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Categoria: Saggi
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Roberto Morea, Mattia Gambilonghi, Alessandro Tedde

(Introduzione al volume La sinistra radicale in Europa. Memoria, sfide, prospettive, a cura di Roberto Morea, Mattia Gambilonghi, Alessandro Tedde, Transform! Europe, 2020, http://bit.ly/sinistra-radicale-in-europa)

 

All’indomani del crollo del blocco sovietico, molti ambienti politici e culturali avanzarono l’idea che la comunità politica di milioni di persone che fino a quel momento si era raccolta attorno ai partiti comunisti europei dovesse iniziare un processo di transizione che la conducesse verso una nuova identità democratica, genericamente progressista e interclassista: il XXI secolo non avrebbe più dovuto conoscere una rappresentanza autonoma dei lavoratori che il movimento operaio aveva coltivato in due secoli di lotte anche grazie al contributo del marxismo e della cultura comunista.

Una consistente parte del movimento comunista, pur non negando l’opportunità di un rinnovamento radicale della propria teoria politica, decise di non aderire a una simile prospettiva liquidatoria, che scorgeva come la vera intenzione di quella disperata ricerca del “nuovo” (nuovi soggetti, nuovi leader, nuove alleanze, nuovi linguaggi), e con altri movimenti diede vita a quella che fu definita come sinistra radicale o “di alternativa”.

Nel dibattito politico italiano si afferma che questa non esista praticamente più o che non abbia più nulla da dire, non essendo stata in grado di reggere e di adattarsi ai processi di modernizzazione conosciuti dalle società europee negli ultimi vent’anni: contro tale profondo provincialismo, tratto tipico delle nostre classi dirigenti, presentiamo una selezione di testi dell’ultima edizione internazionale dell’annuario di transform!europe, la fondazione di cultura e ricerca politica affiliata al Partito della sinistra europea che in questi anni ha pazientemente costituito una rete di ricercatori, intellettuali, dirigenti politici e sindacali espressione delle differenti organizzazioni della sinistra politica e sociale del nostro continente, i cui saggi forniscono al lettore italiano una prova della ricchezza e della vivacità mostrata da questa famiglia politica – non certo riducibile alla situazione del contesto italiano – in termini di elaborazione teorica e di riflessione sull’attualità.

La traduzione in italiano permette di comprendere meglio la profondità e la multidimensionalità della cultura politica e dell’identità propria dei partiti della sinistra radicale europea, così come delle problematiche da cui questa identità è innervata. Una prova del fatto, insomma, che pur mantenendo ben saldo il proprio posizionamento dentro il conflitto sociale e redistributivo tra capitale e lavoro, l’azione e la visione della sinistra non si esaurisce, in modo economicistico, in esso, facendo propria una concezione dei rapporti di dominio dei processi di trasformazione più ricca e più larga, in grado di assumere pienamente la dimensione culturale ed egemonica di questi, e di affrontare la molteplicità dei conflitti e delle contraddizioni presenti nelle nostre società: il rapporto uomo-donna e il problema di una cultura patriarcale ancora pesantemente presente; il conflitto uomo-natura e la questione ambientale, riportati all’attenzione nell’ultimo anno dai Fridays for future; ma anche il rapporto che, fermo restando il presupposto della laicità dello Stato e della politica, anche la sinistra di ispirazione marxista deve intrattenere con la dimensione religiosa e con le domande di senso che ad essa si riconnettono. Il volume, articolato in sezioni, rispecchia e dà conto esattamente di questa multidimensionalità.

Sfide per una strategia della sinistra. I temi che vengono qui toccati sono quelli più caldi nel dibattito politico corrente, in particolare nell’ambito delle forze di ispirazione progressista: la lotta ai residui di machismo dentro la tradizione marxista e, al tempo stesso, la delineazione di un femminismo alternativo a quello liberale e in grado di parlare – come afferma il Manifesto di Aruzza e Fraser – al “99%” e alle sue condizioni di vita; il rapporto tra l’approccio internazionalista della sinistra e la “questione nazionale”, elemento ineludibile, pena l’astrattezza della strategia messa in piedi; il ruolo dei commons – quale nuova forma di proprietà e di gestione democratica – dentro un processo di trasformazione sociale; la dinamica ciclica delle crisi economiche in un quadro segnato dalla logica anarchica e speculativa della finanza e dei movimenti di capitale.

Lavoro, precariato e organizzazione. La seconda sezione affronta il rapporto tra le nuove forme della composizione sociale delle classi – guardando nello specifico al multiforme universo del lavoro atipico e precario – e le pratiche di lotta e di auto-organizzazione, come, ad esempio, lo strumento dello sciopero.

La Sinistra e la questione europea. Gli autori dei saggi compresi in questa sezione condividono l’obiettivo di esaminare l’atteggiamento che la sinistra è chiamata ad assumere nei confronti della struttura istituzionale ed economica della UE, in una fase in cui l’immobilismo delle attuali classi dirigenti dell’Unione (così come dei principali governi nazionali, a partire da Francia e Germania) pone in questione la stessa ampiezza e la natura dei margini di manovra detenuti all’interno di questo quadro dalle forze riformatrici, critiche e di trasformazione. In particolare, è evidente la distanza tra l’Europa reale edificata storicamente e i termini dell’originario progetto di Ventotene, del quale mai è stata valorizzata l’istanza democratica volta al controllo degli impetuosi processi economici internazionali.

Anniversari. Alla memoria di una serie di importanti anniversari e ricorrenze è dedicata la quarta sezione: dal 1968 al 1989, grazie alle testimonianze di autori che hanno in larghissima parte vissuto direttamente le vicende narrate, è possibile rapportarsi a esse con un certo distacco critico, consentendo di meglio comprendere la complessità di quegli snodi storici nel corso dei quali sono state poste le premesse dell’attuale crisi.

Il dialogo cristiano-marxista. Infine, l’ultima sezione ripropone parte del dibattito che ha preso forma a partire dal Manifesto di Hermoupolis, uno dei documenti costitutivi del tavolo permanente di dialogo tra cristiani e marxisti messo in piedi dal Partito della sinistra europea, nella convinzione che a partire da esso (che non mette in discussione la diversità e le peculiarità di ciascuno degli interlocutori, essendo improntato ad un estremo pluralismo) sia possibile promuovere una “cultura universale di pace”.

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È evidente come ciascuno dei temi sollevati sia centrale nella definizione di una rinnovata prospettiva strategica e di una progettualità che sia realmente all’altezza della complessità sociale dentro cui ci muoviamo. In primis, la “questione europea”: mai come in questo momento, in cui la crisi innescata dalla pandemia e dal Covid-19 impone di rivedere radicalmente il modello sociale, è stato urgente ridisegnare l’impalcatura europea, ripensando il rapporto tra pubblico e privato o quello tra spesa pubblica e vincoli di bilancio (per non parlare poi del ruolo della Banca centrale, che nei confronti di una simile iniezione di liquidità dovrebbe porsi quale garante, al fine di evitare manovre speculative sui titoli di debito pubblico). Bisogna, cioè, farla finita con la filosofia sociale che ha sostenuto fino a ora il processo di integrazione. Frutto di quello che è stato definito come il “compromesso” dinamico e “in evoluzione” tra l’ordoliberalismo tedesco e il dirigismo francese – seppur, va sottolineato, entro un quadro fortemente sbilanciato a favore del primo elemento, e ciò in quanto, lungo il sentiero tracciato prima dai Trattati di Roma e poi da quello di Maastricht, è indubbiamente più agevole e diretto implementare la funzione regolatoria e “arbitrale” delle istituzioni piuttosto che quella redistributiva e socially-oriented – l’attuale costruzione europea ha sancito, nei fatti, una sostanziale subordinazione della politica e delle finalità sociali alla dimensione del mercato e del libero scambio. Una subordinazione tale e talmente accentuata da avere fatto parlare del ribaltamento dei principi e della filosofia che avevano ispirato i patti sociali e costituzionali postbellici, dando vita a una antitetica e speculare organizzazione politica e sociale “fondata sul capitale”. La posizione prioritaria assegnata dai Trattati agli obiettivi della stabilità monetaria, della solidità della moneta e dell’inflazione contenuta se non inesistente, unita all’obiettivo di una “competizione non falsata” da eventuali interventi statali volti a perseguire una organica politica industriale, castra indubbiamente le istituzioni europee e gli Stati membri della possibilità di condurre politiche finalizzate alla piena occupazione e alla riconduzione degli interessi privati a finalità sociali e di rilevanza collettiva[1]. La stessa dimensione sociale rivendicata dall’Unione assume una portata assolutamente irrilevante, posta com’è in posizione ancillare rispetto alle dinamiche di mercato: sulla base della già richiamata ascendenza ordoliberale, la “politica sociale europea” prefigurata nei documenti della Commissione assume un significato e una valenza diversi – se non addirittura opposti – da quelli che questo termine aveva nel costituzionalismo democratico-sociale postbellico. Se in quest’ultimo la politica sociale si caratterizzava infatti per la sua natura “polemica”, dovendo fungere da elemento di correzione e di contrappeso allo spontaneo svolgimento dei processi economici e delle interazioni a cui dava vita, nell’ottica ordoliberale dell’UE la “socialità” viene fatta coincidere con lo status quo: con una situazione, cioè, in cui la distribuzione della ricchezza e del potere sociale fra i differenti soggetti è quella che verrebbe a determinarsi spontaneamente e in assenza di una qualsivoglia intromissione dello Stato. Compito della politica sociale UE non è quindi quello di orientare il mercato e di correggerne i fallimenti, quanto piuttosto assicurarsi che a non fallire sia il mercato in quanto «progetto complessivo di conformazione della società»[2].

Per ciò che concerne l’atteggiamento e la strategia da assumere rispetto a questo quadro, il saggio di Luciana Castellina è, in tal senso, esemplare: mettendo infatti in evidenza lo scarto clamoroso tra l’Europa reale edificata storicamente e i termini dell’originario progetto di Spinelli, Rossi e Colorni, a essere rivendicata è la riassunzione “critica” del Manifesto di Ventotene, del quale andrebbe valorizzata l’istanza democratica volta al controllo degli impetuosi processi economici internazionali. Quanto di più lontano, insomma, dalla governance multi-level che caratterizza attualmente l’UE e attraverso cui la sovranità popolare viene fiaccata e dispersa in mille rivoli. Più complessivamente, bisogna poi essere consapevoli del fatto che non basta soltanto porsi l’obiettivo, difficile ma necessario, di cambiare i Trattati: occorre mettere in campo un nuovo progetto costituente capace di produrre un’ipotesi di integrazione politica ed economica alternativa nei principi a quella realizzatasi fino ad adesso. Una proposta che aggredisca gli attuali Trattati e modifichi nella sostanza la politica monetaria, senza rischiare di essere ricacciati nell’illusorio terreno dell’isolamento nazionale, dove non esiste più da tempo la forza contrattuale necessaria a contrastare lo strapotere globale e dove saremmo rapidamente resi impotenti. Alla “moneta senza Stato” delineata da Maastricht[3], cara ai teorici neoliberali e funzionale alla tutela degli interessi socialmente più forti, bisogna quindi contrapporre un’autentica democrazia sovranazionale, in grado cioè di riunificare a un livello più alto e legittimato democraticamente quelle funzioni precedentemente espropriate agli Stati nazionali e suddivise tra organismi tecnocratici e impermeabili al conflitto sociale e a qualsiasi logica democratica[4].

Questo approccio alla tematica europea chiama evidentemente in causa la questione nazionale, sia per ciò che riguarda il ruolo dello Stato-nazione dentro le diverse forme di esplicazione ed espressione della sovranità popolare, sia per ciò che concerne invece, la problematica di marca gramsciana della traduzione in termini nazionali di una impostazione strategica comune e condivisa: per essere progressivo, nessun universalismo può dunque essere “astratto”, dovendo al contrario calarsi nella realtà delle cose, facendosi “concreto”. Nel momento, infatti, in cui affermiamo la necessità di “riunificare a un livello più alto e legittimato democraticamente” le funzioni storicamente proprie delle democrazie novecentesche, dimostriamo di prendere sul serio l’esperienza dello Stato-nazione quale sede finora privilegiata e ineguagliata della democrazia e della sovranità popolare.

Lungi quindi dall’effettuare sbrigative e semplicistiche equazioni che vorrebbero lo Stato-nazione inevitabilmente intriso di nazionalismo e di pulsioni esclusive ed escludenti (come afferma un certo europeismo liberale acritico), riconosciamo la dimensione nazionale come il luogo in cui è stato finora agito con maggior efficacia il conflitto sociale[5], senza però accettare l’idea deterministica – sulla base di affrettate generalizzazioni della proposta federalista avanzata da von Hayek, incomprensibilmente assunta come l’unica forma possibile di federalismo e non invece come la sua declinazione neoliberale – secondo cui qualsiasi ipotesi democratica sovranazionale sia ineluttabilmente destinata a percorrere i sentieri ordoliberali conosciuti dalla nostra recente esperienza storica. Una simile lettura sconta infatti la mancata comprensione dell’essere stato, quello dell’integrazione economica e politica del continente, un campo di battaglia senza esclusione di colpi, oggetto del contendere fra diverse egemonie sociali e culturali. A uscirne vincitore è stato evidentemente il blocco sociale strettosi attorno agli interessi capitalistici, con la rinnovata visione liberale della società: il deficit democratico e sociale dell’UE sarebbe dunque riconducibile all’imporsi di questa visione e al riprodurre entro nuove e più sofisticate forme quella scissione tra politica ed economia (elemento, questo, di neutralizzazione della democrazia) che Pietro Barcellona ci ha mostrato essere caratterizzante del capitalismo sin dai tempi della sua fase concorrenziale e liberista[6].

La seconda problematica connessa alla questione nazionale, relativa cioè alla comprensione degli elementi culturali e ideologici dei diversi contesti nazionali e alla valorizzazione in termini strategici, è quella affrontata in maniera più esaustiva dal saggio di Walter Baier. Quest’intervento prende di petto uno dei nodi più controversi dell’agenda politica, utilizzando le riflessioni di pensatori come Lenin, Rosa Luxemburg e, in particolar modo, dell’austro-marxista Otto Bauer, al fine di dotare la politica di classe portata avanti delle organizzazioni della sinistra radicale nel quadro sovranazionale dell’Unione europea di un’attenzione peculiare per le ricadute in termini politico-culturali della “questione nazionale”, senza nulla concedere all’egoismo nazionalistico ed etnico caratterizzante le destre xenofobe e, purtroppo, in misura sempre maggiore anche quelle liberali[7]. Soprattutto in una fase in cui il funzionamento di UE ed eurozona vede manifestarsi un aspro conflitto tra centro e periferia, tra paesi creditori e paesi debitori – con un annesso processo di “mezzogiornificazione” e desertificazione industriale di questi ultimi – la questione sociale e le differenti questioni nazionali possono e devono saldarsi, al fine di sottrarre terreno alla propaganda xenofoba delle destre. L’anello di congiunzione e il momento di saldatura tra le due questioni può evidentemente essere rappresentato solo da una forma articolata di lotta alle politiche di austerity: entro queste ultime si realizza infatti non solo il conflitto capitale/lavoro – attraverso le pratiche deflazionistiche di svalutazione del lavoro – ma anche un conflitto intercapitalistico tra le diverse aree del continente, nello specifico tra i capitali nazionali “forti” e i capitali nazionali a rischio di insolvenza[8]. È qui che la questione di classe si fa anche nazionale, è qui che l’interesse delle varie forme di lavoro subordinato si fa “interesse generale”: mettendo in discussione una struttura, come quella dell’UE, fondata sulla deflazione salariale e tale da assumere le esportazioni come elemento trainante dell’economia, e rimettendo al centro del modello di sviluppo il ruolo del salario e della domanda interna, la classe lavoratrice salva “sé stessa” agendo e praticando il conflitto sociale e redistributivo, ma al contempo salva “l’intera società” ponendo le basi per una reindustrializzazione dei paesi periferici e debitori e per delle relazioni economico-commerciali equilibrate fra i paesi dell’UE. In assenza di una simile saldatura, è evidente come il senso di insofferenza ingenerato nei ceti popolari dalla politica dell’UE finirà inevitabilmente per riversarsi sulla sola questione migratoria.

Questi nodi chiamano però in causa una proposta in positivo da parte della sinistra; esigono cioè che a essere definito sia un organico e articolato progetto di società che alle differenti forme di spoliazione della sovranità democratica e di privatizzazione di fette sempre più consistenti della vita associata, risponda riscoprendo e aggiornando quello che rappresenta il cuore della progettualità socialista sin dai suoi albori: la democrazia economica. Ovvero, l’idea che sia imprescindibile per la tenuta e lo sviluppo stesso di una democrazia che non si voglia meramente formale, l’estensione delle logiche e dei meccanismi democratici al cuore del processo produttivo, influenzando sia le modalità d’esecuzione e le finalità di quest’ultimo, sia la successiva allocazione di risorse economiche e di potere sociale che da esso si diparte[9]. Una concezione che intende dunque superare in avanti e dialetticamente la lezione storica del liberalismo, non indirizzando cioè, come quest’ultimo, l’azione di limitazione e contenimento del potere alla sola dimensione politica, ma comprendendo al contrario anche quella economica, in modo da rendere la proprietà privata e le attività che a essa si riconnettono funzionali a interessi di natura collettiva e sociale. Una tematica, questa, toccata dal saggio di Kioupkiolis, che ragiona per l’appunto intorno al ruolo che può essere potenzialmente svolto dai commons – ossia da quei beni comuni per loro natura indisponibili a processi aventi come unico fine quello del profitto – entro un processo di trasformazione sociale che ambisca sia a modificare il modo di produrre, la sua gestione e la sua organizzazione, sia ad approfondire in senso partecipativo i sistemi della rappresentanza politica attraverso forme di controllo dal basso e di autogoverno popolare. Pur senza voler erigere la teoria dei commons a nuova strategia generale, ne sottolineiamo però l’interesse e la fecondità, visti i ponti che essa lancia verso una questione teorica da sempre presente nei punti alti della sinistra marxista e del movimento operaio. La questione, cioè, della funzione delle forme di autogoverno (economico e non) all’interno di un processo di transizione al socialismo, nodo teorico fondamentale sin dalle riflessioni marxiane sulla Comune di Parigi e da quelle di Lenin sui soviet quali elementi fondanti di uno Stato socialista che avvia immediatamente la sua estinzione in quanto corpo separato, fino ai più recenti sviluppi del marxismo e dei partiti che a esso si sono ispirati. Pensiamo solo alla ricerca condotta dal socialismo jugoslavo intorno alla “proprietà sociale”, intesa come una forma specifica di proprietà, alternativa sia a quella privata, caratteristica dei sistemi capitalistici, sia a quella statale vigente nei paesi del blocco sovietico, e che, in virtù della dinamica autogestionaria e “riappropriativa” che si realizzerebbe al suo interno, viene vista come la “cellula originaria” a partire dalla quale costruire una società socialista[10]. Oppure, pensiamo alle Tesi di Panzieri e Libertini sul controllo operaio, in cui le forme di democrazia economica e industriale sviluppate dai lavoratori vengono considerate come il miglior antidoto alle degenerazioni burocratiche e autoritarie che avevano conosciuto fino a quel momento i paesi socialisti[11]. O, infine, all’“ipotesi di transizione non statalista” che una parte del Pci, rileggendo Gramsci e le sue riflessioni sul riassorbimento in seno alla società civile delle funzioni pianificatrici e di regolazione proprie dello Stato, sembra adombrare a partire dallo sviluppo delle forme di democrazia dei produttori che si realizza in Italia negli anni Settanta e dalla loro potenziale ricongiunzione con gli organismi della democrazia rappresentativa generale[12]. Un filone, dunque, che ha attraversato in maniera carsica tutta la tradizione del movimento operaio e che ancora oggi ci interroga e aiuta a interrogarci sulle caratteristiche e sulle strategie per costruire un socialismo che non sia solo autenticamente democratico, ma che rappresenti addirittura la forma più avanzata e radicale di democrazia.

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Quest’ultimo decennio ha “svezzato” una nuova generazione – quella dei c.d. millennials – che si è trovata innanzi a una tragica quanto vera realtà: il sistema capitalistico cade e ricade, con sempre maggiore frequenza e un sempre inferiore lasso di tempo, in crisi che aprono scenari di inaudita violenza che l’assenza di guerre guerreggiate nell’Occidente capitalistico ci aveva fatto dimenticare in parte. Queste crisi distruggono le capacità produttive e, come probabilmente accadrà in quella che si prospetta davanti a noi dopo l’epidemia del Coronavirus, minano le stesse fondamenta della riproduzione sociale, i legami personali, le relazioni solidali, la fiducia verso il prossimo e tutte le componenti non materiali fondamentali alla sopravvivenza dell’essere umano.

In assenza di una sinistra di classe coesa ideologicamente e compatta sul piano organizzativo, per circa un quarto di secolo, in Italia e in Europa, i lavoratori (soprattutto quelli con minori tutele e con mansioni esecutive) hanno progressivamente abbandonato non solo i partiti socialisti e comunisti, ma anche le nuove forze democratiche di cultura liberal che sono venute formandosi dopo il 1989. Essi hanno cercato risposte politiche che – bisogna ammetterlo – al momento trovano presso le destre, non solo quelle populiste, ma anche in quelle tradizionalmente conservatrici: queste si sono mosse esclusivamente a protezione dei capitali nazionali, ne hanno accentuato gli storici propositi di difesa, si sono votate al protezionismo commerciale e hanno sempre di più insistito sul blocco dell’immigrazione quale valida risposta al conflitto tra i lavoratori oggettivamente alimentato dalla globalizzazione.

Per recuperare il proprio rapporto con i lavoratori, la sinistra di classe non può affrontare il problema della rappresentanza in modo simile alle destre, né tantomeno può aggirarlo come è proprio della sinistra liberal: entrambe le quali sono estranee alla tradizione del movimento operaio e vagano nella pressoché totale indeterminatezza programmatica.

L’imposizione della vocazione maggioritaria a tutto il sistema politico ha accentuato la liquidità del sistema dei partiti, perché i soggetti politici attorno ai quali avrebbe dovuto essere ridisegnata la nostra impalcatura istituzionale non ressero l’urto delle spinte centrifughe, ma non ha ancora preso forma uno spazio, a sinistra, per una forma di rappresentanza classista che conduca a sé quei lavoratori sempre più attratti dal voto alle destre, specialmente verso quelle populiste.

Serve una costituente della sinistra radicale anche in Italia, si dirà, e forse conoscere quanto si muove dentro e attorno alla sinistra europea può essere evidentemente utile. Ma serve soprattutto che questa sinistra si ponga l’obiettivo di essere parte della costituente di un nuovo sistema politico nel quale dare una prospettiva a una democrazia che oggi si presenta finta, inscritta dentro poteri sovradeterminati e immodificabili, sottratta alla sovranità popolare.

Gli elementi di analisi presenti in questo volume possono servire a noi tutti per affrontare i compiti di questa nuova fase storica, imparando dalle esperienze in esso raccontate a non ripetere i medesimi errori del passato.

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In queste poche righe finali vogliamo ringraziare chi ha reso possibile la realizzazione di questo volume: gli autori, i curatori dell’edizione internazionale e transform!europe che ha gentilmente concesso i diritti, nonché la casa editrice Villaggio Maori e i suoi collaboratori per aver creduto nel progetto.

Infine, un particolare ringraziamento va indirizzato a Francesco Nurra, che ha messo a disposizione la sua competenza nella traduzione, con un’attitudine militante che non è mai venuta meno, neppure nei più complessi momenti vissuti in questi difficili mesi.

 

[1] A. J. Menendez, A European Union founded on capital? The fundamental norms organising public power in the Europena Union, in C. Jouin (a cura di), La constitution matérielle de l’Europe, Editions A. Pedone, 2019

[2] L. Patruno, Il modello istituzionale europeo e l’idea di Costituzione, Giappichelli, 2006, p. 206

[3] A. Barba, M. D’Angelillo, S. Lehndorff, L. Paggi, A. Somma, Rottamare Maastricht. Questione tedesca, Brexit e crisi della democrazia in Europa, DeriveApprodi, 2016

[4] M. Aglietta, Nicolas Leron, La double démocratie. Une Europe politique pour la croissance, Editions Seuil, 2017

[5] G. Preterossi, Ciò che resta della democrazia, Laterza, 2015; A. Somma, Sovranismi. Stato, popolo e conflitto sociale, DeriveApprodi, 2018

[6] P. Barcellona, Stato e mercato. Fra monopolio e democrazia, De Donato, 1975

[7] D. Losurdo, La lotta di classe. Una storia politica e filosofica, Laterza, 2013; S.G. Azzarà, Comunisti, fascisti e questione nazionale. Germania 1923: fronte rossobruno o guerra d’egemonia?, Mimesis, 2018

[8] Per un efficace inquadramento di questa tesi, si rimanda a E. Brancaccio, M. Passarella, L’austerità è di destra. E sta distruggendo l’Europa, Il Saggiatore, 2012

[9] F. Galgano, Le istituzioni dell’economia di transizione, Editori Riuniti, 1978

[10] E. Kardelj, Proprietà sociale e autogestione, Teti, 1970; Id., Le vie della democrazia nella società socialista, Editori Riuniti, 1978

[11] R. Panzieri, L. Libertini, Sette tesi sulla questione del controllo operaio, in L. Libertini, La sinistra e il controllo operaio, Feltrinelli, 1970

[12] G. Vacca, Quale democrazia? Problemi della democrazia di transizione, De Donato, 1979.

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