Gabriele Repaci


A proposito del volume di Helen McCabe, “John Stuart Mill, Socialist”, McGill-Queen’s University Press, Montréal–Kingston, 2021

«Se dunque la scelta si dovesse fare tra il comunismo con tutte le sue possibilità ancora da esplicare, e lo stato presente della società con, tutte le sue sofferenze e le sue ingiustizie; se l’istituto della proprietà privata dovesse portare con sè, come conseguenza necessaria, che il prodotto del lavoro fosse distribuito come noi vediamo che avviene attualmente, cioè praticamente in proporzione inversa al lavoro – le quote maggiori a favore di quelli che non hanno mai lavorato del tutto, quelle appena un po’ più piccole a coloro il cui lavoro è puramente nominale, e così avanti in progressione discendente, con la remunerazione che diminuisce sempre di più via via che il lavoro diventa più gravoso e sgradevole, finché il lavoro più massacrante e distruttivo non dà la sicurezza di poter guadagnare neppure il necessario per sopravvivere; se l’alternativa fosse tra questo e il comunismo, allora tutte le difficoltà, grandi o piccole, del comunismo, peserebbero sulla bilancia come polvere».

John Stuart Mill, Principi di economia politica, libro II, cap. I, § 3, in Collected Works of John Stuart Mill, vol. II, a cura di John M. Robson, University of Toronto Press, Toronto, 1965, p. 207.

 

Nella storia del pensiero politico moderno, John Stuart Mill occupa una posizione apparentemente indiscutibile: quella di uno dei maggiori esponenti del liberalismo ottocentesco. Autore di On Liberty, difensore dell'autonomia individuale contro le ingerenze del potere politico e della pressione sociale, sostenitore della libertà di espressione, dell'emancipazione femminile e dell'estensione del suffragio, il filosofo inglese viene abitualmente annoverato tra i padri della tradizione liberale contemporanea. Una collocazione certamente legittima, che rischia tuttavia di diventare fuorviante quando induce a trascurare un'altra componente, non meno importante, della sua riflessione: l'adesione a un ideale socialista fondato sulla cooperazione, sull'uguaglianza e sul superamento della subordinazione del lavoro al capitale. Non si tratta di un aspetto marginale, di una simpatia occasionale o di un'incertezza giovanile successivamente abbandonata. Mill arrivò a collocarsi esplicitamente sotto la denominazione generale di socialista e continuò a interrogarsi sulle possibilità di trasformazione dell'organizzazione economica e sociale fino agli ultimi anni della sua vita.

Che questa dimensione del suo pensiero non fosse sconosciuta ai contemporanei è testimoniato, del resto, da una fonte particolarmente significativa. August Bebel, uno dei maggiori dirigenti del movimento socialista tedesco, nel suo celebre La donna e il socialismo ricordava come Mill, dopo essersi adoperato per riformare la società borghese, fosse infine approdato al socialismo. Il giudizio di Bebel risentiva naturalmente della sua prospettiva politica e tendeva a presentare quell'approdo come l'esito conclusivo dell'insufficienza delle riforme liberali. Resta però il fatto che un protagonista della socialdemocrazia marxista riconoscesse apertamente il socialismo di un pensatore che la successiva canonizzazione accademica avrebbe identificato soprattutto con il liberalismo. La questione, dunque, non consiste semplicemente nello scoprire un Mill sconosciuto, quanto piuttosto nel comprendere come e perché una parte così rilevante della sua filosofia abbia potuto essere separata dal resto della sua opera.

È precisamente questo il problema affrontato da Helen McCabe in John Stuart Mill, Socialist, un lavoro di notevole interesse che si propone di ricostruire il socialismo milliano non come un'appendice della sua filosofia politica, ma come una componente essenziale della sua concezione della libertà, del progresso e dello sviluppo umano. L'autrice contesta tanto le interpretazioni che ridimensionano l'adesione socialista di Mill quanto quelle che la considerano incompatibile con i suoi principi liberali. La sua tesi è che, per comprendere davvero il filosofo inglese, occorra abbandonare la contrapposizione schematica tra un Mill liberale e un Mill socialista, riconoscendo invece la continuità di un itinerario intellettuale nel quale la critica delle istituzioni economiche esistenti procede di pari passo con la difesa dell'individualità. Il risultato è una rilettura che restituisce al pensiero milliano una radicalità spesso attenuata dalle interpretazioni più convenzionali.

Il primo merito del volume consiste nel ricollocare tale evoluzione nel contesto della formazione filosofica e politica di Mill. Educato dal padre James Mill secondo i principi dell'utilitarismo benthamiano e del radicalismo filosofico, il giovane John Stuart aveva inizialmente assimilato una concezione del progresso largamente identificata con la diffusione della razionalità, la riforma delle istituzioni e il superamento dei privilegi tradizionali. La celebre crisi intellettuale ed esistenziale attraversata negli anni Venti dell'Ottocento contribuì però a mettere in discussione l'idea che il benessere umano potesse essere ricondotto alla semplice somma delle soddisfazioni individuali o all'efficienza delle istituzioni. L'incontro con nuove correnti culturali e politiche, tra le quali il saint-simonismo, ampliò progressivamente il suo orizzonte, inducendolo a considerare il carattere storico delle forme sociali e la possibilità di un'organizzazione della convivenza radicalmente diversa da quella esistente.

McCabe attribuisce particolare importanza a questo allargamento della prospettiva. Il socialismo di Mill non nasce da un improvviso ripudio dell'utilitarismo, ma da una trasformazione del modo in cui egli concepisce le condizioni necessarie alla felicità e al perfezionamento degli esseri umani. Se lo scopo delle istituzioni deve essere quello di favorire il massimo benessere possibile, non vi è ragione di considerare definitive le forme della proprietà, dell'impresa o della distribuzione della ricchezza che caratterizzano una determinata epoca. Al contrario, esse devono essere giudicate in rapporto ai loro effetti sulla vita concreta degli individui. L'utilitarismo, anziché imporre la conservazione dell'ordine economico esistente, può dunque fornire gli strumenti per sottoporlo a una critica radicale. È un passaggio particolarmente importante, perché permette all'autrice di mostrare come l'orientamento socialista non si sviluppi contro i fondamenti della filosofia milliana, ma attraverso una loro rielaborazione.

Un ruolo significativo spetta naturalmente a Harriet Taylor, la cui collaborazione intellettuale con Mill è ormai impossibile da considerare secondaria. Tuttavia, McCabe respinge, a ragione, l'interpretazione secondo cui il socialismo del filosofo sarebbe stato essenzialmente il prodotto dell'influenza esercitata dalla futura moglie. Una simile ricostruzione finirebbe per privare Mill della responsabilità delle proprie convinzioni e, paradossalmente, per ridurre la stessa Taylor a una figura la cui importanza consisterebbe soprattutto nell'avere introdotto dall'esterno idee estranee al sistema del marito. L'autrice preferisce ricostruire un rapporto di elaborazione comune, nel quale l'interesse per l'uguaglianza, l'emancipazione delle donne e la trasformazione dei rapporti economici si intreccia con una concezione condivisa della libertà. Né appare convincente l'idea di una parentesi socialista circoscritta agli anni Quaranta e Cinquanta, seguita da un ritorno al liberalismo dopo la morte di Taylor nel 1858. Gli scritti successivi e l'attenzione persistente per il movimento cooperativo testimoniano una continuità che questa periodizzazione non riesce a spiegare.

La parte più sostanziosa dell'argomentazione riguarda la critica milliana del capitalismo. Nei Principi di economia politica, pubblicati nel 1848 e successivamente rielaborati, Mill prende le distanze dall'identificazione tra le leggi della produzione e quelle della distribuzione. Se le prime dipendono anche da condizioni materiali e tecniche, le seconde sono determinate in larga misura dalle istituzioni, dalle consuetudini e dai rapporti sociali. La distribuzione della ricchezza non rappresenta pertanto un risultato immutabile della natura, ma il prodotto di un'organizzazione storicamente determinata. Questa distinzione, che costituisce uno dei passaggi più celebri della sua economia politica, apre uno spazio considerevole alla critica dell'ordine esistente e alla possibilità di trasformarlo.

McCabe mostra come tale critica investa questioni che vanno ben oltre la povertà o l'ineguaglianza dei redditi. Mill contesta una società nella quale l'accesso alle risorse dipende largamente dall'accidente della nascita, la proprietà ereditaria perpetua privilegi indipendenti dal merito e il lavoro più faticoso riceve spesso la remunerazione più modesta. La denuncia contenuta nel passo riportato in apertura è particolarmente eloquente: la ricchezza tende a concentrarsi nelle mani di coloro che lavorano meno, mentre chi sostiene il peso maggiore della produzione dispone sovente di mezzi insufficienti a garantirsi un'esistenza dignitosa. È difficile conciliare una simile rappresentazione della società capitalistica con l'immagine di un pensatore impegnato nella sua difesa incondizionata.

L'autrice insiste inoltre su un elemento decisivo: l'obiezione di Mill non riguarda soltanto la distribuzione dei risultati dell'attività economica, ma anche i rapporti di dipendenza che essa produce. Il lavoratore salariato può godere formalmente di diritti civili e politici e rimanere, nella propria esistenza quotidiana, subordinato alla volontà di un proprietario. La separazione tra chi dirige e chi esegue, tra chi possiede il capitale e chi dispone soltanto della propria capacità lavorativa, determina una disuguaglianza che non può essere misurata esclusivamente attraverso il livello delle retribuzioni. Essa investe l'indipendenza personale, la dignità e la possibilità di partecipare alle decisioni che governano una parte essenziale della vita. La libertà, per Mill, non è semplicemente assenza di impedimenti giuridici: richiede condizioni sociali che consentano agli individui di esercitare concretamente la propria autonomia.

Questo non significa che Mill considerasse impossibile qualsiasi miglioramento all'interno di un regime di proprietà privata. Al contrario, una delle distinzioni sulle quali McCabe richiama opportunamente l'attenzione è quella tra la proprietà privata così come storicamente esiste e la proprietà privata quale potrebbe diventare attraverso profonde riforme. Una legislazione successoria meno favorevole alla concentrazione ereditaria della ricchezza, una diversa distribuzione della proprietà fondiaria, sistemi di partecipazione dei lavoratori agli utili, migliori garanzie sociali e una maggiore uguaglianza delle opportunità avrebbero potuto modificare considerevolmente la società ottocentesca. Mill rifiutava di giudicare il socialismo soltanto attraverso i suoi progetti ideali, confrontandolo con un capitalismo assunto nella sua forma presente come inevitabile; ma rifiutava anche di considerare le ingiustizie del capitalismo realmente esistente come caratteristiche necessarie di ogni possibile regime proprietario.

La distinzione è importante, perché impedisce di attribuirgli una conclusione che egli non aveva raggiunto. Mill non identificava automaticamente la proprietà privata con lo sfruttamento e non riteneva dimostrato che qualsiasi forma di organizzazione fondata sulla proprietà individuale dovesse necessariamente riprodurre tutte le ingiustizie del capitalismo del suo tempo. È proprio qui che la ricostruzione di McCabe acquista particolare profondità. L'autrice non si limita infatti a descrivere un Mill favorevole alle riforme sociali, ma sottolinea come persino un regime di proprietà privata profondamente migliorato lasciasse irrisolti problemi essenziali. «La proprietà individuale conduce sempre a disuguaglianze; il lavoro salariato comporta sempre una mancanza di libertà per i lavoratori, anche in presenza di una partecipazione agli utili», osserva McCabe (p. 91). Il superamento di tali limiti richiede dunque qualcosa di più di una distribuzione meno ingiusta della ricchezza.

È in questa prospettiva che assume rilievo il movimento cooperativo. Per Mill, la cooperativa non rappresenta semplicemente uno strumento attraverso il quale i lavoratori possono ottenere una quota maggiore del prodotto, ma una forma di organizzazione economica capace di trasformare la loro posizione all'interno del processo produttivo. «La cooperazione garantisce la libertà», scrive McCabe, poiché i suoi membri «si autogovernano e sono indipendenti, lavorano come eguali all'interno di un'impresa democratica» (p. 203). Nell'impresa cooperativa, i produttori partecipano alla proprietà e al governo dell'attività comune, eleggono i propri dirigenti e stabiliscono collettivamente le regole della collaborazione. Il rapporto tra capitale e lavoro cessa così di coincidere necessariamente con la subordinazione di una classe a un'altra. La democrazia, tradizionalmente concepita come principio di organizzazione della vita politica, viene estesa alla sfera della produzione.

McCabe individua proprio in questa prospettiva cooperativa il nucleo dell'ideale socialista milliano. Non si tratta di una concezione fondata sull'accentramento dell'intera economia nelle mani dello Stato, né di un progetto che richieda l'abolizione di ogni forma di scambio o di autonomia delle comunità produttive. Mill immagina piuttosto una trasformazione graduale, volontaria e decentrata, nella quale le associazioni dei lavoratori possano svilupparsi e dimostrare concretamente la propria superiorità rispetto all'impresa capitalistica tradizionale. L'autrice mostra inoltre come egli guardasse con interesse a esperienze e proposte differenti, comprese quelle riconducibili a Owen, Fourier e Saint-Simon, senza aderire integralmente ad alcuna scuola. Il suo socialismo rimane sperimentale e pluralistico, ostile alla pretesa di definire una volta per tutte le istituzioni della società futura.

Sarebbe però riduttivo identificare tale concezione con una semplice economia di mercato nella quale i capitalisti siano stati sostituiti da cooperative. McCabe ricorda che Mill attribuiva un'importanza fondamentale anche alla trasformazione delle motivazioni individuali e dei rapporti sociali. La cooperazione avrebbe dovuto incoraggiare comportamenti diversi dalla ricerca esclusiva del vantaggio personale, sostituendo progressivamente all'antagonismo tra le classi un sentimento di solidarietà e di partecipazione a un'impresa comune. In questo senso, la trasformazione economica e quella morale sono inseparabili. Non basta cambiare i titolari della proprietà se rimangono immutati i criteri attraverso i quali gli individui valutano il successo, la ricchezza e i rapporti con gli altri.

Tale impostazione si comprende meglio considerando il ruolo che l'autrice attribuisce ai principi fondamentali della filosofia politica milliana: utilità, sicurezza, progresso, libertà, uguaglianza e fraternità. L'utilità non coincide con una giustificazione dell'egoismo economico, ma costituisce il criterio generale attraverso il quale valutare istituzioni capaci di promuovere un'esistenza umana più ricca e soddisfacente. La sicurezza garantisce agli individui condizioni relativamente stabili entro le quali sviluppare i propri progetti; il progresso indica la possibilità di superare assetti sociali che limitano le capacità umane; l'uguaglianza e la fraternità richiedono relazioni meno gerarchiche e meno antagonistiche. La libertà, infine, non viene sacrificata a questi obiettivi, ma trova in essi alcune delle proprie condizioni di realizzazione.

È particolarmente significativo che McCabe non presenti questi principi come esigenze separate, destinate inevitabilmente a entrare in conflitto. Nella concezione milliana, l'indipendenza personale e l'uguaglianza sociale possono rafforzarsi reciprocamente. Una maggiore uguaglianza delle condizioni materiali riduce le forme di dipendenza che limitano l'autonomia; la partecipazione alle decisioni collettive sviluppa capacità individuali che un'organizzazione autoritaria del lavoro tende invece a reprimere. La cooperativa, pertanto, non è desiderabile soltanto perché più giusta nella distribuzione dei benefici, ma perché consente ai lavoratori di diventare soggetti attivi della propria esistenza economica. In questa lettura, il socialismo non costituisce il prezzo da pagare per ottenere una maggiore uguaglianza, bensì una possibile forma di ampliamento della libertà.

La riflessione di Mill, del resto, non si esaurisce nell'organizzazione della produzione. Uno degli aspetti più interessanti del volume è l'attenzione dedicata al carattere complessivo del suo ideale sociale. McCabe ricostruisce una prospettiva nella quale la democratizzazione dell'economia si accompagna all'allargamento della partecipazione politica, alla riforma dell'educazione, al superamento delle gerarchie familiari e alla trasformazione delle relazioni tra uomini e donne. Il sostegno milliano all'emancipazione femminile non costituisce quindi una posizione isolata, da collocare accanto alle sue idee economiche, ma appartiene alla medesima concezione dell'indipendenza umana. Una società nella quale la subordinazione sia contestata nella sfera politica e produttiva, ma rimanga intatta all'interno della famiglia, non potrebbe realizzare compiutamente quell'ideale di libertà e uguaglianza.

Anche sotto questo profilo, il contributo di Harriet Taylor assume una particolare rilevanza. La critica delle convenzioni che restringono l'autonomia delle donne, la denuncia del matrimonio come rapporto storicamente diseguale e la richiesta di un'effettiva parità nelle relazioni personali si inseriscono in un progetto più ampio di emancipazione. McCabe ha il merito di mostrare come, per Mill e Taylor, la libertà non possa essere circoscritta ai rapporti tra il cittadino e lo Stato. Essa deve investire le istituzioni e le consuetudini attraverso le quali si esercitano quotidianamente il potere e la subordinazione. La democrazia nell'impresa, la democrazia politica e l'uguaglianza nella famiglia non sono questioni indipendenti, ma dimensioni reciprocamente connesse di una trasformazione sociale più generale.

Ne deriva un'immagine del socialismo milliano assai distante da quella di una società rigidamente amministrata dall'alto. Mill diffida delle forme di organizzazione collettiva che rischiano di soffocare l'iniziativa individuale, imporre uniformità nei comportamenti o concentrare un potere eccessivo nelle mani di un'autorità centrale. Il suo interesse per il socialismo non comporta l'abbandono delle preoccupazioni espresse in On Liberty nei confronti del conformismo e della tirannia della maggioranza. Al contrario, proprio queste preoccupazioni contribuiscono a determinare il tipo di socialismo che considera desiderabile. Le istituzioni collettive devono favorire lo sviluppo delle personalità, non sostituire alla subordinazione economica una nuova subordinazione politica.

Qui si incontra quella che ritengo essere la tesi più convincente dell'intero lavoro di McCabe: non esistono due John Stuart Mill, uno liberale e uno socialista, tra i quali sarebbe necessario scegliere. L'autrice affronta direttamente l'interpretazione secondo cui On Liberty costituirebbe la prova definitiva dell'incompatibilità tra il socialismo e il nucleo autentico della filosofia milliana. Ma tale incompatibilità può essere sostenuta soltanto assumendo in partenza che il liberalismo coincida necessariamente con il laissez-faire economico e che il socialismo implichi altrettanto necessariamente la subordinazione dell'individuo alla collettività. Sono identificazioni che non rendono giustizia né alla complessità del pensiero liberale né alla pluralità delle tradizioni socialiste. Non a caso, McCabe giunge a una conclusione particolarmente incisiva: «Mill e Taylor erano entrambi socialisti, ed entrambi scrissero On Liberty» (p. 254).

McCabe insiste, soprattutto nelle pagine conclusive del volume, sul fatto che la libertà, l'uguaglianza e la fraternità si condizionano reciprocamente nella riflessione di Mill. Come osserva, «i suoi principi liberali non dovrebbero essere considerati in conflitto con il suo socialismo» (p. 255), poiché l'impegno a favore della libertà contribuisce a plasmare quello verso l'uguaglianza e la fraternità, e viceversa. Il suo sostegno all'autonomia individuale non contraddice dunque l'aspirazione a una società più egualitaria, così come quest'ultima non richiede l'abbandono delle garanzie contro l'oppressione politica e sociale. L'autrice osserva che si potrebbe parlare, in questo senso, di un socialismo liberale, purché tale definizione non venga utilizzata per attenuare la portata delle trasformazioni economiche auspicate dal filosofo. La società immaginata da Mill non è semplicemente quella del liberalismo ottocentesco corretta attraverso una legislazione sociale più generosa: è una società nella quale i rapporti di produzione, le relazioni familiari e le forme della partecipazione collettiva vengono riorganizzati per consentire un più libero sviluppo dell'individualità.

A mio giudizio, questa ricostruzione permette di spingersi anche oltre una semplice conciliazione tra liberalismo e socialismo. Si potrebbe sostenere, infatti, che il socialismo rappresenti, almeno sotto un aspetto fondamentale, l'inveramento delle promesse universalistiche formulate dalla tradizione liberale. Le grandi libertà affermate dalla modernità borghese possiedono un valore che non può essere liquidato come mera espressione ideologica degli interessi di classe. La libertà di pensiero, di espressione, di associazione e la protezione dell'individuo contro l'arbitrio del potere costituiscono conquiste storiche effettive. Il problema è che il loro riconoscimento giuridico non garantisce automaticamente a tutti le condizioni materiali necessarie per esercitarle in modo eguale.

Un lavoratore formalmente libero di stipulare un contratto non si trova necessariamente in una posizione di effettiva indipendenza rispetto a chi controlla i mezzi dai quali dipende la sua sussistenza. La libertà di scegliere un'occupazione non elimina, di per sé, la subordinazione che caratterizza l'organizzazione del lavoro salariato. Né l'uguaglianza davanti alla legge cancella le disuguaglianze di potere derivanti dalla concentrazione della proprietà. Il contributo del socialismo consiste allora nel porre il problema delle condizioni economiche e sociali della libertà, estendendo l'esigenza di autodeterminazione a una sfera che il liberalismo borghese ha storicamente lasciato in larga misura sotto il dominio del proprietario. La libertà individuale non può arrestarsi davanti ai cancelli della fabbrica. Ed è proprio la centralità attribuita da Mill all'autogoverno dei produttori a rendere particolarmente feconda questa interpretazione.

Naturalmente, sarebbe scorretto trasformare retrospettivamente Mill in un marxista. Le differenze tra i due pensatori rimangono profonde, tanto sul piano dell'economia politica quanto su quello della concezione del mutamento storico. Marx conosceva e discusse criticamente l'opera economica di Mill, al quale rimproverava il tentativo di conciliare contraddizioni sociali che, nella propria analisi, derivavano dalla struttura stessa del capitalismo. Nella postfazione del 1873 alla seconda edizione tedesca del primo libro del Capitale, avrebbe parlato, a questo proposito, di «sincretismo esanime». Il rapporto di conoscenza fu tuttavia profondamente asimmetrico. Non disponiamo di elementi sufficienti per affermare che Mill avesse studiato il Capitale, sebbene sia documentato il suo apprezzamento per almeno un testo politico dell'Associazione internazionale dei lavoratori redatto da Marx. La distanza teorica tra i due non deve dunque essere trasformata artificiosamente in un dialogo diretto che, per quanto ne sappiamo, non ebbe luogo in termini comparabili.

È altrettanto importante evitare di leggere il gradualismo di Mill come una semplice rinuncia alla trasformazione sociale. McCabe mostra con chiarezza che il filosofo non considerava il socialismo un esito storicamente inevitabile, né pretendeva di conoscere in anticipo le istituzioni che le generazioni future avrebbero scelto. «Non abbiamo alcun fondamento per attribuire a Mill una concezione materialistica della storia che renda inevitabile l'avvento del socialismo», precisa l'autrice (p. 90). La sua fiducia nella sperimentazione cooperativa dipendeva dalla convinzione che gli individui dovessero poter apprendere attraverso l'esperienza nuove forme di collaborazione e autogoverno. Una trasformazione imposta dall'alto, in assenza di un corrispondente mutamento delle abitudini e delle capacità sociali, avrebbe rischiato di compromettere proprio i valori che il socialismo avrebbe dovuto realizzare. Da questo punto di vista, il carattere volontario e decentrato della sua proposta non rappresenta un dettaglio secondario, ma discende direttamente dalla concezione milliana della libertà.

Rimane tuttavia aperto un problema che la stessa ricostruzione di McCabe consente di formulare con maggiore precisione. Se il lavoro salariato comporta una dipendenza che non può essere eliminata attraverso una semplice partecipazione agli utili, e se la proprietà capitalistica tende a riprodurre disuguaglianze di potere, quali condizioni sono necessarie affinché il sistema cooperativo possa superare effettivamente tali rapporti? Mill non escludeva del tutto la sopravvivenza di imprese private accanto alle cooperative, né immaginava necessariamente la scomparsa dei mercati e della concorrenza. La transizione socialista poteva assumere forme differenti, comprese quelle di un'economia mista, senza che fosse possibile stabilirne anticipatamente il risultato definitivo.

È proprio qui che la prospettiva marxiana introduce un interrogativo ulteriore. Non basta domandarsi se le cooperative possano amministrare più equamente il prodotto del lavoro o garantire una maggiore partecipazione dei produttori. Occorre chiedersi se esse possano svilupparsi fino a trasformare complessivamente i rapporti sociali di produzione, oppure se la loro permanenza all'interno di un'economia dominata dall'accumulazione capitalistica e dalla concorrenza rischi di limitarne le possibilità emancipatrici. Una cooperativa inserita nel mercato può certamente modificare il rapporto tra lavoratori e proprietà dell'impresa; non per questo vengono automaticamente meno tutte le pressioni economiche che condizionano l'organizzazione del lavoro, le scelte produttive e la distribuzione delle risorse. Il problema, dunque, non è contrapporre astrattamente la cooperazione alla rivoluzione, ma stabilire se la generalizzazione delle forme cooperative sia in grado di superare il dominio del capitale o finisca per adattarsi, almeno in parte, alle sue condizioni di funzionamento.

La questione richiede una distinzione che mi sembra essenziale. Mill non si limita affatto a proporre una redistribuzione del reddito lasciando immutata la produzione: l'autogoverno cooperativo costituisce già un tentativo di modificare i rapporti tra i produttori e i mezzi di produzione. Sarebbe perciò ingeneroso rimproverargli di non avere compreso che la libertà economica esige qualcosa di più di una legislazione sociale favorevole ai lavoratori. Egli lo aveva compreso, e proprio McCabe offre numerosi elementi per dimostrarlo. Il punto sul quale la critica marxiana interviene è piuttosto un altro: se tale trasformazione possa compiersi attraverso un processo graduale e pluralistico che non escluda la persistenza di rapporti capitalistici, oppure se il superamento dello sfruttamento richieda una rottura più generale con la proprietà capitalistica dei mezzi di produzione.

Questo interrogativo riconduce al passo dei Principi di economia politica posto in apertura. Mill vi formula un ragionamento di straordinaria radicalità morale: se la distribuzione profondamente ingiusta della ricchezza fosse una conseguenza necessaria della proprietà privata, allora tutte le difficoltà del comunismo, grandi o piccole, peserebbero sulla bilancia come polvere. La forza dell'argomento sta nel rifiuto di considerare sacra un'istituzione sociale indipendentemente dai suoi effetti. La proprietà non possiede un diritto assoluto alla propria conservazione: deve essere giudicata alla luce della giustizia e del benessere umano. Se il suo mantenimento comportasse necessariamente la perpetuazione di un ordine nel quale chi produce riceve meno di chi possiede, non vi sarebbe ragione morale sufficiente per difenderla.

Mill, tuttavia, lascia aperta una possibilità: che tali ingiustizie non derivino necessariamente da ogni forma di proprietà privata e che istituzioni radicalmente riformate, accompagnate dallo sviluppo delle cooperative, possano condurre a una società più libera ed egualitaria. Marx aggiunge a questo ragionamento una premessa di natura differente. Nella sua critica dell'economia politica, lo sfruttamento non dipende semplicemente dall'iniquità della distribuzione o dall'avidità dei singoli proprietari, ma dal rapporto sociale attraverso il quale il lavoratore, separato dai mezzi di produzione, vende la propria forza-lavoro e produce un valore superiore a quello che riceve sotto forma di salario. L'appropriazione del pluslavoro da parte del capitale non rappresenta, in questa prospettiva, una deviazione correggibile del sistema, ma una caratteristica strutturale del rapporto capitalistico. Ciò non implica che tutte le disuguaglianze debbano assumere sempre le proporzioni descritte da Mill: le condizioni salariali, la distribuzione del reddito e le forme della protezione sociale possono mutare considerevolmente. Significa, però, che lo sfruttamento non viene abolito finché rimane intatto il rapporto che lo rende possibile.

Da una lettura marxiana, il dilemma milliano acquista pertanto un significato nuovo. Mill pone la condizione: se le ingiustizie sono inseparabili da un determinato regime proprietario, quel regime deve essere superato. Marx, attraverso l'analisi dei rapporti capitalistici di produzione, fornisce gli argomenti per sostenere che almeno una forma decisiva di quelle ingiustizie, l'appropriazione privata del pluslavoro, è inseparabile dalla proprietà capitalistica dei mezzi di produzione. La conclusione che se ne può trarre non appartiene a Mill, e sarebbe improprio attribuirgliela; nasce piuttosto dall'incontro critico tra la sua esigenza di giustizia e la spiegazione marxiana del funzionamento del capitalismo. Non si tratta di affermare che Mill avesse già dimostrato ciò che Marx avrebbe successivamente teorizzato, ma di riconoscere che la sua stessa riflessione pone una domanda alla quale la critica marxiana offre una risposta più radicale.

È anche sotto questo aspetto che il libro di Helen McCabe rivela il proprio valore. Restituendo al socialismo milliano la sua consistenza filosofica, l'autrice permette di sottrarlo tanto alla caricatura di un liberalismo appena corretto da qualche concessione sociale quanto alla tentazione opposta di trasformarlo in un precursore indistinto del marxismo. Mill emerge come un pensatore che prende sul serio la libertà individuale al punto da interrogarsi sulle condizioni economiche della sua realizzazione, e che proprio per questo arriva a mettere in discussione la legittimità di rapporti proprietari e gerarchie sociali che il liberalismo del suo tempo tendeva spesso a considerare naturali. Il limite della sua prospettiva, osservato attraverso Marx, non cancella la portata di tale intuizione: ne rende semmai più evidente la radicalità e, insieme, il carattere incompiuto.

La lezione più interessante che si può ricavare dalla ricostruzione di McCabe è dunque che il rapporto tra liberalismo e socialismo non deve essere necessariamente pensato come una contrapposizione tra libertà e uguaglianza. In Mill, il socialismo nasce anche dall'esigenza di portare la libertà oltre il suo riconoscimento formale, fino alle condizioni materiali dell'esistenza e all'organizzazione del lavoro. La critica marxiana può spingere questa esigenza più lontano, interrogando le strutture che impediscono alla promessa liberale di diventare una realtà universalmente condivisa. Ed è forse proprio qui, nel punto in cui la difesa dell'individuo incontra la necessità di trasformare i rapporti sociali, che il pensiero di John Stuart Mill conserva ancora oggi la sua maggiore forza critica.

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