Gabriele Repaci
Introduzione
Negli ultimi decenni la salute mentale è divenuta uno dei principali problemi sanitari e sociali delle società contemporanee. La diffusione di depressione, ansia, burnout e altri disturbi psichici è cresciuta parallelamente all'aumento delle diagnosi, dell'impiego di psicofarmaci e dell'offerta di servizi terapeutici. Eppure, nonostante l'espansione degli strumenti destinati alla cura, il disagio psicologico continua a interessare quote sempre più ampie della popolazione.
L'interpretazione dominante tende a ricondurre questo fenomeno a fattori prevalentemente individuali. La sofferenza psichica viene generalmente spiegata attraverso predisposizioni biologiche, vulnerabilità psicologiche o difficoltà di adattamento del singolo individuo, mentre il contesto economico e sociale rimane spesso sullo sfondo, considerato al massimo come un fattore aggravante piuttosto che come una causa strutturale.
Questa impostazione solleva tuttavia un interrogativo difficilmente eludibile. Se il disagio psichico costituisce principalmente un problema individuale, come si spiega il suo aumento simultaneo in gran parte delle economie capitalistiche avanzate, proprio nel periodo storico caratterizzato dalla diffusione del neoliberismo, dalla precarizzazione del lavoro, dall'intensificazione della competizione, dall'espansione dell'indebitamento privato e dalla crescente mercificazione di ambiti sempre più estesi della vita sociale? La coincidenza tra queste trasformazioni e il deterioramento degli indicatori di salute mentale suggerisce la necessità di interrogarsi sul rapporto tra organizzazione economica e sofferenza psichica.
L'ipotesi sostenuta in questo saggio è che la salute mentale non possa essere compresa esclusivamente come questione clinica o psicologica, ma debba essere analizzata anche come fenomeno storico e sociale. Ciò non significa negare il ruolo dei fattori biologici né ridurre la complessità dell'esperienza umana alle sole dinamiche economiche. Significa piuttosto riconoscere che i rapporti sociali di produzione contribuiscono a modellare le condizioni storiche entro cui si formano la personalità, le relazioni sociali, il lavoro, il tempo libero e, più in generale, il benessere psichico degli individui.
A partire da questa prospettiva, il presente saggio si propone di ricostruire una tradizione teorica spesso trascurata, ma sorprendentemente coerente, che interpreta il disagio psichico come una delle contraddizioni del capitalismo moderno. Muovendo dall'opera di Karl Marx e passando attraverso il dialogo tra marxismo e psicoanalisi, fino ai contributi più recenti di David Matthews e James Davies, l'obiettivo è mostrare come sia possibile delineare gli elementi fondamentali di una teoria marxista del disagio psichico, capace di collegare la critica dell'economia politica all'analisi della salute mentale.
- La crisi contemporanea della salute mentale
La crescente diffusione dei disturbi mentali rappresenta oggi una delle principali sfide sanitarie e sociali a livello mondiale. Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità (OMS), i disturbi mentali costituiscono una delle principali cause di disabilità, incidendo profondamente sulla qualità della vita degli individui e determinando costi economici e sociali sempre più elevati.[1] Lungi dal costituire un fenomeno marginale, la diffusione del disagio psichico interessa ormai tutte le principali economie avanzate e coinvolge trasversalmente differenti classi sociali, fasce d'età e categorie professionali.
Tra i disturbi maggiormente diffusi figurano la depressione e i disturbi d'ansia. L'OMS stima che centinaia di milioni di persone nel mondo convivano con una forma clinicamente significativa di depressione o di ansia, rendendo tali patologie tra le principali cause di perdita di anni di vita in buona salute.[2] Accanto a queste condizioni si registra una crescente incidenza di fenomeni quali il burnout lavorativo, i disturbi correlati allo stress cronico e diverse forme di disagio emotivo che, pur non sempre rientrando nelle categorie diagnostiche tradizionali, compromettono significativamente il benessere individuale.
Parallelamente alla crescita della domanda di assistenza psicologica e psichiatrica, si è verificata un'espansione senza precedenti del consumo di psicofarmaci. In numerosi Paesi industrializzati, l'utilizzo di antidepressivi è aumentato costantemente dagli anni Novanta, con incrementi particolarmente marcati nelle economie occidentali.[3] Secondo l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), il consumo di antidepressivi è più che raddoppiato in molti Stati membri nell'arco di poco più di un decennio, riflettendo sia un ampliamento dell'accesso ai trattamenti sia una crescente medicalizzazione del disagio psicologico.[4]
Anche il ricorso ai servizi di salute mentale ha conosciuto una crescita significativa. L'aumento delle diagnosi, l'espansione delle categorie diagnostiche contenute nei manuali psichiatrici e la maggiore disponibilità di trattamenti farmacologici e psicoterapeutici testimoniano una crescente attenzione istituzionale verso il problema.[5] Tuttavia, questo sviluppo dei servizi non sembra essersi tradotto in una corrispondente diminuzione della diffusione del disagio psichico. Al contrario, gli indicatori epidemiologici continuano a descrivere una situazione caratterizzata da una persistente, e in alcuni casi crescente, incidenza dei principali disturbi mentali.
La pandemia di COVID-19 ha ulteriormente aggravato questa tendenza. Numerosi studi hanno documentato un significativo incremento dei disturbi d'ansia e della depressione durante il periodo pandemico, evidenziando come fattori quali l'isolamento sociale, l'incertezza economica e la precarietà occupazionale abbiano inciso profondamente sul benessere psicologico della popolazione.[6] Pur rappresentando un evento eccezionale, la pandemia ha reso più visibili dinamiche che erano già in atto da diversi decenni, accelerando processi preesistenti piuttosto che determinarli ex novo.
L'impatto della crisi della salute mentale non si limita alla dimensione individuale. Secondo l'OMS e l'OCSE, i disturbi mentali comportano costi economici estremamente elevati, derivanti dalla perdita di produttività, dall'assenteismo, dal pensionamento anticipato, dalla riduzione della partecipazione al mercato del lavoro e dall'aumento della spesa sanitaria.[7] Il disagio psichico assume così anche una rilevante dimensione economica, incidendo sulla crescita, sulla sostenibilità dei sistemi di welfare e sulla coesione sociale.
Nel complesso, i dati disponibili delineano un quadro difficilmente contestabile. La crescente diffusione dei disturbi mentali, l'aumento del consumo di psicofarmaci, l'espansione dei servizi dedicati alla cura del disagio psichico e i rilevanti costi economici e sociali ad esso associati indicano l'esistenza di una vera e propria crisi del benessere psicologico nelle società contemporanee. Rimane tuttavia aperta una questione fondamentale. Se il fenomeno presenta un'estensione così ampia e interessa simultaneamente gran parte delle società capitalistiche avanzate, è sufficiente ricondurlo esclusivamente a fattori biologici o individuali, oppure occorre interrogarsi anche sul ruolo svolto dalle trasformazioni economiche e sociali degli ultimi decenni?
- I limiti del paradigma clinico
La constatazione dell'esistenza di una crisi contemporanea della salute mentale non equivale ancora alla sua spiegazione. Sebbene, come si è visto, la crescente diffusione dei disturbi mentali sia ampiamente documentata dalla letteratura scientifica, permane un acceso dibattito sulle cause di tale fenomeno. Negli ultimi decenni, la risposta prevalente è stata fornita dal paradigma clinico, che interpreta il disagio psichico principalmente come una patologia dell'individuo, riconducibile all'interazione tra fattori biologici, genetici, neurochimici e psicologici.
Questa prospettiva ha contribuito in modo determinante allo sviluppo della psichiatria e della psicologia contemporanee. I progressi delle neuroscienze, della psicofarmacologia e delle tecniche psicoterapeutiche hanno migliorato la comprensione di numerosi disturbi mentali e ampliato le possibilità di trattamento. Sarebbe pertanto errato liquidare il paradigma clinico come privo di valore scientifico. Esso ha consentito di alleviare la sofferenza di milioni di persone e rappresenta tuttora uno strumento indispensabile della pratica medica.
I suoi limiti emergono tuttavia quando l'analisi si sposta dal singolo individuo alla popolazione nel suo complesso. Il paradigma clinico è infatti concepito per spiegare perché una determinata persona sviluppi una patologia, non perché, nello stesso periodo storico, si registri un aumento generalizzato della depressione, dei disturbi d'ansia, dello stress cronico o del burnout in gran parte delle economie avanzate. In altre parole, esso descrive efficacemente i meccanismi attraverso cui il disagio si manifesta, ma risulta meno efficace nell'individuare le cause sociali che contribuiscono alla sua diffusione.
Una delle espressioni più note di questo paradigma è stata la cosiddetta teoria dello «squilibrio chimico», secondo la quale disturbi come la depressione deriverebbero principalmente da alterazioni dei neurotrasmettitori cerebrali, in particolare della serotonina. Per diversi decenni questa ipotesi ha orientato sia la divulgazione scientifica sia le strategie terapeutiche, contribuendo alla diffusione degli antidepressivi come principale risposta al disagio depressivo. Negli ultimi anni, tuttavia, la comunità scientifica ha progressivamente ridimensionato tale interpretazione, riconoscendo come le evidenze disponibili non consentano di ricondurre la depressione a un semplice deficit di serotonina o ad altri singoli meccanismi neurochimici.[8]
Parallelamente, il ricorso crescente alla diagnosi psichiatrica e agli psicofarmaci non è stato accompagnato da una riduzione proporzionale della diffusione del disagio psicologico. Al contrario, come si è visto nel capitolo precedente, l'aumento dei trattamenti è coinciso con un costante incremento degli indicatori epidemiologici relativi ai disturbi mentali.
Ciò non significa negare l'utilità della cura clinica. La medicina, la psichiatria e la psicoterapia svolgono un ruolo imprescindibile nella prevenzione e nel trattamento dei disturbi mentali. Tuttavia, la cura del disagio e la spiegazione della sua crescente diffusione costituiscono due problemi distinti. Se il primo appartiene legittimamente all'ambito delle scienze mediche e psicologiche, il secondo richiede necessariamente il contributo della sociologia, dell'economia politica e della filosofia sociale. Ridurre una questione collettiva a una somma di vulnerabilità individuali rischia infatti di trasformare fenomeni storicamente determinati in semplici patologie personali.
Questa osservazione apre una questione teorica di fondamentale importanza. Se il disagio psichico presenta una dimensione sociale, diviene necessario interrogarsi sul rapporto tra l'organizzazione della società e la formazione della soggettività. È precisamente in questa direzione che si sviluppa la tradizione marxista. Pur non avendo mai elaborato una teoria della salute mentale in senso stretto, Karl Marx ha sviluppato categorie – quali lavoro, alienazione e rapporti sociali di produzione – che consentono di analizzare il rapporto tra organizzazione economica e sofferenza umana da una prospettiva radicalmente diversa. È da queste categorie che prenderà avvio il capitolo successivo.
- Marx: alienazione e formazione della soggettività
Se il disagio psichico possiede una dimensione sociale, diviene necessario comprendere in che modo l'organizzazione della società contribuisca a modellare l'esperienza degli individui. Questa prospettiva conduce direttamente all'opera di Karl Marx, la cui riflessione sul lavoro, sull'alienazione e sui rapporti sociali di produzione offre le categorie fondamentali per analizzare il rapporto tra organizzazione economica e soggettività. È proprio su queste categorie che si svilupperanno, nel corso del Novecento, i tentativi di costruire una teoria marxista del disagio psichico.
Nei Manoscritti economico-filosofici del 1844, Marx concepisce il lavoro come la forma fondamentale attraverso cui l'essere umano realizza la propria natura. Diversamente dagli altri animali, l'uomo non si limita a soddisfare bisogni immediati, ma trasforma consapevolmente la natura, proietta i propri fini nell'attività produttiva e riconosce sé stesso nel mondo che contribuisce a creare. Il lavoro rappresenta pertanto molto più di un semplice mezzo di sostentamento: esso costituisce il processo attraverso cui l'individuo sviluppa le proprie capacità, oggettiva la propria personalità e costruisce relazioni con gli altri esseri umani.[9]
Alla base di questa concezione vi è l'idea dell'uomo come Gattungswesen, generalmente tradotta con l'espressione «essere generico». Con tale formula Marx non intende riferirsi a un'essenza astratta o immutabile dell'uomo, bensì alla sua capacità di vivere consapevolmente la propria appartenenza alla specie attraverso un'attività creativa e cooperativa. L'essere umano si distingue infatti per la possibilità di produrre liberamente, di progettare il proprio lavoro e di riconoscersi nei prodotti della propria attività. La realizzazione della persona coincide così con lo sviluppo delle sue potenzialità all'interno di rapporti sociali che ne rendano possibile l'espressione.[10]
Questa impostazione antropologica costituisce il presupposto del concetto di alienazione. Nella società capitalistica il lavoro perde progressivamente il suo carattere di attività libera e creativa per trasformarsi in una prestazione subordinata alle esigenze dell'accumulazione del capitale. Il lavoratore viene anzitutto alienato dal prodotto del proprio lavoro, che non gli appartiene ma si presenta come proprietà del capitalista. È inoltre alienato dall'attività lavorativa stessa, che cessa di rappresentare un'espressione delle proprie capacità e diviene un mezzo necessario alla sopravvivenza. A queste forme di alienazione si aggiungono la separazione dagli altri individui, trasformati in concorrenti o semplici strumenti dello scambio economico, e infine l'alienazione dalla propria natura di essere sociale e creativo.[11]
L'alienazione non costituisce dunque soltanto una categoria economica. Essa descrive una trasformazione complessiva dell'esperienza umana, nella quale il rapporto con il lavoro, con gli altri e con sé stessi viene progressivamente subordinato alla logica della valorizzazione del capitale. In questa prospettiva, il capitalismo non produce esclusivamente merci, ma contribuisce anche a modellare forme specifiche di soggettività, bisogni e relazioni sociali. [12]Marx pone così le basi per comprendere come la struttura dei rapporti sociali di produzione condizioni profondamente le modalità attraverso cui gli esseri umani costruiscono la propria esistenza.
Questa conclusione trova ulteriore conferma nelle opere della maturità. Nell'Ideologia tedesca Marx ed Engels sostengono che la coscienza non può essere compresa indipendentemente dalle condizioni materiali della vita sociale, poiché gli uomini sviluppano le proprie idee all'interno di rapporti storicamente determinati.[13] Analogamente, nel Capitale, Marx osserva che ogni analisi della natura umana deve distinguere tra gli elementi comuni alla specie e le forme storicamente assunte dall'esistenza sociale.[14] La soggettività non costituisce quindi un dato immutabile, ma il risultato di un processo storico nel quale i rapporti sociali di produzione svolgono un ruolo decisivo.
Naturalmente, l'opera di Marx precede lo sviluppo della psicologia clinica e della psicoanalisi, così come le moderne classificazioni dei disturbi mentali. Non sorprende quindi che egli non abbia elaborato una teoria della depressione, dell'ansia o delle altre forme di disagio psichico così come vengono intese oggi. Ciò non diminuisce tuttavia la portata del suo contributo. Marx fornì infatti le categorie teoriche indispensabili per comprendere come il lavoro, l'alienazione e i rapporti sociali di produzione possano incidere sullo sviluppo della personalità e sulla qualità dell'esperienza umana. Saranno gli autori del freudismo marxista a raccogliere questa eredità, tentando per la prima volta di integrare la critica dell'economia politica con la psicoanalisi e di costruire una teoria della soggettività capace di spiegare il rapporto tra organizzazione sociale e sofferenza psichica.
- Dalla psicoanalisi al freudismo marxista
L'incontro tra marxismo e psicoanalisi prende avvio da una questione che l'opera di Marx aveva lasciato aperta: in che modo i rapporti sociali di produzione vengono interiorizzati dagli individui fino a plasmarne la personalità? Se il concetto di alienazione descrive efficacemente la trasformazione del rapporto tra l'uomo, il lavoro e la società, resta ancora da comprendere attraverso quali processi psicologici tale trasformazione si traduca nei desideri, nei bisogni, nei conflitti interiori e, più in generale, nella vita psichica degli individui. È proprio da questo interrogativo che nasce il dialogo tra il marxismo e la psicoanalisi.
Con Sigmund Freud la soggettività diviene oggetto di una nuova indagine scientifica. Attraverso i concetti di inconscio, pulsione e rimozione, la psicoanalisi mostra come il comportamento umano non possa essere spiegato esclusivamente in termini razionali o coscienti. La personalità si forma attraverso un processo complesso nel quale desideri, esperienze infantili, norme sociali e meccanismi inconsci interagiscono costantemente. In questa prospettiva, il disagio psichico non rappresenta soltanto una patologia individuale, ma l'espressione di conflitti che attraversano l'intera esperienza umana.[15]
Pur rappresentando una svolta fondamentale nella comprensione della vita psichica, la teoria freudiana attribuisce un ruolo relativamente marginale ai rapporti economici e sociali. Le dinamiche inconsce vengono analizzate prevalentemente all'interno delle relazioni familiari e del processo di socializzazione, mentre il modo di produzione rimane sullo sfondo. La società compare soprattutto come il contesto entro cui si sviluppano le pulsioni individuali, non come una struttura storica capace di contribuire direttamente alla formazione della personalità. Il dialogo con Marx nasce precisamente dall'esigenza di superare questa separazione tra psicologia e critica dell'economia politica.
Il primo tentativo sistematico di integrare le due prospettive fu elaborato da Wilhelm Reich. Formatosi come psicoanalista nella cerchia di Freud e successivamente avvicinatosi al marxismo, Reich sostenne che la repressione sessuale non potesse essere interpretata esclusivamente come un fenomeno familiare o culturale. Essa costituiva, al contrario, uno dei meccanismi attraverso cui la società contribuiva a riprodurre determinati assetti politici ed economici. La famiglia patriarcale, l'educazione autoritaria e la disciplina imposta fin dall'infanzia partecipavano alla formazione di una personalità predisposta all'obbedienza e all'accettazione dell'autorità.[16]
La riflessione di Reich rappresentò un passaggio decisivo perché spostò l'attenzione dalla sola economia politica ai processi di formazione della soggettività. L'ordine sociale non si riproduce soltanto attraverso le istituzioni economiche o lo Stato, ma anche attraverso la costruzione di specifiche strutture caratteriali. La critica marxiana dell'alienazione veniva così integrata con una teoria della personalità capace di spiegare come i rapporti sociali si radichino nella vita psichica degli individui.
Fu tuttavia Erich Fromm a sviluppare il tentativo più organico di conciliare Marx e Freud. Pur condividendo molte delle intuizioni della psicoanalisi, Fromm rifiutò ogni interpretazione rigidamente biologica delle pulsioni, sostenendo che la personalità si forma soprattutto attraverso l'interazione tra bisogni umani fondamentali e organizzazione della società. Al centro della sua riflessione si colloca il concetto di carattere sociale, inteso come quell'insieme relativamente stabile di orientamenti psicologici che una determinata società tende a produrre affinché gli individui si adattino alle esigenze del sistema economico e delle istituzioni sociali.[17]
Il carattere sociale costituisce probabilmente il punto d'incontro più fecondo tra il marxismo e la psicoanalisi. Se Marx aveva mostrato come i rapporti sociali di produzione condizionino la vita degli individui, Fromm cerca di spiegare attraverso quali processi tali rapporti vengano interiorizzati fino a diventare tratti della personalità. I bisogni, i valori e persino le aspirazioni individuali non sono semplicemente dati naturali, ma risultano profondamente influenzati dal contesto storico nel quale si sviluppano. L'adattamento dell'individuo alla società non avviene soltanto mediante il controllo esterno, ma anche attraverso la formazione di un carattere compatibile con le esigenze della struttura sociale.
Su queste basi Herbert Marcuse elaborò un'ulteriore sintesi tra marxismo e psicoanalisi. In Eros e civiltà egli sostiene che la repressione delle pulsioni non costituisce esclusivamente una condizione inevitabile della convivenza civile, come riteneva Freud, ma assume forme storicamente determinate. Le società capitalistiche avanzate sviluppano modalità specifiche di controllo sociale che eccedono quanto strettamente necessario alla vita collettiva, orientando desideri, consumi e bisogni in funzione della riproduzione dell'ordine economico esistente. La soggettività diviene così uno dei principali terreni sui quali si esercita il potere sociale.[18]
Il dialogo tra marxismo e psicoanalisi trasformò profondamente il problema dell'alienazione. Quest'ultima non veniva più interpretata soltanto come separazione del lavoratore dal prodotto del proprio lavoro, ma come un processo capace di investire l'intera personalità. Il capitalismo non produce soltanto merci e rapporti economici, ma contribuisce anche a plasmare bisogni, desideri, paure e modelli di comportamento funzionali alla propria riproduzione. La critica dell'economia politica si estende così alla critica della soggettività, aprendo una prospettiva destinata a esercitare un'influenza decisiva sul successivo sviluppo del marxismo occidentale.
Alla metà del Novecento erano ormai disponibili gli elementi fondamentali di una teoria della soggettività capace di integrare la critica marxiana dell'alienazione con la psicoanalisi freudiana. Rimaneva tuttavia aperta una questione decisiva: in che modo queste categorie potevano essere applicate alle trasformazioni del capitalismo monopolistico del secondo dopoguerra? Saranno Paul A. Baran e Paul M. Sweezy a raccogliere questa eredità teorica, sviluppando un'analisi nella quale l'alienazione e la formazione della soggettività vengono ricondotte alle caratteristiche del capitalismo maturo.
- Baran e Sweezy: il capitalismo monopolistico e la produzione della soggettività
La teoria della soggettività elaborata dal freudismo marxista si sviluppò principalmente a partire dalle categorie formulate da Marx e dalla psicoanalisi freudiana. Nel secondo dopoguerra, tuttavia, il capitalismo attraversò trasformazioni tali da rendere necessaria una revisione di quel quadro teorico. La crescente concentrazione del capitale, l'affermazione della grande impresa monopolistica, l'espansione della società dei consumi e il ruolo sempre più rilevante della pubblicità modificarono profondamente il funzionamento dell'economia e, con esso, le forme attraverso cui gli individui si rapportavano al lavoro, al consumo e alla vita sociale. Comprendere le conseguenze di questi mutamenti divenne uno dei principali obiettivi della tradizione di Monthly Review.
Fu soprattutto con Il capitale monopolistico, pubblicato nel 1966 da Paul A. Baran e Paul M. Sweezy, che questa analisi trovò una formulazione sistematica. Gli autori sostengono che il capitalismo maturo non possa più essere interpretato esclusivamente attraverso le categorie del capitalismo concorrenziale analizzato da Marx. La concentrazione della produzione e del capitale nelle mani di un numero relativamente ristretto di grandi imprese modifica infatti i meccanismi dell'accumulazione, generando una crescente capacità di produrre ricchezza che il mercato non è più in grado di assorbire spontaneamente. Il problema centrale del capitalismo monopolistico non consiste tanto nella scarsità, quanto nella difficoltà di realizzare il surplus economico prodotto dal sistema.[19]
Per impedire che tale eccedenza si trasformi in stagnazione economica, il capitalismo sviluppa nuovi strumenti di assorbimento del surplus. Tra questi, Baran e Sweezy attribuiscono particolare importanza all'espansione della spesa militare, all'intervento dello Stato, alla crescita del settore finanziario e, soprattutto, alla continua estensione dei consumi. Il consumo cessa così di rappresentare la semplice soddisfazione di bisogni preesistenti e diviene un elemento essenziale del processo di accumulazione. La stabilità del sistema dipende sempre più dalla capacità di creare nuovi mercati e di stimolare una domanda in costante espansione.
In questo contesto la pubblicità assume una funzione profondamente diversa da quella tradizionalmente attribuitale. Essa non si limita a informare il consumatore sull'esistenza di un prodotto, ma contribuisce attivamente alla costruzione dei bisogni e delle preferenze individuali. Il consumo viene progressivamente associato all'identità personale, al successo sociale, alla libertà e alla realizzazione di sé. L'economia non si limita più a produrre beni destinati a soddisfare bisogni esistenti, ma interviene direttamente nella definizione di ciò che gli individui desiderano e considerano necessario per la propria vita.
Questa trasformazione investe inevitabilmente anche la soggettività. Se nelle fasi precedenti del capitalismo il controllo sociale si esercitava prevalentemente attraverso la disciplina del lavoro, nel capitalismo monopolistico esso si estende progressivamente alla sfera del consumo, del tempo libero e della cultura. L'integrazione degli individui nel sistema economico non avviene più soltanto mediante l'obbligo di lavorare, ma anche attraverso la continua sollecitazione a consumare, competere e identificare il benessere con l'acquisizione di merci e servizi. La riproduzione del sistema dipende sempre più dalla formazione di soggetti che interiorizzano spontaneamente tali valori.
L'analisi di Baran e Sweezy amplia così la portata della critica marxista. L'alienazione non riguarda più soltanto il processo produttivo, ma investe l'intero ciclo della riproduzione sociale. Produzione, consumo, cultura e comunicazione appaiono come momenti di un unico processo attraverso il quale il capitalismo monopolistico organizza non soltanto l'attività economica, ma anche le aspettative, gli stili di vita e le forme della socialità. La soggettività viene progressivamente integrata nei meccanismi di accumulazione, rendendo sempre meno distinguibili le esigenze del sistema economico dai bisogni percepiti dagli individui.
Questa prospettiva rappresenta un passaggio decisivo nello sviluppo della teoria marxista della soggettività. Mentre Marx aveva individuato nell'alienazione il tratto caratteristico del lavoro salariato e il freudismo marxista aveva chiarito i processi psicologici attraverso cui l'ordine sociale viene interiorizzato, Baran e Sweezy mostrano come il capitalismo maturo tenda a incorporare l'intera vita sociale nei propri meccanismi di riproduzione. La critica dell'economia politica si estende così all'analisi della società dei consumi e della cultura di massa, aprendo una prospettiva destinata a esercitare una profonda influenza sulle successive elaborazioni della Monthly Review.
È proprio su queste basi teoriche che David Matthews svilupperà la propria interpretazione del disagio psichico. Se Baran e Sweezy dimostrano come il capitalismo monopolistico contribuisca a produrre specifiche forme di soggettività, Matthews si propone di analizzare le conseguenze che tali trasformazioni esercitano sulla salute mentale, ricostruendo il nesso tra organizzazione economica, formazione della personalità e diffusione del disagio psichico.
- David Matthews: verso una teoria marxista della salute mentale
L'applicazione di queste categorie allo studio della salute mentale costituisce il principale contributo teorico di David Matthews. Nei due saggi pubblicati sulla Monthly Review, Mental Health Under Monopoly Capital (2019) e A Theory of Mental Health and Monopoly Capitalism (2020), Matthews raccoglie l'eredità di Marx, del freudismo marxista e della tradizione inaugurata da Baran e Sweezy per elaborare una teoria marxista della salute mentale. Il suo obiettivo non consiste nell'aggiungere un ulteriore tassello a questa tradizione, ma nel ricomporne sistematicamente i principali contributi all'interno di un unico quadro teorico.[20]
L'originalità del contributo di Matthews non consiste nell'introdurre categorie teoriche completamente nuove, bensì nel ricomporre in un quadro coerente gli elementi elaborati dalla tradizione marxista nel corso di oltre un secolo. L'alienazione analizzata da Marx, la teoria della soggettività sviluppata dal freudismo marxista e l'analisi del capitalismo monopolistico proposta da Baran e Sweezy vengono così integrate in una prospettiva unitaria, nella quale la salute mentale non appare più come un fenomeno esclusivamente clinico, ma come una dimensione strettamente connessa ai rapporti sociali di produzione.
Secondo Matthews, uno dei principali limiti delle interpretazioni dominanti consiste nel ricercare le cause del disagio psichico quasi esclusivamente all'interno dell'individuo. Predisposizioni genetiche, alterazioni neurobiologiche, traumi ed esperienze personali costituiscono fattori certamente rilevanti, ma non sono sufficienti a spiegare perché depressione, ansia e altre forme di sofferenza psichica abbiano assunto una diffusione così ampia proprio nelle società capitalistiche avanzate. Per affrontare questa questione è necessario spostare l'analisi dal livello delle cause immediate a quello delle condizioni sociali che rendono possibile la loro diffusione.[21]
È in questo contesto che Matthews introduce una distinzione destinata a svolgere un ruolo centrale nella sua teoria: quella tra cause prossime e cause strutturali. Le prime riguardano i meccanismi attraverso cui il disagio psichico si manifesta nel singolo individuo e comprendono fattori biologici, psicologici e biografici. Le seconde rinviano invece all'organizzazione complessiva della società e alle condizioni storiche entro cui tali fattori operano. La teoria marxista della salute mentale non si propone quindi di negare l'esistenza delle cause prossime, ma di collocarle all'interno di un quadro più ampio, nel quale il capitalismo rappresenta il contesto strutturale che contribuisce a modellare la distribuzione sociale della sofferenza psichica.
Da questa prospettiva, la salute mentale non può essere considerata una semplice caratteristica individuale né il risultato esclusivo dell'equilibrio neurochimico o dell'adattamento psicologico del singolo. Essa costituisce piuttosto una relazione dinamica tra l'individuo e l'ambiente sociale nel quale vive. Le modalità di organizzazione del lavoro, il grado di sicurezza economica, la qualità delle relazioni sociali, la possibilità di partecipare alla vita collettiva e il livello di alienazione presente nella società incidono direttamente sulle condizioni entro cui gli individui sviluppano la propria personalità e il proprio benessere psichico.
In questa prospettiva, il capitalismo monopolistico non produce automaticamente disturbi mentali, ma crea condizioni sociali che tendono ad aumentare la probabilità della loro comparsa e diffusione. La competizione permanente, la precarietà lavorativa, la mercificazione dei rapporti umani, l'individualizzazione delle responsabilità e la subordinazione di un numero crescente di aspetti della vita alla logica del mercato costituiscono fattori che contribuiscono a rendere il disagio psichico un fenomeno strutturale piuttosto che episodico. La sofferenza mentale non viene quindi interpretata come una semplice somma di vulnerabilità individuali, ma come una manifestazione delle contraddizioni proprie dell'organizzazione sociale capitalistica.
L'elaborazione teorica di Matthews rappresenta così il punto di arrivo del percorso ricostruito nei capitoli precedenti. L'alienazione marxiana, il carattere sociale di Fromm e l'analisi del capitalismo monopolistico di Baran e Sweezy cessano di apparire come contributi separati e vengono ricondotti a una teoria unitaria capace di spiegare il rapporto tra economia politica e salute mentale. La critica dell'economia politica si estende definitivamente all'analisi del disagio psichico, mostrando come quest'ultimo non possa essere pienamente compreso se isolato dal contesto storico e sociale nel quale si sviluppa.
La costruzione di una teoria marxista della salute mentale non esaurisce tuttavia il problema. Rimane infatti da comprendere come le società contemporanee affrontino concretamente la crescente diffusione del disagio psichico e perché tale fenomeno continui a essere interpretato prevalentemente come una questione individuale. È questa la prospettiva nella quale si colloca la riflessione di James Davies sulla medicalizzazione della sofferenza e sui limiti delle politiche contemporanee in materia di salute mentale.
- James Davies: la medicalizzazione del disagio psichico nel capitalismo contemporaneo
Se David Matthews ricostruisce le condizioni strutturali che contribuiscono alla diffusione del disagio psichico, James Davies concentra l'attenzione sulle modalità attraverso cui le società contemporanee interpretano e affrontano tale fenomeno. Il problema non riguarda più soltanto le cause della sofferenza mentale, ma anche le categorie attraverso cui essa viene definita, diagnosticata e trattata. In questa prospettiva, la salute mentale diviene un terreno privilegiato per osservare il rapporto tra sapere scientifico, istituzioni sanitarie, industria farmaceutica e organizzazione economica della società.
Nei volumi Cracked e Sedated, Davies sviluppa una critica articolata del paradigma dominante in psichiatria. Pur riconoscendo i progressi compiuti dalla ricerca clinica e l'utilità degli interventi terapeutici, egli sostiene che l'approccio prevalente abbia progressivamente privilegiato una lettura individuale della sofferenza psichica, attribuendo un peso crescente ai fattori biologici e neurochimici e relegando sullo sfondo le determinanti economiche e sociali del disagio.[22]
Secondo Davies, uno degli aspetti più significativi di questa trasformazione riguarda il processo di medicalizzazione della sofferenza. Esperienze strettamente connesse alle condizioni di vita – precarietà lavorativa, isolamento sociale, insicurezza economica, competizione permanente e indebolimento dei legami comunitari – tendono a essere ricondotte entro categorie diagnostiche individuali. Il disagio viene così interpretato prevalentemente come una patologia del singolo, da affrontare mediante interventi clinici, piuttosto che come il possibile riflesso di contraddizioni che attraversano l'organizzazione della società.
Questa tendenza è stata accompagnata da una progressiva espansione delle classificazioni diagnostiche e da un crescente ricorso agli psicofarmaci. Davies osserva come, negli ultimi decenni, l'aumento delle diagnosi di depressione, ansia e altri disturbi mentali non sia stato seguito da una corrispondente riduzione della sofferenza psicologica. Al contrario, mentre si ampliavano gli strumenti diagnostici e terapeutici, gli indicatori epidemiologici continuavano a segnalare una crescente diffusione del disagio psichico. Tale apparente paradosso induce a interrogarsi non soltanto sull'efficacia delle strategie terapeutiche, ma anche sul modo in cui il problema viene concettualizzato.
Particolare rilievo assume, nella riflessione di Davies, la critica alla cosiddetta teoria dello squilibrio chimico. Per molti anni la depressione è stata presentata al grande pubblico come la conseguenza di un deficit di serotonina, favorendo una rappresentazione semplificata della sofferenza mentale e contribuendo alla diffusione dell'idea che il trattamento farmacologico costituisse la risposta privilegiata al problema. Davies mostra come questa interpretazione abbia progressivamente perso consistenza sul piano scientifico, senza tuttavia cessare di esercitare una notevole influenza sul dibattito pubblico e sulle pratiche cliniche.
La critica di Davies non si traduce però in un rifiuto della psichiatria o della psicofarmacologia. Egli non nega che molte persone possano trarre beneficio da percorsi terapeutici o dall'impiego di farmaci. La sua obiezione riguarda piuttosto il rischio di trasformare strumenti terapeutici in modelli esplicativi complessivi. Quando la sofferenza viene interpretata esclusivamente attraverso categorie cliniche, il contesto sociale tende progressivamente a scomparire dall'analisi. La risposta al disagio si concentra allora sull'adattamento dell'individuo alle condizioni esistenti, mentre le cause strutturali che contribuiscono a produrre tale sofferenza rimangono sostanzialmente inalterate.
Da questo punto di vista, la riflessione di Davies completa la prospettiva delineata nei capitoli precedenti. Se Matthews mostra come il capitalismo monopolistico contribuisca a creare condizioni favorevoli alla diffusione del disagio psichico, Davies analizza il modo in cui quello stesso sistema tende a gestire tale sofferenza attraverso processi di medicalizzazione e individualizzazione. La critica non riguarda la medicina in quanto tale, bensì la tendenza a ricondurre problemi radicati nell'organizzazione economica e sociale a vulnerabilità prevalentemente individuali.
L'insieme delle riflessioni esaminate in questo saggio conduce così a una conclusione comune. La salute mentale non può essere pienamente compresa isolando l'individuo dal contesto storico nel quale vive. Essa si colloca all'intersezione tra biologia, psicologia e rapporti sociali di produzione, rendendo necessaria un'analisi capace di integrare la dimensione clinica con quella economica, politica e culturale. È proprio questa prospettiva che la tradizione marxista, da Marx fino a Matthews e Davies, consente di ricostruire.
- Conclusione. Per una teoria marxista del disagio psichico
I capitoli precedenti hanno ricostruito una tradizione teorica che, da Marx fino agli autori contemporanei della Monthly Review, interpreta la salute mentale come un fenomeno storicamente e socialmente determinato. È ora possibile trarre da questa ricostruzione una conclusione di carattere generale e proporre una definizione unitaria del disagio psichico all'interno della prospettiva marxista.
L'essere umano non è soltanto un organismo biologico né un individuo isolato. La sua personalità si sviluppa all'interno di rapporti sociali che possono favorire oppure ostacolare la piena realizzazione delle sue potenzialità. La salute mentale non può quindi essere compresa indipendentemente dal tipo di società nella quale gli individui vivono, lavorano e costruiscono la propria esistenza. Ogni società contribuisce infatti a produrre specifiche forme di soggettività, modellando bisogni, valori, aspettative e modalità attraverso cui gli individui costruiscono la propria esistenza.
Da questa prospettiva, il benessere psichico dipende dalla possibilità di soddisfare alcuni bisogni umani fondamentali. Tra essi assumono particolare rilievo la possibilità di svolgere un'attività creativa nella quale riconoscersi, costruire relazioni autentiche fondate sulla cooperazione piuttosto che sulla competizione, sentirsi parte integrante della comunità e della natura e sviluppare liberamente la propria personalità. Queste esigenze non rappresentano semplici preferenze individuali, ma condizioni essenziali per uno sviluppo umano non alienato. Esse esprimono infatti le condizioni attraverso cui l'essere umano realizza la propria natura di essere sociale e creativo. Una società che ne ostacola sistematicamente lo sviluppo non limita soltanto la libertà degli individui, ma la loro stessa possibilità di realizzarsi pienamente come esseri umani.
Il capitalismo, soprattutto nella sua fase monopolistica e neoliberale, tende invece a limitare sistematicamente tali possibilità. Non si tratta semplicemente di un sistema economico fondato sulla produzione di merci. Il capitalismo tende progressivamente a subordinare alla logica dell'accumulazione anche quelle dimensioni dell'esistenza che costituiscono il fondamento della realizzazione umana. Il lavoro viene progressivamente frammentato, standardizzato e subordinato alle esigenze dell'accumulazione; i rapporti sociali sono sempre più mediati dalla concorrenza e dallo scambio mercantile; il consumo sostituisce la partecipazione come principale forma di integrazione sociale; la natura viene ridotta a risorsa economica e la comunità si dissolve sotto la pressione dell'individualismo competitivo. In queste condizioni, l'individuo fatica sempre più a riconoscersi nella propria attività, nelle proprie relazioni e, infine, in sé stesso.
L'alienazione cessa così di rappresentare esclusivamente una categoria economica e diviene una condizione esistenziale che attraversa l'intera vita sociale. Il nesso tra alienazione e disagio psichico risiede nel fatto che l'essere umano realizza la propria natura soltanto attraverso un'attività creativa nella quale possa riconoscersi, relazioni autentiche fondate sulla cooperazione, l'appartenenza a una comunità e un rapporto non meramente strumentale con la natura. Quando queste condizioni vengono sistematicamente negate, l'individuo viene progressivamente separato dalla propria natura di essere sociale e creativo. Il lavoro perde il suo significato umano e diviene mera sopravvivenza; le relazioni sociali vengono subordinate alla competizione; il consumo sostituisce la partecipazione alla vita collettiva; l'identità personale viene progressivamente misurata in termini di produttività e successo economico. L'alienazione consiste precisamente in questa separazione dell'individuo dalle condizioni che rendono possibile il pieno sviluppo della sua umanità. Privato della possibilità di riconoscersi nella propria attività, di sviluppare liberamente le proprie capacità e di costruire relazioni autentiche, l'individuo sperimenta una crescente frattura tra ciò che potrebbe essere e la vita che è concretamente costretto a condurre. Il lavoro non esprime più la sua personalità, le relazioni diventano strumentali, la comunità si dissolve e persino i desideri vengono progressivamente modellati dal mercato. L'ansia, la depressione, il senso di vuoto, l'isolamento e altre forme di disagio psichico possono allora essere interpretati non semplicemente come reazioni individuali a condizioni di vita difficili, ma come possibili manifestazioni della contraddizione tra la natura sociale e creativa dell'essere umano e rapporti sociali che ne impediscono la piena realizzazione. Tali fenomeni non possono essere ricondotti automaticamente al capitalismo né spiegati esclusivamente attraverso di esso, ma risultano più comprensibili se inseriti all'interno dei rapporti sociali che esso produce e riproduce.
Una teoria marxista del disagio psichico non implica quindi la negazione delle dimensioni biologiche o psicologiche della sofferenza mentale. Essa propone piuttosto di integrarle in un'analisi più ampia, nella quale il modo in cui una società organizza il lavoro, la produzione, il consumo e le relazioni sociali diviene parte integrante della spiegazione del benessere e della sofferenza degli individui. Curare il disagio rappresenta un compito imprescindibile della medicina e della psicologia; comprenderne le cause profonde richiede invece di interrogarsi criticamente sui rapporti sociali che modellano l'esistenza umana. In questa prospettiva, la salute mentale cessa di essere esclusivamente una questione clinica e diviene anche una questione di organizzazione sociale. Una società che impedisce agli individui di riconoscersi nel proprio lavoro, nelle proprie relazioni e nella propria vita non produce soltanto disuguaglianza economica: produce anche alienazione e crea le condizioni nelle quali il disagio psichico può più facilmente svilupparsi. La lotta contro il disagio psichico non consiste quindi soltanto nel curare gli individui, ma anche nel costruire una società nella quale ciascuno possa riconoscersi nella propria attività, nelle proprie relazioni e nella propria umanità.
Note
[1] World Health Organization, World Mental Health Report: Transforming Mental Health for All, WHO, Geneva, 2022.
[2] Ivi.
[3] Organisation for Economic Co-operation and Development (OECD), Health at a Glance 2023: OECD Indicators, OECD Publishing, Paris, 2023, sezione “Pharmaceutical consumption”.
[4] Ivi.
[5] James Davies, Sedated: How Modern Capitalism Created Our Mental Health Crisis, Atlantic Books, London, 2022.
[6] COVID-19 Mental Disorders Collaborators, "Global prevalence and burden of depressive and anxiety disorders in 204 countries and territories in 2020 due to the COVID-19 pandemic", The Lancet, vol. 398, n. 10312, 2021, pp. 1700-1712.
[7] World Health Organization, World Mental Health Report, cit.; Organisation for Economic Co-operation and Development, Health at a Glance, cit.
[8] Joanna Moncrieff et al., "The serotonin theory of depression: a systematic umbrella review of the evidence", Molecular Psychiatry, vol. 28, 2023, pp. 3243-3256.
[9] Karl Marx, Economic and Philosophic Manuscripts of 1844, in Marx/Engels Collected Works, vol. 3, Lawrence & Wishart, London, 1975, pp. 229-346; trad. it. Manoscritti economico-filosofici del 1844, a cura di Norberto Bobbio, Einaudi, Torino, 1949.
[10] Karl Marx, Economic and Philosophic Manuscripts of 1844, cit.; trad. it. Manoscritti economico-filosofici del 1844, cit.
[11] Karl Marx e Friedrich Engels, The German Ideology, in Marx/Engels Collected Works, vol. 5, Lawrence & Wishart, London, 1976; trad. it. L'ideologia tedesca, Editori Riuniti, Roma, 1972.
[12] Questa interpretazione dell'alienazione trova un importante sviluppo nella riflessione di Antonio Gramsci sul fordismo e sul taylorismo. Nei Quaderni del carcere, Gramsci osserva come, nel lavoro artigianale, l'umanità e la spiritualità del lavoratore trovassero la loro massima espressione nell'opera prodotta, nella quale l'individuo poteva ancora riconoscersi. L'organizzazione scientifica del lavoro propria del taylorismo tende invece a distruggere questo rapporto, riducendo progressivamente il lavoratore a una semplice funzione del processo produttivo. L'obiettivo dell'industriale moderno non consiste nello sviluppare l'intelligenza, l'iniziativa o la creatività dell'operaio, ma nel massimizzarne l'efficienza fisica e la prevedibilità dei comportamenti. Non è un caso che Frederick Winslow Taylor descrivesse l'operaio ideale come un «gorilla ammaestrato», espressione che Gramsci richiama per evidenziare la radicale disumanizzazione implicita nell'organizzazione capitalistica del lavoro. Il fine ultimo del taylorismo consiste infatti nello «sviluppare nell'uomo lavoratore al massimo la parte macchinale, spezzare il vecchio nesso psico-fisico del lavoro professionale qualificato che domandava una certa partecipazione dell'intelligenza, dell'iniziativa, della fantasia del lavoratore, per ridurre le operazioni di produzione al solo aspetto fisico». Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino, 1975, Quaderno 22 (V), §11, pp. 2165-2166.
[13] Karl Marx, Capital. A Critique of Political Economy, vol. I, Lawrence & Wishart, London, 1977; trad. it. Il capitale. Critica dell'economia politica, Libro I, Editori Riuniti, Roma, 1974.
[14] David Matthews, "A Theory of Mental Health and Monopoly Capitalism", Monthly Review, vol. 71, n. 10, marzo 2020.
[15] Sigmund Freud, Vorlesungen zur Einführung in die Psychoanalyse (1916-1917), trad. it. Introduzione alla psicoanalisi, Bollati Boringhieri, Torino, 1969.
[16] Wilhelm Reich, Massenpsychologie des Faschismus (1933), trad. di Furio Belfiore e Anneliese Wolf, trad. it. Psicologia di massa del fascismo, Arnoldo Mondadori, Milano, 1974
[17] Erich Fromm, Escape from Freedom (1941), trad. it. Fuga dalla libertà, Edizioni di Comunità, Milano, 1963; Id., The Sane Society (1955), trad. it. Psicanalisi della società contemporanea, Edizioni di Comunità, Milano, 1960.
[18] Herbert Marcuse, Eros and Civilization. A Philosophical Inquiry into Freud (1955), trad. it. Eros e civiltà, Einaudi, Torino, 1964.
[19] Paul A. Baran e Paul M. Sweezy, Monopoly Capital. An Essay on the American Economic and Social Order (1966), trad. it. Il capitale monopolistico. Saggio sulla struttura economica e sociale americana, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1968.
[20] David Matthews, "Mental Health Under Monopoly Capital", Monthly Review, vol. 70, n. 8, gennaio 2019; Id., "A Theory of Mental Health and Monopoly Capitalism", Monthly Review, vol. 71, n. 10, marzo 2020.
[21] David Matthews, "A Theory of Mental Health and Monopoly Capitalism", cit.
[22] James Davies, Cracked. Why Psychiatry Is Doing More Harm Than Good, Icon Books, London, 2013; Id., Sedated. How Modern Capitalism Created Our Mental Health Crisis, Atlantic Books, London, 2022.
