Domenico Losurdo  [1] 

 

  1. L’olocausto ucraino quale bilanciamento dell’olocausto ebraico

 

Le due personalità criminali [Hitler e Stalin ndr], reciprocamente legate da affinità elettive, producono due universi concentrazionari tra loro assai simili: così procede la costruzione della mitologia politica ai giorni nostri imperversante. Per la verità, pur inaugurando questa linea di pensiero, Arendt fa un discorso più problematico. Per un verso accenna, sia pure in modo assai sommario, ai «metodi totalitari» preannunciati dai campi di concentramento in cui l’Inghilterra liberale rinchiude i boeri ovvero agli elementi «totalitari» presenti nei campi di concentramento che la Francia della Terza Repubblica istituisce «dopo la guerra civile spagnola». Per un altro verso, nell’istituire il confronto tra Urss staliniana e Germania hitleriana, Arendt fa valere alcune importanti distinzioni: solo a proposito del secondo paese parla di «campi di sterminio».

C’è di più: «nell’Urss i sorveglianti non erano, come le SS, una speciale élite addestrata a commettere delitti». Com’è confermato dall’analisi di una testimone passata attraverso la tragica esperienza di entrambi gli universi concentrazionari: «I russi […] non manifestarono mai il sadismo dei nazisti […] Le nostre guardie russe erano persone per bene, e non dei sadici, ma osservavano scrupolosamente le regole dell’inumano sistema»[2]. Ai giorni nostri, invece, dileguati il sia pur sommario riferimento all’Occidente liberale e l’accenno alle diverse configurazioni dell’universo concentrazionario, tutto il discorso ruota attorno all’assimilazione di Gulag e Konzentrationslager.

Perché tale assimilazione sia persuasiva, in primo luogo si dilatano le cifre del terrore staliniano. Di recente, una studiosa statunitense ha calcolato che le esecuzioni realmente avvenute ammontano a «un decimo» delle stime correnti[3]. Resta fermo, ovviamente, l’orrore di questa repressione pur sempre su larga scala. E, tuttavia, è significativa la disinvoltura di certi storici e ideologi. Né essi si limitano a gonfiare i numeri. Nel vuoto della storia e della politica la costruzione del mito dei mostri gemelli può compiere un ulteriore passo avanti: all’olocausto consumato dalla Germania nazista a danno degli ebrei a partire soprattutto dall’impantanarsi della guerra ad Est corrisponderebbe l’olocausto già in precedenza (agli inizi degli anni ’30) inflitto dall’Urss staliniana agli ucraini (il cosiddetto «Holodomor»); in questo secondo caso si sarebbe trattato di una «carestia terroristica» e pianificata, alfine sfociata in un «immenso Bergen Belsen», e cioè in un immenso campo di sterminio[4].

Nell’agitare questa tesi si è distinto in particolare Robert Conquest. I suoi critici l’accusano di aver a suo tempo lavorato in qualità di agente addetto alla disinformazione presso i servizi segreti britannici e di aver affrontato il dossier ucraino facendo tesoro di questa sua professione[5]. Anche gli estimatori riconoscono un punto che non è privo di importanza: Conquest è «un veterano della guerra fredda» e ha scritto il suo libro nell’ambito di un’«operazione politico-culturale», che è stata diretta in ultima analisi dal presidente statunitense Ronald Reagan e che ha conseguito «numerosi frutti: da un lato incidendo in modo importante nel dibattito internazionale sul valore e i limiti delle riforme gorbacioviane, dall’altro, attraverso la presa di posizione del Congresso degli Stati Uniti, andando a influenzare potentemente la radicalizazione delle spinte indipendentiste dell’Ucraina»[6]. In altre parole, il libro è stato pubblicato nell’ambito di un’«operazione politico-culturale», mirante a dare l’ultima e decisiva spallata all’Unione sovietica, screditandola in quanto responsabile di infamie del tutto simili a quelle commesse dal Terzo Reich e stimolando la sua disintegrazione grazie alla presa di coscienza del popolo vittima dell’«olocausto», ormai impossibilitato a coabitare coi suoi carnefici. Non bisogna perdere di vista il fatto che, nello stesso periodo di tempo, assieme al libro sull’Ucraina, Conquest ne pubblica un altro (in collaborazione con un certo J. M. White) in cui dà consigli ai suoi concittadini su come sopravvivere alla possibile (o incombente) invasione ad opera dell’Unione sovietica (What to Do When the Russian Come: A Survivalist’s Handbook)[7].

Certo, indipendentememte dalle motivazioni politiche a suo fondamento, una tesi dev’essere comunque analizzata in base agli argomenti che adduce. E quella della «carestia terroristica» pianificata da Stalin per sterminare il popolo ucraino potrebbe essere più attendibile della tesi del pericolo corso dagli Stati Uniti di Reagan di essere invasi dall’Urss di Gorbaciov! E dunque concentriamo la nostra attenzione sull’Ucraina dei primi anni ’30. Nel 1934, di ritorno da un viaggio in Unione sovietica che l’aveva portato anche in Ucraina, il primo ministro francese Edouard Herriot, nonché il carattere pianificato, nega anche l’ampiezza e la gravità della carestia[8]. Rilasciate dal leader di un paese che l’anno dopo avrebbe stipulato un trattato di alleanza con l’Urss, queste dichiarazioni sono in genere considerate scarsamente attendibili. Insospettabile è però la testimonianza contenuta nei rapporti dei diplomatici dell’Italia fascista. Anche nel periodo in cui più spietata è la repressione dei «controrivoluzionari», essa s’intreccia con iniziative che vanno in direzione diversa e contrapposta: ecco i soldati «inviati in campagna per collaborare ai lavori rurali» o gli operai che accorrono per riparare le macchine; assieme all’«azione di distruzione di ogni velleità separatista ucraina» assistiamo ad una «politica di valorizzazione dei caratteri nazionali ucraini», che cerca di attrarre «gli ucraini della Polonia verso una possibile e sperabile unione con quelli dell’Urss»; e questo obiettivo viene perseguito favorendo la libera espressione della lingua, della cultura, del costume ucraino[9]. Stalin si proponeva di attrarre «gli ucraini della Polonia» verso gli ucraini sovietici, sterminando questi ultimi mediante l’inedia? A quanto pare, le truppe sovietiche che, subito dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale, irrompono nei territori ucraini sino a quel momento occupati dalla Polonia, sono salutate favorevolmente dalla popolazione locale[10].

Vediamo ora il quadro che emerge dalle prese di posizione di altri nemici di Stalin, questa volta collocati all’interno del movimento comunista. Trotskij che, com’è noto, è nato in Ucraina, e che negli ultimi anni della sua vita si occupa ripetutamente della sua terra natia, prende posizione a favore del movimento indipendentista: egli condanna la ferocia della repressione ma, pur non risparmiando nessuna accusa a Stalin (in più occasioni paragonato a Hitler), non fa alcun cenno al cosiddetto olocausto della fame pianificato a Mosca[11]. Trotskij sottolinea che «le masse ucraine sono animate da inconciliabile ostilità nei confronti della burocrazia sovietica», ma individua la ragione di tale ostilità nella «repressione dell’indipendenza ucraina». A giudicare dalla tesi oggi corrente, l’«Holodomor» si sarebbe verificato nei primi anni ’30; ma secondo Trotskij «il problema ucraino si è acutizzato agli inizi di quest’anno», e cioè del 1939[12]. Come Stalin, anche il leader dell’opposizione antistaliniana vorrebbe unificare tutti gli ucraini, anche se questa volta all’interno non più dell’Urss, bensì di uno Stato indipendente: ma sarebbe stato sensato formulare questo progetto, tacendo del tutto sul genocidio già consumato? Agli occhi di Trotskij, la perfidia della burocrazia sovietica consiste in ciò: essa erige sì monumenti al grande poeta nazionale ucraino (Taras Schewtschenko), ma solo per costringere il popolo ucraino a rendere omaggio agli oppressori moscoviti nella lingua del suo poeta nazionale[13]. Come si vede, nonché di genocidio, non si parla neppure di etnocidio; per dura che sia la condanna del regime staliniano, ad esso non viene addebitata nonché la distruzione fisica, neppure quella culturale del popolo ucraino. Collocati che siano all’esterno ovvero all’interno del movimento comunista, i nemici di Stalin finiscono col convergere in questo essenziale riconoscimento.

Cominciano a essere chiare la fragilità e la strumentalità della corrispondenza istituita tra «Holodomor» e «soluzione finale». Hitler e gli altri caporioni nazisti proclamano in modo esplicito e ripetuto che occorre procedere all’annientamento degli ebrei, paragonati ad un bacillo, ad un virus, ad un agente patogeno, il cui sterminio consentirebbe alla società di recuperare la salute. Sarebbe vano ricercare dichiarazioni simili nei dirigenti sovietici a proposito del popolo ucraino (o ebraico). Potrebbe essere più interessante mettere a confronto la politica dell’Urss staliniana e quella della Germania hitleriana in relazione in entrambi i casi all’Ucraina. Hitler proclama in più occasioni che gli ucraini, come tutti i «popoli assoggettati», devono essere tenuti a debita distanza dalla cultura e dall’istruzione; occorre distruggere anche la loro memoria storica; è bene che non sappiano neppure «leggere e scrivere»[14]. E non è tutto: si può «benissimo fare a meno» dell’80-90 per cento della popolazione locale[15]. Soprattutto si può e si deve fare a meno, in modo totale, dei ceti intellettuali. La loro liquidazione è la condizione per poter trasformare il popolo assoggettato in una casta ereditaria di schiavi o semischiavi, destinati a lavorare e a morire di lavoro al servizio della razza dei signori. Il programma nazista è ulteriormente chiarito da Himmler. Si tratta di eliminare immediatamente gli ebrei (la cui presenza è rilevante nell’ambito dei ceti intellettuali) e ridurre al «minimo» la popolazione ucraina complessiva in modo da spianare la strada alla «futura colonizzazione germanica». E così che – commenta lo storico qui citato – anche in Ucraina vanno di pari passo «costruzione dell’impero nazista» e «olocausto»; ad esso danno il loro contributo i nazionalisti ucraini che costituiscono la fonte principale e i principali propagandisti del libro di Conquest[16].

Rispetto al Terzo Reich il potere sovietico si muove in direzione esattamente contrapposta. Conosciamo la politica di affirmative action promossa dal potere sovietico nei confronti delle minoranze nazionali e dei «fratelli e compagni» ucraini, per riprendere le parole utilizzate da Stalin subito dopo la rivoluzione d‘ottobre[17]. In effetti, a promuovere con più decisione l’«azione affermativa» a favore del popolo ucraino è proprio colui che oggi è considerato il responsabile dell’«Holodomor». Nel 1921 egli respinge la tesi di coloro secondo i quali «la repubblica ucraina e la nazione ucraina erano un’invenzione dei tedeschi»: no, «è chiaro che la nazione ucraina esiste e che i comunisti devono svilupparne la cultura»[18]. A partire da tali presupposti si sviluppa l’«ucrainizzazione» della cultura, della scuola, della stampa, dell’editoria, dei quadri di partito e dell’apparato statale. All’attuazione di tale politica dà particolare impulso Lazar Kaganovic, che è un collaboratore fidato di Stalin e che nel marzo 1925 diviene segretario del partito in Ucraina[19]. I risultati non si fanno attendere: nel 1931 la pubblicazione di libri in ucraino «raggiunse il suo culmine con 6.218 titoli su 8.086, quasi il 77%», mentre «la percentuale dei russi nel partito, pari nel 1922 al 72%, era scesa al 52%». Occorre altresì tener presente lo sviluppo dell’apparato industriale ucraino, sulla cui necessità insiste ancora una volta Stalin[20].

Si può cercare di minimizzare tutto ciò rinviando al persistente monopolio del potere esercitato a Mosca dal Partito comunista dell’Unione sovietica. E, tuttavia, questa politica di «ucrainizzazione» ha un impatto così forte che essa è costretta ad affrontare la resistenza dei russi:

«Questi ultimi restarono comunque delusi dalla soluzione data alla questione nazionale in Urss. Bruciava la parificazione della Russia alle altre repubbliche federali, irritavano i diritti concessi alle minoranze all’interno della repubblica russa, infastidiva la retorica antirussa del regime […] e pesava il fatto che i russi, unica nazionalità della federazione, non avevano né un loro partito né una loro accademia delle scienze»[21].

Non solo non ha senso paragonare alla politica nazista quella sovietica, ma quest’ultima si rivela in realtà nettamente superiore anche alla politica dei Bianchi (appoggiati dall’Occidente liberale). Finisce suo malgrado col riconoscerlo lo stesso Conquest. Collocandosi su una linea di continuità rispetto all’autocrazia zarista, Denikin «rifiutava di ammettere l’esistenza degli ucraini». Esattamente contrapposto è l’atteggiamento di Stalin, che saluta l’«ucrainizzazione delle città ucraine». In seguito al successo di questa politica si apre una pagina nuova e altamente positiva:

«Nell’aprile 1923, al XII Congresso del partito [comunista], la politica di “ucrainizzazione” trovò pieno riconoscimento legale: per la prima volta fin dal Diciottesimo secolo, un solido governo ucraino includeva nel proprio programma la difesa e lo sviluppo della lingua e della cultura ucraine […] Le personalità culturali ucraine che tornavano nel loro paese, lo fecero con la reale speranza che anche un’Ucraina sovietica avrebbe potuto dar vita alla rinascita nazionale. E in gran parte essi ebbero, per alcuni anni, ragione. Poesia e narrativa, opere linguistiche e storiche si diffusero ampiamente e con stimolante intensità tra tutte le classi, mentre tutta la letteratura precedente venne ristampata su ampia scala»[22].

Abbiamo visto che questa politica è in vigore, anzi è in pieno sviluppo in Ucraina ancora agli inizi degli anni ’30. Certo, in seguito intervengono un terribile conflitto e la carestia e, tuttavia, come nel giro di pochissimo tempo si possa passare da una radicale affirmative action a favore degli ucraini alla pianificazione del loro sterminio resta un mistero. E’ bene non dimenticare che nella elaborazione e diffusione della tesi dell’«Holodomor» hanno svolto un ruolo importante i circoli nazionalisti ucraini che, dopo aver scatenato «molti pogrom» antiebraici negli anni della guerra civile[23], hanno spesso collaborato con gli invasori nazisti impegnati a promuovere la «soluzione finale»: dopo aver funzionato come strumento al tempo stesso di demonizzazione del nemico e di confortevole auto-assoluzione, la tesi dell’«Holodomor» diviene poi una formidabile arma ideologica nel periodo conclusivo della guerra fredda e nella politica di smembramento dell’Unione sovietica.

Un’ultima considerazione. Nel corso del Novecento l’accusa di «genocidio» e la denuncia dell’«olocausto» sono state declinate nei modi più diversi. Abbiamo già visto diversi esempi. Conviene aggiungerne un altro. Il 20 ottobre 1941 il «Chicago Tribune» informa dell’appassionato appello rivolto da Herbert Hoover perché sia posto fine al blocco imposto dalla Gran Bretagna alla Germania. E’ già da alcuni mesi iniziata la guerra di sterminio scatenata dal Terzo Reich contro l’Unione Sovietica, ma su ciò l’ex presidente statunitense non spende una parola. Si concentra sulle terribili condizioni della popolazione civile nei paesi occupati (a Varsavia «il tasso di mortalità dei bambini è dieci volte più elevato del tasso di natalità») e chiama a porre fine a «questo olocausto», peraltro inutile, dato che non riesce a bloccare la marcia della Wehrmacht[24]. E’ chiaro che Hoover si preoccupa di screditare i paesi a fianco dei quali F. D. Roosevelt si appresta a intervenire, ed è appena il caso di dire che del presunto «olocausto» dal campione dell’”isolazionalismo” messo sul conto di Londra e in parte di Washington si è persa la memoria.

 

  1. La carestia terroristica nella storia dell’Occidente liberale

 

In effetti, ancora più delle forzature, sono i silenzi ad inficiare in blocco il discorso del «veterano della guerra fredda». Si potrebbe cominciare con un dibattito che si svolge alla Camera dei Comuni il 28 ottobre 1948: Churchill denuncia il dilagare del conflitto tra indù e musulmani e l’«orribile olocausto» che si sta consumando in India in seguito all’indipendenza concessa dal governo laburista e allo smantellamento dell’Impero inglese. Ed ecco che un deputato laburista interrompe l’oratore: «Perché non parli della fame in India?». L’ex-primo ministro cerca di svicolare, ma l’altro incalza: «Perché non parli della fame in India, di cui è stato responsabile il precedente governo conservatore?»[25]. Il riferimento è alla carestia, ostinatamente negata da Churchill, che nel 1943-44 provoca nel Bengala tre milioni di morti. Nessuna delle due parti evoca invece la carestia verificatasi alcuni decenni prima, sempre nell’India coloniale: in questo caso, a perdere la vita erano state due o tre decine di milioni di indiani, spesso costretti a erogare «duro lavoro» con una dieta inferiore a quella garantita ai detenuti del «tristemente noto Lager di Buchenwald». In questa occasione, la componente razzista era stata esplicita e dichiarata. I burocrati britannici ritenevano che fosse «un errore spendere tanti soldi solo per salvare un sacco di neri». D’altro canto, secondo il viceré, sir Richard Temple, a perdere la vita erano stati soprattutto mendicanti senza alcuna reale intenzione di lavorare: «Non saranno molti a piangere la sorte che si sono procurati e che ha posto termine a vite oziose e troppo spesso criminali»[26].

A conclusione della seconda guerra mondiale, sir Victor Gollancz, un ebreo approdato in Inghilterra in seguito alla fuga dalla persecuzione antisemita in Germania, pubblica nel 1946 The Ethics of Starvation e l’anno dopo In Darkest Germany. L’autore denuncia la politica di affamamento che, dopo la disfatta del Terzo Reich, infuria sui prigionieri e sul popolo tedesco, continuamente esposti alla condanna a morte per inedia: sì la mortalità infantile era dieci volte più elevata che nel 1944, un anno che pure era stato particolarmente tragico; le razioni a disposizione dei tedeschi sono pericolosamente vicine a quelle in vigore a «Bergen Belsen»[27].

Nei due casi appena citati, ad essere paragonati ad un campo di concentramento nazista sono non l’Ucraina sovietica bensì i campi di lavoro dell’India assoggettata dall’Inghilterra e il regime di occupazione imposto agli sconfitti dall’Occidente liberale. Almeno l’ultima accusa sembra essere più persuasiva, com’è confermato dal libro più recente e più esaustivo pubblicato sull’argomento: «I tedeschi erano nutriti meglio nella Zona Sovietica». Ad essere più generoso era il paese che aveva subito la politica genocida del Terzo Reich e che a causa di tale politica continuava a soffrire la penuria. In effetti, a spingere l’Occidente liberale ad infliggere agli sconfitti la morte per inedia non era la scarsità di risorse bensì l’ideologia: «Politici e militari – come sir Bernard Montgomery – insistevano che nessun alimento doveva essere inviato dalla Gran Bretagna. La morte per l’inedia era la punizione. Montgomery affermava che i tre quarti di tutti i tedeschi erano ancora nazisti». Proprio per questo, era vietata la «fraternizzazione»: non bisognava rivolgere la parola e tanto meno sorridere ai membri di un popolo perverso in modo così totale e irrimediabile. Il soldato statunitense era messo in guardia: «nel cuore, nel corpo e nello spirito ogni tedesco è un Hitler». Anche una ragazza poteva risultare micidiale: «Non fare come Sansone con Dalila; lei amerà tagliarti i capelli e poi la gola». Questa campagna d’odio mirava esplicitamente a mettere fuori gioco il sentimento della compassione, e quindi a garantire il successo dell’«etica della condanna all’inedia». No, i soldati statunitensi erano chiamati ad essere impassibili anche dinanzi a bambini affamati: «in un bambino tedesco dai capelli gialli […] è in agguato il nazista»[28].

Se le tragedie del Bengala e dell’Ucraina si spiegano con la scala di priorità dettata dall’approssimarsi o dall’infuriare della seconda guerra mondiale, che impone la concentrazione delle scarse risorse nella lotta contro un nemico mortale[29], di carestia pianificata e terroristica si può ben parlare a proposito della Germania immediatamente successiva alla disfatta del Terzo Reich, dove la scarsità delle risorse non gioca alcun ruolo, mentre influisce in misura considerevole la razzizzazione di un popolo, che lo stesso F. D. Roosevelt ha la tentazione per qualche tempo di cancellare dalla faccia della terra mediante la «castrazione» (supra, cap. 1, § 5). Si potrebbe dire che a salvare i tedeschi (e i giapponesi) o ad accorciare sensibilmente le loro sofferenze è stata lo scoppio della guerra fredda: nella lotta contro il nuovo nemico, potrebbero risultare utili e preziose la carne da cannone e l’esperienza messe a disposizione dell’ex-nemico.

Ma è inutile cercare cenni alla carestia nell’India coloniale e britannica o alla Bergen Belsen occidentale in Germania nel «veterano della guerra fredda», impegnato a far valere lo schema costruito a priori dal revisionismo storico: tutte le infamie naziste sono solo la replica delle infamie comuniste; e dunque anche la Bergen Belsen hitleriana riproduce la Bergen Belsen ante litteram di cui è responsabile Stalin.

In piena coerenza con tale schema Conquest ignora del tutto il fatto che il ricorso all’affamamento e alla minaccia della morte per inedia costituiscono una costante nel rapporto istituito dall’Occidente coi barbari e coi nemici di volta in volta assimilati a barbari. Dopo la rivoluzione nera di Santo Domingo, temendo l’effetto di contagio del primo paese che sul continente americano ha abolito la schiavitù, Jefferson si dichiara pronto a «ridurre Toussaint alla morte per inedia». A metà dell’Ottocento Tocqueville chiama a bruciare i raccolti e a svuotare i silos degli arabi che in Algeria osano resistere alla conquista francese (infra, cap. VIII, § 5). Cinque decenni dopo, con questa medesima tattica di guerra, che condanna un intero popolo alla fame o alla morte per inedia, gli Stati Uniti soffocano la resistenza nelle Filippine. Anche quando non è intenzionalmente pianificata, la carestia può comunque costituire un’occasione da non perdere. Nello stesso periodo in cui Tocqueville chiama a fare il deserto attorno agli arabi ribelli, una devastante malattia distrugge in Irlanda il raccolto di patate e decima la popolazione già duramente provata dal saccheggio e dall'oppressione dei colonizzatori inglesi. La nuova tragedia appare agli occhi di sir Charles Edward Trevelyan (incaricato dal governo di Londra di seguire e fronteggiare la situazione) come l'espressione della «Provvidenza onnisciente», che così risolve il problema della sovrappopolazione (e anche dell’endemica ribellione di una popolazione barbara). In questo senso, il politico britannico è stato talvolta bollato come un «proto-Eichmann», protagonista di una tragedia da considerare il prototipo dei genocidi del ventesimo secolo[30].

Ma concentriamoci sul Novecento. I metodi tradizionalmente messi in atto a danno dei popoli colonali possono risultare utili anche nel corso della lotta per l’egemonia tra le grandi potenze. Con lo scoppio della prima guerra mondiale, l’Inghilterra sottopone la Germania ad un micidiale blocco navale, il cui significato è così chiarito da Churchill: «Il blocco britannico trattò l’intera Germania come una fortezza assediata e cercò in modo esplicito di ridurre all’inedia, e costringerla così alla capitolazione, l’intera popolazione: uomini, donne e bambini, vecchi e giovani, feriti e sani». Il blocco continua ad essere imposto anche dopo la fine dell’armistizio, per mesi, ed è sempre Churchill a spiegare la necessità, nonostante il silenzio delle armi, del perdurante ricorso a «questa arma di affamamento sino all’inedia, che colpisce soprattutto le donne e i bambini, i vecchi, i deboli e i poveri»: gli sconfitti devono accettare sino in fondo le condizioni di pace dei vincitori[31].

Ma con l’emergere minaccioso della Russia sovietica, il nemico è ormai un altro. Se Jefferson temeva il contagio della rivoluzione nera, Wilson si preoccupa di contenere la rivoluzione bolscevica. Restano immutati i metodi. Per impedire che possa seguire l’esempio della Russia sovietica, l’Austria viene messa dinanzi, per dirla con Gramsci, ad una «brigantesca intimazione»: «O l’ordine borghese o la fame!»[32]. In effetti, qualche tempo dopo è Herbert Hoover, alto esponente dell’amministrazione Wilson e futuro presidente degli Usa, ad ammonire le autorità austriache che «qualsiasi disturbo dell'ordine pubblico renderà impossibile la fornitura di generi alimentari e metterà Vienna faccia a faccia con la fame assoluta». E, più tardi, sarà sempre lo stesso uomo politico americano a tracciare questo bilancio, di cui mena esplicitamente vanto: «la paura della morte per inedia ha trattenuto il popolo austriaco dalla rivoluzione»[33]. Come si vede, soprattutto in Jefferson e Hoover è esplicitamente teorizzata quella «carestia terroristica» che Conquest rimprovera a Stalin.

Siamo in presenza di una politica che continua ad imperversare ai giorni nostri. Nel giugno del 1996, un articolo-intervento del direttore del Center for Economic and Social Rights metteva in evidenza le terribili conseguenze della «punizione collettiva» inflitta mediante l’embargo al popolo irakeno: già «più di 500.000 bambini irakeni» erano «morti di fame e di malattie». Molti altri erano sul punto di subire la stessa sorte. Ad una considerazione di carattere più generale procede alcuni anni dopo una rivista ufficiosa del Dipartimento di Stato qual è «Foreign Affairs»: dopo il crollo del «socialismo reale», in un mondo unificato sotto l'egemonia Usa, l'embargo costituisce l'arma di distruzione di massa per eccellenza; ufficialmente imposto per prevenire l’accesso di Saddam alle armi di distruzione di massa, l’embargo in Irak, «negli anni successivi alla guerra fredda, ha provocato più morti che tutte le armi di distruzione di massa nel corso della storia» messe assieme. Dunque, è come se il paese arabo avesse subito contemporaneamente il bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki, gli attacchi all’iprite dell’esercito di Guglielmo II e di Benito Mussolini, ed altro ancora[34]. In conclusione: la politica della «carestia terroristica» rimproverata a Stalin attraversa in profondità la storia dell’Occidente, è messa in atto nel Novecento in primo luogo contro il paese scaturito dalla rivoluzione d’ottobre e conosce il suo trionfo dopo il crollo del’Unione sovietica.

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[1] Titolo redazionale di Marxismo Oggi. Il testo che segue riproduce i capitoli 5.4 e 5.5 di D. Losurdo, Stalin. Storia e critica di una leggenda nera, Carocci, Roma 2008.

[2] Arendt 1989a, pp. 602-03 e 614-15.

[3] Goldman 2007, p. 5.

[4] Conquest 2001a, pp. 11-14.

[5] Tottle 1987, p. 86.

[6] Argentieri 2004, pp. VII-VIII.

[7] Tottle 1987, p. 86.

[8] In Tottle 1987, p. 15.

[9] Losurdo 1996, cap. V, § 9.

[10] Wolkogonow 1989, p. 484; Mayer 2000, pp. 670-71.

[11] Trotskij 1988, pp. 1173 sgg.

[12] Trotskij 1988, pp. 1241 e 1243.

[13] Trotskij 1988, pp. 1174-75.

[14] Hitler 1989, p. 215.

[15] In Kershaw 2001, p. 668.

[16] Lower 2005, pp. 8 e passim; Sabrin 1991, pp. 3-13; Tottle 1987, pp. 75 sgg.

[17] Stalin 1971-73, vol. 4, p. 6 (= Stalin 1952-56, vol. 4, p. 17).

[18] Stalin 1971-73, vol. 5, p. 42 (= Stalin 1952-56, vol. 5, p. 63).

[19] Graziosi 2007, p. 205.

[20] Graziosi 2007, pp. 311 e 202.

[21] Graziosi 2007, pp. 203-04.

[22] Conquest 2001a, pp. 65 e 79-80.

[23] Figes 2000, p. 815.

[24] In Baker 2008, p. 411.

[25] Churchill 1974, p. 7722.

[26] Davis 2001, pp. 46-51.

[27] In MacDonogh 2007, pp. 362-63.

[28] MacDonogh 2007, pp. 366, 363 e 369-70.

[29] Cfr. Losurdo 1996, cap. V, § 10.

[30] Losurdo 2005, cap. V, § 8; Losurdo 1996, cap. V, § 10. Un accostamento dell’«ebreicidio» nazista alla carestia irlandese, piuttosto che a quella ucraina, si legge anche in Mayer 2000. p. 639.

[31] In Baker 2008, pp. 2 e 6.

[32] Gramsci 1984, pp. 443-44.

[33] Rothbard 1974, pp. 96-97.

[34] Losurdo 2007, cap. I, § 5.

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