e socialmente rilevanti mezzi di produzione, quindi sulle aziende di medio-grandi dimensioni e complessità nonché, ovviamente, sulle banche ed il capitale finanziario) sopprime il carattere di classe di tale rapporto ovvero sopprime lo sfruttamento e l'oppressione del capitale sul lavoro tipici del sistema capitalistico-borghese incentrato sulla proprietà privata capitalistica e sul profitto.

Nel sistema economico-sociale socialista, dunque, il valore ulteriore ed aggiuntivo prodotto dal lavoro collettivo organizzato nelle aziende “pubbliche”, per una parte viene restituito immediatamente ai lavoratori attraverso consistenti aumenti salariali e significative riduzioni di orario o tempo di lavoro, e, per la restante parte (dedotta una quota necessaria alle aziende per gli investimenti ed il ripristino degli strumenti produttivi soggetti ad usura), vene integralmente acquisito, attraverso il sistema delle entrate tributarie, dallo Stato socialista ed utilizzato per finanziare ed erogare gratuitamente tutti i servizi pubblici universali a rilevanza sociale e di interesse collettivo/generale (sistema sanitario nazionale e tutela della salute, abitazioni, istruzione, cultura, tutela ambientale, prestazioni socio-assistenziali, pensioni di anzianità e di vecchiaia, trasporti pubblici, infrastrutture, servizi di utilità pubblica in generale, ricerca scientifica e culturale etc.), garantendo pienamente ed in modo integrale i fondamentali diritti sociali universali ed il generale diritto alla dignità personale di tutti i consociati.  

Si può dunque affermare che nel socialismo, da un lato, il plusvalore viene drasticamente razionalizzato e perde la sua connotazione negativa (attraverso la riduzione del tempo di lavoro e dell'intensità della prestazione lavorativa, resa possibile dallo sviluppo delle forze produttive e del progresso tecnologico, nonché attraverso aumenti salariali per i lavoratori), dall'altro e per la restante quota (che rappresenta il “valore ulteriore” rispetto ai salari che necessariamente ogni organizzazione sociale produce mediante il lavoro complessivo), lo stesso plusvalore permane ma viene “collettivizzato” cioè acquisito, mediante l'imposizione fiscale sulle aziende pubbliche, da parte dello Stato socialista e redistribuito in favore dell'intera collettività sociale secondo principi razionali di giustizia ed uguaglianza (formale/sostanziale) e sotto forma di beni e servizi pubblici di interesse generale e diretti a soddisfare tutti i bisogni individuali e collettivi dei consociati (cioè tutti i loro “diritti sociali”).

Il sistema socialista è ovviamente compatibile con la piccola proprietà personale e con le attività economico-produttive di modeste dimensioni esercitate da soggetti privati (lavoratori autonomi e piccoli imprenditori) in forma individuale o associata/collettiva (cooperativa), all'interno di un mercato controllato e limitato alla piccola produzione ed al correlato scambio di beni e servizi (si veda in proposito la politica della NEP attuata da Lenin e dai bolscevichi nei primi anni successivi alla Rivoluzione).

Sullo sfondo emerge in conclusione ciò che costituisce la causa e la premessa oggettiva necessaria di tutto ciò: la contraddizione ultima ed insanabile fra sviluppo storico delle forze produttive della società e rapporti di produzione/proprietà capitalistici; cioè l’inconciliabile contrasto, scoperto dalla scienza marxista, tra l’oggettiva e progressiva “socializzazione” della produzione e dei processi lavorativi, da un lato, ed i rapporti di appropriazione “privata”, da parte di pochi, del prodotto sociale del lavoro collettivo, dall'altro; contrasto e contraddizione antitetica che conduce, attraverso una tipica “mediazione” dialettica (logico-razionale e reale, allo stesso tempo), alla sintesi costituita dal socialismo come sistema economico-sociale superiore ed appunto più razionale, fondato sulla proprietà collettiva dei mezzi di produzione (cioè del “capitale” inteso, per usare ancora le parole di Marx nel “Manifesto”, come “potenza sociale” da riportare sotto il controllo della intera società), sull'appropriazione collettiva del valore complessivo generato dalla forze produttive del lavoro associato e combinato (oggettivamente sviluppato in senso “socialista” dallo stesso capitalismo) e sulla egualitaria e giusta distribuzione della stessa ricchezza sociale prodotta (beni di consumo e servizi di utilità pubblica) in funzione del soddisfacimento dei bisogni individuali e generali di tutti i lavoratori e di tutti i consociati.

Ancora una volta è illuminante Lenin, in “Che cosa sono gli amici del popolo”: “Le cose vanno in modo del tutto diverso quando si giunge, grazie al capitalismo, alla socializzazione del lavoro (…). Ne risulta che nessun capitalista può fare a meno degli altri. E’ chiaro che il detto “ognuno per sé” non è più applicabile in nessun modo ad un simile regime: qui oramai ognuno lavora per tutti e tutti lavorano per ciascuno. (…) Tutte le produzioni si fondono in un unico processo sociale di produzione, mentre ogni produzione è diretta da un singolo capitalista, dipende dal suo arbitrio e gli dà prodotti sociali a titolo di proprietà privata. Non è forse chiaro che la forma della produzione entra in contraddizione inconciliabile con la forma dell’appropriazione? Non è forse evidente che quest’ultima non può non adattarsi alla prima, non può non divenire anch’essa sociale, cioè socialista?”.

I “nodi” del capitalismo, la soluzione socialista e il “Governo dei lavoratori”  

Se questi sono i “nodi” distruttivi in cui si avviluppa il capitale ed i suoi apparati politici, è possibile, come si è spiegato, uscire in modo progressivo dalla spirale di un sistema che “strozza” i lavoratori ed immiserisce le grandi masse popolari, solo costruendo un'organizzazione economico-sociale radicalmente diversa, un ordinamento socialista, in cui cioè siano i lavoratori a “governare”, dirigere ed organizzare democraticamente l’economia “collettiva” e la politica (ossia lo Stato).

Il primo ed essenziale passo concreto in questa direzione è, in questa fase, quello di annullare per legge (ossia cancellare completamente sul piano giuridico) l'obbligazione consistente nel pagamento del debito pubblico (e dei correlati interessi) verso le banche, nazionalizzare gli stessi gruppi bancari e le compagnie di assicurazione (“ganglio” essenziale dello sfruttamento e della accumulazione capitalistica), senza alcun indennizzo per i grandi azionisti (cioè per i “proprietari”); procedere all’unificazione di tutti gli istituti di credito, in un’unica banca pubblica sotto il controllo sociale.

La necessità prioritaria di trasferire la proprietà ed il controllo del capitale bancario-creditizio alla società, alla collettività sociale nel suo complesso, cioè all'organizzazione sociale istituzionale “generale” di tutti i lavoratori e di tutte le masse popolari sfruttate (dunque la necessità di collettivizzare/socializzare lo stesso capitale bancario sotto il controllo di uno Stato socialista dei lavoratori, in modo che tale capitale possa essere destinato al servizio degli interessi fondamentali dell'intera collettività sociale), risiede innanzitutto proprio nell'intrinseco “carattere sociale” assunto dal capitale complessivo nella sua estrema fase di sviluppo storico.

Tale “carattere sociale” (ossia tale natura di potenza oggettivamente sociale/collettiva - frutto del lavoro associato -, controllata ed appropriata tuttavia in modo “privato”, per cui il profitto medio del singolo capitalista è determinato “come parte proporzionale del capitale complessivo”), dice Marx nel Terzo Libro del Capitale, “è reso possibile e attuato integralmente dal pieno sviluppo del sistema creditizio e bancario” in cui “nè chi dà in prestito, né chi impiega questo capitale ne è proprietario o produttore” e che “mette a disposizione dei capitalisti commerciali ed industriali tutto il capitale disponibile e anche potenziale della società”; lo sviluppo capitalistico attraverso il sistema creditizio e bancario “elimina con ciò il carattere privato del capitale e contiene in sé, ma solamente in sé, la soppressione del capitale stesso (…). Non vi è dubbio che il sistema creditizio servirà da leva potente, durante il periodo di transizione dal modo capitalistico al modo di produzione del lavoro associato; ma solo come un elemento in connessione con le altre grandi trasformazioni organiche dello stesso modo di produzione (...)”.

La nazionalizzazione/collettivizzazione del capitale bancario/assicurativo sotto il controllo dei lavoratori, in sostanza ed in pratica, significa: a) espropriazione per “pubblica utilità e necessità” dei “possessori” delle grandi concentrazioni finanziarie, ad opera e sotto la direzione di un “Governo dei lavoratori” (espressione diretta ed immediata di lavoratori e masse popolari); b) fusione delle banche espropriate in un’unica banca pubblica sotto il controllo del Governo dei lavoratori, cioè dell’istituzione politico-esecutiva “generale” delle masse lavoratrici.

Questa prima (ed essenziale) misura, insieme con l'introduzione (in un'ottica “transitoria” verso il socialismo) di un'imposta fortemente progressiva sui grandi patrimoni oltre che sui grandi profitti e sulle ingenti rendite parassitarie finanizraie ed immobiliari, consentirebbe innanzitutto di “liberare” dall'appropriazione privata enormi risorse economiche da redistribuire e convogliare verso beni collettivi (erogazione e distribuzione pubblica di acqua potabile, efficiente produzione e distribuzione di risorse energetiche, tutela dell'ambiente ed igiene pubblica, etc.) e servizi di utilità pubblica (salute di tutti i cittadini e servizio sanitario pubblico strutturato ed efficiente, scuola ed istruzione pubblica, trasporti pubblici, previdenza ed assistenza sociale etc.) offerti gratuitamente o a prezzi “politici” o “pubblici” nettamente inferiori a quelli di mercato, con il contestuale finanziamento di un piano generale e nazionale del lavoro finalizzato all'organizzazione ed all'erogazione di funzioni/attività e beni di pubblica utilità, che riduca la disoccupazione fino al suo completo riassorbimento ed aumenti sensibilmente i salari medi dei lavoratori.

Ma soprattutto, il “controllo sociale” sul sistema bancario, insieme alla connessa e necessaria espropriazione e nazionalizzazione anche delle grandi imprese industriali e commerciali capitalistiche - sempre sotto il controllo dei lavoratori (in via immediata/particolare, dei comitati operai-impiegati di fabbrica o azienda ed in via mediata/generale dello Stato socialista dei lavoratori) -, eliminando in radice i grandi profitti e le grandi rendite di pochi parassiti sociali, consentirebbe una reale pianificazione “democratica”, razionale ed equa (cioè conforme a razionali principi di giustizia distributiva) dell’economia complessiva; consentirebbe, quindi, una redistribuzione egualitaria del prodotto sociale ed in definitiva una riorganizzazione dell'intera società in funzione degli universali bisogni, interessi e diritti individuali e collettivi: blocco dei licenziamenti; riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario con riassorbimento integrale della disoccupazione generata dal sistema capitalistico; incremento progressivo delle retribuzioni dei lavoratori; riconversione del sistema economico a fini ecologici, di tutela dell’ambiente e della salute collettiva; piano di investimenti pubblici (e dunque piano complessivo del lavoro), sotto il controllo sociale, nei settori del risanamento ambientale, dello sviluppo e recupero della rete ferroviaria, della rete stradale e della rete idrica, della produzione e distribuzione di energia, del sistema ospedaliero e di assistenza socio-sanitaria, dell’edilizia scolastica e residenziale pubblica; imposizione fiscale marcatamente progressiva[20] sui grandi patrimoni (oltre che sui redditi elevati) finalizzata al finanziamento massivo di tutti i servizi pubblici essenziali (in primo luogo, del sistema sanitario nazionale, di quello dell'istruzione e di quello delle abitazioni pubbliche – per garantire effettivamente i fondamentali diritti alla salute, alla cultura ed all'abitazione).

È questa, in sintesi, la “prospettiva socialista”: la costruzione di un’organizzazione sociale più giusta, più razionale, più “democratica”, meno distruttiva di risorse umane ed ambientali.

Presupposto politico per l’attuazione del programma di liberazione del lavoro dal profitto e dal capitale, è però il necessario passaggio del governo generale e del “potere pubblico” ai lavoratori, alle loro organizzazioni istituzionali, ai loro organi rappresentativi e “legislativo-esecutivi”, alle forze politiche (comuniste e socialiste) che esprimono i loro interessi di classe e li traducono in atti legislativi di indirizzo generale ed in provvedimenti di amministrazione concreta.

Quindi uno Stato nuovo ed un governo nuovo, basato sulla forza e sull’autorganizzazione democratica dei lavoratori, su una rete di organi assembleari elettivi (consigli e/o comitati, cioè i “Soviet”) che rappresentino immediatamente e direttamente le masse lavoratrici e popolari senza distinzioni di categoria; organismi istituzionali della classe lavoratrice che devono essere costituiti, sviluppati ed estesi; che vanno coordinati e connessi tra loro in “conferenze” e “congressi” periodici, dove le decisioni vengano deliberate collettivamente e democraticamente dai delegati dei lavoratori.

Tutto il sistema statale socialista del lavoro dovrà basarsi necessariamente anche sulle già esistenti strutture organizzative più forti ed articolate della classe lavoratrice: cioè sulle organizzazioni sindacali, le quali, depurate dalle loro burocrazie opportuniste, costituiranno oggettivamente l’unica istituzione operaia in grado di svolgere efficacemente (insieme agli apparati statali ed in appoggio ad essi) funzioni esecutive e di effettiva amministrazione nei vari settori produttivi.

La direzione politica dell’organizzazione statale spetterà ovviamente al Partito comunista (o meglio ai partiti comunisti e socialisti tutti legittimamente e proporzionalmente rappresentati nei Consigli dei lavoratori e tutti parte integrante della “democrazia sovietica” o “democrazia socialista”), avanguardia e coscienza avanzata della classe lavoratrice, motore ultimo ed insostituibile del processo rivoluzionario di trasformazione socialista: anche il Partito, è chiaro, delibera al suo interno secondo procedure altamente democratiche, basate sul principio del libero confronto dialettico tra soggetti e tendenze, con decisione finale vincolante presa a maggioranza; convoca i suoi congressi periodicamente e regolarmente, decide secondo i meccanismi del centralismo democratico e della delega rappresentativa.

Quanto sopra descritto, in effetti, si è già concretamente verificato nel corso della storia, con la Rivoluzione dell’Ottobre 1917 in Russia e di ciò viene dato conto da Lenin, tra le varie opere, ne “L’estremismo malattia infantile del comunismo” (aprile-maggio 1920): la “realizzazione pratica della dittatura del proletariato”, il “meccanismo generale del potere proletario”, cioè del “governo dei lavoratori”, vengono infatti sinteticamente e magistralmente definiti dal grande dirigente rivoluzionario e teorico marxista, come “un’istituzione così democratica che non ha avuto e non ha ancora riscontro nelle migliori repubbliche democratiche del mondo borghese”.      

Il “socialismo”, il “governo dei lavoratori” e la “democrazia sovietica” non esistono dunque solo nel mondo delle idee, non sono (solo) costruzioni concettuali astratte o puramente “ideali”: essi costituiscono anche “fatti oggettivi” che si sono verificati nel concreto processo storico, rappresentando la più alta realizzazione dialettica della sua razionalità (pur subendo, contraddittoriamente, negli anni - con l’infame “deviazione” stalinista – regressioni, fenomeni degenerativi e distorsioni burocratiche che ne hanno snaturato il corso e determinato il fallimento).

L’esperienza rivoluzionaria dell’Ottobre sovietico rappresenta in ogni caso un poderoso passo avanti nella storia della civiltà umana, un progresso epocale nello sviluppo dialettico-razionale della realtà complessiva. Principalmente, essa costituisce la conferma concreta ed inoppugnabile dell’intuizione fondamentale di Marx ed Engels, di ciò che ne fa, a tutt’oggi, i maggiori e più rivoluzionari “scienziati sociali” che siano mai esistiti: l’Ottobre Rosso è, in sintesi, la conferma storica dell’idea che l’“iniquità” (e l'irrazionalità) delle “regole distributive” della ricchezza sociale è destinata ad essere costantemente e progressivamente superata nel processo dialettico reale, che conduce, in modo oggettivo (e sempre più razionale), a nuove forme di “proprietà collettiva” (più razionali in quanto più aderenti al concetto stesso di “giustizia distributiva”). Marx ed Engels parlavano di “proprietà dei produttori associati” o “proprietà sociale”, per indicare tale nuova forma di proprietà collettiva (o “pubblica”) sui mezzi di produzione, necessariamente generata dallo sviluppo economico-sociale delle forze produttive accanto alla diretta “proprietà personale” o diritto di uso/godimento/disposizione personale, sui beni di consumo prodotti dalla società e ripartiti razionalmente/equamente tra tutti i componenti della stessa (cfr. Marx-Engels, Il Manifesto del Partito Comunista, 1848, trad. it., Milano, 1978).

Ovviamente, in un’ottica marxista, vi è un ineludibile “presupposto politico” a tutto ciò: la “rottura rivoluzionaria” dell’“ordine” (o sarebbe meglio dire del “disordine”) capitalistico e la “conquista” del potere politico da parte del proletariato, quella che nel Manifesto viene definita “conquista della democrazia” da parte dei lavoratori. Dunque, l’“ordine” socialista può essere costruito e sviluppato (sulle basi oggettive dell’evoluzione capitalistica) solo se la classe lavoratrice riesce (sotto la direzione del partito marxista) a “realizzare” la “propria” democrazia (la democrazia socialista), il “proprio” Stato ed il “proprio” governo: in sintesi, il proprio ordinamento politico-giuridico generale dotato di una superiore, universale ed oggettiva razionalità reale.

                                                                                    

Sviluppo socialista della realtà e materialismo dialettico

Dunque il “socialismo”, con i suoi rapporti di produzione/distribuzione fondati sulla proprietà collettiva/comune dei mezzi di produzione, con i suoi superiori principi di giustizia distributiva incardinati sull'uguaglianza del lavoro e sull'uguaglianza della ripartizione dei prodotti sociali in proporzione alla quantità di lavoro fornita ed ai bisogni individuali e collettivi, con le sue più democratiche istituzioni politiche e sociali (consigli rappresentativi e Stato dei lavoratori), con il suo progredito ordinamento giuridico fondato su norme/regole prescrittive di condotta funzionali ad indirizzare/disciplinare razionalmente l'azione generale nei rapporti intersoggettivi al fine di garantire al meglio la coesistenza e l'integrazione sociale (norme giuridiche che, proprio in quanto frutto della progressiva evoluzione storica, sono “naturalmente” più razionali, più giuste e più “civili” rispetto alle precedenti, che pure – nella loro parte migliore – vengono dalle stesse norme socialiste integrate, assorbite e superate dialetticamente), è il prodotto necessario del continuo sviluppo razionale della realtà complessiva ed è soprattutto la dimostrazione oggettiva della profonda ed indissolubile/inscindibile unità dialettica concreta di ragione e realtà (per cui – secondo l'interpretazione materialistica e “dinamica” di Hegel fornita giustamente da Engels - “ciò che è reale deve essere razionale e ciò che è razionale deve essere reale”).[21]

Alla base vi è la tesi materialistico-dialettica (essenza filosofica del marxismo) la quale afferma “(con Spinoza e con Hegel) che la razionalità è un principio generale dell'universo e che la razionalità dell'uomo è valida in quanto si inserisce nello sviluppo di tale principio”; che “le tecniche della ragione umana (sempre relative allo sviluppo sociale dell'uomo che le crea, e perciò sempre mutabili e perfezionabili) traggono il proprio valore non dall'uomo che se ne serve, ma dalla razionalità dell'universo che esse riescono a cogliere in parte più o meno grande”.[22]

La tesi materialistico-dialettica si fonda sull'identità tra ragione e realtà per cui la razionalità oggettiva dell'universo costituisce il fondamento della ragione umana (che è parte integrante della stessa razionalità universale); dunque la ragione umana riflette e riproduce (sotto il profilo logico-concettuale e pratico-operativo) la complessiva razionalità dell'universo reale (di cui essa stessa è il prodotto) e si sviluppa dialetticamente all'interno di tale razionalità oggettiva (insieme ad essa, contestualmente ad essa).

Ne consegue l'assoluta unità dialettico-razionale dell'intera realtà (materiale/oggettiva e cosciente-“spirituale”/soggettiva), l'assoluta identità di pensiero/ragione e realtà materiale, che seguono entrambi, nella loro evoluzione, i criteri della logica dialettica (la quale consente di individuare le profonde correlazioni razionali di tutti i molteplici elementi del reale e, quindi, la sua essenziale unità materiale e concettuale); è in questo senso che, da un lato, la ragione si sviluppa dialetticamente nella realtà materiale facendole assumere forme di progressiva e concreta maggiore razionalità, e, dall'altro, che la realtà materiale (e sociale) acquisisce, a sua volta, forme di progressiva maggiore razionalità nella sua concreta evoluzione storico-dialettica.

La razionalità del reale si attua pertanto dialetticamente (attraverso appunto la logica razionale dei rapporti dinamici tra tesi, antitesi e sintesi, cioè tramite contraddizioni e compenetrazione, soluzione e superamento di tali contraddizioni) per mezzo dell'interazione reciproca tra gli elementi della realtà materiale (tra loro e con il tutto) e tra i concetti che costituiscono la loro rappresentazione astratta/razionale, il loro “riflesso” unitario, generale ed universale (ossia “ideale”) nel cervello, nella coscienza, nella mente e nell'intelletto degli esseri umani[23].

In tale contesto è evidente che lo “spirito”, la coscienza, la ragione sono “funzioni” corrispondenti ad una forma di organizzazione della materia, sono una “proprietà” della materia e del suo continuo sviluppo dialettico: ragione/coscienza e realtà materiale coincidono e si compenetrano in un'unità reale superiore ed onnicomprensiva che si sviluppa e procede secondo i principi razionali della logica dialettica; tale logica governa tutto il reale e connette le singole parti del molteplice in una coerente unità razionale in continua evoluzione, per cui la ragione ed il pensiero sono la stessa realtà materiale che, nel processo storico-naturale, diventa progressivamente cosciente ed autocosciente.

L'essere umano, con la sua sensibilità, la sua coscienza, il suo pensiero, la sua ragione (ossia la sua capacità/proprietà soggettiva di elaborare concettualmente il dato sensibile e la percezione della realtà oggettiva, di connettere logicamente i concetti astratti ed universali ricavati induttivamente dalla molteplicità del reale e riflettenti la essenziale ed unitaria struttura logico-razionale della realtà materiale, ovvero i concetti riflettenti/riproducenti la necessaria e dialettica connessione di “derivazione causale” che governa, in modo intrinsecamente razionale, l'insieme di tutti gli elementi che costituiscono le essenziali porzioni costitutive della medesima realtà oggettiva), è esso stesso parte integrante e “prodotto” evoluto della realtà materiale complessiva, è cioè esso stesso materia cosciente/razionale ed elemento costitutivo della materia universale, anch'essa, nel suo flusso dialettico-evolutivo e nelle correlazioni causali reciproche dei suoi elementi costitutivi, necessariamente ed intrinsecamente razionale.

Ciò in quanto la realtà materiale universale assume, nel suo continuo processo di sviluppo, nel suo movimento dialettico - attraverso il quale essa si trasforma e si evolve -, forme diverse di organizzazione (più o meno complesse) e corrispondenti diversi livelli/gradi, più o meno sviluppati, di sensibilità (nel senso di capacità di percezione sensoriale del mondo esterno e di capacità di “sentire” o provare sensazioni), di coscienza ed autocoscienza, di pensiero e di intelletto o ragione (tutte “proprietà della materia in movimento”). All'interno di questo onnicomprensivo divenire storico-naturale, l'uomo, gli animali, le piante (materia organica) e la materia inorganica, sono evidentemente parti del tutto, in stretta ed indissolubile relazione dialettico-razionale reciproca e con la stessa totalità universale del reale[24].

Ne deriva che, per il materialismo dialettico, le idee ed i concetti (con le loro connessioni/correlazioni logico-dialettiche) costituiscono il riflesso universale (la riproduzione o rappresentazione logico-concettuale) nella coscienza e nel pensiero umano, della realtà materiale oggettiva/esterna nel suo profondo sviluppo dialettico (che ricomprende necessariamente anche lo stesso pensiero e la stessa coscienza individuale e collettiva in perenne evoluzione); essi cioè costituiscono l'astrazione, la generalizzazione e l'unificazione razionale (“induttiva”) della molteplicità del dato sensibile, della pluralità dei “fatti” (o “elementi fenomenici”) materiali oggettivi percepiti attraverso i sensi.

Il pensiero, la coscienza e la “conoscenza” sono dunque il prodotto dell'evoluzione storica della realtà materiale complessiva ed universale (che li implica e li include) e la dialettica è “la forma di pensiero più importante, perchè essa sola offre le analogie e i metodi per comprendere i processi di sviluppo della natura”[25]; per Engels (e per Marx) la dialettica è la logica (la “ragione”) attraverso cui tutto l'essere reale (tutto ciò che esiste), si muove, si sviluppa, scorre e si trasforma; ciò implica che, posta l'indissolubile unità del reale (cioè di ragione/pensiero e realtà), se l'essenziale struttura del pensiero è una struttura dialettico-razionale, a questa deve necessariamente corrispondere una analoga struttura dialettico-razionale dell'intera realtà materiale (che in essa ricomprende ed assorbe – come l'universale implica l'elemento particolare e come il tutto ricomprende la parte – la stessa struttura dialettico-razionale superiore del pensiero umano), altrimenti vi sarebbe un irrazionale dualismo tra pensiero e realtà e la “prassi” umana (cioè l'attività teorico-pratica di interazione con la realtà e di trasformazione della stessa) sarebbe inefficace e impossibile.

L'uomo, come parte del tutto, ha quindi il compito non soltanto di capire e “contemplare” o riflettere concettualmente lo sviluppo della realtà, ma anche di operare in essa per trasformarla, di essere cioè la coscienza del divenire dialettico della realtà (materiale e sociale) e la volontà consapevole di intervenire in essa in senso “rivoluzionario” per mutarla in modo sempre più razionale: da qui il ruolo essenziale del Partito marxista-rivoluzionario come coscienza collettiva avanzata della classe lavoratrice e dell'intero processo storico, e come elemento “soggettivo” necessario di propulsione del reale verso le forme organizzative più razionali del “socialismo” e del “comunismo”.

Per citare ancora Engels (“La situazione della classe operaia in Inghilterra” - 1845): “Per i suoi principi, il comunismo è al di sopra del conflitto tra borghesia e proletariato, giustificandolo storicamente nel presente, non per il futuro; esso sopprime tale conflitto ma riconosce, finchè permane il conflitto di classe, che l'ostilità del proletariato verso i suoi oppressori è una necessità e rappresenta la leva più importante del movimento operaio al suo inizio; ma va oltre tale ostilità, perchè il comunismo è la causa di tutta l'umanità, non solo della classe operaia”.

Riassumendo: la realtà materiale complessiva integra un unico processo dialettico-razionale incentrato sulla necessaria connessione/concatenazione causale e “logica” di tutti gli enti che costituiscono il reale (inteso come unità dialettica di ragione/pensiero e realtà naturale); esso si sviluppa in una continua ed ininterrotta evoluzione dinamica che rappresenta appunto il movimento di trasformazione dialettica della realtà stessa nella sua intima razionalità; le idee, il pensiero soggettivo, la ragione e la coscienza (come proprietà soggettive) riflettono sul piano “logico-concettuale” tale movimento dialettico della realtà e la sua più ampia razionalità oggettiva, sostanziale ed universale, essendo la coscienza una “proprietà” connessa a determinate “forme di organizzazione della materia” (cfr. in questo senso Lenin, Materialismo ed empiriocriticismo) che esprime l'essenza razionale della medesima materia in continuo sviluppo.

In altri termini, la ragione, attraverso la dialettica, consente di comprendere l'unità assoluta del reale pur nella sua molteplicità contraddittoria e conflittuale (anzi proprio attraverso essa); la logica dialettica quindi non concerne solo il discorso umano ma la realtà stessa, proprio in virtù della profonda identità/unità di ragione e realtà, che procedono entrambe secondo i medesimi principi incentrati sul rapporto, sul collegamento, sulla relazione tra tesi ed antitesi; rapporto e collegamento che conducono ad un'unità superiore – la sintesi – comprensiva dei due elementi contraddittori ed espressiva della loro connessione razionale.

La dialettica è quindi il processo reale e logico-razionale (proprio del pensiero e dell'universo materiale) che conserva e supera, nella sintesi, sia la tesi che l'antitesi come momenti diversi dello sviluppo della realtà e della ragione; essa è la logica razionale che consente di cogliere l'unità di tutto il reale e, dunque, la sostanziale unità della stessa ragione con la realtà, i cui processi seguono i medesimi principi razionali della logica dialettica, cioè della logica che svela il perenne movimento del reale e le connessioni che riconducono il molteplice ad unità universale e razionale.

Pertanto, la ragione umana è perfettamente in grado di cogliere l'intima razionalità del reale proprio perchè ne è parte cosciente, proprio perchè ragione e realtà sono inscindibilmente unite, procedono entrambe dialetticamente e si compenetrano in un'unità assoluta in cui “ciò che è reale è razionale e ciò che è razionale è reale”.

Il socialismo ed il comunismo, in definitiva, sono l'esito necessario dello sviluppo razionale della realtà: essi sono dunque, sul piano della necessità storica, la razionalità del reale e la realtà della ragione.

È questa la grande lezione di Marx, di Engels e (prima ancora, per la parte più feconda e vitale del suo sistema filosofico) di Hegel; questa è la grande lezione del materialismo dialettico.

Mario Cermignani            

 

* Dottore di ricerca in Scienze Giuridiche (Diritto tributario).

[1]   Per un approfondimento dell’analisi economica, cfr. Marx, Introduzione alla critica dell’economia politica, 1857; Id., Per la critica dell’economia politica, 1859; Id, Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica, 1857; Id., Il Capitale. Libro primo, 1867, ed. it., Roma, 1974

[2]   cfr. Marx-Engels, Il Manifesto del Partito Comunista, cap. II, Proletari e Comunisti, ed. it., Milano, 1978

[3]   Cfr. K.Marx, Il Capitale cit.

[4]   L'espressione è di R. Lupi, Diritto tributario, Parte speciale, Milano, 2007

[5]   K. Marx, Il Capitale. Critica dell'economia politica. Libro I, 1867, ed it., Roma, 1974

[6]   K. Marx, Il Capitale, Libro primo cit.; E. Mandel, Introduzione alla teoria economica marxista, ed. it., Roma, 1992.

       

[7]   Si rinvia ancora a K. Marx, Introduzione alla critica dell’economia politica, 1857; Id., Per la critica dell’economia politica, 1859; Id, Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica, 1857; Id., Il Capitale. Libro primo, 1867, ed. it., Roma, 1974

[8]   Cfr. E. Mandel, Introduzione alla teoria economica marxista, Roma, 1992

[9]   E. Mandel, Introduzione alla teoria economica marxista, Roma, p. 52 ss.

[10] Cfr. Lucas, Crolli, investimenti e propensioni imperialiste nella Cina capitalista, in Unità di classe – Giornale comunista dei lavoratori, ottobre 2015

[11]          Maitan L., Finanziarizzazione del capitale: causa o effetto? in Tempeste nell'economia mondiale, Roma, 1998

[12]          Chesnais F., La mondializzazione finanziaria, 1996

[13]          Aglietta M., Macroeconomia finanziaria, 1995

[14]  Banca d’Italia, Rapporto sulla stabilità finanziaria, Dicembre 2010

[15]  CGIL – Dipartimento delle politiche economiche, Un’imposta sulle grandi ricchezze come imposta per il futuro, 25 marzo 2011.

[16]  Cfr. sull'argomento, V.I. Lenin, Stato e Rivoluzione. La dottrina marxista dello Stato e i compiti del proletariato nella rivoluzione, Trad. it., Milano, 2003

[17]  Cfr. Mandel, Introduzione alla teoria economica marxista, Roma, 1992

[18] In Italia, ad esempio, si è assistito negli ultimi anni ad una marcata riduzione dell'aliquota (proporzionale e non progressiva) dell'Irpeg/Ires (imposta sul reddito delle persone giuridiche/delle società, cioè l'imposta sui profitti societari) che è stata portata in poco tempo dal 37% (Irpeg nel 2000), al 36% (nel 2001/2002), al 33% (Ires dal 2004 al 2007), al 27,5% (dal 2008 al 2016), fino al 23% (aliquota che entrerà in vigore nel 2017).

[19] Quando si parla di “popolo lavoratore” come base materiale e giuridica degli organi rappresentativi della nuova “democrazia socialista”, si fa ovviamente riferimento, in senso ampio, innanzitutto alla classe lavoratrice in tutte le sue articolazioni e stratificazioni (anche “semiproletarie”), attiva e quiescente (ossia pensionata o transitoriamente disoccupata), ma anche a tutte le masse popolari sfruttate (in un sistema capitalistico), oppresse, in ogni caso svantaggiate sul piano naturale o sociale; l'esclusione dalla rappresentanza politica è pertanto limitata alle classi capitalistiche e sfruttatrici.

[20] E' progressiva l'imposta che cresce più che proporzionalmente al crescere della base imponibile (ricchezza soggettiva) e che perciò colpisce in modo “progressivamente” più rilevante i più ricchi.

[21] Engels riassume l'idea della razionalità del reale “istituendo l'equazione tra razionalità, realtà e necessità storica (A. Burgio, Strutture e catastrofi: Kant, Hegel, Marx, Roma, 2000, 128). “Per Hegel non tutto ciò che esiste è, per ciò stesso, anche reale. Secondo lui l'attributo della realtà si addice solo a ciò che è, al tempo stesso, anche necessario: <<la realtà si manifesta come necessità nel suo sviluppo>> (…). Ma ciò che è necessario si dimostra in ultima istanza anche razionale. (…) E così, in virtù della dialettica hegeliana, l'affermazione di Hegel si trasforma nel suo contrario: tutto ciò che nel contesto della storia umana è reale diviene, col tempo, irrazionale, è dunque tale nella sua stessa destinazione, è affetto da irrazionalità sin dall'origine; per contro, tutto ciò che vi è di razionale nelle menti degli uomini è destinato a realizzarsi, per quanto radicalmente possa contrastare alla apparente realtà data. Conformemente a tutte le regole del modo di pensare hegeliano, l'affermazione della razionalità di tutto il reale si risolve nell'altra: tutto ciò che esiste è degno di scomparire” (F. Engels, Ludwig Feuerbach e l'approdo della filosofia classica tedesca, citato da A. Burgio, Strutture e catastrofi cit., 128, note 171 e 172).

     Questo significa che, nel divenire dialettico della realtà, tutto ciò che è reale deve (dovrà) necessariamente essere (o diventare) razionale, posto che è reale solo ciò che è anche necessario e che è necessario solo ciò che è anche razionale; dunque la realtà deve necessariamente, progressivamente e dialetticamente, assumere forme di maggiore razionalità oggettiva (ciò che è reale deve – o dovrà – essere razionale), mentre tutto ciò che è dotato di razionalità dovrà necessariamente (sarà destinato a) realizzarsi, concretizzarsi dialetticamente nel processo di sviluppo storico della realtà oggettiva (ciò che è razionale deve – o dovrà – necessariamente essere reale).

     Sono interessanti le riflessioni di Burgio in proposito, laddove afferma che: “Engels desume da queste premesse (…) le linee portanti di una filosofia della storia nella quale il processo storico è concepito come successione di forme di realtà sempre più ricche di ragione, una successione governata da un conflitto tra ragioni contrapposte nel quale è destinata a prevalere la ragione più ricca di realtà (cioè più conforme all'essenza della situazione storica). (…) Hegel concepisce la storia alla stregua di un processo di razionalizzazione della realtà: in ogni epoca la realtà incorpora più ragione di quanta ne contenesse nella precedente. Ora Hegel ritiene che tale processo (per effetto del quale la storia si risolve in un progresso irreversibile) obbedisca ad una necessità oggettiva. Nondimeno (…) esso si sviluppa in virtù dell'azione di un soggetto. Lo <<spirito del mondo>> è <<l'individuo>> della storia, lo svolgimento della quale consiste nel <<prodursi>> dello spirito stesso (…). In prosa, ciò equivale a dire che la razionalità superiore della nuova epoca – razionalità <<destinata a realizzarsi>> - ha sede in primo luogo <<nelle menti degli uomini>> che ne promuovono l'avvento [F. Engels, Ludwig Feuerbach e l'approdo cit., 266-267] (…). La realtà è razionale (sempre di più nel corso del tempo) perchè (nella misura in cui) è il prodotto dell'attività dell'uomo, la ragione del quale cessa di essere pura astrazione (pura soggettività) via via che si incarna nella realtà (nell'oggettività) informandola di sé. (...)” (A. Burgio, Strutture e catastrofi cit., 128-130).

     E' precisamente su questo contesto concettuale “generale” che si innesta “l'idea marxiana di prassi”, di agire soggettivo pratico-razionale (o teorico-pratico), di “attività pensante”, cosciente e consapevole (ossia “razionale”), diretta a modificare la realtà naturale/materiale, ad interagire dialetticamente con essa, a trasformarla (subendone al contempo un'azione trasformatrice) in funzione dei propri bisogni, in funzione della produzione e riproduzione della propria vita ed esistenza (parte integrante della stessa realtà naturale/materiale complessiva ed indissolubilmente connessa a quest'ultima).

     Marx “registra i progressi dell'<<autocoscienza>> (...)” e “ne ravvisa il <<presupposto pratico assolutamente necessario>> in un processo materiale, nell'<<universale sviluppo delle forze produttive>>” (K. Marx, L'ideologia tedesca, cit. da A. Burgio, Strutture e catastrofi cit., 135); “in virtù della sua struttura dialettica, questo processo è causa dello sfruttamento sempre più radicale di quanti sono costretti a svolgere attività manuali e, al tempo stesso, fonte della nuova soggettività della componente sociale messa al lavoro, di una soggettività sempre più consapevole della propria situazione e delle proprie potenzialità, sempre più in grado di concepire e realizzare la propria autonomia” (A. Burgio, Strutture e catastrofi cit., 135-136).

     Una componente (o classe) della società sempre più vasta e sempre più in grado cioè di comprendere appieno il reale sviluppo “sociale” (integrato, coordinato, associato e collettivo) delle forze produttive del lavoro umano ed il suo essenziale contrasto con le forme capitalistiche di appropriazione “privata” del prodotto di tale lavoro associato; sempre più in grado dunque di raggiungere la piena coscienza della necessità storico-razionale di abolire i rapporti di produzione/proprietà capitalistici sostituendoli con forme di proprietà collettiva socialista e con conseguenti forme più razionali e più giuste di distribuzione ugualitaria dello stesso prodotto sociale in funzione del pieno soddisfacimento dei bisogni individuali e collettivi dell'intera società.

     Ne “Il Capitale” (Libro I cit.) Marx definisce il concetto di lavoro “indipendentemente da qualsiasi forma sociale determinata”: “il lavoro è innanzitutto un processo tra uomo e natura, un processo nel quale l'uomo media, regola e controlla il proprio metabolismo con la natura per il tramite della propria attività. Egli si contrappone alla materia naturale come una potenza naturale. Le forze naturali appartenenti alla sua corporeità – braccia, gambe, testa e mano – egli le mette in movimento allo scopo di appropriarsi della materia naturale in una forma utilizzabile per la propria vita. Nel momento stesso in cui, attraverso questo movimento, agisce sulla natura fuori di sé e la trasforma, egli trasforma al tempo stesso la natura sua propria”.

     Ciò che caratterizza questa complessa attività pratico-produttiva “è non solo la sua bilateralità (l'essere sempre luogo di riproduzione e trasformazione di sé e del mondo” (A. Burgio, Strutture e catastrofi cit., 137), l'assumere la dimensione dialettica del rapporto “organico” di interazione reciproca tra l'essere umano (il “soggetto”), come parte essenziale della realtà materiale/naturale complessiva, e la stessa realtà materiale/naturale oggettiva – rapporto attraverso il quale si attua concretamente la trasformazione e l'evoluzione dinamica della natura universale (dell'essere umano e del suo ambiente) - “ma anche la sua razionalità, la sua dimensione sostanzialmente razionale, “di agire teleologicamente strutturato” (A. Burgio, Strutture e catastrofi cit. 137), di agire pratico guidato da modelli/schemi concettuali sempre più razionali e universali, cioè sempre più conformi, sul piano sociale, a criteri razionali di giustizia, correttezza ed equità.      

[22] L. Geymonat, Storia del pensiero filosofico, III, Milano, 1982, 355-356, il quale afferma anche che il più importante contributo al materialismo dialettico, dopo i testi di Marx ed Engels, è stato dato da Lenin con l'opera “Materialismo ed empiriocriticismo” (1908) che contiene un'aspra polemica contro i seguaci di Mach (quindi di Berkely e di Hume) inserendosi autorevolmente nel dibattito che oppone materialismo dialettico ed empiriocriticismo, cioè “in una delle questioni filosofiche più serie del nostro secolo”.

[23] Per dirla con Engels, vi sono tre leggi fondamentali della dialettica, ricavabili induttivamente dalla storia     della natura, che ricomprende la storia della società umana, ed esse sono anche leggi logiche del        pensiero: la legge della conversione della quantità in qualità e viceversa; la legge della  compenetrazione degli opposti; la legge della negazione della negazione (ossia della sintesi dialettica     delle contraddizioni).

     Il principio di contraddizione è il fondamento della dialettica ed è presente in tutti i fenomeni naturali           (anche e soprattutto nel pensiero, in quanto fenomeno naturale che “riflette” i fenomeni naturali): esso è           “la contraddizione che continuamente si pone e continuamente si risolve” (Engels, Dialettica della  natura, 1883); nel processo dialettico (hegeliano e poi marxengelsiano) l'affermazione di un concetto (e    l'esistenza di un correlato ente o fatto reale – data la coincidenza tra la struttura logico-razionale del        pensiero e        quella della realtà materiale) costituisce la tesi; l'affermazione di un concetto (e l'esistenza di            un correlato ente o fatto materiale) contraddittorio costituisce l'antitesi; dalla loro connessione (o    “mediazione”) dialettica scaturisce la “sintesi, che accoglie tesi ed antitesi in una unità superiore, in           cui        entrambe vengono conservate come momenti diversi” (L. Geymonat, Storia del pensiero filosofico, III,           Milano, 1982, 63).

     Si parte dal principio di identità che afferma che A=A (tesi); questa affermazione, svolta con coerenza,         porta necessariamente ad affermare il non-A (antitesi): se si afferma, infatti, che A è A, bisogna         riconoscere che A non è non-A (principio di non contraddizione, A è diverso da non-A), ossia che “il      non-A limita A, lo nega, lo condiziona”; la sintesi che ne scaturisce è costituita dal profondo       collegamento/rapporto dialettico esistente tra A e non-A (dalla concreta mediazione dialettica tra tesi ed antitesi), che conduce a riconoscere logicamente che (in modo non astratto) A non sta da sé, non è isolato, ma che esso è il momento di un complesso reale e razionale più vasto, il quale comprende, in un dinamico e perpetuo movimento dialettico, tanto A quanto il suo opposto (cfr. L. Geymonat, Storia del pensiero filosofico cit., 63).

     Nel sopra descritto significato Engels parla di “compenetrazione degli opposti” (cioè di connessione/correlazione dialettica dei termini antitetici), così come, analogamente, nota che nei fenomeni naturali si dimostra costantemente che i mutamenti quantitativi producono mutamenti qualitativi della materia e viceversa (e tali cambiamenti concreti si riflettono nel pensiero e vengono perfettamente rappresentati sul piano razionale-concettuale - generale e astratto -, essendo tale piano concettuale comunque e sempre un prodotto della materia in movimento).

     La negazione della negazione, ossia la superiore sintesi della contraddizione dialettica, viene affermata da Engels citando Marx, laddove, ne “Il Capitale”, scrive che “Il modo di appropriazione capitalistico che nasce dal modo di produzione capitalistico, e quindi la proprietà privata capitalistica, sono la prima negazione della proprietà individuale, fondata sul lavoro personale. Ma la produzione capitalistica genera, essa stessa, con l'ineluttabilità di un processo naturale, la propria negazione. E' la negazione della negazione. E questa non ristabilisce la proprietà privata, ma invece la proprietà individuale fondata sulle conquiste dell'era capitalistica, sulla cooperazione e sul possesso collettivo della terra e dei mezzi di produzione prodotti dal lavoro stesso”. In altri termini, la rivoluzione comunista, il potere politico dei lavoratori ed il nuovo modo di produzione socialista, sono la sintesi (la “negazione” del modo di produzione, dei rapporti di proprietà e del potere politico del capitale, a loro volta “negazione” della proprietà individuale fondata sul lavoro personale) che introduce storicamente la nuova proprietà individuale dei beni di consumo (equamente distribuiti) fondata sulla proprietà socialista (comune) dei mezzi di produzione concentrati e sviluppati, generati dallo stesso lavoro collettivo, organizzato e disciplinato (il quale trova la sua origine storica già all'interno del modo di produzione e della formazione economico-sociale capitalistica).

     Engels peraltro, significativamente e rendendo omaggio alla migliore tradizione filosofica precedente, cita anche il Rousseau del “Discorso sull'origine e i fondamenti dell'ineguaglianza tra gli uomini”, che vede nello stato di natura una condizione di uguaglianza tra gli uomini, negato dal progresso storico-sociale che introduce la disuguaglianza, la discriminazione e l'oppressione; queste aumentano fino al loro culmine, sotto la “tirannia”, la quale rende tutti gli uomini uguali (tranne pochi), perchè “tutti non sono niente” e tutti dovranno spezzare la tirannide dei pochi: “E' così la disuguaglianza si muta a sua volta in uguaglianza, non però nell'antica uguaglianza naturale degli uomini primitivi privi di linguaggio, ma in quella più elevata del contratto sociale. Gli oppressori vengono oppressi. E' la negazione della negazione” (che ristabilisce l'uguaglianza e la libertà sostanziale di tutti gli uomini, attraverso la volontà collettiva, generale ed universale, del contratto sociale, forma altamente “democratica” della coesistenza sociale).  

[24] In questo senso, V.I. Lenin, Materialismo ed empiriocriticismo, trad. it., Milano, 2004, 57, 59 e 87, afferma “(...) il materialismo, in pieno accordo con le scienze naturali, considera come dato primordiale la materia e come dato secondario la coscienza, il pensiero, la sensazione; poiché la sensibilità è connessa, in una forma chiaramente espressa, unicamente alle forme superiori della materia (materia organica), mentre <<nelle fondamenta dell'edificio stesso della materia>> si può soltanto supporre l'esistenza di una facoltà simile alla sensibilità. (...)”; la sensazione è cioè “connessa soltanto a determinati processi che si svolgono nella materia organizzata in un determinato modo (...)” e le vere concezioni dei materialisti “non consistono nel dedurre la sensazione dal movimento della materia o nel ridurre la sensazione al movimento della materia, ma nel considerare la sensazione come una delle proprietà della materia in movimento. (…). Le scienze naturali affermano con sicurezza che la terra esisteva in condizioni tali che né l'uomo né in generale qualsiasi altro essere vivente esisteva e poteva esistere su di essa. La materia organica è un fenomeno ulteriore, frutto di un lunghissimo sviluppo. (…) La materia è primordiale, il pensiero, la coscienza, la sensazione sono il prodotto di uno sviluppo molto elevato. Questa è la teoria materialistica della conoscenza, sulla quale poggiano istintivamente le scienze naturali”.

[25] F. Engels, La dialettica della natura, 1883

 

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy.