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Categoria: Saggi
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Cosimo Cerardi

 

In base ai criteri di analisi di Marx, nessun ordinamento sociale può subire una crisi generale fino a che non abbia realizzato tutte le proprie potenzialità storiche, divenendo incapace di contenere gli sviluppi sociali e materiali che esso stesso ha messo in moto. Scriveva Marx nel 1859:

Nessun ordine sociale è mai distrutto prima che tutte le forze produttive per le quali è sufficiente si siano sviluppate e nuove, superiori, relazioni di produzione non prendono mai il posto delle vecchie prima che le condizioni materiali per la loro esistenza si siano maturate entro la struttura della vecchia società (1).

Il capitalismo sopravvive così fino a che ha la capacità di rivoluzionare e socializzare la produzione. La sua evoluzione è stata punteggiata da periodi di crisi laddove una particolare linea di sviluppo si trovava a essere bloccata, ma finora ha avuto la capacità di rovesciare queste crisi a proprio vantaggio; ne ha limitato le conseguenze ed è riuscito a trasformarle in crisi di ricomposizione, all’interno delle quali le forze che sembravano in grado di minacciare fin l’esistenza di un modo capitalistico di produrre divenivano le basi di nuove fasi di una nuova accumulazione capitalistica.


  1. La dinamica della crisi
    La più recente crisi del capitalismo è intervenuta, in questo secolo, tra le due guerre mondiali, in un momento in cui la sua capacità di procedere a innovazioni era ben lungi dall’essere esaurita. L’esperimento di Ford, precedente la Prima guerra mondiale, è una chiara prova del fatto che la sua abilità nel risvegliare “forze produttive sonnecchianti tra le pieghe del lavoro sociale” e di riorganizzare, su queste, i rapporti di produzione, era tutt’altro che finita. Ne risultò che l’opposizione di classe operaia, sebbene intensa, forse più intensa e più realmente organizzata che mai, non riuscì a raggiungere alcuna autonomia strategica e a imporre termini e terreno della lotta.
    L’attacco principale, guidato dall’operaio nel ruolo di produttore, si svolse su un terreno che l’avanguardia capitalistica aveva già superato e che il grosso del capitale era pronto ad abbandonare.
    Il suo progetto socialista centrato su un programma di nazionalizzazioni e di pianificazione formava già parte della strategia capitalistica avanzata e non costituiva alcuna minaccia di fondo.
    Al contrario l’offensiva operaia fu diretta in questo periodo per lo più contro i settori capitalistici più arretrati e perciò non soltanto perse il suo mordente rivoluzionario ma si offrì come motore del rinnovamento capitalistico. Il socialismo rivoluzionario si trasformò in socialdemocrazia riformista, e venne sommerso dal keynesismo.
    La questione della disoccupazione chiarisce la cosa meglio di ogni altra. Negli ultimi anni è divenuto pratica corrente trattare il livello dell’occupazione come un indice di successo capitalistico mentre l’alta disoccupazione del periodo tra le due guerre viene vista come una prova inequivocabile della crisi.
    Ma per chi fu davvero una crisi? Non esiste per il capitale un imperativo economico a creare piena occupazione, come dimostra al di fuori di ogni dubbio la situazione del mondo sottosviluppato. Ciò non significa che la disoccupazione nei paesi capitalisti avanzati prima dell’ultima guerra sia stata il risultato delle stesse forze che ora la determinano in così numerosi paesi sottosviluppati. Ma ciò evidenzia il fatto che la disoccupazione in sé e per sé non costituisce una minaccia per il capitale. D’altro canto, essa ha sempre l’effetto di indebolire la classe operaia a causa della sua immediata e totale dipendenza dal lavoro salariato. Di fatto la disoccupazione è invariabilmente assai pii una crisi per il lavoro che per il capitale e le depressioni che hanno interrotto periodicamente lo sviluppo prima del 1945 si sono immancabilmente risolte a vantaggio del capitale.
    La depressione dimostra più di ogni altra cosa l’assurdità della produzione capitalistica: povertà da una parte, stocks lasciati deperire, impianti e uomini inattivi dall’altra; ma non ne consegue che si tratti di un periodo in cui l’equilibrio delle forze di classe volga a svantaggio del capitale. All’opposto, i punti bassi del ciclo sono coincisi con periodi di rinnovamento capitalistico: le imprese più deboli crollano agevolando il processo di concentrazione e centralizzazione; impianti installati frettolosamente durante il boom vengono realisticamente rivalutati; e si possono espandere nuove branche di produzione con una opposizione di classe indebolita dalla disoccupazione. La depressione inglese degli anni Trenta, a esempio, costituì l’occasione di un grosso rinnovamento e di modifiche strutturali nell’industria. Aree di produzione nelle quali la resistenza operaia era forte, come il carbone, l’acciaio, le ferrovie e i porti, vennero ridotte, mentre vennero rapidamente espanse nuove industrie, come la chimica e l’elettromeccanica che impiegavano lavoro in maniera diversa. Nel bel mezzo della “crisi” Ford giunse a Dagenham.
    Detto ciò, va riconosciuto che il rilievo politico della disoccupazione varia da una situazione all’altra e che il capitale non è sempre egualmente libero di volgerla contro il lavoro. In regimi basati sul consenso politico come quelli prevalenti nei paesi sviluppati a partire dalla fine dell’ultima guerra, la disoccupazione è una strategia che il capitale deve abbandonare nell’interesse della stabilità politica. Le correnti di pensiero avanzate tra le due guerre erano ben consapevoli di ciò, pur considerando il problema da un altro lato, intuendo che la piena occupazione non soltanto avrebbe tagliato le unghie all’opposizione di classe operaia ma avrebbe di fatto aiutato l’assorbimento della classe e delle sue istituzioni nel progetto capitalistico, così scrisse Harold Macmillan nel 1938, intendendo naturalmente il capitalismo:

La democrazia può vivere soltanto fino a che sappia affrontare in modo soddisfacente i problemi della vita sociale. Se sarà capace di ciò, assicurando al popolo la soddisfazione delle sue ragionevoli richieste, ne otterrà un appoggio vigoroso sufficiente alla sua difesa” (2).


Sebbene le forme organizzative attraverso cui si esprimeva negli anni Trenta la lotta di classe – sindacati e partiti parlamentari – fossero inadatte a imporre uno scontro decisivo col capitale, rappresentavano tuttavia una forza politica che quest’ultimo non poteva ignorare. Al contempo proprio perché non costituivano una minaccia rivoluzionaria esse apparivano alle punte avanzate della classe capitalistica non come nemici mortali ma come partner potenziali in un programma a lungo respiro e a vaste basi di ricostruzione dell’ordine capitalistico del diciannovesimo secolo. Keynes credette che in Inghilterra il partito liberale avrebbe offerto lo schema organizzativo per il nuovo consenso e, malgrado la mancata realizzazione di questa particolare aspirazione, la sua visione politica generale ne usci pienamente verificata. Subito dopo lo sciopero generale e assai prima di conquistare fama mondiale con la General Theory egli ammonì il partito liberale a sbarazzarsi di coloro «che credevano con Winston Churchill [...] che la lotta politica incombente (in Inghilterra) fosse perfettamente descrivibile come capitalismo versus socialismo» (3).
Ma come Keynes comprendeva pienamente, il distacco delle organizzazioni della classe operaia da qualsiasi programma rivoluzionario e il loro assorbimento nel nuovo progetto capitalistico richiedevano un impegno nel senso del pieno impiego. In parte ciò costituiva una controconcessione della trattativa. Ma più importante era il fatto che le organizzazioni di classe come i sindacati e i partiti socialdemocratici potevano partecipare solo in maniera attiva allo stato capitalista, e potevano conservare il loro controllo sulla classe operaia solo se le reali richieste di quest’ultima venivano soddisfatte. Keynes era anche consapevole del fatto che il successo di questa strategia avrebbe comportato il passaggio a una “economia ad alti salari” anche se gli serviranno altri dieci anni per provare in termini accademici questo punto nella General Theory. Incidentalmente, Ford aveva anticipato la cosa fin dal 1914 aumentando il salario giornaliero nella sua fabbrica da 2,30 a 5 dollari. Ciò che forse Keynes sarebbe stato riluttante ad ammettere era il fatto che il successo della nuova strategia dopo la Seconda guerra mondiale sarebbe stato minore senza gli effetti punitivi della massiccia disoccupazione operaia degli anni Venti e Trenta.
Mentre da una parte il pieno impiego tagliava l’erba sotto i piedi al movimento rivoluzionario, i mezzi proposti per la sua realizzazione — l’interventismo statale — non erano da parte loro meno efficaci. Su questo punto Keynes non abbandonò mai una certa ambiguità. Comprendendo perfettamente che il laisser-faire, come ideologia e come pratica, non avrebbe potuto continuare a servire gli interessi del capitalismo, che “saggiamente amministrato può probabilmente essere reso più efficiente, per il raggiungimento di fini economici, di qualsiasi altro sistema alternativo,” definì il problema come necessità di “elaborare un’organizzazione sociale che sia la più efficiente possibile senza ferire le nostre nozioni di un soddisfacente sistema di vita.”(4) Egli riconobbe la necessità dell’intervento statale come di un elemento essenziale di tale nuova “organizzazione sociale,” ma non riuscì mai a ripudiare i presunti vantaggi del mercato come meccanismo sociale di distribuzione. Profondamente radicato nella cultura politica inglese e con una profonda convinzione dei meriti scientifici dell’economia neoclassica, convinzione mai perduta malgrado le numerose critiche che egli le rivolse (5), Keynes restava in ultima analisi incapace di volgere lo sguardo al di là dei confini della proprietà privata, alla maniera poi seguita da molti keynesiani successivi. Cosi, ironicamente, in Europa occidentale se non negli Stati Uniti, furono proprio quei partiti socialisti che Keynes mirava a sconfiggere con un liberalismo reso più accorto a impadronirsi realmente delle sue idee e a trasformarle in forza politica effettiva.
Il successo del capitale, la sua abilità non soltanto nel cavalcare la crisi nel periodo tra le due guerre ma nell’usarla come base di una vasta ricomposizione non ci deve nascondere la sua gravità e ancor meno la sua estensione. La crisi tra le due guerre scombussolò infatti l’intero mondo capitalistico con un’intensità senza precedenti. Fu una crisi genuinamente internazionale che abbracciò insieme paesi sviluppati e non, illuminando in maniera più vivida di qualsiasi altro fatto storico singolarmente preso l’estensione cui era giunto il capitale nell’unificare l’economia mondiale fin dagli inizi del ventesimo secolo.
A partire dal 1850, quando il capitale industriale affermò la sua supremazia su quello mercantile e ne fece il proprio agente nel mondo sottosviluppato, gli sviluppi nelle due parti del mondo capitalistico furono strettamente legati gli uni agli altri. Il modello dell’evoluzione economica dei paesi sottosviluppati fu determinato dalle potenze metropolitane. Non soltanto la struttura della produzione materiale e del consumo venne subordinata alle esigenze del capitale industriale, ma i periodici alti e bassi che segnavano il progresso dell’accumulazione nei paesi avanzati venivano trasmessi oltremare. Tuttavia i paesi sottosviluppati non furono mai semplicemente dei satelliti privi di qualsiasi autonomia, Il tipo della loro subordinazione al capitale industriale fu sempre decisamente influenzato da condizioni locali, variando da un paese all’altro. Inoltre la struttura dell’economia internazionale restava soggetta alle sue specifiche contraddizioni, sulle quali il capitale industriale non riuscì mai a esercitare un controllo totale. Né tali contraddizioni costituivano semplici proiezioni di sviluppi intervenuti all’interno delle potenze metropolitane: la crisi dell’economia internazionale nel periodo tra le due guerre fu qualcosa di più che un semplice riflesso della crisi di ricomposizione nel mondo sviluppato. Essa ebbe sue cause autonome e svolse un ruolo attivo nel processo di ricomposizione. Ciò fu particolarmente vero per la Gran Bretagna che, al centro dell’economia mondiale, era nello stesso momento punto di incontro e di trasmissione di ciò che, all’inizio almeno, sembravano essere due crisi.
Tra il 1850 e la riorganizzazione dell’economia mondiale dopo la seconda guerra mondiale, le relazioni economiche tra capitale industriale dei paesi sviluppati e produttori del mondo sottosviluppato erano mediate dal capitale mercantile. Ma quest’ultimo restava sempre in una posizione vulnerabile. Compresso dal capitale industriale nei paesi sviluppati e incapace di riorganizzare la produzione nel mondo sottosviluppato, il suo saggio di profitto era sempre sottoposto a pressioni che alla lunga non poteva contrastare.

Tali pressioni si fecero valere assai prima che la depressione dei primi anni Trenta riducesse la domanda di prodotti primari nei paesi sviluppati; e l’ordine economico internazionale nel quale il capitale mercantile giocava un ruolo centrale era già in uno stato di crisi profonda dalla fine della prima guerra mondiale.
Gli inglesi erano pienamente consapevoli dei pericoli di questa situazione, particolarmente per l’economia interna. La questione venne sollevata in maniera obliqua come problema del gold standard, e nella prima parte degli anni Venti infuriò un’aspra controversia sui meriti di quel sistema di organizzazione della finanza internazionale e sull’opportunità di restaurano. L’opinione conservatrice sostenne che un ritorno all’oro era essenziale al ristabilimento di condizioni economiche “normali” dato che il gold standard metteva a disposizione un meccanismo automatico mediante il quale si sarebbero potuti correggere gli squilibri della bilancia dei pagamenti nel modo più efficace e col minimo di rotture. Gli oppositori, come Keynes, negarono ciò fermamente, sostenendo che l’equilibrio della bilancia internazionale si sarebbe raggiunto soltanto con una massiccia disoccupazione e con vani sforzi di costringere in basso il livello dei salari. Ricerche più recenti, pur accettando la diagnosi keinesiana nei suoi termini generali, hanno mostrato che le fasi di stabilità raggiunta sotto il gold standard dagli anni Ottanta fino al 1914 erano dipese dal ruolo svolto dall’ampio investimento inglese oltremare, specialmente nel mondo sottosviluppato, che funzionò da cuscino, per così dire, assorbendo molte delle scosse cui quella struttura era soggetta.
Questo investimento tuttavia non era stato progettato con intenti di stabilizzazione; gran parte di esso era diretto alla costruzione di ferrovie al servizio di un commercio che il capitale mercantile trovava sempre meno profittevole. Pertanto non sarebbe potuto continuare indefinitamente sulla scala richiesta dalla stabilizzazione. Non soltanto non vi era più lo stesso incentivo a espandere i commerci abbastanza in fretta da assorbire larghe quantità di capitale, ma la natura dei progetti finanziati, come le ferrovie, era tale che una volta completati richiedevano una relativamente piccola espansione ulteriore.
La base reale dell’economia monetaria internazionale era perciò traballante molto prima di essere sommersa dal caos dei primi anni Trenta ed essere finalmente abbandonata. Il desiderio conservatore nella Gran Bretagna degli anni Venti di tornare alle condizioni normali dell’anteguerra non fu mai niente più che un’illusione — o una giustificazione del duro attacco ai livelli di vita che provocò la classe operaia a uno sciopero generale prematuro. Alla fine la depressione degli anni Trenta segnò il punto di non ritorno, frantumando ogni speranza di una ricostruzione del vecchio ordine. Fu anche il momento in cui le diverse linee della crisi capitalistica conversero a definire natura e dimensioni della ricomposizione richiesta.


  1. Ricomposizione
    Sebbene sia stato un vasto processo sociale, la ricomposizione del capitale dopo il 1943 può essere espressa in termini di due persone e della loro opera: Ford e Keynes. Il loro rapporto è simile a quello tra l’auto e la strada: l’una costruita dal capitale privato con metodi di produzione drammaticamente nuovi; l’altra dallo stato in base a nuovi principi di economia politica. Ford preparò le basi reali di una nuova fase di sviluppo; Keynes definì ufficialmente le istituzioni sociali entro le quali avrebbe dovuto svolgersi. Rappresentando settori diversi della classe capitalista, le loro prospettive sul “problema economico” erano affatto diverse. Ford partiva dalla produzione e dalla fabbrica; Keynes adottava una prospettiva più generale. Tuttavia su una questione fondamentale ebbero una posizione comune: il salario. Le idee di Ford erano rozze e scoperte:


Se possiamo distribuire alti salari scrisse nel 1922 questo denaro verrà poi speso e servirà a rendere più prosperi negozianti distributori e industriali di altri settori e tale prosperità si rifletterà sulle nostre vendite. Alti salari in tutto il paese significa prosperità in tutto il paese. (6)

Keynes era più cauto e non riassunse la sua posizione in modo così stringato. Tuttavia il suo modo di vedere era fondamentalmente lo stesso di Ford e l’affermazione di quest’ultimo potrebbe essere facilmente presa come una descrizione non elaborata del moltiplicatore, uno dei concetti principali usati nella General Theory. Un tema centrale della critica di Keynes alla politica governativa negli anni Venti fu il suo attacco al tentativo di ridurre in modo diretto i salari reali — un tema svolto proprio all’inizio della stessa General Theory egli sosteneva :

[...]l’opinione che la disoccupazione che caratterizza una depressione sia dovuta a un rifiuto da parte del lavoro di accettare una riduzione dei salari monetari non è chiaramente sostenuta dai fatti.(7)

Naturalmente né Ford né Keynes pensavano che il problema si potesse risolvere semplicemente elevando i salari. Il loro istinto di classe li immunizzava da questo errore, infatti così sosteneva Ford:


[...]salari più alti vanno pagati con una produzione maggiore. Pagare più alti salari e diminuire la produzione significa dare il via a una tendenza depressiva”. (8)


La necessità di alti salari, che entrambi apprezzavano alla loro diversa maniera, sorgeva dalla crescita della produttività e intensità del lavoro e dall’orientamento dei settori guida della produzione industriale verso merci per il mercato del consumatore. L’apprezzamento da parte di Ford di questa necessità fu quello di un intelligente uomo d’affari che desiderava vedere più denaro nelle mani dei suoi potenziali clienti, riconoscendo al contempo che un operaio meglio pagato era più produttivo e perciò di impiego più conveniente. Keynes interpretò la questione salariale in termini più ampi e fu uno dei pochi a comprendere che il passaggio a un’economia ad alti salari, implicito nei mutamenti produttivi iniziati da Ford, non si sarebbe potuto effettuare senza riforme profonde nell’intelaiatura istituzionale dell’economia capitalistica, interna e internazionale.
Le ramificazioni internazionali della politica salariale erano particolarmente evidenti in Gran Bretagna negli anni Venti, quando aspetti interni e internazionali risultavano inscindibili e ogni proposta di riorganizzare la struttura dei salari in accordo con lo sviluppo della produzione portava all’inevitabile conclusione che il capitalismo andava riorganizzato su scala mondiale. Ciò è stato pienamente dimostrato dai mutamenti che hanno avuto luogo dopo l’ultima guerra mondiale. In tutti i paesi sviluppati i governi hanno respinto una strategia di decurtazioni salariali dirette e si sono impegnati più o meno formalmente nel senso del pieno impiego. Più tardi ciò si è trasformato in una politica di crescita economica alimentata mediante vari tipi di intervento statale come nazionalizzazioni, politica dei redditi e pianificazione. Ma questa strategia, come Keynes comprendeva benissimo, non avrebbe potuto aver successo senza istituire nuovi organismi in sostituzione del gold standard e senza sistemare commercio, finanza e investimenti internazionali in modo tale da rafforzare quel tipo di politica interna. Ciò comportava iniziative sia economiche che politiche.
Il collasso del gold standard sanzionò la fine di un sistema fortemente integrato di legami politici che aveva stretto il mondo sottosviluppato ai paesi sviluppati per più di mezzo secolo. La vittima più drammatica ne fu il sistema coloniale e i vasti imperi europei del diciannovesimo secolo furono cancellati negli anni Quaranta e Cinquanta man mano che le colonie, una dopo l’altra, acquistavano l’indipendenza formale. Tre forze si combinavano nel determinare questa particolare evoluzione. In primo luogo l’emergenza del nazionalismo nello stesso mondo sottosviluppato; in secondo luogo le pressioni degli Stati Uniti per ottenere una “porta aperta” in mercati prima protetti; e in terzo luogo l’acquisita convinzione nei circoli capitalisti avanzati all’interno delle stesse potenze coloniali che il vecchio sistema era condannato e che i loro interessi a lungo termine sarebbero stati salvaguardati soltanto con nuove iniziative.
Nel periodo immediatamente successivo alla seconda guerra mondiale questi mutamenti apparvero più fondamentali di quanto successivamente risultarono, in parte perché il contesto di guerra fredda nel quale ebbero luogo fece sembrare i movimenti nazionalisti nel mondo sottosviluppato più rivoluzionari di quanto fossero di fatto. Ma con il passar del tempo divenne del tutto chiaro che in gran parte del mondo sottosviluppato il nazionalismo era organizzato come movimento di massa diretto contro un particolare assetto dei legami economico-politici col mondo capitalistico avanzato, e non un movimento di classe diretto a rovesciare il capitalismo come tale.
E corretto comunque rilevare che in Cina movimento nazionalista e rivoluzionario si fusero in un tutt’unico e che la Cina seppe sfuggire alle catene dell’ordine economico capitalistico. Ma altrove il movimento nazionalista fu per lo più una coalizione sotto il fermo controllo di interessi capitalistici nazionali i cui scopi politici consistevano nel rafforzare le proprie posizioni rispetto al capitale internazionale — un obiettivo i cui orizzonti strategici erano ben al di qua dall’essere rivoluzionari. L’estesa adozione di una fraseologia rivoluzionaria mascherò i limiti politici del nazionalismo.
In numerose colonie il punto fondamentale del movimento di indipendenza fu quello di assicurare a personale locale posti di lavoro prima occupati da stranieri. Altrove vennero compiuti determinati sforzi per acquistare il controllo sul capitale straniero ma in genere essi furono limitati al capitale mercantile, i cui margini di profitto erano ormai esauriti e i cui proprietari furono in molti casi felici di liberarsene.
Le nazionalizzazioni con rimborsi generosi soddisfacevano entrambe le parti, consentendo agli uni di assumere un atteggiamento radicale e agli altri di scaricarsi di posizioni il cui valore declinava. Gli interessi capitalistici di fondo non erano minacciati: di fatto le nazionalizzazioni agevolarono spesso la ricomposizione fornendo fondi per nuovi tipi di investimento. Tranne che in rarissimi casi il capitale produttivo non venne attaccato e i governi più radicali del mondo sottosviluppato insisterono sempre che essi avrebbero accolto volentieri capitale straniero “del tipo giusto.”
In questo modo essi presero la guida nell’aprire la strada al capitalismo industriale. Proprio come il movimento socialdemocratico in Europa venne assorbito dentro la strategia di rinnovamento capitalistico nei paesi sviluppati, il movimento nazionalista la promosse nel mondo sottosviluppato. Per un breve periodo alla fine degli anni Cinquanta essi sembrarono ritagliarsi una posizione indipendente attorno allo slogan del non-allineamento, ma questa possibilità svanì altrettanto rapidamente di quanto era apparsa. Il fallimento di sessantasei paesi sottosviluppati nel tentativo di ottenere maggiori concessioni dai paesi sviluppati al primo incontro della United Nations Conference on Trade and Development, nel 1964, mostrò con esattezza da che parte pendesse il rapporto di forze.
Per colmo di ironia le richieste svolte dalla segreteria dell’UNCTAD, richieste sostenute unanimemente dai paesi sottosviluppati, erano perfettamente compatibili con gli interessi a lungo termine del capitale industriale e il fallimento nell’ottenere l’appoggio dei paesi sviluppati può essere spiegato soltanto in termini di una ansietà retrospettiva sui pericoli del comunismo. Ciò che l’UNCTAD voleva era infatti una liberalizzazione delle restrizioni commerciali per incoraggiare le esportazioni dei paesi sottosviluppati, specie nel campo dell’industria leggera. Veniva tracciata una nuova divisione globale del lavoro nella quale i paesi sottosviluppati sarebbero entrati in tipi di industria non pi6 profittevoli nei paesi sviluppati, lasciando il capitale di quest’ultimi libero di muoversi nelle branche industriali aperte prima della seconda guerra mondiale. In altri termini la maggior spinta alla ricomposizione capitalistica venne dagli stessi paesi sottosviluppati (9).
L’ossatura ideologica che unì queste forze apparentemente disparate venne fornita dai concetti di sviluppo e sottosviluppo che sostituirono la precedente dicotomia coloniale di barbarie e civiltà. Nel mondo sottosviluppato essi vennero in genere intesi nel loro significato strutturalista laddove in occidente i1 capitale tendeva a favorire le definizioni più ortodosse connesse alla teoria del sottosviluppo originario.
In pratica tuttavia questa differenza si riduceva a ben poco perché qualsiasi interpretazione teorica si desse del sottosviluppo, lo sviluppo significò sempre sviluppo del capitalismo industriale. Ma è proprio qui che il nuovo ordine si mostra debole e incapace di soddisfare i suoi stessi criteri.
L’idea dello sviluppo ha sempre contenuto implicitamente quella della riproduzione nei paesi sottosviluppati dello stesso tipo di opulenza sperimentata nel mondo sviluppato. Ma ciò è escluso dalla logica dell’accumulazione capitalistica in questa fase della sua storia mondiale.
Con l’aumento della rotazione del capitale anche la storia stessa si accelera. Mentre nel diciannovesimo secolo un’iniziativa poteva dimostrarsi praticabile per quasi un secolo, ora esaurisce le proprie possibilità in meno di metà tempo.
Le misure usate una volta dal capitale per battere gli operai gli si rovesciano contro con una rapidità senza precedenti. Il capitale può ora modificare i termini del confronto più rapidamente di quanto abbia mai fatto prima; più ancora, l’ampiezza della ricomposizione da affrontare aumenta mentre il suo spazio di manovra è pesantemente ridotto; nei fatti ogni sua mossa è determinata dalle esigenze dell’accumulazione che richiedono non soltanto una maggiore socializzazione della produzione ma una maggior socializzazione del capitale stesso. L’ultima sua grande ricomposizione, concepita tra le due guerre e portata ad esecuzione dopo il 1945, costituì un massiccio passo in avanti. I nuovi metodi produttivi introdotti da Ford per primo accelerarono grandemente concentrazione e centralizzazione del capitale; il nuovo ruolo dello stato proposto da Keynes formò lo schema organizzativo per il capitale sociale come tale.
In questo schema il capitale poté non soltanto articolare un programma consapevole per la propria accumulazione ma addirittura, nella misura in cui riuscì ad aggirare i primi movimenti rivoluzionari e ad assorbire le istituzioni chiave della classe operaia entro l’apparato statale, poté pianificare la stessa lotta di classe, Ma ora questa pianificazione è vacillante non solo per i limiti dell’industrializzazione nel mondo sottosviluppato ma anche per quelli dello stesso mondo sviluppato (10).


  1. L’inflazione è la strategia economica del consenso

A partire dal 1945 l’integrazione del movimento sindacale e della socialdemocrazia ha precluso misure tradizionali di controllo dei salari come la disoccupazione e decurtazioni dirette. L’esperienza degli anni Venti aveva già insegnato alle posizioni di punta della classe capitalista che quelle misure erano piene di pericoli e non più corrispondenti alle reali esigenze del capitale. Erano necessari nuovi metodi che riconoscessero il potere delle organizzazioni della classe operaia ma che nondimeno tenessero quest’ultima sotto controllo: metodi che concedessero al movimento sindacale il diritto di lottare per più alti livelli di vita ma che potessero essere usati nello stesso tempo per controllare i salari.
Vennero così rintracciati nella strategia dell’inflazione mediante la quale i vantaggi eccessivi strappati dalla classe operaia nella sfera produttiva potessero essere confiscati da prezzi crescenti nella sfera della circolazione:

“Mentre gli operai si opporranno di regola a una riduzione dei salari monetari scrisse Keynes nella Teoria generale non rientra nel loro costume di rifiutare il lavoro quando vi sia un aumento nei prezzi dei beni-salario” (11).


Ma la pratica della classe operaia muta, e i segreti dell’inflazione non sono difficili da penetrare. Anche se privi della minima istruzione vi sono pochi operai incapaci di calcolare che tre per cento di aumento dei prezzi dimezza il potere di acquisto di un sei per cento di aumento dei salari. Quelli incapaci di tale operazione sarebbero comunque continuamente informati dal governo che l’inflazione riduce i salari reali con la speranza che questa consapevolezza possa fermarne le richieste. Ma la logica della classe operaia non è sottile come quella degli economisti e la massima di Keynes secondo cui gli operai non reagiscono ad aumenti dei prezzi opera in due direzioni. Mentre è vero che “nessun sindacato si sognerebbe di entrare in sciopero in occasione di ogni aumento del costo della vita” (12), non è meno vero che nessun sindacato si sognerebbe di limitare una richiesta salariale perché i prezzi salgono. L’inflazione è un gioco che si può giocare in due e la classe operaia, una volta che ne ebbe imparate le regole verso la fine degli anni Cinquanta, scoprì che offriva in sé e per sé alcuni vantaggi.
Di tutte le strategie sviluppate finora dal capitale l’inflazione richiede un’integrazione sociale maggiore di qualsiasi altra: è par excellence una strategia di capitale sociale. Se le singole imprese non si allineano nascono subito dei problemi. Un’impresa che sia pronta a concedere ai propri operai salari più alti perché la produttività sta crescendo più rapidamente della media nazionale o perché le condizioni di mercato le consentono di più che recuperare la perdita, apre un varco tra le linee capitalistiche che gli operai saranno lesti a sfruttare.
In gran parte dei paesi capitalistici le condizioni dell’industria dell’auto erano tali che le imprese di questo settore produttivo erano spesso propense ad aumentare i salari più di quanto non lo fosse il capitale di altre branche, ponendo così un obiettivo per gli operai dell’intera economia. Così verso la fine degli anni Sessanta i governi dei paesi sviluppati si trovarono costretti a mettere in atto forme di politica dei redditi a carico delle singole imprese nella speranza che disciplinando il capitale si sarebbe potuto disciplinare il lavoro. Il capitale sociale   in quanto forza organizzata cominciò ad affermare il proprio potere direttamente sui singoli capitalisti in una delle aree più importanti della decisione d’impresa (13).
Ciò sembrò aprire, a prima vista, la possibilità di un’ulteriore integrazione della classe operaia nel progetto capitalistico e di un ulteriore rafforzamento delle strutture del consenso politico. Se infatti lo stato era pronto ad agire contro i capitalisti singoli, la sua pretesa di neutralità tra capitale e lavoro diventava più che mai chiaramente giustificata e i sindacati avrebbero potuto accettare il suo invito a partecipare direttamente alla pianificazione economica senza alcun rimorso di coscienza. Ma sindacati e classe operaia sono due cose affatto diverse. L’operaio è prima di tutto un operaio e solo secondariamente un membro del sindacato: egli seguirà i suoi capi sindacali solo fino a che ciò corrisponda ai suoi reali interessi di operaio, il coinvolgimento più diretto dei sindacati nella definizione e nell’esecuzione della politica economica, che apparve a tutta prima un grosso passo nel senso dello stato corporativo, condusse paradossalmente ad una seria rottura nel meccanismo del consenso politico. La ragione principale di ciò sta nel ruolo ambiguo che la politica del consenso determina per i sindacati.
I sindacati sono prima di tutto e soprattutto organizzazioni della classe operaia, e possono esistere come forza politica effettiva solo fino a che rappresentano i reali interessi della classe operaia. Non è necessario che siano rivoluzionari ma debbono come minimo godere di un’apparenza di autonomia. Una volta trascinati direttamente nella struttura dello stato quest’apparenza è minacciata, specie se il risultato delle contrattazioni ad alto livello è quello di moderare le richieste salariali. Al pari dei capi tribali attraverso cui i governi coloniali esercitavano il governo indiretto, essi diventano il punto focale delle contraddizioni sociali. Quanto più crescono i loro legami all’interno dell’apparato statale e quanto più lo stato cerca. di rafforzare la propria posizione rispetto alla classe operaia mediante imposizioni amministrative e legislative, tanto più ne risulta evidenziata la loro mancanza di autonomia e indebolito il loro potere dentro e sulla classe operaia.
Tentate varie strade, una pratica che adottano in molti paesi è quella di proclamare scioperi nazionali di una giornata a sostegno della loro posizione negoziale col capitale e per provare alla classe operaia che essi sono tuttora una forza indipendente e radicale. Ma man mano che la classe operaia comincia ad apprezzare questi drammi in vari atti per quel che realmente sono, e ad imparare che le fermate organizzate a livello locale sono assai più efficaci per ottenere aumenti salariali reali, la situazione dei sindacati diventa più precaria. Impossibilitata a lottare in maniera efficace sul piano nazionale, la classe operaia abbandona i propri rappresentanti nell’area del consenso e si volge a metodi di guerriglia. All’interno del mondo sviluppato il capitale ha già articolato una duplice risposta. Da una parte sta cercando di rafforzare il consenso mediante riforme che permettano agli operai una maggiore partecipazione a tutti i livelli nel progetto capitalistico; dall’altra va elaborando nuovi metodi di disciplina della dissidenza e di restrizione dello sviluppo di nuove autonome organizzazioni di classe operaia. Il suo piano di repressione democratica è espresso in modo tipico dalla figura del nuovo soldato che non si limita a sparare bene ma ha masticato i rudimenti della sociologia.
Nel mondo sottosviluppato la politica del consenso si è dimostrata impossibile. Gli sforzi per stabilizzare un sistema a due partiti nell’ultimo periodo coloniale furono sempre esitanti, e poche delle costituzioni instaurate dalle potenze coloniali in partenza sopravvissero più di cinque anni all’indipendenza. Gli scienziati politici che erano pieni di elogi per la democrazia nel 1960 si sono accomodati rapidamente agli stati a partito unico dal 1965 quando si videro costretti a spiegare che i colpi di mano militari non erano cosi brutti come sembravano.
La ragione immediata del fallimento della politica del consenso nel mondo sottosviluppato è stata l’esistenza di alti livelli di disoccupazione che hanno reso la repressione essenziale alla sopravvivenza dello stato. A un livello più profondo ciò serve agli interessi del capitale nei paesi sviluppati. Come la povertà del mondo sottosviluppato mette in forte rilievo l’opulenza dei paesi sviluppati così la repressione aperta evidenzia la repressione democratica, quasi simile alla libertà. Inoltre il mondo sottosviluppato è un laboratorio ideale per sperimentazioni capitalistiche. Come i nazisti poterono provare la Luftwaffe in Spagna e i russi e gli americani possono confrontare i propri armamenti in Vietnam e nel Medio Oriente, così nuovi metodi di controllo della popolazione civile possono essere sperimentati in acque relativamente tranquille.
Gli inglesi hanno perfezionato nelle loro colonie in tutto il mondo una forma di dittatura giudiziario- amministrativa molto più avanzata di qualsiasi altra nel mondo moderno. Nella sfera della produzione i paesi sviluppati sono pii avanti; nello sviluppo di metodi di repressione aperta il mondo sottosviluppato mostra la strada. In questo senso il paese che è meno sviluppato dal punto di vista industriale non fa che mostrare a quello pii sviluppato l’immagine del suo stesso futuro. (188-189)

 

Note:

(1) K. MARX, tr. it., Per la critica dell’economia politica, Editori Riuniti, Roma 1957, p. 21.

(2) H. MAcMILLAN, The Middie Way, I ed., Macinillan, London 1938, p. 375.

(3) J. M. KEYNES, Collected Works, vol. IX, Macmillan, London 1972, p. 310.

(4) Ibid., p. 294.

(5) Alla fine della Teoria generale, Keynes compie uno sforzo disperato per riconciliare la sua opera col neoclassicismo tradizionale. “Non vedo ragioni per supporre che il sistema esistente impieghi davvero male i fattori di produzione a disposizione, [...1 Se su dieci milioni di persone che vogliono e sanno lavorare ne vengono occupati nove milioni, non vi è alcuna prova che il lavoro di questi nove milioni sia utilizzato in maniera distorta” J.M. KEYNES, The General Theory of Ernploytnent, Interest and Money, Macmillan, London 1960, p. 379; tr. it., UTET, Torino 1971.

(6) Ford, My Life and Work, cit., p. 124.

(7) Keynes, General Theory, cit., p. 9.

(8) FORD, My Li/e and Work, cit., p. 125.

(9) Vedi R. BREBISH, Towards a New Trade Policy br Deuelopment, United Nations, New York 1964. Un riassunto sommario del rapporto e gli schieramenti nel voto dei vari paesi si trovano in H.G. JOHNSON, Economie Policies towards Less Developed Countries, Allen and Unwin, London 1967, pp. 251-4.

(10) “La socializzazione del capitale sul piano internazionale ha aggiunto nuove dimensioni al nesso tra sviluppo e sottosviluppo. Oltre ai precedenti legami del commercio e dell’investimento, vi sono ora gli operai dell’emigrazione che per l’impossibilità di trovar lavoro nei propri paesi o regioni vengono trascinati nei centri metropolitani. Inoltre molti di questi operai vanno trovando il loro posto nei centri più avanzati della produzione capitalistica, nell’industria dell’auto, dove costituiscono una porzione considerevole della forza-lavoro: i meridionali italiani a Torino, i turchi ad Amburgo, gli algerini a Billancourt, indiani e antillani a Dagenham e Langley, i neri a Detroit. L’operaio-massa moderno che ha condotto alcune delle lotte più significative contro il capitale negli anni recenti è molto spesso un operaio che proviene dal inondo sottosviluppato. Mentre gli operai si opporranno di regola a una riduzione dei salari monetari — sorisse Keynes nella Teoria generale — non rientra nel loro costume di rifiutare il lavoro quando vi sia un aumento nei prezzi dei beni-salario.

(11) J.M. KEYNES, General Theory, cit., p. 9.

(12) Ibid., p. 15.

(13) La necessità di coerenza a livello di capitale sociale si impone sia a livello nazionale che internazionale, dato che saggi diversi di inflazione nei vari paesi destabilizzano l’organizzazione della finanza internazionale con il creare problemi di bilancia dei pagamenti e creano perciò difficoltà a tutti i paesi, sia debitori che creditori, Il tentativo di riformare il sistema monetario internazionale, sale sarebbe meglio compreso se fosse considerato meno in termini tecnici e pia come un tentativo da parte del capitale di sviluppare un’organizzazione globale per l’articolazione e l’esecuzione di una Politica dei redditi internazionale.

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