Gabriele Repaci
Introduzione
La dissoluzione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche nel 1991 viene spesso presentata come l’esito inevitabile di un processo storico di lungo periodo: il fallimento intrinseco dell’economia pianificata, l’inefficienza strutturale del sistema politico monopartitico, l’incapacità del socialismo reale di competere con le economie capitalistiche avanzate. Questa lettura, divenuta dominante nel discorso pubblico e in una parte consistente della storiografia occidentale, assume una forma marcatamente teleologica, nella quale il crollo finale appare come la conclusione necessaria di una traiettoria già inscritta nelle premesse del sistema.
Il presente saggio intende mettere in discussione tale interpretazione. Senza negare i limiti strutturali dell’esperienza sovietica, né minimizzare le difficoltà economiche e sociali emerse nel corso degli anni Settanta e Ottanta, si sostiene che la fine dell’URSS non fu il risultato inevitabile di una crisi terminale, bensì l’esito contingente di specifiche scelte politiche e istituzionali adottate nel corso della perestrojka. In altri termini, il collasso non fu semplicemente “subìto” dal sistema sovietico, ma fu in larga misura prodotto dalle modalità attraverso cui si tentò di riformarlo.
Un presupposto fondamentale di questo lavoro è la distinzione tra stagnazione e collasso. A partire dalla metà degli anni Settanta, l’economia sovietica entrò in una fase di rallentamento della crescita, comune a molte economie industrializzate mature. Tuttavia, la stagnazione non si tradusse automaticamente in una crisi sociale generalizzata né in un crollo del livello di vita. Al contrario, come mostrano i dati sui consumi, sull’accesso ai servizi fondamentali e sulle condizioni materiali della popolazione, l’URSS degli anni Ottanta rimaneva uno Stato funzionale, dotato di un patto sociale ancora operante e percepito come relativamente stabile sia all’interno sia all’esterno.
Proprio questa constatazione rende problematico il racconto retrospettivo dell’inevitabilità. Se il collasso fosse stato inscritto strutturalmente nel sistema, risulterebbe difficile spiegare perché né gli osservatori occidentali, né le agenzie di intelligence, né ampi settori della stessa dirigenza sovietica ne prevedessero l’imminenza. Ancora all’inizio degli anni Ottanta, l’URSS appariva come una potenza consolidata, afflitta da rigidità e inefficienze, ma non prossima a una dissoluzione statale.
Il punto di rottura va dunque ricercato altrove. Questo saggio individua tale rottura nelle riforme avviate sotto la leadership di Mikhail Gorbačëv, che, lungi dal costituire un graduale processo di razionalizzazione del sistema esistente, produssero una disarticolazione simultanea dei suoi principali meccanismi di funzionamento: la pianificazione economica, la base fiscale dello Stato, il controllo monetario, l’autorità del centro politico. La perestrojka non fallì perché troppo timida, ma perché troppo radicale rispetto al contesto istituzionale in cui venne introdotta.
Accanto a questa dimensione economico-istituzionale, il saggio propone una chiave interpretativa di natura politico-sociale. La dissoluzione dell’URSS viene qui letta come una vasta operazione di trasformismo, nel senso attribuito al termine da Antonio Gramsci: un processo attraverso il quale settori significativi della classe dirigente, approfittando dell’indebolimento del potere centrale, riconvertirono il proprio ruolo da amministratori di risorse statali a detentori privati di potere economico. In questa prospettiva, il collasso non appare come un processo di emancipazione dal basso, né come una semplice implosione sistemica, ma come una disgregazione pilotata dall’alto, che produsse una profonda regressione sociale e consentì la continuità delle élite sotto nuove forme di dominio.
Questa interpretazione consente inoltre di interrogare criticamente gli esiti storici del post-1991. Se il crollo del socialismo reale non fu inevitabile, allora non può essere valutato come una “liberazione” da un sistema fallimentare, ma deve essere giudicato alla luce delle sue conseguenze concrete: instabilità politica, disuguaglianze sociali, conflitti armati, regressioni autoritarie e, in molti casi, un drastico peggioramento delle condizioni di vita per ampi strati della popolazione dell’ex URSS.
Alla luce di questi elementi, il saggio si propone di analizzare la fine dell’Unione Sovietica non come un destino storico compiuto, ma come una scelta politica inscritta in un determinato contesto e portatrice di esiti che restano, ancora oggi, profondamente controversi.
- L’Unione Sovietica nei primi anni Ottanta: stabilità materiale, stagnazione gestibile e limiti strutturali
All’inizio degli anni Ottanta l’Unione Sovietica non si presentava come uno Stato sull’orlo del collasso. Al contrario, nonostante il rallentamento della crescita economica rispetto ai decenni precedenti, il sistema appariva ancora stabile sul piano sociale e istituzionale. La lunga fase brežneviana aveva prodotto un assetto caratterizzato da immobilismo politico e rigidità amministrativa, ma anche da un livello di prevedibilità e sicurezza materiale che continuava a garantire consenso passivo a larghi strati della popolazione. La successione al vertice tra Leonid Brežnev, Jurij Andropov e Konstantin Černenko assicurò continuità piuttosto che rottura, rafforzando l’idea che il sistema fosse destinato a protrarsi, seppur in una forma stagnante.
Dal punto di vista delle condizioni materiali, la società sovietica dei primi anni Ottanta era profondamente diversa sia da quella degli anni Trenta sia da quella del primo dopoguerra. Prima della guerra, quando Iosif Stalin annunciava l’avvento di un’epoca di “vita felice”, la disponibilità di beni di consumo di base per la popolazione sovietica rimaneva estremamente ridotta. All’epoca di Leonid Brežnev quella situazione apparteneva ormai al passato. Nel 1979 l’Unione Sovietica produceva più scarpe di qualsiasi altro paese al mondo e la disponibilità media era salita a circa cinque paia pro capite. Nei trent’anni successivi alla morte di Stalin il livello dei consumi era cresciuto in modo significativo e continuativo, con un aumento medio annuo stimato intorno al 3,6 per cento.
Alla fine degli anni Settanta il tenore di vita della popolazione sovietica rimaneva indubbiamente inferiore a quello delle economie capitalistiche più avanzate, ma non si registrava alcuna regressione generalizzata né una crisi di sussistenza. Al contrario, i dati mostrano un miglioramento diffuso delle condizioni materiali. Tra il 1965 e il 1978 il salario mensile medio passò da 96,5 a 159,9 rubli, il numero di medici aumentò in modo consistente e la diffusione dei beni durevoli nelle famiglie urbane conobbe una crescita rapida: la quota di nuclei dotati di televisore salì dal 24 all’82 per cento, quella con frigorifero dall’11 al 78 per cento. Anche lo spazio abitativo pro capite nelle aree urbane aumentò, seppur lentamente, mentre i consumi alimentari mostrarono una tendenza complessivamente positiva, con un incremento del consumo di carne e ortaggi e una riduzione di quello di pane e patate, indice di una dieta leggermente più diversificata[1].
È vero che il ritmo di crescita del tenore di vita rallentò nel corso degli anni Settanta. L’aumento complessivo dei consumi passò da circa il 5 per cento annuo nella seconda metà degli anni Sessanta a poco più del 2 per cento nella seconda metà degli anni Settanta, mentre la crescita dei consumi alimentari scese sotto l’1 per cento. Tuttavia, questa decelerazione non cancellò i miglioramenti già acquisiti, né produsse un deterioramento netto delle condizioni materiali. Ancora a metà degli anni Ottanta, osservatori occidentali rilevavano come la quasi totalità delle abitazioni fosse dotata di televisore e frigorifero, una larga maggioranza di lavatrice, e una minoranza crescente di automobile o motociclo[2].
Un elemento cruciale di questa relativa stabilità era rappresentato dall’assenza di inflazione. I prezzi dei beni di prima necessità erano mantenuti artificialmente bassi, al punto che il pane risultava talmente economico da essere talvolta utilizzato come mangime per il bestiame. Ancora più rilevante era il costo estremamente contenuto dell’abitazione: su un salario mensile di circa 200 rubli, l’affitto assorbiva in media una decina di rubli, comprensivi di riscaldamento centralizzato, acqua calda e, almeno nelle grandi città, servizi aggiuntivi come le chiamate telefoniche locali. I costi fissi della riproduzione sociale erano dunque straordinariamente bassi rispetto agli standard occidentali.
A ciò si aggiungevano l’accesso universale e gratuito all’istruzione e alla sanità, l’assenza di disoccupazione, il diritto a periodi di vacanza sovvenzionati e un sistema di trasporti pubblici capillare e a tariffe simboliche. Questi elementi costituivano pilastri fondamentali del patto sociale sovietico e contribuivano a contenere il malcontento, che raramente assumeva la forma di una contestazione radicale del sistema, manifestandosi piuttosto come rassegnazione diffusa e adattamento quotidiano alle sue inefficienze[3].
Ciò non significa che le condizioni di vita fossero prive di problemi. La carenza di alloggi rimaneva una questione seria e una parte non trascurabile delle famiglie urbane era costretta a condividere cucina e servizi igienici. Le condizioni abitative risultavano spesso dure e, in alcuni casi, difficili da tollerare nel lungo periodo. Tuttavia, per la maggioranza della popolazione, le privazioni estreme del periodo staliniano appartenevano al passato. Non vi era più penuria generalizzata dei beni fondamentali: esistevano le code, talvolta lunghe e frustranti, ma alla fine era possibile ottenere ciò per cui si stava aspettando. Le code rappresentavano un costo in termini di tempo e di qualità della vita, non un segnale di collasso produttivo o di crisi di sussistenza. Allo stesso modo, la fase del terrore politico di massa era ormai conclusa. Pur in presenza di un sistema autoritario e di limiti stringenti alla libertà di espressione pubblica, la repressione non assumeva più le forme arbitrarie e pervasive dell’epoca staliniana. Per la gran parte dei cittadini, in assenza di un’attività politica organizzata o di una contestazione aperta del regime, la vita quotidiana non era segnata dal rischio costante di arresti o deportazioni, ma piuttosto da una combinazione di conformismo, autocensura e adattamento.
Nel complesso, l’URSS dei primi anni Ottanta si presentava dunque come una società caratterizzata da stagnazione economica, ma anche da una stabilità materiale e sociale non trascurabile. I problemi erano reali e sempre più evidenti, ma non apparivano insormontabili né tali da rendere inevitabile la dissoluzione dello Stato. Questa constatazione risulta centrale per comprendere come il collasso successivo non possa essere spiegato semplicemente a partire dalle condizioni di vita o dalla dinamica dei consumi, ma debba essere analizzato in relazione alle scelte politiche e istituzionali che trasformarono un sistema stagnante, ma ancora funzionante, in una crisi sistemica.
Questa relativa stabilità non riguardava soltanto la dimensione interna. In quello stesso periodo, neppure i paesi satelliti dell’Europa orientale costituivano un fattore di destabilizzazione strutturale per l’Unione Sovietica. Nonostante difficoltà economiche diffuse, l’assetto politico del blocco orientale appariva complessivamente stabile. Movimenti di opposizione come Solidarność in Polonia erano stati temporaneamente neutralizzati, mentre negli altri Stati dell’Europa orientale i regimi al potere risultavano stabili o comunque gestibili finché rimase in vigore il principio dell’intervento sovietico quale garanzia ultima dell’ordine politico.
È sul piano macroeconomico, piuttosto, che emergevano con maggiore chiarezza i limiti strutturali del modello di sviluppo sovietico. L’URSS aveva ormai esaurito le possibilità della crescita estensiva basata sulla mobilitazione di nuova forza lavoro e capitale ed era entrata in una fase di crescita intensiva, fondata sull’aumento della produttività. Questo passaggio, comune a tutte le economie industrializzate mature, si rivelò particolarmente complesso in un sistema caratterizzato da pianificazione rigida e scarsi incentivi all’innovazione diffusa. I tassi di crescita diminuirono progressivamente nel corso degli anni Settanta, ma rimasero comparabili a quelli registrati in molte economie occidentali nello stesso periodo[4]. La stagnazione rappresentava un problema reale, ma non una crisi terminale.
I limiti strutturali dell’economia sovietica erano ben noti: inefficienze nella distribuzione, rigidità amministrative, carenze qualitative dell’offerta. Tra questi, la questione delle code occupava un posto centrale nell’esperienza quotidiana della popolazione. Le code non indicavano in genere l’assenza di beni, ma piuttosto difficoltà di allocazione in un sistema a prezzi amministrati, nel quale l’equilibrio tra domanda e offerta si manifestava sotto forma di attesa anziché di aumento dei prezzi. In uno Stato continentale, esteso su un sesto delle terre emerse, attraversato da nove fusi orari e caratterizzato da condizioni climatiche estreme, la distribuzione uniforme e tempestiva dei beni rappresentava una sfida permanente. Le code costituivano quindi un costo in termini di tempo e di frustrazione, ma non una prova di collasso produttivo né di disgregazione sociale imminente.
È significativo che né gli osservatori occidentali né gli apparati di intelligence percepissero l’URSS come prossima a un tracollo. Ancora all’inizio degli anni Ottanta, valutazioni provenienti dagli Stati Uniti escludevano esplicitamente l’ipotesi di un crollo economico sovietico nel breve periodo. Questa percezione era condivisa anche da settori rilevanti della dirigenza interna. Nelle sue memorie, Boris El’cin riconobbe esplicitamente che Mikhail Gorbačëv avrebbe potuto proseguire lungo la linea dei suoi predecessori, mantenendo in vita il sistema esistente senza affrontare una crisi immediata. El’cin osservava infatti:
«Non amo le frasi altisonanti, ma Gorbačëv ha intrapreso qualcosa che merita davvero parole eccezionali. Avrebbe potuto continuare a tirare avanti come avevano fatto Brežnev e Černenko prima di lui. Penso che il tempo, le risorse naturali e la pazienza del popolo sarebbero ancora bastati per fargli trascorrere un’esistenza soddisfatta e felice alla guida di un governo totalitario. Si sarebbe insignito di onorificenze e la gente avrebbe composto per lui poesie e canzoni, cosa che fa sempre piacere. Invece, ha scelto una strada completamente diversa, ha iniziato a scalare una montagna dalla vetta invisibile…»[5]
Questa valutazione, proveniente da una figura che sarebbe divenuta protagonista dello smantellamento dello Stato sovietico, risulta particolarmente significativa. Essa suggerisce che, all’inizio degli anni Ottanta, la continuità del sistema non fosse percepita come irrealistica né all’interno delle élite sovietiche né da coloro che, in seguito, avrebbero tratto vantaggio politico dalla sua dissoluzione. Il collasso dell’URSS appare quindi meno come l’esito necessario di una crisi strutturale irreversibile e più come il risultato di una scelta politica consapevole, che interruppe una traiettoria di stagnazione gestibile per aprire un processo di trasformazione dagli esiti profondamente instabili.
I problemi dell’URSS nei primi anni Ottanta erano dunque reali, ma non insormontabili. Essi richiedevano interventi graduali di razionalizzazione, miglioramenti nell’efficienza gestionale e un riequilibrio attento tra pianificazione e incentivi, non una disarticolazione complessiva delle strutture esistenti. Il sistema sovietico si trovava in una fase di stagnazione matura, non in una crisi irreversibile. Proprio questa distinzione risulta fondamentale per comprendere come il collasso successivo non possa essere spiegato come semplice esito automatico di condizioni economiche pregresse, ma debba essere analizzato alla luce delle scelte politiche che, a partire dalla metà degli anni Ottanta, trasformarono problemi gestibili in una crisi sistemica.
- La perestrojka come rottura sistemica: riforme, disarticolazione economica e crisi dello Stato
Come mostrato nel capitolo precedente, quando Mikhail Gorbačëv assunse la guida dell’Unione Sovietica nel 1985, il sistema sovietico non versava in una condizione di collasso imminente, ma attraversava una fase di stagnazione matura che rendeva necessari interventi di razionalizzazione e ammodernamento. La leadership sovietica era consapevole dei limiti strutturali del modello economico esistente, in particolare della bassa crescita della produttività, dell’inefficienza amministrativa e dell’arretratezza tecnologica in alcuni settori civili. Tuttavia, ciò che venne avviato a partire dalla metà degli anni Ottanta non fu un programma di riforme graduali e circoscritte, bensì un processo di trasformazione profonda che finì per disarticolare simultaneamente i principali meccanismi di funzionamento dello Stato sovietico.
La perestrojka nacque come tentativo di superare l’immobilismo brežneviano attraverso una combinazione di riforme economiche e apertura politica. A differenza dei limitati interventi sperimentati sotto Jurij Andropov, orientati a rafforzare la disciplina del lavoro e a migliorare l’efficienza gestionale senza intaccare l’architettura del sistema[6], le politiche gorbačëviane miravano a modificare in profondità i rapporti tra Stato, imprese e società. In assenza di un chiaro disegno complessivo e di strumenti istituzionali adeguati, questa strategia produsse effetti destabilizzanti anziché correttivi.
Sul piano economico, il primo elemento di rottura riguardò la base fiscale dello Stato. Il bilancio sovietico dipendeva in larga misura dalla tassazione indiretta sul fatturato delle imprese statali e, in particolare, dalle entrate derivanti dalla vendita degli alcolici. La campagna antialcol lanciata da Gorbačëv, pur animata da obiettivi socialmente condivisibili, ebbe l’effetto di ridurre drasticamente una delle principali fonti di entrata statale senza predisporre meccanismi compensativi. A questa perdita si aggiunsero le conseguenze non previste della liberalizzazione parziale delle imprese, alle quali venne consentito di trattenere una quota crescente dei profitti in nome di una maggiore autonomia gestionale. Il risultato fu una rapida erosione delle risorse fiscali centrali e l’avvio di una crisi finanziaria dello Stato.
Parallelamente, la legge sull’impresa statale introdusse elementi di mercato in un contesto privo delle condizioni necessarie al loro funzionamento ordinato. Le grandi imprese sovietiche, altamente specializzate e spesso monopolistiche, ottennero un’ampia libertà nella determinazione dei prezzi e nella definizione degli obiettivi produttivi, pur rimanendo inserite in una struttura industriale concepita per la pianificazione. In assenza di concorrenza reale e di un mercato regolato, questa autonomia si tradusse in comportamenti opportunistici, aumento dei prezzi e riduzione dell’offerta, svuotando di fatto la pianificazione senza sostituirla con un meccanismo alternativo efficace[7].
Gli effetti sociali di queste politiche divennero rapidamente visibili. A partire dalla fine degli anni Ottanta, si verificarono diffuse carenze di beni di uso quotidiano che non avevano caratterizzato la fase precedente. La comparsa di penurie acute di prodotti elementari alimentò un crescente malcontento e contribuì a minare la legittimità del sistema agli occhi di quella stessa classe operaia che, fino a pochi anni prima, aveva costituito una delle sue principali basi di consenso. Gli scioperi dei minatori nel Donbass nel 1989, innescati anche da condizioni materiali deteriorate, segnarono simbolicamente la rottura del patto sociale sovietico.
La crisi fiscale costrinse infine lo Stato a ricorrere al credito della Banca centrale per finanziare la spesa corrente, determinando una rapida espansione della massa monetaria. In un contesto di offerta rigida e produzione in calo, ciò portò all’emergere di fenomeni inflazionistici sconosciuti nella precedente esperienza sovietica e a una crescente sfiducia nella moneta. Al tempo stesso, la concentrazione di ingenti risorse finanziarie nelle mani dei dirigenti d’impresa e dei nuovi attori economici aprì spazi senza precedenti per la corruzione e per l’intreccio tra apparati amministrativi e criminalità organizzata.
La legalizzazione delle cooperative, concepita come strumento per stimolare l’iniziativa economica, finì spesso per diventare un canale di riciclaggio di capitali di origine illecita e un primo passo verso la privatizzazione informale delle risorse statali. In assenza di una classe capitalistica preesistente e di un quadro normativo solido, il processo di transizione economica avviato sotto Gorbačëv pose le basi per una successiva appropriazione predatoria dell’apparato produttivo, piuttosto che per una modernizzazione ordinata dell’economia.
Nel complesso, la perestrojka non si limitò a rivelare le debolezze del sistema sovietico, ma contribuì in modo decisivo a produrle. Le riforme, introdotte simultaneamente su più piani senza una sequenza coerente, finirono per disgregare le strutture economiche e fiscali dello Stato, aprendo una crisi sistemica che non era contenuta nelle condizioni degli anni precedenti. In questo senso, il collasso dell’URSS appare meno come l’esito inevitabile di una lunga stagnazione e più come il risultato di una rottura politica deliberata, che trasformò problemi gestibili in una catastrofe istituzionale.
Conclusione. Il collasso come scelta politica e trasformismo delle élite
L’analisi condotta nei capitoli precedenti consente di riconsiderare criticamente la dissoluzione dell’Unione Sovietica, sottraendola alla narrazione teleologica che la presenta come esito inevitabile di un sistema economicamente fallimentare e politicamente insostenibile. L’URSS dei primi anni Ottanta non era uno Stato in fase terminale, bensì una società caratterizzata da stagnazione economica, ma anche da una stabilità materiale e sociale non trascurabile, sostenuta da un patto sociale ancora operativo e da un assetto geopolitico complessivamente sotto controllo. I problemi esistenti erano reali, ma non insormontabili, e non rendevano inevitabile né il collasso dello Stato né la dissoluzione del sistema.
La rottura si produsse a partire dalla metà degli anni Ottanta, quando la leadership guidata da Mikhail Gorbačëv avviò un processo di riforma che non si limitò a correggere le inefficienze del sistema esistente, ma ne disarticolò simultaneamente i principali meccanismi di funzionamento. La perestrojka non fallì perché insufficiente o incompiuta, ma perché introdusse elementi di mercato e di liberalizzazione politica in assenza delle condizioni istituzionali necessarie a sostenerli. Il risultato fu una crisi fiscale, monetaria e produttiva che non costituiva il punto di arrivo della stagnazione precedente, bensì il prodotto diretto delle scelte politiche adottate.
In questa prospettiva, il collasso dell’URSS non appare come un processo di emancipazione dal basso, né come una semplice implosione sistemica, ma come una disgregazione pilotata dall’alto, che aprì spazi di manovra a settori significativi della classe dirigente. È qui che risulta utile richiamare il concetto di trasformismo elaborato da Antonio Gramsci. La fine del socialismo reale può essere interpretata come una vasta operazione di trasformismo, attraverso la quale ampie porzioni dell’élite sovietica, approfittando dell’indebolimento del centro statale, convertirono il proprio potere amministrativo e politico in controllo diretto delle risorse economiche. Un processo di questo tipo fu reso possibile anche dall’assenza di efficaci meccanismi di controllo democratico della popolazione sulla classe dirigente.
Sebbene i soviet continuassero formalmente a esistere, essi avevano da tempo perso la loro funzione originaria di organi di rappresentanza e di controllo, riducendosi a strutture svuotate di potere reale. In assenza di istituzioni capaci di esercitare una vigilanza effettiva sull’operato delle élite politiche e amministrative, il crollo del sistema assunse la forma di uno smantellamento dall’alto piuttosto che di un’implosione strutturale. Esso si configurò come una riconversione delle classi dirigenti, che garantirono la propria continuità sotto nuove forme di dominio.
Questa lettura consente di comprendere anche la natura degli assetti emersi nel periodo post-sovietico. In un sistema che non disponeva né di una borghesia economica indipendente né di strumenti giuridici efficaci, la transizione non poteva che avvenire attraverso meccanismi informali, spesso criminali, di appropriazione delle risorse pubbliche. L’emergere delle oligarchie non rappresentò una deviazione accidentale del processo di trasformazione, ma il suo esito coerente. La dissoluzione dello Stato sovietico non produsse una democratizzazione diffusa né un miglioramento generalizzato delle condizioni di vita, ma inaugurò una fase di profonda instabilità politica, di crescente disuguaglianza sociale e di regressione dei diritti sociali.
Se il collasso del socialismo reale non fu inevitabile, allora non può essere valutato come una “liberazione” da un sistema fallimentare, ma deve essere giudicato alla luce delle sue conseguenze storiche concrete. L’esperienza delle società post-sovietiche mostra come la fine dell’URSS abbia spesso comportato un drastico peggioramento delle condizioni materiali di ampi strati della popolazione, un crollo delle aspettative di vita, la frammentazione del tessuto sociale e, in diversi casi, l’emergere di conflitti armati e forme di autoritarismo[8]. Anche gli sviluppi più recenti nello spazio ex sovietico, inclusa la guerra in Ucraina, impongono di interrogarsi criticamente sull’idea che la dissoluzione dell’Unione Sovietica abbia prodotto maggiore stabilità, sicurezza e benessere.
In conclusione, la fine dell’URSS non va interpretata come l’esito necessario di una crisi storicamente determinata, ma come il risultato di una scelta politica contingente, compiuta in un contesto che ammetteva alternative. Il collasso del socialismo reale fu una cesura regressiva, che non risolse le contraddizioni esistenti, ma ne produsse di nuove e più profonde. Riconoscere questa dimensione non significa idealizzare il sistema sovietico, ma restituire alla storia la sua natura aperta e conflittuale, contro ogni tentazione di leggere il passato come una semplice anticipazione del presente.
[1] F. Halliday, The Making of the second Cold War, Verso Books, 1986, p. 139.
[2] The Guardian, 7/5/96.
[3] In una nota del KGB degli anni Settanta, redatta nel periodo in cui l’organo era diretto da Jurij Andropov, si segnalava che il fenomeno del dissenso organizzato sarebbe rimasto circoscritto a un bacino stimato di circa 8,5 milioni di cittadini sovietici, pari a poco più del 5 per cento della popolazione adulta. Cfr. Y. Colombo, URSS, un’ambigua utopia: cause e conseguenze del crollo dell’impero sovietico, Massari Editore, Bolsena, 2021, p. 97.
[4] Secondo stime elaborate dalla Central Intelligence Agency, l’economia sovietica avrebbe registrato tra il 1981 e il 1985 un tasso medio annuo di crescita pari a circa il 2,4 per cento. Cfr. CIA–DIA, Handbook of Economic Statistics, Washington, 1991.
[5] B. Eltsin, Confessioni sul tema. Leonardo Editore, Milano, 1990, p. 142.
[6] Una parte della storiografia si è interrogata su quali sviluppi avrebbe potuto conoscere l’Unione Sovietica qualora Jurij Andropov fosse rimasto più a lungo alla guida del Paese. Ciò che è possibile affermare con certezza è che, durante il suo breve mandato (1982–1984), vennero avviate politiche mirate ad affrontare alcuni nodi strutturali del sistema, in particolare l’assenteismo e l’alcolismo diffusi nei luoghi di lavoro, ritenuti responsabili di gravi perdite di produttività. Già nel dicembre 1982, il Ministro degli Interni Fëdorčuk ricevette l’ordine di contrastare con decisione le assenze ingiustificate: la milizia avviò controlli sistematici, soprattutto nelle aree urbane, fermando chiunque fosse trovato in luoghi di svago durante l’orario lavorativo o scolastico. Le sanzioni andavano da multe fino al licenziamento, e i controlli furono estesi anche alle aree rurali mediante squadre di kolchoziani.
La campagna disciplinare ebbe effetti contrastanti: da un lato fu accolta positivamente da ampi settori della popolazione, anche per il ridimensionamento dei privilegi della nomenklatura, e produsse un miglioramento dei rendimenti; dall’altro, la durezza dei controlli suscitò proteste diffuse, al punto da indurre Andropov a sollecitare un approccio meno repressivo. Ciò nonostante, l’attenzione del Segretario generale per il tema della disciplina rimase costante, nella convinzione che essa potesse produrre benefici significativi senza richiedere grandi investimenti di capitale.
Questa impostazione emerse chiaramente al Plenum del Comitato Centrale del 15 giugno 1983, quando Andropov affermò che «non conosciamo il Paese in cui viviamo» (my ne znaem stranu, v kotoroj my živëm), sottolineando la necessità di un’analisi più approfondita e scientifica dei problemi strutturali che affliggevano la società sovietica da decenni. Nei mesi successivi furono adottate misure innovative: la legge sui collettivi di lavoro, che introduceva forme consultive di partecipazione operaia; il decreto del 14 luglio 1983 sull’ampliamento dei diritti delle imprese e sul rafforzamento della responsabilità per i risultati; l’introduzione, il 13 agosto, di un sistema di certificazione della qualità e di un piano quinquennale di modernizzazione tecnologica. Per la prima volta dopo anni, tali interventi produssero segnali, seppur modesti, di ripresa degli indicatori di crescita. Cfr. A. Giannotti, Tra partito e KGB. Per una ricostruzione del ruolo di Jurij Andropov nella politica sovietica, Giappichelli, Torino, 2018, pp. 235–236.
[7] O. Sanguigni, Il fallimento di Gorbaciov, Manifestolibri, Roma, p. 51.
[8] Con l’espressione “crollo delle aspettative di vita” si fa riferimento al brusco peggioramento degli indicatori demografici registrato in numerosi Stati post-sovietici nei primi anni successivi alla dissoluzione dell’URSS. In particolare, nella Russia la speranza di vita alla nascita passò da circa 63,9 anni nel 1989 a circa 58,7 anni nel 1993, con una riduzione superiore ai cinque anni in un arco temporale estremamente breve, soprattutto a carico della popolazione maschile. Andamenti analoghi, seppur con intensità variabile, si registrarono anche in Ucraina, Bielorussia e in altri Stati dell’ex Unione Sovietica.
La letteratura demografica e sociologica interpreta tale fenomeno non come un semplice shock transitorio, ma come l’esito di una crisi sociale profonda, determinata dal collasso dei sistemi di protezione sociale e sanitaria, dalla drastica riduzione dell’accesso alle cure, dall’impoverimento improvviso di ampi strati della popolazione, dall’aumento dell’insicurezza lavorativa e dalla diffusione di comportamenti autodistruttivi legati all’alcolismo, alla depressione e alla perdita di aspettative collettive sul futuro. L’incremento della mortalità per cause cardiovascolari, incidenti, suicidi e intossicazioni da alcol costituisce uno degli indicatori più evidenti di questa regressione. Cfr. E. Brainerd, Market Reform and Mortality in Transition Economies, in “World Development”, vol. 29, n. 12, 2001; National Research Council, Premature Death in the New Independent States, Washington, 1997.
