Gabriele Repaci
Introduzione. Il mito dell’oltre
Negli ultimi anni si è diffusa con sempre maggiore insistenza un’espressione che promette di risolvere, con un colpo di spugna, le contraddizioni della politica contemporanea: “oltre destra e sinistra”. La formula ha un’evidente forza seduttiva. Sembra indicare la possibilità di uscire da categorie considerate obsolete, di superare conflitti logorati, di liberarsi da appartenenze ideologiche percepite come sterili.
In un’epoca segnata dalla crisi dei partiti tradizionali e dalla sfiducia diffusa verso la rappresentanza politica, l’idea di un “oltre” appare quasi come una via di fuga razionale.
Eppure, proprio questa apparente evidenza nasconde un equivoco di fondo. La dicotomia tra destra e sinistra non è scomparsa perché superata, ma perché progressivamente svuotata di contenuto. Non siamo di fronte a una politica che ha oltrepassato le sue categorie storiche, ma a una politica che le ha rese opache, intercambiabili o puramente retoriche. In questo senso, l’“oltre” non rappresenta una soluzione, ma un sintomo: il segno di una difficoltà più profonda nel nominare e organizzare le divisioni della società.
Il punto decisivo è che il conflitto politico non può essere eliminato senza essere, di fatto, neutralizzato. Le società contemporanee continuano a essere attraversate da tensioni reali: tra capitale e lavoro, tra concentrazione della ricchezza e redistribuzione, tra universalismo dei diritti e dinamiche di esclusione. Pensare di collocarsi “oltre” queste linee di frattura significa spesso sottrarsi alla necessità di prendere posizione su di esse. Non a caso, lo slogan dell’oltre destra e sinistra si traduce, nella pratica, in forme di centrismo tecnocratico, in populismi trasversali o in ibridi ideologici instabili, che raramente riescono a produrre una sintesi politica coerente.
Questo saggio parte da una tesi semplice: il problema della politica contemporanea non è l’esistenza della distinzione tra destra e sinistra, ma la perdita del suo contenuto materiale. Più che superare questa dicotomia, occorre comprenderne la genesi storica, analizzarne la trasformazione e interrogarsi sulle condizioni di una sua possibile ridefinizione. In altre parole, non si tratta di uscire da destra e sinistra, ma di restituire senso a ciò che queste categorie dovrebbero ancora indicare: modi diversi di organizzare la società, di distribuire le risorse e di concepire i diritti.
Nelle pagine che seguono si cercherà dunque di ricostruire le ragioni della crisi della sinistra novecentesca, di analizzare il successo apparente delle retoriche dell’“oltre” e di mostrare come, dietro questa formula, si nasconda spesso una rimozione del conflitto più che il suo superamento. L’obiettivo non è difendere un uso dogmatico delle categorie politiche tradizionali, ma verificare se, e in che modo, esse possano ancora essere strumenti utili per comprendere e trasformare la realtà contemporanea.
- La nascita storica della sinistra moderna
Le categorie di destra e sinistra non sono entità metafisiche né essenze immutabili. Nascono in un contesto storico preciso e rispondono a conflitti concreti. Ricordarlo è essenziale per evitare due errori opposti: da un lato considerarli concetti eterni e quindi intoccabili; dall’altro liquidarli come semplici residui del passato. In realtà, destra e sinistra sono strumenti storici di organizzazione del conflitto politico. E come tutti gli strumenti, possono cambiare forma, perdere efficacia o essere ridefiniti, ma non per questo risultano privi di significato.
Le origini della distinzione tra i due schieramenti vengono generalmente fatte risalire alla Rivoluzione francese, quando nell’Assemblea nazionale i sostenitori della monarchia e dell’ordine tradizionale sedevano alla destra del presidente, mentre alla sinistra prendevano posto i fautori delle trasformazioni rivoluzionarie[1]. Fin dall’inizio, dunque, tali categorie non indicano essenze immutabili, ma posizioni differenti rispetto al cambiamento politico e sociale. Nel corso dell’Ottocento e del Novecento esse si trasformano profondamente, ridefinendosi progressivamente attorno al rapporto tra liberalismo, democrazia e questione sociale.
Uno dei momenti decisivi nella formazione della sinistra moderna è rappresentato dall’Affaire Dreyfus nella Francia di fine Ottocento. In quel contesto, di fronte alla minaccia concreta rappresentata dalle forze clericali, monarchiche e nazionaliste, si realizza una convergenza tra settori della borghesia progressista — in particolare il Partito Radicale — e il movimento socialista. Non si tratta di un’alleanza fondata su una piena convergenza teorica, ma di un compromesso storico determinato da una situazione di emergenza politica e culturale. Alcuni autori contemporanei, tra cui Jean-Claude Michéa e Costanzo Preve, hanno insistito proprio su questo carattere storicamente contingente della sinistra moderna, nata dall’incontro — spesso conflittuale — tra culture politiche differenti e non da un’identità originaria unitaria[2].
Quella convergenza produce qualcosa di più di una semplice alleanza tattica. Costruisce un campo politico riconoscibile, che nel corso del Novecento verrà identificato come “sinistra”: un insieme eterogeneo ma relativamente coerente, tenuto insieme da alcuni elementi comuni — la difesa delle libertà civili contro le derive autoritarie, l’idea di progresso e la volontà di affrontare la questione sociale. È in questo intreccio tra liberalismo progressista e socialismo che si forma la sinistra novecentesca.
Nel corso del ventesimo secolo, questa sintesi si sviluppa lungo traiettorie differenti. Da una parte, nella sua componente socialdemocratica, la sinistra diventa un attore centrale nei sistemi politici europei, contribuendo alla costruzione dello Stato sociale e alla regolazione del capitalismo[3]. Dall’altra, la componente scaturita dalla Rivoluzione russa del 1917 e dalla nascita del movimento comunista internazionale rivendica una rottura più radicale con l’ordine economico e politico esistente.
La scissione tra socialdemocrazia e comunismo introduce così una frattura profonda all’interno della sinistra internazionale. Una parte significativa del movimento operaio smette di concepirsi come semplice ala avanzata del campo progressista borghese e rivendica una piena autonomia politica e organizzativa. Ciò nonostante, il movimento comunista continua a collocarsi all’interno della tradizione della sinistra, sia pure in forma conflittuale e spesso antagonistica rispetto alle altre sue componenti. Questa tensione tra autonomia e appartenenza diventa particolarmente evidente a partire dal VII Congresso del Comintern del 1935 e dalla politica dei fronti popolari, che riportano i comunisti dentro una strategia di alleanza più ampia contro il fascismo. Tale dialettica rimarrà centrale anche nella Resistenza europea e nella storia politica del secondo dopoguerra[4].
Nonostante queste profonde differenze, tanto la tradizione socialdemocratica quanto quella comunista continuano, nell’intero arco del Novecento, a riconoscersi — sia pure in forme differenti e spesso conflittuali — all’interno di un medesimo campo politico. È proprio questa coesistenza tra culture politiche diverse a costituire uno degli elementi caratteristici della sinistra novecentesca.
Tuttavia, il progressivo processo di istituzionalizzazione tende a modificare gli equilibri originari di questa sintesi. In particolare, la componente socialista e socialdemocratica si integra sempre più nelle strutture statali e accetta, almeno in parte, le regole del mercato, mentre il liberalismo progressista si rafforza sul piano culturale.
Il punto decisivo è che questa sintesi non era destinata a durare indefinitamente. Venute meno le condizioni che l’avevano resa necessaria — in particolare la presenza di una destra apertamente clericale e monarchica come avversario principale — le tensioni interne alla sinistra riemergono. Il compromesso che aveva dato forma a quel campo politico nel corso del ventesimo secolo inizia così a incrinarsi, preparando il terreno per le trasformazioni successive[5].
Comprendere questa origine storica è fondamentale per evitare letture semplicistiche della crisi attuale. La sinistra non è stata improvvisamente “tradita” o “abbandonata”: è il prodotto di un equilibrio che, mutando le condizioni storiche, ha perso progressivamente la sua coerenza. È da questa consapevolezza che occorre partire per analizzare la fase successiva, in cui la sinistra, più che scomparire, cambia profondamente natura.
2. La lunga trasformazione: dal sociale al liberalismo
Se la sinistra novecentesca nasce come compromesso tra liberalismo progressista e socialismo, la sua evoluzione nella seconda metà del Novecento può essere letta come un progressivo spostamento di equilibrio tra queste due componenti. Non si tratta di una rottura improvvisa, ma di una trasformazione graduale, che attraversa decenni e si consolida soprattutto a partire dagli anni Ottanta e Novanta.
Due processi concorrono in modo decisivo a questo mutamento. Il primo è di natura economica e riguarda la crisi del modello fordista e dello Stato sociale così come si era configurato nel dopoguerra. La globalizzazione dei mercati, la finanziarizzazione dell’economia e l’indebolimento delle forme tradizionali di organizzazione del lavoro mettono sotto pressione i partiti della sinistra, costringendoli a confrontarsi con vincoli nuovi. Il secondo processo è di natura politico-culturale: la fine della contrapposizione tra blocchi ideologici dopo il 1989 e il venir meno di un’alternativa sistemica al capitalismo riducono lo spazio per politiche apertamente antagoniste[6].
In questo contesto, una parte significativa della sinistra europea e occidentale compie una scelta che, a posteriori, appare decisiva: accetta il quadro economico liberale come orizzonte dato e sposta il proprio baricentro su altri terreni. È qui che si colloca l’esperienza della cosiddetta “terza via”, incarnata da figure come Tony Blair, ma riflessa anche nelle trasformazioni di partiti come lo SPD o il Partito Socialista francese[7].
Questa trasformazione non implica l’abbandono totale della questione sociale, ma ne modifica profondamente il ruolo. Le politiche redistributive vengono ridimensionate o subordinate alla compatibilità con il mercato, mentre cresce l’attenzione per i diritti individuali, le libertà civili e le istanze legate al riconoscimento. Temi come l’uguaglianza di genere, i diritti delle minoranze e la lotta alle discriminazioni assumono una centralità crescente nel discorso politico della sinistra.
È importante evitare letture caricaturali di questo passaggio. Non si tratta semplicemente di una “deriva” o di un tradimento consapevole, ma di un adattamento a un contesto mutato, in cui le leve tradizionali dell’intervento economico appaiono più difficili da utilizzare. Tuttavia, questo spostamento produce effetti rilevanti. Nel momento in cui la sinistra accetta il mercato come orizzonte sostanzialmente indiscutibile, il conflitto sociale tende a indebolirsi o a essere ridefinito in termini meno centrali.
Il risultato è una trasformazione della stessa identità della sinistra. Da forza orientata alla redistribuzione e alla regolazione del capitalismo, essa diventa progressivamente il principale vettore politico delle istanze liberal-progressiste sul piano culturale. Questo non significa che i temi dei diritti siano secondari o irrilevanti, ma che essi finiscono per occupare uno spazio sempre più ampio, a fronte di una relativa marginalizzazione della questione economica.
È in questo contesto che si crea il terreno per le dinamiche contemporanee. La riduzione della centralità del conflitto sociale lascia scoperti ampi settori della società, in particolare tra i ceti popolari e le classi medie in difficoltà. Allo stesso tempo, la crescente identificazione della sinistra con un’agenda prevalentemente culturale contribuisce a ridefinire le percezioni e le rappresentazioni politiche.
Comprendere questa trasformazione è essenziale per evitare letture semplicistiche del presente. La crisi della sinistra non è il risultato di un singolo errore o di una scelta isolata, ma l’esito di un processo lungo, in cui mutamenti economici e politici si intrecciano con scelte strategiche e culturali. È su questo sfondo che si inserisce il successo, almeno apparente, delle retoriche che propongono di collocarsi “oltre destra e sinistra”.
3. Il mito dell’“oltre destra e sinistra”
È su questo sfondo — segnato dalla trasformazione della sinistra e dall’indebolimento del conflitto sociale — che prende forma e si diffonde lo slogan dell’“oltre destra e sinistra”. Non si tratta di una semplice formula retorica, ma di un dispositivo politico che intercetta un sentimento reale: la percezione che le categorie tradizionali non riescano più a descrivere adeguatamente la realtà contemporanea.
La crisi dei partiti storici, la convergenza programmatica su molte politiche economiche e la crescente sfiducia nei confronti della rappresentanza hanno alimentato l’idea che destra e sinistra siano diventate etichette vuote, incapaci di orientare l’azione politica. In questo contesto, la proposta di collocarsi “oltre” appare come una soluzione ragionevole: se le categorie non funzionano più, perché continuare a utilizzarle?
Tuttavia, questa conclusione rischia di confondere due livelli distinti. Che destra e sinistra abbiano perso parte della loro capacità descrittiva non implica che il conflitto politico che esse esprimevano sia scomparso. Piuttosto, indica che quel conflitto è stato ridefinito, spostato o reso meno visibile. L’errore dell’“oltre” consiste proprio in questo: scambiare una crisi di rappresentazione per una fine del conflitto.
Quando si osservano le esperienze politiche che si richiamano a questa formula, emergono con una certa chiarezza alcuni esiti ricorrenti. Il primo è quello del centro liberale tecnocratico, che si presenta come superamento delle ideologie ma finisce per accettare come dato il quadro economico esistente, limitandosi a una gestione efficiente dell’esistente. Il secondo è rappresentato dai populismi trasversali, che costruiscono una contrapposizione tra “popolo” ed élite senza però definirne con precisione i contenuti sociali, oscillando tra retorica anti-sistema e politiche spesso coerenti con gli assetti dominanti. Il terzo esito è quello di formazioni ibride e instabili, che tentano di combinare elementi diversi senza riuscire a costruire una sintesi duratura.
Questi tre modelli, pur nella loro diversità, condividono un tratto comune: non eliminano il conflitto, ma lo disarticolano o lo spostano su altri piani. Nel caso del centrismo tecnocratico, il conflitto viene neutralizzato in nome della competenza e della necessità. Nel populismo, viene semplificato e personalizzato, ridotto a uno scontro tra soggetti indistinti. Negli ibridi, viene reso opaco e difficilmente leggibile.
In nessuno di questi casi si realizza un vero superamento della dicotomia destra/sinistra. Piuttosto, si assiste a una sua trasformazione indiretta, in cui le categorie continuano a operare, ma in forma meno esplicita o sotto altre etichette. Il risultato è spesso una perdita di chiarezza: senza strumenti concettuali adeguati, diventa più difficile comprendere chi rappresenta quali interessi e in quale direzione si muovono le politiche adottate.
Per questo motivo, il mito dell’“oltre” appare meno come una soluzione e più come un sintomo della crisi della politica contemporanea. Di fronte alla difficoltà di nominare e organizzare il conflitto, si preferisce dichiararne la fine. Ma una politica che rinuncia a distinguere, a prendere posizione e a riconoscere le linee di frattura della società rischia di diventare una politica senza direzione, o peggio, una politica che lascia intatti i rapporti di forza esistenti sotto una superficie di apparente neutralità.
Se la dicotomia destra/sinistra è oggi problematica, non è perché sia stata superata, ma perché è stata svuotata o resa meno visibile. Il compito non è dunque abbandonarla, ma comprenderne le trasformazioni e verificare se, e in che modo, possa ancora essere utilizzata per interpretare il presente. È a partire da questa esigenza che occorre interrogarsi su ciò che è accaduto al terreno sociale, sempre meno rappresentato dalla sinistra e sempre più conteso da altri attori politici.
4. Il ritorno del sociale… fuori dalla sinistra
Uno degli effetti più rilevanti della trasformazione descritta nei capitoli precedenti è il progressivo indebolimento del legame tra sinistra e rappresentanza delle classi popolari. Non si tratta di una rottura improvvisa, ma di uno slittamento graduale, che nel tempo ha prodotto una conseguenza evidente: ampi settori sociali che un tempo si riconoscevano nella sinistra hanno smesso di percepirla come il proprio referente politico principale.
Questo vuoto non è rimasto tale. È stato progressivamente occupato da altri attori politici, spesso collocati al di fuori della tradizione della sinistra, che hanno saputo intercettare il disagio sociale e tradurlo in consenso. In questo processo, un ruolo centrale è stato svolto dal linguaggio del “popolo”, contrapposto a quello delle élite. Tuttavia, come già accennato, si tratta di una categoria ambigua, il cui significato dipende interamente dal contenuto politico che le viene attribuito.
Nel caso di molti movimenti e leader contemporanei, il richiamo al “popolo” assume una funzione prevalentemente retorica. Esso consente di costruire una narrazione semplificata del conflitto, ma non implica necessariamente l’adozione di politiche coerenti con gli interessi dei ceti popolari. L’esempio di Donald Trump è, in questo senso, particolarmente significativo. La sua retorica si fonda su una critica esplicita alle élite politiche ed economiche, ma le politiche effettivamente adottate — in particolare in ambito fiscale e regolatorio — hanno spesso favorito i settori più ricchi della società.
Questo scarto tra discorso e pratica è ciò che consente di distinguere tra uso demagogico e uso politico del riferimento al “popolo”. Nel primo caso, il termine funziona come dispositivo mobilitante, ma resta privo di un contenuto programmatico definito. Nel secondo, invece, esso si traduce in scelte concrete, in particolare sul piano della redistribuzione e della regolazione economica. È in questo senso che si può affermare che il “popolo” non esiste come dato naturale, ma come costruzione politica: esso prende forma solo attraverso le politiche che ne definiscono i confini e gli interessi.
Il punto centrale è che la sinistra, nel momento in cui ha progressivamente ridimensionato la centralità della questione sociale, ha lasciato spazio a una ridefinizione di questo campo da parte di altri attori. Questi ultimi non si collocano necessariamente “a sinistra” nel senso tradizionale del termine, ma sono in grado di intercettare domande sociali reali, anche se spesso le traducono in forme politiche parziali o contraddittorie.
Ne deriva una situazione paradossale: mentre la sinistra continua a essere associata, nell’immaginario pubblico, alla difesa dei ceti più deboli, la sua capacità effettiva di rappresentarli si è indebolita. Al tempo stesso, forze politiche che adottano una retorica anti-élite riescono a ottenere consenso tra gli stessi ceti, pur senza mettere realmente in discussione i meccanismi di distribuzione della ricchezza.
Questo spostamento contribuisce a rendere più complessa la lettura del quadro politico contemporaneo. Il conflitto sociale non è scomparso, ma ha cambiato forma e collocazione. Non si esprime più necessariamente attraverso le categorie tradizionali della sinistra, ma attraversa spazi politici diversi, talvolta anche in contraddizione con le sue origini.
Comprendere questo processo è essenziale per evitare diagnosi superficiali. Non si tratta semplicemente di un “tradimento” della sinistra o di un “errore” degli elettori, ma di una trasformazione più profonda, in cui mutano sia le forme della rappresentanza sia i linguaggi attraverso cui il conflitto viene articolato. È a partire da questa consapevolezza che si può affrontare uno dei nodi centrali del dibattito contemporaneo: la presunta opposizione tra diritti civili e questione sociale.
5. Il falso conflitto: diritti civili vs questione sociale
Nel dibattito politico contemporaneo si è progressivamente affermata una rappresentazione che oppone diritti civili e questione sociale come se si trattasse di ambiti distinti, se non addirittura in tensione tra loro. Da un lato, una sinistra identificata con la difesa delle libertà individuali e delle minoranze; dall’altro, una domanda sociale legata al lavoro, al reddito e alla sicurezza economica, che troverebbe altrove la propria rappresentanza. Questa contrapposizione è diventata uno dei luoghi comuni più persistenti dell’analisi politica recente.
Eppure, a uno sguardo più attento, tale divisione appare largamente artificiale. Non esistono due società separate — una composta da soggetti portatori di diritti civili e un’altra da soggetti portatori di interessi materiali — ma un unico corpo sociale attraversato da bisogni molteplici e interconnessi. La figura dell’“operaio gay”, per quanto volutamente semplice, è sufficiente a mettere in crisi questa rappresentazione: i diritti civili e quelli sociali non appartengono a soggetti diversi, ma convivono nella stessa persona.
Il problema, dunque, non è sociale, ma politico e discorsivo. È nel modo in cui questi temi vengono rappresentati e articolati che si produce la separazione. Da un lato, il linguaggio dei diritti civili è stato spesso percepito come espressione di élite urbane e istruite, anche quando riguarda soggetti che non appartengono affatto a quelle élite. Dall’altro, la questione sociale è stata talvolta declinata in termini che escludono o marginalizzano le dimensioni legate al riconoscimento e alla dignità individuale.
Questa divisione ha effetti concreti. Indebolisce entrambe le battaglie, perché impedisce la costruzione di una coalizione sociale ampia e coerente. Se i diritti civili vengono percepiti come estranei alle condizioni materiali di vita, rischiano di apparire come rivendicazioni secondarie o elitarie. Se la questione sociale viene separata dai diritti, può essere facilmente riassorbita in narrazioni che ne limitano la portata redistributiva, o che la subordinano ad altre logiche.
In realtà, non vi è alcuna necessità teorica o pratica di scegliere tra questi due piani. La redistribuzione della ricchezza e il riconoscimento dei diritti non sono obiettivi alternativi, ma dimensioni complementari di un progetto politico che mira a ridurre le disuguaglianze e ad ampliare le libertà effettive. Separarli significa accettare una rappresentazione distorta della realtà sociale, che finisce per favorire chi ha interesse a mantenere questa divisione.
Il punto centrale è che i diritti non sono un elemento aggiuntivo o opzionale rispetto alla questione sociale, ma ne fanno parte. Le condizioni materiali di vita incidono direttamente sulla possibilità di esercitare i diritti, così come l’assenza di riconoscimento limita l’accesso alle risorse e alle opportunità. In questo senso, la distinzione tra diritti “civili” e diritti “sociali” può essere utile sul piano analitico, ma diventa fuorviante quando si trasforma in una contrapposizione politica.
Superare questo falso conflitto non significa negare le differenze tra i diversi ambiti, ma rifiutare la loro separazione. Significa riconoscere che la politica non può essere ridotta né alla sola redistribuzione né al solo riconoscimento, ma deve tenere insieme entrambe le dimensioni in un quadro coerente. È a partire da questa integrazione che diventa possibile immaginare una forma di rappresentanza capace di rispondere alle esigenze di un corpo sociale che non è diviso in compartimenti stagni, ma attraversato da bisogni complessi e interrelati.
La persistenza della contrapposizione tra diritti civili e questione sociale è dunque uno dei principali ostacoli alla costruzione di un progetto politico efficace. Non perché i temi in gioco siano irrilevanti, ma perché la loro separazione impedisce di coglierne la connessione profonda. Ricomporre questa frattura è una condizione necessaria per restituire senso a categorie politiche che, lungi dall’essere superate, attendono di essere ridefinite alla luce delle trasformazioni contemporanee.
6. Che cos’è oggi il “popolo”?
Il riferimento al “popolo” occupa una posizione centrale nel linguaggio politico contemporaneo. È una parola potente, capace di mobilitare consenso e di semplificare il quadro dei conflitti. Proprio per questo, però, è anche una delle più ambigue. Tutti parlano in nome del popolo, ma raramente ne definiscono con precisione i confini e il contenuto. Il rischio è che il termine finisca per indicare tutto e il contrario di tutto, perdendo così ogni utilità analitica.
A differenza di quanto spesso si suggerisce, il “popolo” non è una realtà naturale o immediatamente data. Non coincide semplicemente con la totalità dei cittadini, né con una generica comunità nazionale. È piuttosto una costruzione politica, il risultato di un processo di definizione che individua interessi comuni, linee di frattura e forme di rappresentanza. In questo senso, parlare di popolo implica sempre una scelta: stabilire chi ne fa parte, quali interessi lo caratterizzano e quali obiettivi ne orientano l’azione.
Da questo punto di vista, è possibile distinguere almeno due modalità d’uso del termine. La prima è di tipo demagogico: il popolo viene evocato come soggetto unitario e indistinto, contrapposto a élite altrettanto vaghe, senza che questa contrapposizione si traduca in un programma politico definito. Il richiamo al popolo funziona allora come strumento retorico, utile a costruire consenso, ma privo di contenuti verificabili. È in questo senso che si può comprendere il successo di molte narrazioni populiste, che mobilitano il linguaggio del popolo senza mettere in discussione i rapporti economici esistenti.
La seconda modalità è di tipo politico-programmatico. In questo caso, il popolo non è un’entità astratta, ma una coalizione sociale definita da interessi concreti. Esso coincide, in larga misura, con l’insieme dei soggetti che subiscono gli effetti più rilevanti delle disuguaglianze economiche: lavoratori dipendenti, precari, ceti medi in difficoltà, segmenti della popolazione esclusi o marginalizzati dai processi di accumulazione. Qui il riferimento al popolo acquista un significato preciso solo nella misura in cui si traduce in politiche orientate alla redistribuzione, alla regolazione del mercato e alla riduzione delle disuguaglianze.
La differenza tra queste due accezioni non è terminologica, ma sostanziale. Nel primo caso, il popolo è un dispositivo retorico che semplifica il conflitto senza definirlo. Nel secondo, è il risultato di un’operazione politica che individua un campo di interessi e ne propone una rappresentanza. È solo in questo secondo senso che il termine può mantenere una qualche utilità analitica e politica.
Questo chiarimento è particolarmente importante alla luce delle trasformazioni descritte nei capitoli precedenti. Il progressivo indebolimento della rappresentanza sociale da parte della sinistra ha lasciato spazio a un uso sempre più estensivo e indeterminato del riferimento al popolo. In assenza di una definizione programmatica, esso è diventato un contenitore vuoto, riempito di volta in volta da contenuti diversi e talvolta contraddittori.
Recuperare un uso politicamente significativo del termine implica dunque abbandonare le semplificazioni e riconoscere la necessità di una definizione esplicita. Il popolo non è un dato, ma un progetto. Esiste nella misura in cui viene costruito attraverso politiche che ne definiscono i contorni e gli interessi. Senza questa operazione, il riferimento al popolo rischia di rimanere una formula evocativa, incapace di orientare l’azione politica.
In questo senso, la questione del popolo si intreccia direttamente con quella del programma. Non è possibile rivendicare una rappresentanza del popolo senza indicare quali politiche si intendono adottare e quali interessi si vogliono tutelare. È su questo terreno che si misura la differenza tra retorica e politica, tra evocazione e costruzione concreta di un soggetto collettivo.
7. Una proposta: rifondare una sinistra di classe
Se la dicotomia tra destra e sinistra non è superata ma svuotata, e se il conflitto tra diritti civili e questione sociale è in larga parte artificiale, il problema diventa allora eminentemente politico: come ricostruire una forma di rappresentanza capace di tenere insieme queste dimensioni senza cadere nelle semplificazioni che hanno caratterizzato il dibattito recente.
Una prima risposta consiste nel riportare al centro la questione materiale. Ciò non implica una gerarchia di valore tra temi diversi, ma il riconoscimento di un dato elementare: le condizioni economiche incidono in modo diretto sulla possibilità di esercitare diritti e libertà. Senza un intervento significativo sulle disuguaglianze, ogni discorso sui diritti rischia di rimanere parziale o limitato nella sua efficacia. In questo senso, la redistribuzione non è un obiettivo tra gli altri, ma una condizione di possibilità per una cittadinanza effettiva.
Le proposte avanzate da Thomas Piketty rappresentano, da questo punto di vista, un riferimento utile. L’idea di una tassazione fortemente progressiva sui grandi patrimoni, insieme a un rafforzamento delle politiche pubbliche in ambiti come istruzione, sanità e welfare, indica una direzione precisa: intervenire sui meccanismi di accumulazione per ridurre le disuguaglianze strutturali[8]. Si tratta di misure che, benché non presuppongano una rottura rivoluzionaria con il sistema economico esistente, mirano comunque a modificarne in modo significativo gli esiti.
Allo stesso tempo, questa centralità della questione materiale non può tradursi in una marginalizzazione dei diritti civili. Come si è visto, la separazione tra questi due piani è in larga parte artificiale. Una politica orientata alla riduzione delle disuguaglianze non può prescindere dal riconoscimento delle differenze e dalla tutela delle libertà individuali. In altre parole, la redistribuzione e il riconoscimento non sono alternative, ma componenti di un progetto comune.
Da questo punto di vista, alcune esperienze politiche recenti — da Jean-Luc Mélenchon a Jeremy Corbyn, fino a formazioni come SUMAR o i Democratic Socialists of America — non rappresentano soltanto tentativi teorici, ma hanno conseguito risultati elettorali significativi. In Francia, Mélenchon ha sfiorato l’accesso al secondo turno delle presidenziali del 2022 con quasi il 22% dei voti e la coalizione di sinistra costruita attorno al suo movimento ha ottenuto oltre un centinaio di seggi parlamentari, confermandosi come uno dei principali poli del sistema politico. Più recentemente, nelle legislative del 2024, una coalizione di sinistra è risultata competitiva su scala nazionale, attestandosi attorno al 28%. Anche negli Stati Uniti, in un contesto istituzionale profondamente diverso, l’area del socialismo democratico ha conosciuto una crescita visibile: l’elezione di Zohran Mamdani a sindaco di New York nel 2025, con oltre il 50% dei voti, rappresenta in questo senso un segnale significativo della possibilità di costruire consenso attorno a una piattaforma che combina intervento redistributivo e difesa dei diritti. In questa direzione sembrano muoversi anche alcune recenti prese di posizione di leader socialisti e progressisti internazionali: durante l’incontro della “Global Progressive Mobilisation” svoltosi a Barcellona nel 2026, Pedro Sánchez e Luiz Inácio Lula da Silva hanno esplicitamente criticato l’eredità della “terza via”, rilanciando il tema della giustizia sociale, della tassazione dei grandi patrimoni e dell’intervento pubblico nell’economia. Questi dati non indicano un’egemonia, ma smentiscono l’idea che una sintesi tra critica al neoliberismo e difesa dei diritti sia politicamente impraticabile.
Rifondare una sinistra di classe implica operare su più livelli. In primo luogo, sul piano programmatico, attraverso l’elaborazione di politiche che incidano concretamente sulla distribuzione della ricchezza e delle opportunità. In secondo luogo, sul piano del linguaggio, evitando sia la riduzione moralistica dei diritti sia la loro separazione dalle condizioni materiali di vita. Infine, sul piano della rappresentanza, ricostruendo un rapporto con quei settori sociali che si sono progressivamente allontanati dalla sinistra, e che oggi trovano altrove — spesso in forme parziali o contraddittorie — una risposta alle proprie esigenze.
Si tratta, evidentemente, di un compito complesso, che non può essere risolto con formule semplici o slogan. Tuttavia, la difficoltà dell’impresa non ne riduce la necessità. Se la politica vuole recuperare una capacità di orientamento e di trasformazione, deve tornare a misurarsi con i nodi materiali della società contemporanea, senza rinunciare a quei principi di libertà e uguaglianza che ne costituiscono il fondamento.
In questo senso, la prospettiva qui delineata non si colloca “oltre” destra e sinistra, ma si propone di restituire contenuto a una delle due polarità, ridefinendola alla luce delle trasformazioni intervenute. Non si tratta di riproporre modelli del passato, ma di rielaborarne gli elementi alla luce delle condizioni presenti, nella consapevolezza che il conflitto politico, lungi dall’essere superato, continua a rappresentare il terreno su cui si decide l’organizzazione della società.
8. Politica come prassi, non come slogan
Se il mito dell’“oltre destra e sinistra” deriva anche da una crisi di rappresentazione, la sua persistenza è alimentata da un altro elemento: la crescente distanza tra linguaggio politico e azione concreta. In un contesto in cui la comunicazione occupa uno spazio sempre più centrale, la politica tende a essere percepita — e talvolta praticata — come produzione di narrazioni, più che come costruzione di decisioni vincolanti.
Da questo punto di vista, lo slogan dell’“oltre” rappresenta una soluzione apparentemente efficace. Consente di evitare prese di posizione nette, di parlare a pubblici diversi e di sottrarsi al confronto su scelte specifiche. Tuttavia, proprio questa indeterminatezza ne costituisce il limite principale. Una politica che non definisce priorità, strumenti e obiettivi rischia di rimanere confinata nel piano della retorica.
Nei sistemi democratici, la politica si concretizza in atti ben precisi: disegni di legge, riforme, provvedimenti amministrativi. Ogni scelta implica costi, benefici e conseguenze distribuite in modo non uniforme. È in questo passaggio dalla parola all’atto che le categorie politiche recuperano il loro significato. Non perché siano necessarie in quanto tali, ma perché permettono di orientare decisioni che hanno effetti reali sulla distribuzione delle risorse e dei diritti.
In questo senso, il problema non è tanto se una forza politica si definisca di destra o di sinistra, quanto se le politiche che propone e realizza incidano in una direzione riconoscibile. Una riforma fiscale, una legge sul lavoro, un intervento sul welfare o sui diritti civili non sono atti neutri: riflettono una determinata concezione della società e dei rapporti tra i suoi membri. È attraverso queste scelte che si definiscono, in concreto, le linee di frattura che la retorica dell’“oltre” pretende di superare.
La distinzione tra programma e agenda, spesso trascurata nel dibattito pubblico, è qui particolarmente rilevante. Un programma può contenere un insieme coerente di obiettivi, senza gerarchie di valore tra i diversi ambiti. L’azione politica, tuttavia, procede necessariamente per atti specifici, collocati in tempi e contesti determinati. Riconoscere questa dinamica non significa accettare una gerarchia ideologica tra temi, ma prendere atto delle condizioni operative entro cui la politica si muove.
Il rischio, altrimenti, è che alcune questioni rimangano costantemente presenti sul piano dichiarativo, senza tradursi in interventi concreti. In questo modo, la distanza tra discorso e pratica tende ad ampliarsi, alimentando ulteriormente la sfiducia nei confronti della politica e rendendo più credibili le soluzioni semplificate offerte dalle retoriche dell’“oltre”.
Rimettere al centro la dimensione della prassi significa allora riportare l’attenzione su ciò che la politica effettivamente fa. Non si tratta di ridurre il discorso politico a una somma di tecnicalità, ma di ristabilire un legame tra principi e decisioni. È in questo spazio che le categorie di destra e sinistra possono ancora trovare una loro utilità: non come etichette identitarie, ma come strumenti per comprendere e valutare la direzione delle politiche adottate.
In definitiva, una politica che rinuncia a misurarsi con le proprie conseguenze materiali rischia di trasformarsi in un esercizio retorico. Al contrario, una politica che accetta il confronto sulle scelte concrete — anche a costo di esporsi al conflitto — recupera la propria funzione essenziale: orientare l’organizzazione della società attraverso decisioni che incidono sulla vita delle persone. È su questo terreno che il mito dell’“oltre” mostra i suoi limiti, rivelandosi incapace di sostituire categorie che, pur trasformate, continuano a essere necessarie.
Conclusione. Il ritorno del conflitto
Il percorso sviluppato nelle pagine precedenti consente di riformulare in termini più precisi la questione da cui si è partiti. La dicotomia tra destra e sinistra non è stata superata perché resa obsoleta da un’evoluzione lineare della politica, ma perché progressivamente svuotata del suo contenuto originario. La diffusione dello slogan dell’“oltre” rappresenta, in questo senso, meno una soluzione che una reazione a questa perdita di significato.
Il punto centrale è che il conflitto politico non è eliminabile. Le società contemporanee continuano a essere attraversate da tensioni strutturali legate alla distribuzione della ricchezza, all’accesso ai diritti e alla definizione delle priorità collettive. Ignorare o neutralizzare queste tensioni non significa superarle, ma rinunciare a comprenderle e a governarle. È in questo spazio che si inserisce il mito dell’“oltre”, che promette una politica senza fratture ma finisce per oscurare le linee di divisione realmente esistenti.
Recuperare la distinzione tra destra e sinistra non implica un ritorno a forme rigide o dogmatiche di appartenenza. Significa piuttosto riconoscere che la politica richiede strumenti concettuali capaci di orientare l’azione e di rendere leggibili le scelte. Senza queste coordinate, diventa più difficile distinguere tra politiche che rafforzano le disuguaglianze e politiche che le riducono, tra interventi che ampliano i diritti e interventi che li limitano.
In questo quadro, la riflessione sulla trasformazione della sinistra assume un ruolo particolare. Non si tratta di riproporre modelli del passato, né di negare i cambiamenti intervenuti, ma di interrogarsi sulle condizioni di una possibile ridefinizione. La perdita di centralità della questione sociale e la separazione tra diritti civili e materiali hanno contribuito a indebolire la capacità di rappresentanza di ampi settori della società. Ricomporre questa frattura appare oggi come una delle condizioni necessarie per restituire efficacia alla politica.
Ciò implica, come si è visto, un duplice movimento. Da un lato, riportare al centro la dimensione materiale, intervenendo sulle disuguaglianze attraverso politiche redistributive e di regolazione economica. Dall’altro, mantenere fermo il riferimento ai diritti universali, evitando che la loro difesa venga percepita come separata o alternativa rispetto alle condizioni concrete di vita. È nell’integrazione di questi due piani che può prendere forma un progetto politico capace di rispondere alle sfide contemporanee.
In ultima analisi, la politica non ha bisogno di uscire da destra e sinistra, ma di tornare a prenderle sul serio. Non come etichette identitarie o appartenenze immutabili, ma come strumenti per comprendere e orientare il conflitto. Il mito dell’“oltre”, nel momento in cui pretende di neutralizzare questa dimensione, rischia di impoverire il dibattito pubblico e di rendere meno visibili le scelte che contano.
Riconoscere il ritorno del conflitto non significa auspicare una sua radicalizzazione incontrollata, ma accettare che la politica, per essere tale, deve confrontarsi con differenze reali e con interessi divergenti. È solo a partire da questa consapevolezza che diventa possibile restituire alla politica una funzione che appare oggi spesso indebolita: quella di organizzare il confronto tra visioni diverse della società e di tradurlo in decisioni che incidano concretamente sulla vita collettiva.
Note
[1] M. Gauchet, La Révolution française et les droits de l’homme, Gallimard, Paris, 1989; N. Bobbio, Destra e sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica, Donzelli, Roma, 1994.
[2] J.-C. Michéa, Le complexe d’Orphée. La gauche, les gens ordinaires et la religion du progrès, Climats, Paris, 2011; C. Preve, Destra e sinistra. La natura inservibile di due categorie tradizionali, CRT, Pistoia, 1998.
[3] Questo processo non va tuttavia interpretato in modo rigidamente lineare. Sebbene una parte significativa della socialdemocrazia europea finisca progressivamente per accettare l’economia di mercato come quadro stabile di riferimento — processo simbolicamente rappresentato dal Congresso di Bad Godesberg della SPD tedesca del 1959 — all’interno dei partiti socialdemocratici continuano a sopravvivere tensioni e progetti orientati verso forme più avanzate di democrazia economica e controllo collettivo del capitale. Nel Regno Unito, ad esempio, fino alla revisione operata da Tony Blair negli anni Novanta, la Clause IV del Labour Party faceva ancora riferimento alla “common ownership of the means of production, distribution and exchange”. Analogamente, in Svezia, Rudolf Meidner e altri economisti legati alla LO (Landsorganisationen) elaborarono negli anni Settanta il progetto dei “fondi dei salariati”, che prevedeva il trasferimento progressivo di quote del capitale delle grandi imprese ai lavoratori attraverso fondi collettivi controllati sindacalmente. Il piano, che avrebbe potuto portare nel lungo periodo al controllo maggioritario delle imprese da parte dei dipendenti, incontrò una forte opposizione del capitale svedese e non venne pienamente realizzato. Anche il programma con cui François Mitterrand vinse le elezioni presidenziali francesi del 1981 — le 110 Propositions pour la France — prevedeva una significativa espansione dell’intervento pubblico nell’economia, incluse vaste nazionalizzazioni nei settori industriali e bancari. Tali esperienze mostrano come, anche all’interno della socialdemocrazia europea del secondo dopoguerra, continuassero a esistere orientamenti che non si limitavano alla semplice regolazione del capitalismo, ma puntavano a modificarne più profondamente gli equilibri di potere economico.
Cfr. R. Meidner, Employee Investment Funds: An Approach to Collective Capital Formation, Allen & Unwin University, 1978; G. Olsen, The Struggle for Economic Democracy in Sweden, Ashgate, 1992; J. Guinan, “Socialising Capital: Looking Back on the Meidner Plan”, in International Journal of Public Policy, vol. 15, nn. 1-2, 2019; F. Mitterrand, 110 Propositions pour la France, Parti Socialiste, 1981; P. Hall, Governing the Economy, Oxford University Press, 1986; L. Panitch, C. Leys, The End of Parliamentary Socialism: From New Left to New Labour, Verso, 2001.
[4] G. Dimitrov, Questioni del fronte unico e del fronte popolare, Cooperativa Editrice Nuova Cultura, Milano, 1973; F. Claudín, La crisi del movimento comunista, Feltrinelli, Milano, 1974; E.J. Hobsbawm, Il secolo breve, Rizzoli, Milano, 1995.
[5] L. Boltanski, È. Chiapello, Il nuovo spirito del capitalismo, Mimesis, Milano-Udine, 2014.
[6] D. Harvey, Breve storia del neoliberismo, Il Saggiatore, Milano 2007.
[7] A. Giddens, La terza via. Manifesto per la rifondazione della socialdemocrazia, Il Saggiatore, Milano 1999; T. Blair, The Third Way: New Politics for the New Century, Fabian Society, Londra 1998; W. Streeck, Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico, Feltrinelli, Milano 2013; C. Crouch, Postdemocrazia, Laterza, Roma-Bari 2003.
[8] T. Piketty, Il capitale nel XXI secolo, Bompiani, Milano 2014; Id., Capitale e ideologia, La nave di Teseo, Milano 2020.
