Gabriele Repaci
Introduzione
Nel dibattito marxista, uno dei fraintendimenti più persistenti riguarda la teoria dello sviluppo delle forze produttive e la sua relazione con i rapporti di produzione. In una versione semplificata e spesso scolastica del materialismo storico, lo sviluppo delle capacità tecniche e produttive viene inteso come un processo quasi autonomo, dotato di una propria dinamica interna e progressiva, che condurrebbe inevitabilmente a una crisi dei rapporti sociali esistenti e al loro superamento[1].
Ne deriva una concezione della storia come sequenza necessaria di stadi, in cui ogni sistema porterebbe inscritto in sé, in modo quasi automatico, il proprio superamento.
La tesi che qui si intende sostenere è diversa: lo sviluppo delle forze produttive non agisce come un motore indipendente e non determina, da solo, alcun esito storico necessario. Esso è sempre socialmente mediato e dipende da una configurazione concreta di proprietà, potere, istituzioni e conflitti. In altri termini, porre condizioni di possibilità non equivale a determinare un esito: le strutture delimitano il campo del possibile, ma non scrivono il copione della storia. La storia non procede per automatismi, ma per biforcazioni, nelle quali esiti diversi possono risultare compatibili con vincoli materiali simili.
Questo argomento trova un terreno privilegiato di verifica nel cosiddetto Brenner Debate, in particolare nella ricostruzione di Robert Brenner della transizione al capitalismo. Brenner ha mostrato come la presenza di mercati, traffici commerciali, denaro, città e persino di borghesie ricche non costituisca una causa sufficiente della nascita del capitalismo come modo di produzione. Esperienze storiche spesso interpretate come “anticipazioni” capitalistiche mostrano piuttosto l’opposto: forme avanzate di capitalismo mercantile possono riprodursi per secoli senza tradursi in una trasformazione sistemica dei rapporti di produzione. Il take-off inglese del Settecento non appare quindi come lo sbocco inevitabile di un processo lineare, ma come il risultato di una configurazione storicamente specifica dei rapporti sociali — in particolare agrari — e di una combinazione contingente di fattori politici ed economici.
L’obiettivo di questo saggio non è negare l’esistenza di vincoli materiali e strutturali, né ricadere in un relativismo che dissolva la causalità storica. Al contrario, si intende argomentare che proprio una lettura rigorosa del materialismo storico impone di distinguere tra condizioni necessarie e cause sufficienti, tra tendenze strutturali e determinazioni necessarie dell’esito. Tenere “aperta” la storia significa rifiutare la teleologia senza rinunciare al materialismo: riconoscere che la struttura vincola, ma non garantisce; che la crisi apre possibilità, ma non produce destini.
Il lavoro è articolato come segue: il primo capitolo espone in forma teorica la tesi della mediazione sociale delle forze produttive e introduce Brenner come punto di snodo del dibattito. Il secondo capitolo mette alla prova tale tesi attraverso un confronto con obiezioni ricorrenti — tecnologiche, demografiche, stadiali e teleologiche — mostrando come ciascuna di esse tenda a confondere condizioni di possibilità e necessità dell’esito. Il terzo capitolo affronta il problema dell’inevitabilità del capitalismo sul piano delle leggi di funzionamento, chiarendo la distinzione tra origine storica e dinamiche sistemiche e riaffermando la validità delle categorie marxiane come leggi di un modo di produzione storicamente determinato. La conclusione propone infine una riflessione metodologica sull’esigenza di leggere il materialismo storico in modo non deterministico e di mantenere aperto lo spazio del possibile nella ricostruzione storica.
- Il Brenner Debate e la questione della transizione al capitalismo
Il cosiddetto Brenner Debate costituisce uno dei momenti più rilevanti della storiografia marxista e della storia economica europea del secondo Novecento, poiché ha rimesso radicalmente in discussione le modalità con cui è stata tradizionalmente interpretata la transizione dal feudalesimo al capitalismo[2]. Il dibattito nasce negli anni Settanta all’interno di una riflessione più ampia sulla genesi del capitalismo europeo e si inserisce nel solco delle discussioni precedenti, in particolare del confronto tra Maurice Dobb e Paul Sweezy degli anni Cinquanta, che avevano offerto due spiegazioni alternative del passaggio dal mondo feudale a quello capitalistico: l’una incentrata sulle contraddizioni interne del feudalesimo, l’altra sull’espansione dei traffici commerciali e dei mercati[3]. Il contributo di Robert Brenner si colloca consapevolmente in continuità critica con questo dibattito, ma ne modifica in modo sostanziale l’impianto teorico.
Con il saggio Agrarian Class Structure and Economic Development in Pre-Industrial Europe, pubblicato nel 1976 sulla rivista Past & Present, Brenner propone una tesi che rompe sia con le interpretazioni demografiche di matrice neo-malthusiana sia con le spiegazioni che attribuiscono un ruolo causale decisivo all’espansione dei mercati[4]. Secondo Brenner, né l’andamento della popolazione né la crescita degli scambi possono spiegare di per sé i differenti percorsi di sviluppo economico osservabili nell’Europa preindustriale. Tali fattori agiscono sempre attraverso una mediazione sociale: producono effetti storici diversi a seconda della struttura dei rapporti di classe, delle forme della proprietà e degli equilibri di potere tra signori e produttori diretti. Il problema della transizione al capitalismo viene così riformulato non come una questione di intensità della crescita economica o di grado di commercializzazione, ma come una questione di configurazione dei rapporti sociali di produzione, in particolare in ambito agrario.
Al centro dell’argomentazione di Brenner vi è l’idea che solo laddove i rapporti sociali generano una pressione sistemica alla competizione e all’aumento della produttività possa svilupparsi una dinamica capitalistica autonoma. In questo senso, il mercato non è un fattore esterno che impone automaticamente comportamenti razionali agli agenti economici, ma un meccanismo che assume significato storico solo quando la riproduzione sociale degli attori dipende strutturalmente dal successo sul mercato. In molte società preindustriali europee, contadini e signori disponevano di accessi relativamente diretti ai mezzi di sussistenza o di forme di estrazione del surplus fondate su vincoli extra-economici; in tali contesti, la partecipazione al mercato non comportava una necessità strutturale di innovare o di aumentare la produttività del lavoro.
La pubblicazione del saggio del 1976 diede origine a un intenso confronto storiografico, che coinvolse numerosi storici economici e sociali e che si sviluppò principalmente sulle pagine di Past & Present. Le critiche rivolte a Brenner provenivano da orientamenti diversi. Alcuni studiosi difesero l’impianto demografico, sostenendo che le fluttuazioni della popolazione medievale e moderna esercitassero un’influenza strutturale sui livelli salariali, sulla distribuzione del reddito e sull’andamento dell’economia nel lungo periodo. Altri misero in discussione l’accento posto da Brenner sulle classi dominanti, sottolineando invece i processi di differenziazione interna al mondo contadino e la capacità di alcuni settori rurali di adottare comportamenti economici dinamici. Anche da posizioni marxiste furono avanzate critiche che miravano a correggere o integrare l’analisi di Brenner senza però ritornare a spiegazioni puramente demografiche o commerciali[5].
Il confronto culminò nella replica di Brenner, pubblicata nel 1982 con il titolo The Agrarian Roots of European Capitalism, nella quale lo storico chiarì ulteriormente la portata della propria tesi. In questa risposta, Brenner ribadì che le spiegazioni alternative non riuscivano a rendere conto di un fatto cruciale: la presenza di tendenze demografiche simili o di un’intensa attività commerciale non aveva prodotto ovunque esiti comparabili[6]. A parità di stimoli esterni, regioni diverse d’Europa avevano conosciuto traiettorie profondamente differenti. L’Inghilterra vide l’affermazione di rapporti agrari capitalistici, caratterizzati dalla separazione dei produttori diretti dai mezzi di produzione, dalla formazione di un mercato del lavoro salariato e dalla competizione tra affittuari; la Francia conobbe invece un rafforzamento della piccola proprietà contadina e un ruolo crescente dello Stato assoluto; l’Europa orientale assistette a una nuova forma di servitù della gleba. Queste divergenze non potevano essere spiegate ricorrendo a una logica evolutiva generale, ma solo analizzando le specifiche configurazioni dei rapporti sociali e politici.
Un ruolo particolarmente importante nel dibattito è svolto dai casi dell’Italia e dell’Olanda, spesso citati come esempi di precoce sviluppo capitalistico. Brenner mostra come proprio questi casi rappresentino una controprova decisiva contro ogni lettura deterministica della transizione. In entrambe le aree si riscontrano, già tra il Cinquecento e il Seicento, livelli elevatissimi di sviluppo mercantile e finanziario, una fitta rete urbana e una borghesia economicamente potente. Tuttavia, tali elementi non si tradussero in una trasformazione sistemica dei rapporti di produzione. Il capitalismo mercantile rimase per lungo tempo disgiunto da una ristrutturazione capitalistica dell’agricoltura e dalla proletarizzazione generalizzata dei produttori diretti. Il fatto che queste società abbiano potuto riprodurre per secoli assetti mercantili avanzati senza una dinamica capitalistica autonoma conferma che commercio e accumulazione monetaria non costituiscono cause sufficienti della nascita del capitalismo come modo di produzione dominante.
In questo senso, il Brenner Debate non si esaurisce in una disputa empirica sulle origini del capitalismo inglese, ma assume un significato teorico più ampio. Esso mette in discussione l’idea, profondamente radicata nella storiografia economica e in ampie correnti del marxismo del Novecento, che la storia economica segua una traiettoria necessaria e che le crisi dei sistemi premoderni contengano già in sé l’esito capitalistico. La transizione al capitalismo appare, in questa prospettiva, come il risultato di una combinazione storicamente specifica di rapporti sociali, conflitti di classe e assetti politici, e non come l’espressione di una legge generale dello sviluppo.
È su queste basi che si sviluppa, a partire dagli anni Ottanta, quel filone teorico-storiografico comunemente definito Marxismo Politico, associato in particolare ai lavori di Brenner ed Ellen Meiksins Wood[7]. Tale approccio insiste sulla necessità di storicizzare radicalmente il capitalismo, rifiutando ogni identificazione tra capitalismo e commercio, tra mercato e razionalità economica, tra sviluppo delle forze produttive e progresso necessario. Il capitalismo viene così interpretato non come il compimento naturale di una tendenza inscritta nella storia umana, ma come una forma sociale specifica, fondata su rapporti sociali di proprietà altrettanto specifici, che producono una particolare dinamica di sviluppo solo a determinate condizioni storiche.
Ricostruito in questi termini, il Brenner Debate mostra come una lettura rigorosa del materialismo storico non conduca affatto a una visione teleologica della storia, ma al contrario imponga di interrogarsi sulle condizioni concrete che rendono possibile, o impediscono, l’emergere di determinate forme sociali. La questione della transizione al capitalismo diventa così un banco di prova per distinguere tra vincoli strutturali e necessità dell’esito, tra tendenze storiche e automatismi interpretativi.
È su questo terreno che emergono le obiezioni più ricorrenti alla prospettiva non deterministica: esse non si rivolgono tanto alla ricostruzione storica proposta da Brenner, quanto piuttosto riaffermano interpretazioni che concepiscono il capitalismo come l’esito necessario dello sviluppo delle forze produttive, interpretazioni che Brenner stesso ha ricondotto sotto l’etichetta di Neo-Smithian Marxism. Tali obiezioni verranno esaminate nel capitolo successivo[8].
- Le obiezioni alla contingenza: determinismo, stadi e necessità storica
La tesi secondo cui lo sviluppo delle forze produttive non determina automaticamente un esito storico necessario, e secondo cui il capitalismo va inteso come una possibilità storica realizzata e non come uno sbocco inevitabile, incontra una serie ricorrente di critiche. Tali argomentazioni, pur presentandosi in forme diverse — tecnologiche, demografiche, stadiali o dialettiche — condividono spesso un presupposto comune: l’idea che, date certe condizioni strutturali, un determinato esito debba necessariamente verificarsi. Analizzarle separatamente consente di chiarire come ciascuna di esse, pur cogliendo aspetti reali dei processi storici, tenda a trasformare vincoli e tendenze in automatismi e possibilità in destino.
Una prima obiezione attribuisce un ruolo determinante allo sviluppo tecnico e ambientale. Secondo questa prospettiva, le forze produttive si svilupperebbero in presenza di un bisogno funzionale e delle condizioni materiali adeguate; una volta date tali condizioni, lo sviluppo risulterebbe in larga misura obbligato. Esempi spesso citati riguardano l’assenza di determinate innovazioni in contesti che pure ne possedevano le conoscenze di base, come il caso delle società precolombiane, nelle quali la ruota non si affermò come strumento produttivo per l’assenza di animali da tiro e di infrastrutture adeguate. Questa osservazione è corretta, ma non confuta la tesi della mediazione sociale: mostra piuttosto che la possibilità tecnica non è mai autosufficiente. Tuttavia, quando da questa constatazione si passa a sostenere che, una volta rimosso il vincolo ambientale o tecnico, lo sviluppo debba necessariamente avvenire, si compie un salto concettuale illegittimo. Le condizioni materiali possono rendere uno sviluppo possibile o sensato, ma non producono di per sé una pressione sistemica alla sua generalizzazione. La tecnica, in assenza di rapporti sociali che ne rendano necessaria l’adozione su larga scala, può restare marginale, settoriale o essere semplicemente assorbita senza conseguenze trasformative. Un esempio classico è rappresentato dalla polvere da sparo, sviluppata in Cina secoli prima che in Europa, senza che ciò conducesse automaticamente alla formazione dello Stato moderno: la stessa innovazione tecnica, inserita in contesti sociali e politici differenti, produce esiti storici diversi.
Una seconda obiezione insiste sulla dimensione demografica e sulla crescita della popolazione come fattore propulsivo dello sviluppo. In questa prospettiva, l’aumento della densità demografica eserciterebbe una pressione sulle risorse tale da rendere inevitabile una riorganizzazione dei rapporti produttivi. Anche qui, il problema non risiede nel riconoscimento dell’importanza della demografia, ma nella sua trasformazione in un meccanismo causale univoco. Come ha mostrato lo stesso Brenner Debate, dinamiche demografiche simili hanno prodotto esiti profondamente diversi in contesti sociali differenti. L’aumento della popolazione può tradursi in innovazione produttiva, ma anche in intensificazione dello sfruttamento, estensione delle coltivazioni marginali, rafforzamento dei vincoli coercitivi o semplice impoverimento generalizzato. La demografia agisce sempre attraverso i rapporti sociali, e non esiste alcuna soglia oltre la quale essa imponga automaticamente una transizione sistemica.
Una terza obiezione, più teoricamente strutturata, richiama la concezione stadiale della storia, spesso presentata come parte integrante del materialismo storico. Secondo questa lettura, su scala mondiale sarebbe possibile individuare una successione relativamente ordinata di forme sociali — dalla caccia-raccolta alle comunità agricole, dai sistemi tributari o schiavistici al feudalesimo e infine al capitalismo — all’interno della quale ogni stadio “partorirebbe” il successivo. Le evidenti discontinuità osservabili a livello nazionale o regionale verrebbero così ricomposte su un piano globale, dove la necessità storica continuerebbe comunque a operare, pur attraverso percorsi differenziati e non lineari. Tuttavia, questa ricostruzione confonde una tipologia ex post con una legge di sviluppo. Il fatto che molte società abbiano conosciuto forme simili non implica che esse dovessero necessariamente attraversarle, né che tali forme contenessero in sé il germe obbligato di uno stadio successivo. Il caso del cosiddetto modo di produzione asiatico è particolarmente istruttivo: lunghe fasi di stabilità, riproduzione sociale e sofisticazione tecnica non hanno prodotto alcuna transizione endogena al capitalismo, nemmeno dopo secoli o millenni[9]. Lungi dal confermare una sequenza necessaria, questi esempi mostrano la capacità dei rapporti sociali di stabilizzarsi nel lungo periodo senza generare esiti ulteriori.
Una variante più sofisticata dell’obiezione secondo cui la storia seguirebbe comunque una sequenza necessaria di stadi, pur in forme diseguali e non lineari, fa leva sul concetto di sviluppo diseguale e combinato, generalmente associato a Lev Trockij. In questa prospettiva, il fatto che alcune società “saltino” determinate fasi non negherebbe la necessità della sequenza storica complessiva, ma ne confermerebbe piuttosto il carattere articolato e non lineare. Tuttavia, una lettura rigorosa di Trockij mostra che tale interpretazione eccede il significato analitico del concetto e finisce per reintrodurre, surrettiziamente, una teleologia che esso non giustifica.
Nel suo celebre Storia della Rivoluzione russa, Trockij elabora il concetto di sviluppo diseguale e combinato a partire dall’analisi del capitalismo russo. Egli osserva come la borghesia russa, così come quella dei paesi economicamente arretrati, non si formi attraverso un lento processo endogeno di differenziazione dalle corporazioni urbane medievali, come era avvenuto nei paesi dell’Europa occidentale. Al contrario, l’industrializzazione russa si fonda in larga misura sull’afflusso di capitali stranieri, che trapiantano forme di grande industria già mature in un contesto sociale e istituzionale arretrato. Ne risulta una configurazione peculiare, nella quale capitale internazionale, Stato zarista, sistema bancario e nobiltà terriera si intrecciano strettamente, mentre si forma rapidamente un proletariato numericamente concentrato e socialmente decisivo.
È in questo senso che Trockij parla di sviluppo diseguale e combinato: lo sviluppo capitalistico nei paesi arretrati non ripercorre le tappe storiche dei paesi avanzati, ma combina elementi appartenenti a fasi diverse del processo storico. Un paese arretrato può assimilare le conquiste materiali e intellettuali dei paesi avanzati senza riprodurne l’intera traiettoria storica, saltando una serie di fasi intermedie[10]. Tuttavia, questa possibilità non implica affatto che esista una sequenza necessaria di stadi né che un determinato esito sia garantito. Al contrario, Trockij sottolinea come il “privilegio” dell’arretratezza possa agire tanto come stimolo poderoso allo sviluppo quanto come vincolo che condanna il paese arretrato a un inseguimento dispendioso e privo di sbocchi.
La legge dello sviluppo diseguale e combinato descrive dunque l’accostarsi di forme arcaiche e moderne, il mescolarsi di stadi differenti e la compressione temporale di processi storici eterogenei[11]. Essa spiega come e perché elementi di epoche diverse possano coesistere all’interno di una stessa formazione sociale, ma non autorizza in alcun modo a dedurne la necessità di un esito storico specifico. Se le fasi possono essere saltate, combinate o imposte dall’esterno, allora esse non operano come passaggi obbligati di una sequenza universale, ma come possibilità storiche condizionate da rapporti sociali, vincoli materiali e pressioni geopolitiche concrete.
Lungi dal confermare una concezione stadiale e teleologica della storia, il concetto trotskiano di sviluppo diseguale e combinato rafforza piuttosto l’idea che lo sviluppo storico sia irregolare, aperto e strutturalmente contingente. Esso mostra come i vincoli materiali delimitino il campo del possibile senza determinare un unico percorso necessario, e come la combinazione di fasi diverse possa produrre tanto accelerazioni improvvise quanto blocchi duraturi. In questo senso, l’uso del concetto per sostenere l’inevitabilità del capitalismo rappresenta non una sua applicazione coerente, ma una sua distorsione interpretativa.
Un’ulteriore obiezione, più radicale, sostiene che il capitalismo fosse comunque un esito necessario della storia, indipendentemente dal percorso specifico attraverso cui si è affermato. In questa prospettiva, anche i casi in cui il capitalismo non emerge vengono reinterpretati come semplici ritardi, deviazioni o forme immature di uno sviluppo destinato a compiersi. Tale argomento presenta un problema epistemologico serio: non è falsificabile. Qualunque esito storico viene riassorbito come conferma della necessità dell’esito finale, che risulta così garantito per definizione. Una simile posizione non spiega perché il capitalismo emerga in un contesto piuttosto che in un altro, né perché possa non emergere affatto per lunghissimi periodi; si limita a razionalizzare retrospettivamente il presente. In questo senso, essa si avvicina più a una narrazione metafisica che a un’analisi storica propriamente detta.
L’esempio del colonato tardo-romano consente di chiarire in modo particolarmente netto i limiti di questo ragionamento. In alcune interpretazioni, il colonato viene talvolta descritto come una forma di “capitalismo embrionale”, in quanto caratterizzato da rapporti monetari, da una certa commercializzazione e da un’organizzazione produttiva che supera la schiavitù classica. Tuttavia, se il colonato contenesse realmente in sé il capitalismo come esito necessario, ci si dovrebbe attendere una sua progressiva maturazione storica. Invece, tra la crisi dell’Impero romano e l’età moderna, l’Europa conosce un lungo periodo — di circa un millennio — caratterizzato da ruralizzazione, rafforzamento dei vincoli personali, diffusione della servitù della gleba ed espansione di forme di estrazione del surplus fondate su coercizione extra-economica.
Un processo che resta sostanzialmente stabile per secoli, o che addirittura regredisce verso forme sociali diverse, non può essere descritto come uno sviluppo rallentato verso un esito necessario. Un “embrione” che non si sviluppa per un millennio non è un embrione, ma una forma sociale distinta, regolata da logiche proprie. Leggere il colonato come capitalismo in potenza significa proiettare retroattivamente sul passato un esito che non era in alcun modo inscritto nei rapporti sociali dell’epoca.
L’argomento dell’inevitabilità mostra qui tutta la sua debolezza: esso trasforma ogni mancata transizione in una semplice attesa e ogni blocco storico in una deviazione temporanea. In questo modo, la storia perde la capacità di produrre esiti realmente alternativi e viene ridotta a una sequenza di tappe il cui significato è definito solo dall’esito finale. Il determinismo non viene eliminato, ma soltanto riformulato, mantenendo intatta l’idea di una necessità storica che opera al di là delle biforcazioni concrete.
L’assunto condiviso da queste obiezioni è la difficoltà ad accettare una concezione della storia vincolata ma non predeterminata. Il materialismo storico viene spesso interpretato come una teoria delle successioni necessarie, quando in realtà esso fornisce strumenti per analizzare le condizioni materiali e sociali entro cui si aprono possibilità diverse. Come ricordano Karl Marx ed Friedrich Engels, la determinazione economica opera “in ultima istanza”, ma ciò non equivale a un automatismo storico. Le strutture delimitano il campo del possibile, ma non selezionano un unico esito obbligato.
L’analisi delle obiezioni mostra dunque che il rifiuto della teleologia non implica il rifiuto del materialismo. Al contrario, mantenere aperta la storia significa prendere sul serio la mediazione sociale, il conflitto, la politica e la contingenza come elementi costitutivi dei processi storici. Le crisi non producono automaticamente nuove forme sociali; aprono biforcazioni. Ed è solo retrospettivamente, una volta che una di queste possibilità si è realizzata, che essa viene spesso trasformata in destino.
III. Origine contingente e validità storica delle leggi del capitalismo
Una delle obiezioni più frequenti rivolte alle letture non deterministiche del materialismo storico sostiene che negare l’inevitabilità dell’emergere del capitalismo equivarrebbe, in ultima analisi, a negare l’esistenza o la validità delle leggi che ne regolano il funzionamento. Secondo questa critica, se il capitalismo non fosse stato uno sbocco necessario della storia, allora anche le sue leggi fondamentali — così come formulate da Marx — perderebbero il loro carattere oggettivo e la loro forza esplicativa. Tale obiezione si fonda tuttavia su un equivoco concettuale che riguarda la confusione tra la genesi storica di un modo di produzione e le leggi che ne governano il funzionamento una volta costituito.
Le leggi del capitalismo individuate da Marx non sono leggi della storia in generale, né descrivono una traiettoria necessaria che conduce al capitalismo come esito inevitabile. Esse sono leggi di funzionamento di un sistema sociale specifico, che operano solo a partire dal momento in cui il capitalismo si è affermato come principio dominante della riproduzione sociale. Proprio per questo, esse non perdono validità se si nega l’inevitabilità della sua origine; al contrario, la loro portata analitica risulta rafforzata quando vengono ricondotte al loro ambito corretto di applicazione.
Una volta che il capitalismo è storicamente costituito, esso manifesta con notevole regolarità le dinamiche fondamentali analizzate da Marx. La separazione dei produttori diretti dai mezzi di produzione e la generalizzazione del lavoro salariato pongono le basi di una riproduzione sociale mediata dal mercato, nella quale il capitale non può limitarsi a conservare se stesso, ma deve costantemente valorizzarsi. Da qui deriva la tendenza strutturale all’accumulazione, che spinge i capitali individuali a reinvestire il plusvalore estratto, pena la perdita di competitività e l’espulsione dal mercato. L’accumulazione non è dunque una scelta soggettiva, ma una necessità sistemica imposta dalla concorrenza.
Questa dinamica genera a sua volta la tendenza alla concentrazione e alla centralizzazione dei capitali. I capitali più grandi, meglio attrezzati e più produttivi assorbono o eliminano quelli più deboli, dando luogo a un processo di polarizzazione che riduce il numero dei capitali indipendenti e accresce la scala della produzione. Lungi dal produrre un equilibrio armonico, la concorrenza capitalistica conduce così alla formazione di grandi unità produttive, alla finanziarizzazione e alla crescente integrazione tra capitale industriale, commerciale e bancario. Questo processo, lungi dall’essere una deviazione contingente, rappresenta una delle manifestazioni più coerenti delle leggi interne del capitalismo, pienamente osservabile anche nelle trasformazioni più recenti dell’economia globale.
Parallelamente, la spinta all’aumento della produttività del lavoro, necessaria per sostenere la competizione, conduce all’introduzione costante di innovazioni tecniche e organizzative. Tale dinamica accresce la composizione organica del capitale, aumentando il peso del capitale costante rispetto al capitale variabile. Ne deriva la tendenza alla caduta del saggio di profitto, che non va intesa come un movimento lineare o meccanico, ma come una pressione strutturale che si manifesta attraverso crisi ricorrenti, ristrutturazioni produttive, distruzione di capitali e ridefinizione dei rapporti di forza tra capitale e lavoro. Anche in questo caso, le controtendenze individuate da Marx — intensificazione dello sfruttamento, riduzione dei salari, espansione dei mercati, finanziarizzazione — non annullano la legge, ma ne costituiscono le modalità storiche di manifestazione.
Le crisi di sovrapproduzione rappresentano un altro elemento centrale di questa dinamica. Esse non sono il risultato di errori di pianificazione o di squilibri accidentali, ma l’espressione necessaria della contraddizione tra la produzione sociale e l’appropriazione privata. Il capitalismo è in grado di produrre una massa crescente di merci, ma non può garantire che esse trovino sbocco sul mercato, poiché la capacità di consumo delle classi subalterne è strutturalmente compressa. Le crisi operano così come momenti di regolazione violenta del sistema, nei quali capitali vengono svalorizzati o distrutti, rapporti di lavoro ristrutturati e nuove condizioni di accumulazione imposte. Lungi dall’essere segni di debolezza contingente, esse confermano la validità delle leggi marxiane del capitalismo come sistema intrinsecamente contraddittorio.
Queste dinamiche spiegano anche perché, una volta affermatosi, il capitalismo tenda a espandersi e a subordinare o dissolvere forme di produzione fondate su logiche differenti. La pressione competitiva, la necessità di valorizzazione e la capacità di mobilitare risorse tecniche, finanziarie e militari rendono il capitalismo una forma storicamente estremamente potente. Da questo punto di vista, non vi è alcun motivo di negare che, una volta sviluppatosi, esso abbia effettivamente “travolto” il resto del mondo, integrandolo in un mercato mondiale e imponendo le proprie categorie di funzionamento. Questo dato, tuttavia, riguarda il comportamento di un sistema già costituito, non la necessità della sua nascita.
Riconoscere la piena validità e attualità delle leggi del capitalismo formulate da Marx non implica dunque assumere che il capitalismo fosse un esito storico necessario. Al contrario, tali leggi acquistano senso proprio perché descrivono una forma sociale specifica, storicamente determinata, e non una tappa obbligata dello sviluppo umano. Confondere la forza esplicativa delle leggi di funzionamento con una necessità dell’origine significa trasformare una teoria critica del modo di produzione capitalistico in costruzione teorica a carattere teleologico, a esito garantito.
Negare che il capitalismo fosse inscritto come destino nella storia precedente non significa attenuarne la portata una volta affermato. Significa, piuttosto, riconoscere che esso è il risultato di una biforcazione storica reale, che ha prodotto una forma sociale dotata di leggi proprie, potenti e pervasive. È proprio perché il capitalismo non è una necessità universale, ma una forma storica specifica, che le sue leggi possono essere analizzate criticamente come leggi di un sistema determinato, e non naturalizzate come leggi eterne della storia. In questo senso, una lettura non deterministica del materialismo storico non indebolisce l’analisi marxiana del capitalismo, ma la rende teoricamente più rigorosa, sottraendola a ogni residuo di necessitarismo storico.
In questo senso, l’analogia con l’automobile consente di chiarire in modo particolarmente efficace il punto in discussione. Una volta che l’automobile viene immessa sul mercato, essa tende effettivamente a rendere obsolete le carrozze: la sua maggiore velocità, capacità di carico, flessibilità d’uso e integrazione con nuove infrastrutture ne determinano una progressiva diffusione e la marginalizzazione dei mezzi di trasporto precedenti. Questo processo non è casuale né reversibile: una volta che l’automobile si afferma come tecnologia dominante, il ritorno generalizzato alla carrozza diventa storicamente impraticabile. Tuttavia, da questo dato non segue che fosse inevitabile che l’automobile venisse inventata, né che essa fosse in qualche modo implicita nella carrozza stessa. La sua comparsa presuppone una combinazione altamente specifica di condizioni tecniche, energetiche, industriali, scientifiche e sociali, la cui assenza avrebbe potuto impedire del tutto l’emergere di tale tecnologia o produrre esiti radicalmente differenti. L’obsolescenza ex post non costituisce una prova di inevitabilità ex ante.
Allo stesso modo, una volta che il capitalismo si è storicamente costituito come modo di produzione dominante, esso tende a espandersi, a subordinare forme produttive concorrenti e a ristrutturare l’intero campo sociale secondo le proprie leggi di funzionamento. Questo dato conferma pienamente la validità delle leggi marxiane del capitalismo. Ma riconoscere la forza espansiva di una forma già emersa non equivale a sostenere che la sua emergenza fosse necessaria o inscritta come destino nella storia precedente. Confondere questi due livelli significa scambiare una spiegazione del funzionamento con una spiegazione dell’origine, e trasformare una teoria critica di un modo di produzione storicamente determinato in una ipostatizzazione dell’esito, che neutralizza la contingenza.
Conclusione
Il percorso sviluppato in questo lavoro ha messo in discussione una delle interpretazioni più persistenti e meno problematizzate del materialismo storico: l’idea secondo cui lo sviluppo delle forze produttive implicherebbe, prima o poi, il superamento necessario dei rapporti sociali esistenti e l’avvento di una nuova forma storica determinata. Attraverso l’analisi teorica e la ricostruzione storica del Brenner Debate, è emerso come tale lettura introduca surrettiziamente una teleologia che né i testi di Marx né l’evidenza storica autorizzano.
Il contributo di Robert Brenner ha mostrato in modo particolarmente chiaro che lo sviluppo delle forze produttive non costituisce un motore autonomo della storia. Esso è sempre mediato da rapporti sociali di produzione storicamente specifici, da assetti di potere e da conflitti di classe che possono incentivare, orientare o bloccare l’innovazione. La transizione al capitalismo, lungi dall’essere lo sbocco naturale della crisi dei modi di produzione precapitalistici, appare così come un esito contingente, reso possibile da una combinazione particolare e non generalizzabile di condizioni sociali e politiche. Il caso inglese del Settecento non rappresenta una tappa necessaria di una sequenza universale, ma un’eccezione storica che proprio per questo richiede spiegazione.
L’analisi delle principali obiezioni alla tesi della contingenza ha ulteriormente chiarito i limiti delle letture deterministiche. Le spiegazioni tecnologiche, demografiche e stadiali colgono elementi reali dei processi storici, ma tendono a trasformare vincoli strutturali in automatismi e possibilità in destino. Anche le formulazioni più sofisticate, come quelle che richiamano lo sviluppo diseguale e combinato, risultano problematiche quando vengono piegate a sostenere la necessità dell’esito capitalistico. Una lettura rigorosa di Lev Trockij mostra infatti che tale concetto descrive l’irregolarità e la combinazione dei percorsi storici, non l’inevitabilità dei loro risultati.
Il filo conduttore di queste posizioni è la difficoltà ad accettare una concezione della storia vincolata ma non predeterminata. Il materialismo storico viene spesso interpretato come una teoria delle successioni necessarie, mentre esso fornisce piuttosto strumenti per analizzare le condizioni materiali e sociali entro cui si aprono possibilità diverse.
Tenere “aperta” la storia non significa negare i vincoli materiali, né dissolvere la causalità in un relativismo indeterminato. Significa, al contrario, riconoscere che le trasformazioni sociali avvengono attraverso biforcazioni storiche, nelle quali conflitti, decisioni politiche ed eventi contingenti giocano un ruolo costitutivo. Le crisi non producono destini, ma aprono possibilità, e solo retrospettivamente, una volta che una di queste possibilità si è realizzata, essa viene spesso razionalizzata come inevitabile.
In questo senso, una lettura non deterministica delle categorie marxiane non rappresenta un indebolimento del materialismo storico, ma una sua radicalizzazione. Liberato da ogni residuo di provvidenzialismo secolarizzato, l’impianto teorico marxista può tornare a essere ciò che originariamente ambiva a essere: uno strumento critico per comprendere la specificità delle forme sociali, la contingenza dei loro esiti e la responsabilità storica inscritta nei processi di trasformazione.
Assumere fino in fondo questa impostazione implica rifiutare l’idea che la storia segua un percorso — sia pure irregolare o non lineare — orientato verso un esito prestabilito. Non si tratta soltanto di negare l’esistenza di una traiettoria unica e obbligata, ma di mettere in discussione il presupposto stesso secondo cui il processo storico possa essere concepito come un cammino direzionale, anche quando venga rappresentato come articolato o soggetto a deviazioni. In questa prospettiva, le differenze di sviluppo incidono esclusivamente sui tempi e sulle modalità della trasformazione, senza mai mettere realmente in questione l’esito finale, che resta implicitamente prescritto come destinazione del processo storico.
Una metafora utile per chiarire una concezione alternativa è quella di una partita a biliardo. Gli attori storici colpiscono la palla: imprimono una direzione iniziale, una spinta, un indirizzo d’azione. Tuttavia, essi non governano l’intera sequenza dei rimbalzi. Le condizioni oggettive non scompaiono: il tavolo ha una forma determinata, le sponde sono date, la fisica impone limiti precisi. Allo stesso modo, il processo storico è vincolato da strutture economiche, istituzionali e sociali che delimitano il campo del possibile. Ma tali vincoli non prescrivono un unico esito necessario. Essi definiscono lo spazio delle possibilità, non la loro gerarchia finale né il risultato obbligato.
In questa prospettiva, la storia non appare come una successione di tappe destinate a realizzarsi, ma come un campo di possibilità aperte, attraversato da conflitti, decisioni politiche ed esiti contingenti. Riconoscere questo carattere aperto non significa negare la forza delle strutture materiali, ma rifiutare che esse funzionino come un destino. Significa, piuttosto, restituire alla storia la sua dimensione propriamente politica e conflittuale, e al materialismo storico la sua funzione critica: non quella di prevedere gli esiti, ma di comprendere le condizioni entro cui essi diventano possibili.
[1] Come è noto, nella Prefazione a Per la critica dell’economia politica Marx formula uno dei passaggi più citati — e più frequentemente fraintesi — del materialismo storico:
«A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (che ne sono soltanto l’espressione giuridica) dentro i quali tali forze per l’innanzi s’erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. E allora subentra un’epoca di rivoluzione sociale.»
Questo passo è spesso interpretato in senso deterministico, come se Marx intendesse affermare che lo sviluppo delle forze produttive produca automaticamente il superamento dei rapporti di produzione esistenti e l’avvento di un nuovo modo di produzione. Una simile lettura, tuttavia, non è sostenibile né sul piano testuale né su quello teorico. In Marx, la contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione non opera come una causa sufficiente dell’esito storico, ma come una condizione oggettiva che rende possibile una trasformazione rivoluzionaria. Lo sviluppo delle forze produttive è una condizione necessaria della rivoluzione sociale, ma non ne garantisce in alcun modo l’esito.
Senza un certo livello di sviluppo materiale, una trasformazione dei rapporti sociali risulta storicamente impraticabile; ma la presenza di tale sviluppo non implica che la trasformazione debba necessariamente avvenire, né che avvenga in una forma determinata. Le condizioni oggettive delimitano il campo del possibile, ma non selezionano da sole l’esito. È per questo che Marx parla di “epoca di rivoluzione sociale” e non di passaggio automatico o di sostituzione meccanica di un modo di produzione con un altro. L’epoca di rivoluzione designa una fase storica aperta, caratterizzata dall’intensificarsi delle contraddizioni e dei conflitti sociali, il cui esito dipende da rapporti di forza, lotte di classe, mediazioni politiche e contingenze storiche concrete.
Leggere questo passo come l’enunciazione di una legge di successione necessaria dei modi di produzione significa trasformare un’analisi delle condizioni materiali della trasformazione in una filosofia della storia a esito garantito, estranea tanto al metodo quanto all’impianto teorico marxiano.
Cfr. Marx, Karl, 1859. Per la critica dell’economia politica, Prefazione, Roma, Editori Riuniti, 1957.
[2] Per quanto riguarda la diffusione e lo studio del Brenner Debate in lingua italiana, va segnalato che non esiste al momento una monografia organica dedicata in modo sistematico alla questione. Una delle poche eccezioni è rappresentata dall’articolo di Gianmaria Brunazzi, Il Marxismo Politico e la critica storica al capitalismo: un’introduzione teorica e metodologica, pubblicato su Quaderni Materialisti (n. 23, 2024), che offre una prima introduzione critica all’approccio del Marxismo Politico e alle dispute maturate a partire dal Brenner Debate, evidenziando l’assenza di traduzioni italiane delle opere fondamentali di Brenner e Wood e la limitata conoscenza del dibattito internazionale tra gli studiosi del nostro paese.
[3] Il riferimento è al dibattito sviluppatosi a partire dagli anni Cinquanta attorno al problema della transizione dal feudalesimo al capitalismo, noto come Dobb–Sweezy Debate. Per Maurice Dobb, la posizione è espressa nell’opera Studies in the Development of Capitalism (London, Routledge & Kegan Paul, 1946), tradotta in italiano come Maurice Dobb, Problemi di storia del capitalismo, trad. di Alessandro Mazzone, Roma, Editori Riuniti, collana “Nuova biblioteca di cultura”, 1958, nella quale la transizione viene interpretata come esito delle contraddizioni interne al modo di produzione feudale. Le tesi alternative di Paul M. Sweezy, che attribuiscono un ruolo decisivo all’espansione dei mercati e dei traffici commerciali, furono formulate in diversi interventi pubblicati su Science & Society (1950) e sono oggi disponibili nella raccolta The Transition from Feudalism to Capitalism, a cura di Rodney Hilton (London, New Left Books, 1976).
[4] Brenner, Robert, 1976. Agrarian Class Structure and Economic Development in Pre-Industrial Europe, Past & Present 70, pp. 30–75.
[5] Sul dibattito seguito alla pubblicazione del saggio di Brenner si vedano, tra gli altri:
M. M. Postan, J. Hatcher, Population and Class Relations in Feudal Society, in Past & Present, n. 78, 1978;
E. Le Roy Ladurie, A Reply to Robert Brenner, in Past & Present, n. 79, 1978;
G. Bois, Against the Neo-Malthusian Orthodoxy, in Past & Present, n. 79, 1978.
Una raccolta complessiva degli interventi è disponibile in T. H. Aston, C. H. E. Philpin (a cura di), The Brenner Debate: Agrarian Class Structure and Economic Development in Pre-Industrial Europe, Cambridge University Press, 1985.
[6] Brenner, Robert, 1982. The Agrarian Roots of European Capitalism, Past & Present 97.
[7] Tra i testi che hanno contribuito in modo decisivo alla formazione e alla sistematizzazione del cosiddetto Marxismo Politico vanno ricordati, per Robert Brenner, oltre ai già citati Agrarian Class Structure and Economic Development in Pre-Industrial Europe (Past & Present, 1976) e alla replica The Agrarian Roots of European Capitalism (Past & Present, 1982), il volume Merchants and Revolution: Commercial Change, Political Conflict, and London’s Overseas Traders, 1550–1653 (Cambridge University Press, 1993), nel quale l’analisi dei rapporti sociali di classe viene estesa alla sfera mercantile e al ruolo dello Stato. Per Ellen Meiksins Wood, risultano centrali l’articolo The Separation of the Economic and the Political in Capitalism (New Left Review, 1981) e il volume The Origin of Capitalism: A Longer View (Verso, 1999), che offre una sistematizzazione teorica dell’approccio, insistendo sulla specificità storica dei rapporti sociali di proprietà e sul rifiuto di interpretazioni mercatistiche o teleologiche della transizione al capitalismo.
[8] Per la critica di queste interpretazioni, che concepiscono il capitalismo come risultato necessario dell’espansione dei mercati e dello sviluppo delle forze produttive, si veda Brenner, Robert The Origins of Capitalist Development: A Critique of Neo-Smithian Marxism, in New Left Review, n. 104, 1977, pp. 25–92.
[9] Sul dibattito relativo al cosiddetto modo di produzione asiatico e, più in generale, sulle forme di sviluppo storico non riconducibili a una sequenza stadiale lineare, si veda innanzitutto Wittfogel, Karl A., Il dispotismo orientale, Roma, Edizioni PGreco, 2013; nonché Sofri, Gianni, Il modo di produzione asiatico, Milano, Feltrinelli, 1969. Un contributo teoricamente rilevante è rappresentato da Melotti, Umberto, Marx e il terzo mondo. Per uno schema multilineare dello sviluppo storico, Milano, Il Saggiatore, 1972, ora riedito come Marx: passato, presente, futuro, Milano, Meltemi, 2021. In una prospettiva di analisi del sistema mondiale e dello sviluppo diseguale, si vedano inoltre Amin, Samir, Lo sviluppo ineguale, Torino, Einaudi, 1977; Anderson, Perry, Dall’antichità al feudalesimo, Milano, Mondadori, 1978, e Lo Stato assoluto, Milano, Mondadori, 1980 (entrambi di edizione originale inglese 1974); Jaffe, Hosea, Stagnazione e sviluppo economico. Modi di produzione, nazioni, classi, Milano, Jaca Book, 1985. Per i testi di Marx ed Engels relativi alle società extraeuropee e alle forme storiche non occidentali, cfr. Marx, Karl – Engels, Friedrich, India, Cina, Russia. Le premesse per una rivoluzione, Milano, Il Saggiatore, 2013. Una ricostruzione ampia e sistematica del dibattito, con particolare attenzione alla genesi del concetto e alle sue diverse interpretazioni nel marxismo, è offerta infine da Xepel, Il modo di produzione asiatico, Lulu Press, 2015, volume consultabile gratuitamente online all’indirizzo: https://xepel.wordpress.com/wp-content/uploads/2016/03/mpa.pdf.
[10] Trockij, Lev, 1964. Storia della Rivoluzione russa, Milano, Sugar Editore, pp. 38–39.
[11] Una conclusione in larga misura convergente con la lettura non stadiale e non deterministica dello sviluppo storico proposta in questo lavoro era stata raggiunta, in un contesto extraeuropeo, dal marxista peruviano José Carlos Mariátegui. Analizzando i rapporti di produzione che caratterizzavano la società peruviana del primo Novecento, Mariátegui mise in luce la coesistenza di forme economiche differenti all’interno di una stessa formazione sociale, sviluppando una concezione non sequenziale e non lineare dello sviluppo storico, affine a quella che Lev Trockij aveva già elaborato sul piano teorico attraverso il concetto di sviluppo diseguale e combinato. Come osserva Mariátegui: «Nel Perù di oggi coesistono elementi di tre economie diverse. Nelle Ande vige la struttura economica feudale nata dalla Conquista in cui ancora sussistono forme concrete dell’economia comunista indigena. Sulla costa, su un terreno feudale, cresce un’economia borghese che – almeno nel suo sviluppo intellettuale – sembra essere un’economia arretrata». Cfr. Mariátegui, José Carlos, Sette saggi sulla realtà peruviana e altri scritti politici, a cura di Robert Paris, Torino, Einaudi, 1972, p. 57.
