Marco Antonio Pirrone * 

 

Nell’agricoltura come nella manifattura la trasformazione capitalistica del processo di produzione si presenta insieme come martirologio dei produttori, il mezzo di lavoro si presenta come mezzo di soggiogamento, mezzo di sfruttamento e mezzo di impoverimento dell’operaio, la combinazione sociale dei processi lavorativi si presenta come soffocamento organizzato della sua vivacità, libertà e autonomia individuali.

Karl Marx, 1970c

Progressivamente i visti di ingresso vengono aboliti in tutto il mondo; ma non il controllo dei passaporti. Quest’ultimo è sempre necessario – forse come non mai prima – per mettere ordine nella confusione che l’abolizione dei visti può aver creato; per separare coloro per la cui convenienza e facilità di viaggiare i visti sono stati aboliti, da coloro che dovrebbero starsene fermi, che non hanno diritto di viaggiare. Abolizione dei visti di ingresso e maggiore rigidità dei controlli all’immigrazione, nella loro miscela, hanno un profondo significato simbolico. Potrebbero essere considerati una metafora della nuova, emergente stratificazione, e mettere in luce il fatto che ora «l’accesso alla mobilità globale» stia al primo posto tra i fattori di tale stratificazione. E questa miscela mette in luce anche la dimensione globale dei privilegi e delle privazioni, per locali che siano. Alcuni di noi godono della nuova libertà di movimento sans papiers. Altri non possono starsene dove vorrebbero per la stessa ragione.

Zygmunt Bauman, 1999a

 

Quando nel 2002 pubblicai la mia prima monografia sulle migrazioni internazionali (Pirrone, 2002a), la retorica dominante nei paesi del cosiddetto blocco occidentale ed europeo si articolava attorno a tre rappresentazioni profondamente ideologiche e strumentali: le migrazioni venivano descritte come un'invasione di massa; come una minaccia alla sicurezza, al benessere e allo stile di vita delle società “ospitanti”; infine, come un’onda incontrollabile destinata a travolgere la nostra cultura e a mettere in pericolo lo stile di vita e l’intero modello economico e sociale europeo ed occidentale.

A oltre vent’anni di distanza, nonostante - o forse proprio a causa - le trasformazioni intervenute nello scenario geopolitico e socio-economico globale, quelle stesse retoriche continuano a dominare il dibattito pubblico, le politiche migratorie e le ideologie che ne costituiscono la sovrastruttura. Come vedremo nel corso di questo volume, i dati e le tendenze relative alle migrazioni internazionali confermano una sostanziale continuità rispetto all’inizio del XXI secolo: non si è verificata alcuna “invasione”, né un’esplosione quantitativa dei flussi che possa giustificare l’allarmismo securitario e razzializzante che pervade il discorso pubblico.

Perché, allora, questa narrazione continua ad avere successo?

La tesi che qui si intende sostenere – e che già allora, nel 2002, cercavo di argomentare – è che queste rappresentazioni sulle migrazioni – e le politiche che le accompagnano, supportate da pratiche poliziesche e militari sempre più cruente - lungi dall’essere semplicemente frutto di ignoranza o deformazione mediatica, rispondono a una precisa esigenza del modo di produzione capitalistico nell’attuale fase neoliberista[1]: inferiorizzare e criminalizzare i migranti per governare la mobilità che il capitalismo stesso genera – come, nell’Ottocento, quando indigenti, mendicanti, vagabondi e senza tetto furono costruiti come “classi pericolose” –, così da disporre della forza-lavoro globale, sfruttarla dove e quando serve e contenerla o espellerla quando necessario alle esigenze del capitale.

Al contempo occorre porre l’attenzione sul fatto che l’espansione sul piano globale del modo di produzione capitalistico, se guardiamo oltre l’ossessione per chi si muove, ha anche un’altra faccia, meno visibile e mediatizzata ma non meno importante: la produzione di immobilità (spesso forzata). La quota di persone che non si muovono o che sono costrette all’immobilità[2] (piccoli proprietari espropriati, contadini espulsi dai processi di appropriazione delle terra (land grabbing) e dall’imposizione, attraverso politiche economiche di tipo neo coloniali, di monoculture d’esportazione, lavoratori impoveriti da aggiustamenti strutturali, soggetti intrappolati in regimi di debito, nonché gli stessi regimi di confine e dispositivi di controllo che governano la mobilità) è di gran lunga superiore a coloro che si muovono. Come aveva ben compreso Zygmunt Bauman già alla fine degli anni Novanta, nell’epoca della cosiddetta “globalizzazione” mobilità e immobilità rappresentano una nuova linea di stratificazione sociale globale:

Ciò che appare come conquista di globalizzazione per alcuni, rappresenta una riduzione alla dimensione locale per altri; dove per alcuni la globalizzazione segnala nuove libertà, per molti altri discende come un destino non voluto e crudele. La mobilità assurge al rango più elevato tra i valori che danno prestigio e la stessa libertà di movimento, da sempre una merce scarsa e distribuita in maniera ineguale, diventa rapidamente il principale fattore di stratificazione sociale dei nostri tempi […]. Alcuni di noi divengono «globali» nel senso pieno e vero del termine; altri sono inchiodati alla propria «località» - una condizione per nulla piacevole né sopportabile in un mondo nel quale i «globali» danno il là e fissano le regole del gioco della vita. (Bauman, 1999a, pp. 4-5).

Sottolineare questo aspetto è importante per comprendere sia le modalità di funzionamento del modo di produzione capitalistico, sia il fatto che mobilità e immobilità costituiscono due dimensioni fondamentali della struttura delle classi e delle disuguaglianze nel mondo contemporaneo. Anzi, l’enfatizzazione e la criminalizzazione della mobilità funzionano come dispositivo di deterrenza: si scoraggiano i pochi che si muovono e si occultano le disuguaglianze strutturali prodotte dal capitalismo, alimentando competizione tra lavoratori e popolazioni.

Ma c’è un altro elemento importante da considerare. Come aveva ben compreso e spiegato Karl Marx (1970c)[3], tra colonialismo, modo di produzione capitalistico e migrazioni vi è un nesso ben stretto, dato che il colonialismo e l’espansione del capitale producono continuamente, attraverso in primo luogo l’espropriazione della terra, processi di espulsione di uomini dai territori insieme al loro spossessamento dei mezzi di produzione. Ne sono testimonianza, ieri come oggi, le enormi migrazioni interne di contadini e popolazioni rurali verso le città. In passato interessarono i paesi che sarebbero divenuti i centri del capitalismo industriale; oggi coinvolgono i paesi investiti dalle attuali dinamiche di industrializzazione e “modernizzazione”, ovvero dall’espansione neoliberista del modo di produzione capitalistico (Pirrone, 2002a e 2007b). Come vedremo meglio nel capitolo III, sebbene le migrazioni internazionali siano sovrarappresentate nel discorso pubblico – alimentando la paura su cui prosperano le politiche securitarie – le migrazioni interne, pur meno visibili, restano molto più ampie in termini di volume e di unità assolute. Inoltre, nell’attuale fase di espansione globale del capitale, i confini, per quanto si tenti di rafforzarli, subiscono un ridimensionamento inevitabile sotto la spinta delle forze economiche e produttive del modo di produzione capitalistico; in questa ottica, anche le migrazioni internazionali possono essere lette come parte di processi più ampi di mobilità interna.

La “minaccia migratoria” è dunque costruita come un dispositivo ideologico e politico che assolve una duplice funzione per il modo di produzione capitalistico nell’attuale fase neoliberista. Da un lato, serve a disciplinare la forza lavoro migrante costantemente liberata dall’espansione del mercato capitalistico, precarizzandone status e diritti; dall’altro, legittima l’armamentario securitario e amministrativo (confini militarizzati, detenzione, esternalizzazione, permessi e status differenziali) attraverso cui si governa la precarietà della vita — dentro e oltre i confini dei paesi a capitalismo avanzato — alimentando insicurezza e competizione tra classi e gruppi sociali (e persino tra i poveri) e favorendo razzismo e xenofobia, funzionali alla frammentazione della classe lavoratrice nel suo complesso e alla sua ricattabilità. Questi processi colpiscono direttamente i migranti stessi, neutralizzandone l’autonomia, criminalizzandone il diritto di parola e cancellandone la capacità di “votare con i piedi”, fino a ridurli a una massa senza volto e senza voce, rappresentata come forza meccanica incontrollata - rappresentazione avallata sia dalle versioni neoclassiche e non della “scienza delle migrazioni” (Sayad, 2002; Palidda, 2002), sia dal discorso neoliberista (anche di agenzie come ONU e Banca Mondiale), che presentano i migranti come risorsa per lo sviluppo[4] senza considerare le vite e le storie personali e politiche di uomini, donne e altrə[5].

È all’interno di questo quadro che si è affermata una vera e propria guerra alle migrazioni — o, più precisamente, una guerra ai migranti, dal momento che l’obiettivo non è fermare i flussi in sé, ma colpire, selezionare, governare e reprimere coloro che migrano in quanto incarnazione mobile e disponibile di lavoro vivo. Un lavoro vivo a basso costo, de-sindacalizzato, flessibile e ricattabile, che consente al capitale di disciplinare e svalutare quel lavoro che, soprattutto nei paesi occidentali, “costa troppo, ha troppi diritti, troppe rigidità, troppe garanzie, troppo potere di interdizione, un eccessivo riconoscimento sociale”, e va dunque ricondotto alla “ragione” del profitto (Basso, 2010b, p. 10). Non si tratta, quindi, di impedire la migrazione in quanto tale — che anzi continua ad essere funzionale all’economia globale — ma di esercitare un controllo politico, sociale e disciplinare su chi migra, attraverso dispositivi che producono vulnerabilità, ricattabilità, subordinazione. Questa guerra non si combatte soltanto alle frontiere, ma attraversa la società tutta, nella sua organizzazione sociale, economica, giuridica e simbolica. La guerra ai migranti, dunque, non nasce come risposta spontanea a un’emergenza, ma si configura progressivamente come un dispositivo ideologico e militare funzionale alla gestione degli effetti strutturali — e solo in parte collaterali — del neoliberismo globale. In questo scenario, la dimensione ideologica assume un ruolo centrale: con la fine della Guerra Fredda, si afferma un nuovo schema interpretativo fondato non più sul conflitto tra sistemi politici, ma sulla costruzione di alterità culturali e religiose. È in questo contesto che il paradigma dello “scontro di civiltà” teorizzato da Huntington (1993; 1996) ha offerto la cornice culturale e morale più efficace per legittimare una divisione del mondo non più lungo linee ideologiche, ma secondo coordinate identitarie, etniche e religiose, alimentando quel discorso razzista e razzializzante che sottende le narrazioni contemporanee sui migranti (Basso, 2010b). In questo clima, le migrazioni hanno smesso di essere concepite come movimenti umani ordinari o conseguenze di squilibri strutturali, per essere sempre più rappresentate come minacce esistenziali da contenere, respingere, neutralizzare. Non solo: in quanto flussi umani non programmabili, non controllabili e portatori di alterità culturali, le migrazioni sono anche costruite come minacce identitarie, morali e simboliche, che metterebbero in pericolo il cosiddetto “stile di vita” occidentale, inteso come ordine normativo, produttivo e demografico. In questa narrazione, sostenuta da una retorica malthusiana aggiornata in chiave neoliberista, il migrante — i poveri, gli esclusi, i diseredati — è colui che eccede, che consuma risorse, welfare e diritti “non suoi”. È questa la vera immagine che le società più ricche proiettano sullo specchio delle migrazioni quando parlano di “invasione”: non tanto (o non solo) un’invasione quantitativa di corpi, quanto piuttosto la paura dell’erosione dei propri privilegi, ricchezze e diritti. La retorica delle “orde barbariche” alle porte di Roma serve appunto a tradurre questa paura sociale in una minaccia numerica, normalizzando così la necessità di escludere, contenere o ridurre i migranti a manodopera temporanea, sradicata e ricattabile.

E’ questa, a mio modo di vedere, una modalità con cui si cerca di nascondere e neutralizzare un conflitto che nel modo di produzione capitalistico resta un conflitto tra classi. Nessuno ha ancora potuto dimostrare l’inutilità del concetto di classe, né che la distinzione fondamentale nel modo di produzione capitalistico, come spiegato da Marx, tra chi possiede i mezzi di produzione e chi ne è stato spossessato – o non li ha mai posseduti – abbia perso rilevanza nell’analisi della società contemporanea. Semplicemente, non se ne parla più. Il concetto stesso di classe è stato progressivamente espunto dalle scienze sociali (Pirrone, 2020), rimosso tanto dalle analisi teoriche[6] quanto dalle narrazioni pubbliche e istituzionali – una rimozione che ha favorito letture post-strutturali o culturaliste, spesso sganciate dall’analisi delle condizioni materiali in cui vivono concretamente le persone e funzionale ad una crescente depoliticizzazione del sociale. Questa rimozione è parte di un doppio processo: da un lato, la produzione ideologica della solitudine individuale come forma suprema dell’individualismo contemporaneo – una solitudine che si fonda sull’assunto della piena sovranità dell’individuo, mito centrale del neoliberismo (Pirrone, 2019), e che riflette una visione appiattita sull’homo oeconomicus, funzionale alla riduzione dell’individuo a unità valutabile e monetizzabile, svalutando al contempo chi non possiede valore contrattuale o capitale umano spendibile; dall’altro, la radicale individualizzazione delle condizioni di vita. Entrambe contribuiscono a depoliticizzare le relazioni sociali, rendendo invisibili i rapporti di dominio e le strutture materiali che li sostengono e quindi occultando la dimensione conflittuale che è alla radice del modo di produzione capitalistico.

L’esistenza e il rafforzamento dei confini – oggi divenuti strumenti centrali delle nuove forme di esclusione e selezione delle persone in movimento – mostrano invece con evidenza come la logica di classe sia ancora fondamentale: il capitale continua infatti a decidere chi, tra coloro che non posseggono i mezzi di produzione, può ancora essere incorporato nel processo di valorizzazione e chi, invece, viene mantenuto nell’”esercito industriale di riserva”[7], escluso, espulso, lasciato morire. Come osserva Achille Mbembe (2024), il confine – e qui pensiamo al confine anche come dispositivo divisorio nelle diverse articolazioni dei rapporti sociali e non solo in relazione alle migrazioni - è divenuto una delle forme privilegiate attraverso cui il capitalismo opera la distinzione tra le vite da valorizzare e le “vite di scarto” (Bauman, 2005), tra corpi “monetizzabili” e corpi “eccedenti”. In questo senso, anche laddove la classe appare mascherata, dissolta, segmentata su base razziale, sessuale o geografica, come sostenuto dagli studiosi della intersezionalità[8], la sua esistenza continua ad affiorare nei meccanismi che regolano l’accesso alla vita sociale e al valore dimostrando come la classe resti una categoria viva, sebbene ibridata e stratificata dalle molteplici linee di oppressione. Il neoliberismo, fondato sulla capacità di misurare e monetizzare ogni forma di vita, scarta tutto ciò che non rientra in questa logica (Pirrone, 2013). E così condanna alla morte – fisica, sociale o invisibile – migliaia di esseri umani. Tutti i migranti morti nei deserti di Sonora (De León, 2015) come nelle acque del Mediterraneo (Cuttitta, 2016) sono la testimonianza reale del potere di decidere chi ha diritto all’esistenza e chi no. Come scrive Johnatan Crary:

Vi sono, poi, contemporaneamente, grandi masse di persone che si trovano a livello di mera sussistenza o anche al di sotto, che non possono essere integrate in relazione alle nuove esigenze dei mercati e diventano quindi irrilevanti e sacrificabili. La morte, per molti versi, è uno dei sottoprodotti del neoliberismo: nel momento in cui una persona è stata privata di tutto, dalla sua forza lavoro alle sue risorse di ogni genere, essa diventa semplicemente inutile (Crary, 2015).

Le rotte del Mediterraneo e quelle della frontiera tra Messico e Stati Uniti sono le due più letali al mondo. Secondo il Missing Migrants Project dell’OIM[9], dal 2014 sono stati registrati oltre 77.000 migranti morti o dispersi a livello globale: di questi, più di 32.000 nel Mediterraneo e oltre 11.000 lungo le rotte americane, con oltre la metà delle vittime concentrate proprio al confine tra Messico e Stati Uniti. Qui, l’economia politica della frontiera si intreccia con quella che Mbembe (2016) e Palidda (2020a) definiscono la necropolitica o tanatopolitica contemporanea, in cui la morte del migrante diventa un esito previsto e accettato delle strategie di governo dei confini.

Guerra ai migranti

Alla luce di quanto analizzato finora è possibile comprendere perché, nonostante la mobilità umana sia in larga parte determinata dalle conseguenze strutturali e sistemiche del modo di produzione capitalistico – ovvero dai disastri ambientali, dalle crisi sanitarie, dall’instabilità economica e dalle tensioni politiche prodotte o amplificate dalla logica espansiva del capitale, regolata dall’ideologia neoliberista (Palidda, 2018) – la retorica securitaria — alimentata tanto da governi occidentali quanto da media egemonici — ha preso piede ed ha quindi progressivamente trasformato la mobilità internazionale in un “problema di sicurezza” e, infine, i migranti in un “nemico” (Palidda, 2011b) da combattere con strumenti bellici attraverso l’organizzazione militare delle frontiere: confini armati, droni, navi militari, accordi con regimi autoritari, esternalizzazione della violenza (Bigo, 2002; Huysmans, 2006; Andersson, 2014; Walia, 2021 e 2022; Vassallo Paleologo, 2023; Del Grande, 2023; Molnar, 2024; Gkliati & Kilpatrick, 2025).

E’ all’interno di questo contesto e grazie a questi processi che le politiche migratorie messe in atto a livello globale, e in particolare dagli Stati appartenenti al cosiddetto blocco occidentale, si configurano sempre più come vere e proprie politiche di guerra contro i migranti. Ma questa non è una stortura o una contraddizione: è, semmai, parte costitutiva della storia del modo di produzione capitalistico. Ovunque arrivi, infatti, il modo di produzione capitalistico “libera” forza lavoro – la disancora, la rende mobile, disponibile – ma poi deve irreggimentarla e disciplinarla[10]. Le restrizioni alla mobilità degli uomini e delle donne e di altrɘ persone rappresentano, da sempre, nella storia del modo di produzione capitalistico, un elemento necessario al disciplinamento della forza lavoro su scala globale e locale, funzionale all’accumulazione capitalistica e all’enfermement dei migranti in fuga[11]. Le ideologie e le pratiche razziste e di inferiorizzazione cui sono sottoposti milioni di migranti, uomini e donne, all’interno del modo di produzione capitalistico, rappresentano dunque un corollario strutturale dell’economia politica delle migrazioni – e delle relative politiche di controllo –, in quanto, oltre a costituire una diretta eredità del progetto coloniale profondamente radicato nella modernità occidentale, svolgono una funzione fondamentale nella legittimazione dell’espansione dei dispositivi di controllo, sorveglianza, respingimento, espulsione e reclusione coatta – che costituisce una vera e propria industria della frontiera, di cui parleremo più avanti – nonostante le narrazioni egemoniche che sostengono tali pratiche – imperniate sulla retorica dell’emergenza, della sicurezza e della difesa dell’“identità nazionale” contro una presunta “invasione” – risultino sistematicamente smentite dai dati empirici relativi alle migrazioni internazionali (come sarà evidenziato nel Capitolo III), restituendo così un quadro profondamente diverso che mette in luce l’impiego strumentale della paura e della disinformazione quali tecnologie di governo.

È per queste ragioni che dagli Stati Uniti di Donald Trump, con il muro al confine con il Messico e la politica di separazione familiare, all’Ungheria di Viktor Orbán, promotore di una linea apertamente xenofoba e nazionalista; dall’Italia, dove governi di diverso colore politico — fino a quello di Giorgia Meloni — hanno perseguito la stessa strada dei decreti sicurezza, degli accordi bilaterali con paesi terzi e della criminalizzazione delle ONG, all’Australia di Scott Morrison, con la detenzione extraterritoriale e il blocco navale dei migranti; fino alla Francia di Emmanuel Macron, alla Grecia di Kyriakos Mitsotakis e al Regno Unito post-Brexit, con il controverso “Rwanda Bill” che prevede la deportazione dei richiedenti asilo verso paesi terzi, ovunque si assiste alla criminalizzazione della mobilità e alla costruzione di barriere — materiali e simboliche — volte a contenere, respingere e disumanizzare chi migra. E ancora, anche in paesi come la Danimarca, che nel 2021 ha avviato negoziati con il Rwanda per esternalizzare l’asilo, o la Spagna, con i respingimenti sommari a Ceuta e Melilla, o la Polonia, che ha eretto un muro al confine con la Bielorussia, o Israele, che ha adottato misure drastiche contro i richiedenti asilo africani, il ricorso a muri, filo spinato, deportazioni forzate e pratiche di outsourcing delle frontiere si è consolidato come parte integrante delle politiche statali e delle retoriche securitarie che le accompagnano. Queste strategie securitarie, alimentate da retoriche razziste e xenofobe, risultano in evidente contraddizione con i principi fondanti dell’ideologia della globalizzazione, la quale, almeno formalmente, è stata esaltata per decenni dai suoi apologeti attraverso concetti quali mobilità, libertà, integrazione, inclusione, prosperità condivisa. Dopo quasi quarant’anni di dominio neoliberista, emerge con nettezza una delle contraddizioni strutturali più significative del processo di globalizzazione: mentre si tutela e si promuove con forza la libera circolazione di capitali, merci e servizi, si restringe in modo sistematico la libertà di movimento delle persone.

In realtà, la mobilità umana è stata incoraggiata solo nella misura in cui si è rivelata funzionale alla logica di accumulazione del capitale. Oggi, tuttavia, in un contesto segnato dalla mercantilizzazione di ogni sfera della vita sociale e dall’intensificarsi delle disuguaglianze globali, i migranti vengono sempre più spesso esclusi dai circuiti legali di mobilità e confinati in regimi di sfruttamento lavorativo caratterizzati da condizioni neo-schiavistiche, tanto nel mercato formale quanto in quello sommerso. In tal senso, la guerra ai migranti non è solo un dispositivo di controllo e respingimento, ma rappresenta una condizione strutturale necessaria al mantenimento di forme di lavoro iper-precarizzato, flessibile e ricattabile: un vero e proprio esercito di riserva funzionale alla riproduzione del capitale su scala globale e all’estrazione di valore e plusvalore da ogni ambito della vita umana (Gallino, 2011; Crary, 2015). In questo senso, la ‘guerra alle migrazioni’ costituisce parte integrante del dispositivo neoliberista di controllo e sfruttamento della forza lavoro e di accumulazione del capitale – dispositivo trasformato anch’esso in un grande affare - dati gli interessi economici, industriali e militari che ruotano attorno alle frontiere e ai confini - come l’istinto del capitale fa con tutto ciò che tocca, riducendo ogni aspetto della vita sociale a fonte di profitto:

[…] il capitale ha un unico istinto vitale, l'istinto di aumentare il proprio valore cioè di valorizzarsi, di creare plusvalore, di assorbire con la sua parte costante, che sono i mezzi di produzione, la massa di pluslavoro più grande possibile. Il capitale è lavoro morto, che si ravviva, come un vampiro, soltanto succhiando lavoro vivo e più vive quanto più ne succhia (Marx, 1970b, p.253).

A questo punto, per comprendere fino in fondo la genealogia della guerra ai migranti e il suo intreccio strutturale con l’evoluzione del modo di produzione capitalistico, è necessario tornare indietro a uno snodo storico cruciale: il 1989. È in quel passaggio epocale che si definiscono le coordinate simboliche, politiche ed economiche della nuova governance della mobilità. Lì prende forma il paradigma selettivo della libertà di movimento, che costituisce la premessa materiale e ideologica della costruzione neoliberale delle migrazioni come crimine (Palidda, 2011b).

1989: dalla promessa della libertà alla prigione del neoliberismo

L’anno 1989 segna simbolicamente l’inizio di una nuova fase storica del modo di produzione capitalistico, quella che verrà definita globalizzazione, ma che, più propriamente, coincide con l’affermazione su scala mondiale del paradigma neoliberista. Due eventi distinti – l’omicidio di Jerry Essan Masslo a Villa Literno, in provincia di Caserta, e la caduta del Muro di Berlino – appaiono inizialmente non collegati tra loro, ma a uno sguardo più attento rivelano quella “contraddizione” profonda che abbiamo già indicato come costitutiva a questo nuovo ordine globale. Da un lato, la celebrazione della libertà di movimento come conquista universale; dall’altro, la selettività con cui tale libertà viene concessa o negata. È qui che si rivela il carattere ideologico del concetto stesso di globalizzazione [Bourdieu, 2001; Dal Bosco, 2004; Harvey, 2007; Pirrone, 2013 e 2015; Žižek, 2003], che nella narrazione dominante nasconde il volto reale del neoliberismo (Dardot & Laval, 2019): un modello economico e politico che, mentre liberalizza i flussi di capitale e merci, intensifica i dispositivi di controllo sulla mobilità umana, soprattutto quando essa proviene dal Sud globale.

Il primo evento, l’uccisione di Jerry Masslo (23 agosto 1989), mette in luce il volto oscuro dell’Italia dell’epoca: un Paese che, da sempre terra di emigrazione (Pugliese, 2002), si rivelava impreparato ad affrontare i nuovi flussi in arrivo, e al tempo stesso mostrava immediatamente il volto predatorio con cui avrebbe gestito l’immigrazione. L’Italia “scoprì” allora – ironicamente e drammaticamente – l’immigrazione, ma insieme riscoprì pratiche antiche come il caporalato, già radicate nella propria storia agricola e meridionale, e le applicò ai nuovi soggetti migranti, svelando così la continuità dello sfruttamento del lavoro, migrante o autoctono che fosse. Al contempo, emerse con forza quel razzismo istituzionale – o razzismo di Stato, per usare la definizione di Pietro Basso (2010a) – che avrebbe fatto dell’Italia uno dei paesi di punta nel contrasto poliziesco e securitario alle migrazioni, ruolo che non ha mai cessato di ricoprire fino a oggi. Masslo, profugo sudafricano, non ottiene il riconoscimento dello status di rifugiato a causa della “clausola geografica” della Convenzione di Ginevra del 1951, che limitava la protezione ai soli “migranti/immigrati” – uomini e donne e altrɘ provenienti dall’Europa dell’Est. Il suo lavoro come bracciante stagionale, in condizioni di sfruttamento, e la sua morte violenta generano una forte reazione sociale e politica, che sfocia nella legge Martelli (1990). Tuttavia, come ha osservato Sandro Mezzadra (2004), la figura del migrante resta sospesa tra inclusione produttiva ed esclusione politica e giuridica: utilizzato come forza-lavoro, ma privo di pieni diritti. Questa tensione tra utilità economica ed esclusione politica è una delle cifre del paradigma neoliberista.

A pochi mesi di distanza, il 9 novembre 1989, cade il Muro di Berlino. La fine del bipolarismo e della contrapposizione tra blocco orientale e occidentale viene accolta con favore nel mondo occidentale, che interpreta tale evento come una vittoria della democrazia liberale e del modo di produzione capitalistico (basato sul libero mercato) sul modello socialista. Al contempo, la caduta del Muro viene letta come il tramonto delle grandi narrazioni ideologiche (Bell, 1991) del Novecento e come l’inizio di un’epoca contrassegnata dallo sviluppo e dalla libertà di movimento garantita dalla “rivoluzione capitalistica” – per usare l’espressione di Peter Berger (1992) – e dall’aspirazione a un ordine internazionale più aperto. Eppure, nel breve volgere di pochi anni, l’Unione Europea costruisce un nuovo regime di mobilità: da una parte l’abolizione delle frontiere interne (Accordi di Schengen, 1990–1991)[12], dall’altra la militarizzazione di quelle esterne. È l’inizio di quella che verrà definita la “Fortezza Europa”, in cui il Mediterraneo — storicamente spazio di scambio e connessione — si trasforma in confine armato e spesso mortale (Cuttitta, 2014, 2016).

In questo processo, un ruolo centrale è stato assunto da Frontex[13]. Frontex è oggi protagonista di operazioni di sorveglianza, intercettazione e respingimento alle frontiere esterne dell’UE, spesso oggetto di critiche per violazioni dei diritti umani e per la scarsa trasparenza dei meccanismi di accountability. Tali pratiche danno forma concreta alla guerra ai migranti (Mazzeo, 2013; Palidda, 2018; Del Grande, 2023), una guerra non episodica ma strutturale all’ordine globale neoliberista, e condotta in particolare contro i migranti del Sud globale in nome della sicurezza.

Questi due eventi, letti in parallelo, rivelano il paradosso dell’ordine neoliberista nascosto dietro la retorica della globalizzazione. Mentre si celebra la libertà di circolazione di capitali, merci e informazioni, si riduce lo spazio per la mobilità delle persone, soprattutto se prive di cittadinanza economica o provenienti da aree periferiche. Come nota Étienne Balibar (2003, 2004), i confini e le frontiere non scompaiono, ma si trasformano in dispositivi mobili e selettivi, che regolano l’accesso ai diritti e alla cittadinanza su base economica e razziale. L’omicidio di Masslo mostra il lato tragico di questa esclusione; la caduta del Muro, il lato illusorio di una libertà che vale solo per alcuni.

Nel Mediterraneo questa contraddizione si fa materiale: da “mare in mezzo alle terre” diventa barriera e cimitero. Bauman (2005) parla di “vite di scarto” per indicare la condizione di milioni di migranti che il sistema globale considera funzionali solo a condizione che restino invisibili o temporanei. Parafrasando De León, che mostra come nel deserto di Sonora l’invisibilità dei corpi disgregati agisca come dispositivo materiale e simbolico per neutralizzare la responsabilità politica della morte,

«The environment becomes a form of deterrence so that ‘the raw physicality’ of the desert ‘can be exploited and can function to mask the workings of social and political power[14]’»
(De León, 2015, p. 28),

si può dire che nel Mediterraneo si realizzi un processo analogo: l’annegamento e la mancata identificazione dei corpi trasformano la morte in sparizione, occultamento, rimozione pubblica. Come il deserto, anche il mare agisce da dispositivo di discolpa per lo Stato e le sue politiche migratorie. In questo contesto, la criminalizzazione delle ONG impegnate nel soccorso a mare non è solo un attacco alla solidarietà, ma serve anche a rendere accettabile l’idea che i migranti siano responsabili della propria sorte, legittimando la loro morte come effetto collaterale della guerra ai migranti.

Visti in questa luce, confini, barriere, recinzioni, non separano semplicemente “chi entra” da “chi esce”, ma diventano strumenti di ordinamento dello spazio politico e della cittadinanza, selezionando chi può muoversi (a quali condizioni e a quale prezzo) e chi no, riducendo sempre più spesso i corpi eccedenti a scarto o vita sacrificabile (Mbembe, 2024).

In sintesi, l’anno 1989, simbolo dell’apertura e della libertà nella narrazione dominante, ci restituisce anche l’immagine dell’inizio di una nuova fase del controllo dei corpi e dei confini. La libertà promessa dalla globalizzazione si rivela, allora, una libertà selettiva: accessibile a chi possiede i requisiti per attraversare i confini “nel modo giusto” (Gambino, 1998), negata a chi è escluso dai circuiti della cittadinanza e del mercato. La retorica della globalizzazione, in questo senso, si rivela funzionale a dissimulare le logiche gerarchiche, razziali ed escludenti del neoliberismo globale.

È proprio da questa “contraddizione”, simbolicamente inaugurata nel 1989, che prende le mosse la riflessione proposta in questo volume: la libertà di movimento, cifra retorica della globalizzazione, si rivela selettiva, differenziale, stratificata. Le migrazioni contemporanee – in particolare quelle dal Sud globale – mettono a nudo le contraddizioni sistemiche dell’ordine globale neoliberista. A partire da qui, il volume esplora come le attuali politiche migratorie — tra confini blindati, muri, filo spinato e narrazioni securitarie — continuino a riprodurre logiche di esclusione, sfruttamento e disumanizzazione, in un contesto in cui la mobilità è sempre più regolata da dispositivi politico-militari ed economici, le cui matrici coloniali e razziali sono ancora funzionali all’accumulazione del capitale (Samaddar, 2020a).

Questa contraddizione, che mostra la natura selettiva della libertà di movimento nel neoliberismo globale, non si esaurisce nel piano ideologico, ma si traduce in dispositivi materiali di controllo: muri, campi, infrastrutture di sorveglianza e regimi di esternalizzazione che danno forma a una vera e propria economia politica della frontiera. È qui che prende corpo quella che è stata definita l’industria della frontiera, un complesso di interessi politici, economici e militari che in Europa ha trovato un potente strumento nella nascita e nel rafforzamento di Frontex.

L’industria della frontiera: dai muri all’intelligenza artificiale

In Europa, nel 2004, come già detto, viene istituita Frontex, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne, ulteriormente potenziata nel 2016, segnando un passaggio cruciale nella militarizzazione delle frontiere continentali. La cooperazione tra Frontex e il complesso militare-industriale europeo – ad esempio con Leonardo, colosso italiano della difesa e dell’aerospazio a partecipazione pubblica, e Airbus, gruppo europeo attivo anche nella produzione di droni e tecnologie di sorveglianza – ha consolidato un vero e proprio border industrial complex (Anderson, 2014; Del Grande, 2023; Molnar, 2024), sul modello già sperimentato lungo il confine tra Stati Uniti e Messico, dove il deserto è stato trasformato in un’arma letale di deterrenza e il controllo migratorio è affidato a un’infrastruttura militare e tecnologica che alimenta l’economia della sicurezza (De León, 2015).

Questa militarizzazione, funzionale al controllo della mobilità determinata dal modo di produzione capitalistico – attraverso il land grabbing[15], i programmi di aggiustamento strutturale, la continua ristrutturazione delle forze produttive necessaria a creare nei paesi un tempo definiti “periferici” produzioni intensive per l’esportazione ed altre forme di filiere utili alla produzione alimentare per i paesi più ricchi –, è andata di pari passo con la necessità, per gli Stati occidentali, di mostrare capacità d’azione e riappropriarsi simbolicamente della sovranità che la globalizzazione economica aveva contribuito a erodere (Mezzadra & Neilson, 2013).

La figura del migrante — in particolare quello povero, nero, musulmano o “irregolare” — è diventata il capro espiatorio ideale attraverso cui rilanciare un potere statale declinato in senso punitivo, capace di dimostrare forza attraverso l’esercizio della violenza selettiva (De Genova, 2013). In questo senso il razzismo istituzionale è parte integrante del governo neoliberista (Basso, 2010a; Pirrone, 2013). Un razzismo non più solo ideologico o culturale, ma performato e riprodotto dalle istituzioni stesse nella loro azione quotidiana (Balibar & Wallerstein, 1991). Nel frattempo, le politiche neoliberiste di liberalizzazione commerciale, deregolamentazione, sfruttamento estrattivo e guerre per procura hanno continuato a produrre disastri economici e conflitti armati nei paesi del Sud globale, costringendo milioni di persone alla fuga. Ma è proprio a queste fughe, causate in gran parte dall’ordine neoliberale stesso, che gli Stati rispondono non con accoglienza, ma con repressione. Ne sono testimonianza le modalità con cui — dopo la guerra della NATO in Libia nel 2011, con l’uccisione di Gheddafi — l’Unione Europea ha cominciato a esternalizzare le frontiere[16], delegando a paesi terzi il controllo dei movimenti migratori, trasformandoli di fatto in gendarmi di confine e zone di contenimento e reclusione per i migranti, come nel caso di Libia, Niger, Turchia (Lemberg-Pedersen, 2019). I confini non sono più — se mai lo sono stati — mere linee di demarcazione statale, ma dispositivi mobili e reticolari, co-governati da attori pubblici e privati (agenzie di sicurezza, aziende tecnologiche, paesi terzi), entro e fra i quali si articolano interessi politici ed economici che alimentano questa industria della frontiera. Comprenderne le trasformazioni richiede una critica radicale dei confini, capace di superare statocentrismo ed eurocentrismo con cui essi sono ancora rappresentati e percepiti (Cuttitta, 2020). In questo quadro i confini si espandono e si contraggono, mutano nel tempo e nello spazio, divenendo anche luogo di lotta, negoziazione e trasformazione da parte dei migranti stessi. Al tempo stesso, essi non sono solo imposti dall’alto: sono spazi di tensione e contesa, dove i migranti stessi — attraverso le loro pratiche, resistenze e mobilitazioni — contribuiscono a modificarli, sfidarli, riarticolarli. In questo senso, il confine è anche un luogo di conflitto tra capitale e lavoro, nonché uno spazio di rivendicazione della libertà di movimento (Mezzadra e Neilson, 2013; Cuttitta, 2020).

Analogamente, la risposta alla cosiddetta “crisi dei rifugiati” del 2015 — quando oltre un milione di persone arrivarono in Europa in fuga da guerre in Siria, Iraq ed Eritrea — si è tradotta in chiusure, accordi restrittivi e rafforzamento dei confini attraverso la costruzione o l’ampliamenti di muri e recinzioni di frontiera. Questi dispositivi non hanno lo scopo reale di fermare i flussi — che continuano infatti a trovare percorsi alternativi, più pericolosi e letali — bensì quello di produrre visibilmente confini, dividere popolazioni, e legittimare politiche di esclusione e di violenza istituzionale. A livello globale, i muri e le recinzioni, anche a difesa di piccoli territori o città, hanno raggiunto complessivamente circa 40.000 chilometri[17], una lunghezza prossima alla circonferenza della Terra. Le giustificazioni ufficiali adottate dai governi per costruire muri sono molteplici — fermare i migranti, contrastare il terrorismo, impedire il contrabbando e il traffico di droga, bloccare miliziani o regolare dispute territoriali — ma in realtà rispondono a logiche securitarie e politiche che strumentalizzano la paura a fini elettorali, alimentando narrative xenofobe e nazionaliste.

La guerra ai migranti è così diventata l’altra faccia della guerra per il mercato globale, uno strumento di selezione, subordinazione e disciplinamento del lavoro vivo che oltrepassa confini tracciati per tutelare il profitto, non la giustizia:

like the regime of private property, borders are not simply lines marking territory; they are the product of, and produce, social relations from which we must emancipate ourselves (Walia 2021, p. 254)[18].

Insieme alla proliferazione di muri e barriere, si assiste ad uno sviluppo senza precedenti di tecniche di sorveglianza e di controllo dei flussi migratori che fanno uso delle tecnologie più avanzate e che sono essi stessi stimolo per la ricerca e lo sviluppo di ulteriori nuove tecnologie in questa direzione, testate sui migranti, o su zone di conflitto – si veda in particolare quello che succede in Palestina - anche poi per usi interni. L’industria globale della frontiera, consolidatasi in questi processi che riguardano le zone di confine, trae enormi profitti da questo paradigma, capace di generare miliardi e miliardi di dollari (Mazzeo 2015, 2021a, 2021b; Molnar, 2024; Gkliati, Kilpatrick, 2025).

Un ruolo centrale nella trasformazione delle frontiere in dispositivi bellici e tecnologici è stato assunto proprio da Frontex, la cui espansione mostra con chiarezza l’intreccio tra controllo migratorio e interessi industriali. Come ha documentato Antonio Mazzeo, l’agenzia europea delle frontiere ha progressivamente integrato nel proprio apparato droni, sistemi satellitari e tecnologie di sorveglianza fornite dai grandi gruppi dell’industria bellica europea (Mazzeo, 2021a). Lungi dall’essere strumenti neutri di “gestione” dei flussi, le missioni Frontex ed EUNAVFOR MED[19] nel Mediterraneo hanno mostrato la loro natura eminentemente militare e anti-migrante, mascherata da retoriche umanitarie, ma volta in realtà a respingere e criminalizzare la mobilità[20] (Mazzeo, 2015). L’industria della frontiera non è dunque un effetto collaterale, ma una componente costitutiva della governance neoliberista delle migrazioni: un campo di accumulazione che alimenta profitti miliardari trasformando la mobilità umana in questione di sicurezza e difesa.

Sempre più spesso le operazioni di controllo e respingimento dei migranti si avvalgono di sistemi tecnologici avanzati – sensori, radar, droni, software di riconoscimento biometrico e algoritmi predittivi – forniti da un cartello di grandi aziende militari e di sicurezza come Airbus, Thales, Leonardo, Elbit Systems, General Dynamics e Raytheon. Israele è divenuto uno dei principali esportatori mondiali di queste tecnologie, promuovendo sistemi “testati in battaglia” nei territori occupati palestinesi. L’Unione Europea ha sostenuto tale militarizzazione con ingenti investimenti pubblici, stanziando diversi miliardi di euro per il Fondo per la gestione integrata delle frontiere (2021–2027), per Frontex e per i sistemi informatici di sorveglianza (Eurosur, Eurodac, SIS)[21]. In questo quadro, il confine si configura non solo come linea geografica, ma come zona economica e politica di accumulazione, dove la guerra ai poveri diventa opportunità di profitto per imprese e governi.

Come mostra Petra Molnar in The Walls Have Eyes: Surviving Migration in the Age of Artificial Intelligence (2024), la frontiera si è trasformata in un laboratorio globale di sperimentazione tecnologica: droni, sistemi biometrici, torrette automatizzate e intelligenza artificiale vengono impiegati per sorvegliare e disciplinare i migranti in aree grigie del diritto e dell’etica. Il cosiddetto “tecno-solutionismo” maschera la violenza sistemica che si cela dietro l’automazione, mentre l’IA viene persino utilizzata per valutare la “veridicità” dei racconti di chi chiede asilo, riducendo storie di vita a dati da processare. Queste pratiche rafforzano le disuguaglianze e criminalizzano la mobilità, alimentando un regime di esclusione e sorveglianza permanente.

Accanto alla militarizzazione tecnologica, si diffonde la pratica dell’esternalizzazione delle frontiere: attraverso accordi con paesi di origine e transito, l’Unione Europea delega a regimi terzi il controllo dei flussi, il trattenimento dei migranti e la gestione delle domande di asilo[22], spesso in cambio di fondi e senza garanzie sui diritti umani.

In parallelo, il rafforzamento di politiche migratorie ultra-restrittive ha trovato espressione tanto nei paesi UE quanto in altri contesti: basti pensare ai campi di detenzione in Libia, ai respingimenti sistematici nel Mar Egeo e ai confini polacchi, o alla nuova legge italiana sui migranti (DL Cutro, 2023), che restringe drasticamente l’accesso alla protezione umanitaria e rafforza la detenzione amministrativa.

Nel Regno Unito post-Brexit, la cosiddetta hostile environment è stata ulteriormente inasprita con il Migration Act del 2023, che prevede la deportazione forzata di migranti irregolari in Ruanda. Tali politiche, oltre a essere contestate da numerose organizzazioni internazionali, sono l’indice di un ritorno in forza del nazionalismo identitario, che ridefinisce le frontiere non solo in senso geografico, ma anche simbolico e razziale.

Di fronte a tali scenari, anche nei contesti più repressivi – come la Libia, epicentro del regime di esternalizzazione europeo – i migranti non si limitano a subire passivamente la violenza del confine, ma si auto-organizzano, prendono parola e reclamano diritti. Le mobilitazioni del 2021–2022 a Tripoli, analizzate da Cuttitta (2023), mostrano chiaramente come i migranti abbiano costruito discorsi alternativi a quelli umanitari e securitari dominanti: non più “vittime da salvare”, ma attori politici consapevoli della propria condizione e capaci di rivendicare forme di protezione, libertà e giustizia. Questo conferma quanto le pratiche di fuga, anche da situazioni disperate, siano scelte di emancipazione, e non semplice reazione a condizioni oggettive: se bastasse la miseria o la violenza a muovere le persone, lo farebbero tutti.

Questa industria globale del controllo delle frontiere e del disciplinamento della mobilità umana, come ogni forma di potere, ha bisogno di una ideologia e di una narrativa che legittimi le sue pratiche. Coerentemente con quanto Marx descriveva nella sua critica dell’ideologia – secondo cui la classe che detiene i mezzi di produzione materiale possiede anche i mezzi di produzione intellettuale, rendendo sempre dominanti le idee della classe dominante – essa si cristallizza oggi nell’ambito di quella che è stata definita “scienza delle migrazioni” (di cui ci occuperemo nel capitolo II). Si tratta di un corpus teorico e tecnico, apparentemente neutrale e scientifico, che si presenta come descrittivo ma che è in realtà funzionale alla gestione securitaria della mobilità umana. Questa narrazione mainstream si costruisce attraverso l’uso selettivo di dati, definizioni e cornici teoriche che tendono a rappresentare il migrante come un soggetto sovradeterminato da variabili esclusivamente economiche e demografiche, o come figura deviante e potenzialmente pericolosa. In questo modo, si legittimano pratiche di controllo, detenzione e respingimento, negando al migrante lo status di soggetto attivo, dotato di autonomia e di una propria voce. Si cancella così la sua capacità di autodeterminarsi nel mondo attraverso scelte plurali, che possono includere forme di conflitto, resistenza o rivolta contro condizioni di vita e diseguaglianze strutturali divenute insostenibili.

Un esempio paradigmatico di questa complicità tra produzione di sapere e dispositivi di potere è rappresentato proprio dall’attività comunicativa e pubblicistica di Frontex, la quale non solo produce documenti tecnico-operativi intrisi di logiche militarizzate, ma intrattiene anche collaborazioni con enti accademici – come nel noto caso del Politecnico di Torino, criticato nel lavoro di Michele Lancione (2023) sul rapporto tra università e militarizzazione – contribuendo alla costruzione di un discorso “scientifico” sulle migrazioni che è tutt’altro che neutrale. La stessa logica presiede le organizzazioni internazionali che si occupano di migrazioni riducendole a fatto statistico, descrivendo i flussi come forze incontrollate, o mascherando le determinanti economiche dietro la retorica della migration win-win o del migration development nexus cui accennavamo sopra.

Questa costruzione ideologica è resa ancora più efficace da una doppia carenza: da un lato, una diffusa e sistematica disinformazione, che spesso semplifica o distorce la complessità dei fenomeni migratori; dall’altro, una profonda lacuna conoscitiva rispetto alle dinamiche reali delle migrazioni contemporanee, alle cause strutturali che le generano, e ai contesti storici, economici e politici dei paesi di origine e di transito. Tale lacuna è spesso il prodotto di un persistente eurocentrismo – o, più in generale, di un occidentalcentrismo – che orienta lo sguardo analitico e politico sulle migrazioni, riducendole a fenomeni “altri” da gestire, contenere o integrare, piuttosto che a processi storicamente interconnessi con l’espansione del modo di produzione capitalistico.

Negli ultimi cinquant’anni, la cosiddetta scienza delle migrazioni ha certamente attraversato fasi di rilevante produzione teorica e di fecondo dibattito, ma nella maggior parte dei casi ha assunto un orientamento prevalentemente sociografico, focalizzandosi soprattutto sull’impatto delle migrazioni nei paesi di accoglienza, oppure economicistico, riducendo il migrante a risorsa economica per lo sviluppo. In questa prospettiva, si è spesso trascurata un’analisi approfondita delle cause profonde delle migrazioni, delle relazioni diseguali tra aree del mondo, e delle condizioni materiali e politiche che determinano i percorsi migratori.

Questa impostazione parziale, e in molti casi funzionale agli apparati statali e securitari, ha contribuito alla riproduzione di stereotipi negativi sui migranti e sulle migrazioni, oggi largamente diffusi nell’immaginario delle società dei paesi più sviluppati, ma soprattutto ha reso invisibili i migranti in quanto soggetti capaci di autonomia – quella stessa agency che le politiche repressive vogliono contenere o impedire in realtà. La cosiddetta “scienza delle migrazioni” (Palidda, 2020c) reifica e neutralizza il soggetto migrante, uomo, donna o altrɘ, rendendolo quasi una categoria ontologica, facendo di esso solo un oggetto di studio anziché un soggetto sociale e politico complesso, la cui agency va compresa e spiegata all’interno di condizioni determinate, nel nostro caso le dinamiche del modo di produzione capitalistico globale neoliberista. Tra i nostri intenti vi è dunque anche quello di contribuire al riconoscimento dei migranti come soggetti politici e sociali attivi, anziché ridurli ad etichette giuridiche o economiche, considerando che muoversi in questa direzione non significa ignorare le cause strutturali delle migrazioni, né tantomeno negare i vincoli imposti dai sistemi in cui essi si muovono. Al contrario, valorizzare il migrante come soggetto razionale e portatore di scelte significa comprendere che tale libertà — come ogni forma di libertà effettiva — si esercita sempre dentro cornici determinate, plasmate da dinamiche storiche, politiche, economiche e giuridiche. Nel contesto dell’attuale modo di produzione capitalistico globale neoliberista, queste cornici non solo condizionano le possibilità di movimento, ma anche i modi in cui il migrante può realizzarsi come soggetto, sviluppare agency e prendere parola nello spazio pubblico. La libertà non è mai astratta, ma situata: riconoscere questo non riduce il valore del migrante come soggetto, bensì ne approfondisce la comprensione all’interno di un’analisi più ampia dei rapporti di forza che governano la mobilità umana.

Il presente volume intende offrire un contributo critico al campo degli studi sulle migrazioni, mettendo in discussione le narrazioni egemoniche attraverso un’analisi delle principali teorie della scienza delle migrazioni e l’esposizione di approcci alternativi. Tali approcci muovono da un presupposto fondamentale: le migrazioni non possono essere comprese se non in relazione ai processi storici e strutturali di espansione del modo di produzione capitalistico e dei suoi cicli di accumulazione, che determinano e modulano in profondità le dinamiche globali della mobilità umana. Ciò non implica una concezione deterministica o passiva del soggetto migrante, come già sottolineato. Al contrario, anche nelle condizioni di maggiore costrizione, la mobilità rappresenta una forma situata di agency, un atto di soggettivazione e spesso di resistenza alla riproduzione di rapporti sociali di dominio, sfruttamento e oppressione.

Così, nel capitolo I, dedicato alla costruzione sociale del migrante, si analizza la figura del migrante come costruzione sociale e politica, risultato di dispositivi giuridici, linguistici e simbolici che lo naturalizzano come figura “altra” all’interno di conflitti che sono determinati dalla necessità di governare la mobilità nel modo di produzione capitalistico. Partendo da una importante tradizione critica di studi sociologici, che va da George Simmel a Norbert Elias, da Pierre Bourdieu e Zygmunt Bauman fino al contributo di Abdelmalek Sayad, si mostra come categorie quali “immigrato”, “clandestino” o “straniero” non descrivano una realtà neutra ma producano esse stesse gerarchie e rapporti di potere. Il migrante non è una entità “oggettiva” o ontologica, ma una figura risultante dall’esito di processi relazionali, di potere ed economici, determinata da confini, cittadinanza, norme e pratiche di esclusione, in cui lo stato gioca un ruolo determinante, e che va analizzata all’interno della dinamica articolata dei processi storici sociali ed economici. L’analisi invita a rompere le reificazioni concettuali e a restituire al migrante la sua complessità storica e politica, mettendo in luce come le categorie siano sempre strumenti di lotta simbolica e politica.

Nel capitolo II, dedicato alla “scienza delle migrazioni”, si svolge una analisi critica di tale scienza, mettendone in luce i presupposti ideologici e i limiti teorici. Viene criticata la naturalizzazione delle categorie come “clandestino” o “rifugiato” e la riduzione della mobilità a problema tecnico-amministrativo. Attraverso Marx, Sayad, Boutang, Samaddar e altri, si mostra come la libertà di movimento sia insieme condizione e minaccia per il capitalismo, e per questo costantemente criminalizzata. Il capitolo decostruisce i principali paradigmi esplicativi – dalla teoria idraulica ai modelli push/pull fino alla world system theory – mettendone in evidenza il determinismo, l’economicismo e l’eurocentrismo. L’obiettivo è restituire centralità alla storicità delle migrazioni e all’agency dei migranti, contro le letture emergenzialiste e riduzioniste.

Nel capitolo III si tratteggia il contesto globale entro cui leggere le migrazioni del XXI secolo. Nonostante le promesse della globalizzazione, l’inizio del nuovo millennio ha visto aggravarsi disuguaglianze, povertà, guerre, crisi ecologiche ed espropriazioni legate al neoliberismo e al land grabbing, fattori che spingono milioni di persone a muoversi. Si mostra come le migrazioni non siano un fenomeno eccezionale, ma parte costitutiva del modo di produzione capitalistico, funzionali alla riproduzione dell’ordine salariale e quindi alla logica dell’accumulazione. Viene criticata la narrazione dominante che le riduce a “crisi” o “invasioni”: i dati confermano che i migranti rappresentano una minoranza relativa della popolazione mondiale, con movimenti policentrici che includono tanto il Sud-Sud quanto il Nord-Nord. Inoltre sottolineiamo il ruolo centrale che hanno, da sempre nel capitalismo, le migrazioni interne e, allo stesso tempo, come le migrazioni internazionali possono essere comprese come parte di processi di mobilità interna in un mondo globale in cui i confini, per quanto costantemente rafforzati, risultano sempre più labili. Il capitolo analizza inoltre le radici storiche delle mobilità moderne, mostrando il nesso strutturale tra colonialismo e capitalismo: dalle deportazioni e dal lavoro forzato fino alle attuali espulsioni, clandestinizzazione e nuove forme di neoschiavitù. In questa prospettiva, le migrazioni contemporanee sono lette come prodotto congiunto di accumulazione capitalistica, disarticolazione sociale e gerarchie postcoloniali, che definiscono chi può muoversi, chi deve restare immobile e chi viene selettivamente incluso o escluso. Dopo aver delineato questo quadro, il capitolo propone anche un’analisi dei dati più aggiornati sulle migrazioni internazionali e interne, così da verificare empiricamente le tendenze e confrontarle con le narrazioni dominanti.

Infine, nel capitolo IV, dedicato ai migranti nell’ordine salariale, si mostra come la migrazione internazionale sia funzionale al mantenimento dell’ordine salariale capitalistico. I migranti vengono inseriti in segmenti del mercato del lavoro caratterizzati da precarietà, bassi salari e mancanza di diritti, diventando una riserva “industriale” che disciplina anche i lavoratori autoctoni. Viene messa in luce la produzione politica e giuridica della clandestinità come strumento di governo, che trasforma la libertà di movimento in vincolo e precarietà. Si insiste inoltre sull’uso differenziale della mobilità: i migranti sono inclusi come forza lavoro necessaria, ma esclusi come soggetti politici e sociali, in un meccanismo che lega sfruttamento e discriminazione.

L’auspicio è che questo volume possa contribuire non solo a comprendere meglio le cause e i processi che presiedono alle migrazioni, ma anche a dirimere una falsa alternativa che attraversa il dibattito: se i migranti siano soggetti liberi e autonomi oppure vittime passive di forze deterministiche. È una dicotomia fuorviante, perché – come già accennato in questa introduzione e come emergerà nel corso del volume – la libertà si esercita sempre dentro contesti storici, politici ed economici determinati, e si misura ogni volta con vincoli, strutture di potere e dispositivi di governance. Per questo non ha senso un’aprioristica mitologizzazione della libertà assoluta così come del determinismo assoluto.

Mi auguro che questo testo possa far comprendere che la guerra ai migranti è parte integrante della guerra contro i diritti e le libertà di tutti coloro che, per vivere, sono costretti a vendere la propria forza lavoro. Non riconoscere questo legame significa cadere nella trappola ideologica dei dominanti, che alimentano paura e razzismo per dividere il fronte dei dominati, indebolirne le lotte e perpetuare il proprio potere.

Non c’è alcuna falsa modestia in queste righe conclusive dell’introduzione, né potrebbe essercene. Conosco lo sforzo con cui ho cercato di costruire, passo dopo passo, una forza argomentativa che fosse all’altezza della brutalità del reale, e al tempo stesso capace di restituirgli senso, scarto, possibilità di lettura. Ho cercato di farlo con lo sguardo rivolto alle evidenze empiriche, ma senza piegarlo alle tante lenti deformanti che oggi dominano le scienze sociali – quelle ideologie del “post-tutto” che, mentre proclamano la fine delle categorie, rendono invisibili i dispositivi di potere che ancora governano i corpi, i confini, i destini e la realtà materiale dentro cui si svolgono le vite di uomini, donne e altrɘ soggettività. Mi piace immaginare questo testo, a cui ho lavorato con ostinazione e rigore, come un gesto che somiglia a ciò che Giorgio Gaber diceva di non aver mai visto fare: “buttare lì qualcosa e andare via”[23]. E invece io, con una speranza forse ingenua ma radicale, voglio fare proprio questo: lasciare un messaggio senza pretese di guida, di verità o di potere; lasciarlo nel mare del tempo, come si lancia una bottiglia – con dentro solo umanità e desiderio di solidarietà – sperando che qualcuno, da qualche parte, lo raccolga. Qualcuno che sappia riconoscere in queste pagine non solo un’analisi, ma una possibilità di incontro e di lotta comune. Uno sguardo non ancora rassegnato, anzi vivido, rivolto all’utopia.

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* Introduzione a Guerra ai migranti. Neoliberismo e neoschiavitù nel XXI secolo, PM edizioni, Varazze (SV) 2025.

[1] Specifichiamo che, ogniqualvolta, nel presente testo, si faccia riferimento al liberismo o al neoliberismo, ciò avviene in quanto espressioni dell’attuale fase storica del modo di produzione capitalistico. L’oggetto della nostra analisi – e della nostra critica – resta tuttavia il modo di produzione capitalistico in quanto tale, indipendentemente dalle sue forme storiche contingenti o dalle sue eventuali aggettivazioni.

[2] È in questo intreccio tra vincoli strutturali e libertà che si colloca l’autonomia della scelta migratoria resa invisibile dalle narrazioni dominanti. Anche quando determinata da condizioni materiali imposte dal modo di produzione capitalistico, la decisione di muoversi o di restare non perde la sua dimensione di scelta autonoma benché sempre situata. In questo senso, riconoscere l’autonomia, o agency, dei migranti significa affermare che essi non sono semplicemente vittime passive del sistema, ma soggetti che elaborano strategie e possibilità di vita dentro e contro tali vincoli. Del resto il capitalismo, che, come vedremo nel corso del volume, necessita fin dalla sua origine della libertà di movimento delle persone per svilupparsi, è lo stesso che cerca costantemente di imbrigliarla – tanto attraverso la gestione differenziale della mobilità quanto mediante la produzione di immobilità forzata. Queste riflessioni si intrecciano con la letteratura più recente, che ha mostrato come migrare o restare siano entrambe forme di autonomia e agency situata, contro una narrazione dominante che tende a trascurarle, in chi migra quanto in chi resta, rafforzando una visione emergenziale delle migrazioni. Studi recenti mostrano invece che considerare anche l’immobilità permette di superare il pregiudizio di mobilità, evidenziando disuguaglianze e interdipendenze tra popolazioni mobili e immobili (Schewel, 2019), e che l’immobilità non è mera assenza di movimento, ma risultato di scelte entro vincoli politici, economici e di altra natura sociale. Migrare o restare sono entrambe modalità dell’agency migratoria (de Haas, 2021). Per una rassegna della letteratura sul tema dell’immobilità si veda Gruber (2021).

[3] Ci riferiamo in particolare al capitolo XXIV de Il capitale che Marx dedica all’accumulazione originaria, dove il concetto di espropriazione della terra e migrazione forzata sono centrali. Per un approfondimento di questi temi nell’opera di Marx, anche alla luce dei nuovi studi condotti sull’opera dello studioso di Treviri che hanno portato alla luce testi sconosciuti ma anche nuove e più approfondite interpretazioni della sua opera (Musto, 2023a), si vedano: Basso (2023), Samaddar (2018 e 2023) e Smith (2023).

[4] Questa mitologia si regge sull’illusione di una migrazione win-win — formula centrale della narrazione tecnocratica, secondo cui la mobilità produrrebbe benessere per tutti, paesi di origine e di destinazione, oltre che per gli stessi migranti. Tale retorica oscura il rapporto strutturale tra mobilità forzata e dinamiche storiche di dipendenza, sfruttamento e accumulazione per espropriazione, nonché l’autonomia della scelta migratoria, e costituisce il fulcro ideologico del cosiddetto migration-development nexus (Breda & Vincent-Mory, 2024), promosso da Nazioni Unite, Banca Mondiale e Commissione Europea. Secondo questo paradigma, la migrazione genererebbe benefici simultanei: ai paesi di origine (rimesse e riduzione della pressione sul lavoro), ai paesi di destinazione (carenze di manodopera e profitti dal lavoro migrante) e ai migranti stessi (miglioramento delle condizioni di vita). Ne deriva una rappresentazione delle migrazioni come strumenti funzionali allo sviluppo globale, estendendo alla mobilità umana la retorica della crescita. Pubblicazioni emblematiche includono il volume di Van Hear e Sørensen (2003), che pur ne evidenzia le ambivalenze; il rapporto delle Nazioni Unite (United Nations, 2006), che istituzionalizza la migrazione come leva di sviluppo; il documento strategico della Commissione Europea (European Commission, 2013), promotore della migrazione circolare; e i Migration and Development Briefs della Banca Mondiale (World Bank, 2016) sulle rimesse. Questo approccio è ideologico, perché ignora disuguaglianze strutturali ed espropriazione; depoliticizzante, perché riduce una questione di giustizia globale a problema tecnico da “gestire”; e funzionale al neoliberismo, perché consente di presentare come aiuto allo sviluppo il governo della mobilità con cui i migranti vengono inseriti nell’ordine salariale, alimentando segmenti precari e sottopagati del lavoro nei paesi di arrivo.

[5] Nel presente volume, si farà talvolta ricorso all’uso del segno ə (schwa) per rendere visibili e linguisticamente riconoscibili le donne e le soggettività che non si identificano nel binarismo di genere, comprese persone non binarie, trans e appartenenti alla comunità LGBTQIA+. Per evitare un’eccessiva appesantimento testuale e garantire maggiore scorrevolezza nella lettura, tale forma non sarà utilizzata sistematicamente. Si precisa, tuttavia, che anche nei casi in cui non compare una marcatura esplicita di genere, termini come “migrante”, “migranti”, “lavoratore”, “straniero” e analoghi devono essere intesi come comprensivi di tutte le soggettività, in una prospettiva attenta alle differenze e consapevole della dimensione intersezionale che attraversa l’esperienza migratoria.

[6] Le istituzioni accademiche hanno svolto spesso un ruolo tutt’altro che neutrale nell’espulsione del concetto di classe dalle scienze sociali. Lungi dall’essere semplici osservatrici, le università hanno spesso funzionato come dispositivi di legittimazione del nuovo ordine neoliberista, contribuendo attivamente alla depoliticizzazione del sociale e alla sua reintegrazione in cornici interpretative compatibili con il mercato. La progressiva marginalizzazione della teoria di Marx e dei suoi sviluppi successivi e la sua sostituzione con paradigmi culturalisti, post-strutturalisti o meramente empirici ha prodotto una crisi epistemologica della critica, in cui le disuguaglianze vengono trattate come “differenze” o “esiti statistici”, anziché come effetti strutturali di rapporti di sfruttamento e dominio. Sotto la retorica dell’“interdisciplinarità” e della “neutralità scientifica”, molte discipline si sono adattate alla logica della valutazione quantitativa e della competizione accademica, piegandosi a logiche produttiviste che riflettono, nel loro stesso funzionamento, il modello aziendale della governance universitaria. Non mancano certo voci critiche e non supine al potere, come dimostra il continuo tentativo — in Italia come altrove (si pensi agli attacchi di Trump negli Stati Uniti e di altri leader in diversi paesi) — di delegittimare il sapere critico nelle scienze umane e sociali, attraverso ripetuti attacchi politici e mediatici al mondo universitario e soprattutto con i tagli strutturali ai finanziamenti per la ricerca. Questi tagli non sono neutrali: da un lato producono scarsità di risorse, che diventa il grimaldello per imporre la logica della valutazione e della meritocrazia; dall’altro servono a spegnere selettivamente le voci più radicali, ostacolando la riproduzione di saperi critici attraverso l’ideologia del publish or perish, che spinge sempre più verso riviste e pubblicazioni mainstream in quanto considerate più “meritevoli” di valutazione rispetto ad altre. Così, la precarizzazione del lavoro intellettuale nelle università rende sempre più difficile la trasmissione di saperi critici e radicali. Il risultato è un sapere spesso afono di fronte al reale, incapace di nominare le contraddizioni fondamentali, e per questo complice della loro riproduzione. Come già denunciava Bourdieu (2001, 2003, 2013a), l’università è divenuta in molti casi il luogo in cui si produce la negazione della realtà sociale, non per ignoranza ma per funzione: un destino che riecheggia quanto sostenevano Horkheimer e Adorno (1966), quando definivano l’ideologia del sapere amministrato come semplice adesione all’esistente — ciò che è è, e non potrebbe essere altrimenti.

[7] Ricordiamo che per Marx l’esercito industriale di riserva è l’insieme della forza-lavoro eccedente, effettiva o potenziale, che il capitalismo mantiene in condizione di inattività o sotto-occupazione per poterla utilizzare secondo i propri bisogni. La sua funzione è duplice: da un lato costituisce una massa disponibile di lavoratori mobilitabile nelle diverse fasi del ciclo economico; dall’altro esercita pressione sull’“esercito attivo” dei lavoratori occupati, contribuendo a contenere i salari e a disciplinare la forza-lavoro. Non è un fenomeno accidentale, ma una condizione strutturale del modo di produzione capitalistico: prodotto del processo di accumulazione, ne diviene al tempo stesso strumento indispensabile di riproduzione, assumendo forme diverse (fluttuante, latente, stagnante) a seconda delle fasi e delle articolazioni sociali in cui si manifesta. Si veda Behar, (1983).

[8] Il concetto di intersezionalità indica il modo in cui diverse linee di oppressione – di genere, razza, classe, sessualità – si sovrappongono e si rafforzano reciprocamente, producendo forme specifiche di subordinazione. Già negli anni ’80 bell hooks aveva sottolineato l’intreccio inscindibile di razza, classe e sesso (hooks, 1981); a fine decennio Kimberlé Crenshaw ha coniato il termine intersectionality (Crenshaw, 1989); Patricia Hill Collins ha teorizzato le “matrici di dominazione” (Collins, 2000); Angela Davis ha esteso la riflessione ai rapporti tra razza, genere, carcere e capitalismo (Davis, 1981); e Chandra Talpade Mohanty ha sviluppato una critica postcoloniale al femminismo occidentale (Mohanty, 1988).

[9] Si tratta del portale dell’International Organization for Migration (IOM, 2025): Missing Migrants Project: https://missingmigrants.iom.int. Per ciò che concerne il Mediterraneo, chi volesse approfondire può leggere: Last, Spijkerboer, & Ulusoy (2016) e Cuttitta (2016); per le morti al confine tra Stati Uniti e Messico si vedano: Obinna, (2025) ed Hernandez & Edgar (2024).

[10] Marx aveva ben compreso e spiegato questo processo. Egli infatti descrive come condizione necessaria per l'affermazione del modo di produzione capitalistico la liberazione degli individui dalle precedenti forme di legame feudale – in particolare dal vincolo alla terra e alle comunità di appartenenza. Solo un individuo “libero”, proprietario della propria forza-lavoro e privato dei mezzi di sussistenza, può infatti vendere sé stesso come merce sul mercato del lavoro. Lo sradicamento che accompagna la genesi del capitale genera dunque una nuova libertà e mobilità — compresa la possibilità di spostarsi dove vi sono migliori condizioni di vita o di lavoro — ma proprio questa libertà, indispensabile al capitalismo, deve essere immediatamente imbrigliata per non trasformarsi in minaccia. Il primo dispositivo di cattura è il salario: come osservava Marx, “l’operaio non appartiene né a un proprietario, né alla terra, ma 8, 10, 12, 15 ore della sua vita quotidiana appartengono a colui che le compera” (Marx, 1960, p. 36). Su questa linea, Moulier Boutang (2002a) ha mostrato come l’ordine salariale rappresenti la prima forma di imbrigliamento della libertà e della mobilità prodotte dal capitalismo stesso. Per gli stessi motivi, ieri come oggi, il vagabondaggio e le migrazioni non sono solo espressione di libertà, ma anche effetto di uno sradicamento forzato che diventa oggetto di criminalizzazione. Salario e criminalizzazione della mobilità appaiono così come due lati della stessa medaglia: la necessità di governare e disciplinare la libertà che il capitale non può non generare.

[11] Fin dalle sue origini coloniali, il modo di produzione capitalistico ha fatto ampio ricorso a forme estreme di mobilità forzata e controllo razziale: basti pensare alla tratta atlantica degli schiavi africani e al sistema delle piantagioni, che hanno posto le basi dell’accumulazione originaria. I processi di recinzione delle terre nella prima modernità europea – le cosiddette enclosures – hanno rappresentato una forma storica originaria e paradigmatica di “liberazione” e, al tempo stesso, di disciplinamento della forza lavoro. Le attuali forme di controllo e contenimento delle migrazioni non costituiscono dunque una novità, ma si inseriscono in una lunga genealogia storica di pratiche di mobilitazione e gestione della forza lavoro a livello globale. Il disciplinamento della forza lavoro – anche attraverso la gestione selettiva e violenta della mobilità umana – è una componente strutturale dell’accumulazione capitalistica (Moulier Boutang, 2002a). Una conferma dell’importanza della logica dell’enfermement nel capitalismo contemporaneo è fornita dalla condizione dei rifugiati nel XXI secolo. Se un certo numero di migranti economici, funzionali al modo di produzione capitalistico, riesce a passare le maglie dei controlli di frontiera, «i rifugiati, i rifiuti umani della testa di frontiera globale, sono “gli esclusi in carne e ossa”, gli outsiders assoluti, outsiders ovunque e fuori posto ovunque tranne che in posti che sono essi stessi fuori posto: i “non luoghi” che non appaiono su nessuna carta geografica utilizzata dai normali esseri umani nei loro viaggi» (Bauman, 2005, p. 100). Sul tema della riduzione dei migranti a “non persone” si veda anche Dal Lago (1999).

[12] Il processo di armonizzazione delle politiche migratorie europee, segnato da un orientamento restrittivo, ha avuto avvio con l’Accordo di Schengen (1985) e la successiva Convenzione d’applicazione, entrata in vigore nel 1996. Parallelamente, nel 1986 nasceva il GAHI (Gruppo ad hoc per l’immigrazione), organismo intergovernativo privo di controllo parlamentare o giudiziario, espressione di una governance opaca e tecnocratica che ha contribuito alla diffusione di narrazioni securitarie e xenofobe. Su Schengen e le sue implicazioni, si veda Castagnos-Sen (1996).

[13] Frontex è stata istituita con il Regolamento (CE) n. 2007/2004 del Consiglio del 26 ottobre 2004, quale Agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione europea. Tale regolamento è stato abrogato dal Regolamento (UE) 2016/1624 del Parlamento europeo e del Consiglio del 14 settembre 2016, che ha istituito Frontex – Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera. Il mandato dell’Agenzia è stato infine aggiornato con il Regolamento (UE) 2019/1896 del Parlamento europeo e del Consiglio del 13 novembre 2019, relativo alla guardia di frontiera e costiera europea (GU L 295 del 14.11.2019, p. 1). Criticata per la sua opacità, Frontex è percepita come un’istituzione poco trasparente, anche verso il Parlamento europeo e la stampa (Mazzeo, 2021b, Melting Pot, 2022).

[14] «L’ambiente diventa una forma di deterrenza, così che “la fisicità grezza” del deserto “può essere sfruttata e può funzionare per mascherare i meccanismi del potere sociale e politico”» (la traduzione è mia).

[15] Anche l’attuale conflitto in Palestina, e il genocidio del suo popolo, affonda le sue radici nel colonialismo sionista e nelle espulsioni del 1948, e dunque va letto attraverso la lente del land grabbing: la sistematica appropriazione e colonizzazione della terra da parte dello Stato israeliano risponde a logiche di espulsione, militarizzazione e valorizzazione del territorio che sono profondamente coerenti con le dinamiche neoliberiste di accumulazione attraverso l’espropriazione. Il genocidio in corso non è separabile da questa logica: bombardamenti, assedi e distruzione delle reti di sussistenza costituiscono strumenti di territory grabbing, ossia di smantellamento delle relazioni agrarie e comunitarie che fondano la sovranità palestinese. La relazione tra la vicenda palestinese e il land grabbing non è stata messa in luce solo di recente: tra gli altri testi segnaliamo Lein e Weizman (2002) e Chomsky e Pappé (2015).

[16] Alcuni studiosi mettono in discussione il concetto di esternalizzazione, preferendogli quello di delocalizzazione. Il primo, infatti, conserva — anche sul piano visivo e immaginativo — un’idea di confine rigido e lineare, fondato sulla territorialità statale e su un modello eurocentrico. Il secondo, invece, a partire da una prospettiva postcoloniale e attenta alle dinamiche spaziali e multidirezionali che oggi si giocano sui confini, consente di cogliere meglio la complessità reticolare e deterritorializzata del governo contemporaneo delle migrazioni. In questo quadro, i confini si configurano come mobili, disseminati, agiti anche da attori non statali, e si prestano a essere pensati più come dispositivi in movimento e in continua trasformazione che come linee fisse. Su questo si vedano i lavori di Cuttitta (2020) e Cobarrubias, S., Cuttitta, et al. (2023). La letteratura sul concetto di confine come linea, spazio, campo e dispositivo mobile è molto vasta. Per una ricostruzione, anche storica, degli studi, si vedano, tra gli altri, Balibar (2009), Mezzadra e Neilson (2013) - per i quali la frontiera è un metodo, non un limite dato - Bissonnette, A., & Vallet, É. (Eds.). (2021).

[17] Come scrive Silvia Dalzero, solo un quarto dei confini mondiali segue linee naturali, mentre oltre il venticinque per cento è tracciato artificialmente in linee rette, spesso lungo meridiani e paralleli. Lungi dall’essere simboli di un passato superato, i muri si sono moltiplicati come dispositivi di controllo e di esclusione, eretti per contenere i flussi migratori, difendere identità nazionali o separare territori urbani, fino a divenire un tratto caratteristico dell’assetto globale contemporaneo (Dalzero, 2023). Tra le principali linee di separazione si annoverano: la barriera tra Stati Uniti e Messico, avviata negli anni ’90 e rafforzata da Bush, Obama e Trump; il muro tra India e Bangladesh, la più lunga barriera di confine oggi esistente con oltre 4.000 km; il “Berm” marocchino nel Sahara Occidentale, che si estende per circa 2.700 km; le recinzioni erette da Israele verso Cisgiordania, Gaza, Egitto, Siria e Giordania; le barriere tra Arabia Saudita e Yemen, tra Turchia e Siria, e quelle sorte progressivamente ai confini orientali e balcanici dell’Unione Europea (Ungheria-Serbia, Lituania-Bielorussia, Polonia-Bielorussia, ecc.). Sommando queste e molte altre linee divisorie di dimensione minore, si raggiunge la cifra complessiva di 40000 km di “muri” nel mondo. Secondo le stime del Transnational Institute (2023) e le ricerche di Vallet (2014), Bissonnette e Vallet (2021) e Dalzero (2023), oggi nel mondo si contano oltre 70 muri attivi. L’Europa, che nel XX secolo ne conosceva soltanto tre (a Berlino, Cipro e in Irlanda del Nord), ne conta oggi 16, costruiti per lo più dopo la crisi siriana del 2012 e ulteriormente potenziati con la cosiddetta “crisi dei rifugiati” del 2015. Tuttavia, come mostrano numerosi studi e rapporti umanitari, tali barriere non riducono realmente i flussi, ma li rendono soltanto più pericolosi.

[18] «Come il regime della proprietà privata, i confini non sono semplicemente linee che segnano il territorio; sono il prodotto e producono relazioni sociali da cui dobbiamo emanciparci» (la traduzione è mia).

[19] Lanciata nel giugno 2015 dopo la strage di migranti al largo della Libia, EUNAVFOR MED – Operazione Sophia è stata la missione navale dell’UE con finalità dichiarate di contrasto ai trafficanti. Vi hanno partecipato 14 Stati membri, con quartier generale a Roma-Centocelle e impiego di navi, aerei, droni e basi italiane come Sigonella e Augusta. Strutturata in tre fasi (intelligence, pattugliamento, sequestro dei natanti), ha combinato compiti di sorveglianza, raccolta dati biometrici e arresti, con un bilancio iniziale di migliaia di migranti soccorsi ma anche di imbarcazioni neutralizzate (Mazzeo, 2015).

[20] Da qui deriva l’accusa politica più radicale: Frontex non è riformabile, perché incarna un dispositivo di guerra contro i migranti funzionale al capitalismo europeo. Non a caso, Mazzeo stesso si è unito alle campagne che ne chiedono lo smantellamento, denunciando come le sue operazioni siano strutturalmente segnate da violazioni dei diritti e da logiche di apartheid globale (Mazzeo, 2021b). Un’altra importante campagna per l’abolizione di Frontex è quella di Melting Pot. (2022).

[21] Le cifre relative ai finanziamenti europei destinati alla militarizzazione delle frontiere provengono da documenti ufficiali della Commissione Europea e dalle relazioni annuali di eu-LISA. In particolare, la Commissione ha stanziato oltre 8 miliardi di euro per il Fondo per la gestione integrata delle frontiere nel periodo 2021–2027 (European Commission, 2018a, 2021), 11,27 miliardi per il rafforzamento di Frontex (European Commission, 2018b; GIS Reports, 2021), e quasi 2 miliardi per i sistemi informatici di sorveglianza come Eurosur, Eurodac e SIS (eu-LISA, 2023, 2024).

[22] Proprio poco prima di dare alle stampe questo volume è uscito un rapporto che documenta come Frontex stia espandendo la propria azione in Africa occidentale senza alcun mandato legittimo (Gkliati & Kilpatrick, 2025).

[23] Si tratta di un verso tratto dalla canzone “Buttare lì qualcosa” di Giorgio Gaber, contenuta nell’album Anche per oggi non si vola tratto dall’omonimo spettacolo teatrale del 1974. Di seguito il testo completo della canzone: Ho visto aiutare chi sta male/sperare in un mondo più civile/ho visto chi si sa sacrificare/chi è sensibile al dolore/ed ho avuto simpatia./Ho visto tanti figli da educare/e gente che li cresce con amore/ho visto genitori comprensivi/insegnanti molto bravi/pieni di psicologia./Ma non ho visto mai nessuno/buttare lì qualcosa e andare via./Ho visto tanti giovani lottare/di fronte alla violenza del potere/ho visto tanti giovani impegnati/militare nei partiti con la loro ideologia./Ma non ho visto mai nessuno/buttare lì qualcosa e andare via./Ho visto farsi strada una tendenza/si parla di politica e coscienza/ho visto dar valori ai nostri mali/anche ai fatti personali/teorizzare anche Maria./Ma non ho visto mai nessuno/buttare lì qualcosa e andare via./Diffondere e insegnare la conoscenza/imporre a tutti i costi la propria esperienza/guidare guidare per farsi seguire/opporsi al potere/e infine riuscire a cambiare/il potere./Decidere per gli altri dentro una stanza/sapersi organizzare con molta efficienza/guidare guidare per farsi seguire/opporsi al potere/cambiare per poi reinventare/il potere il potere./E non ho visto mai nessuno/buttare lì qualcosa e andare via. (l’evidenziazione in corsivo è mia).

 

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