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Categoria: Film
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Sabato Danzilli

 

Ken Loach si conferma con Sorry, we missed you, la sua ultima fatica, come un regista d’altissimo livello. Sempre dedito nel suo cinema alla descrizione delle condizioni di vita degli sfruttati e degli emarginati, il cineasta vanta la vittoria per due volte della Palma d’oro al festival di Cannes, nel 2006 con Il vento che accarezza l’erba e nel 2016 con I, Daniel Blake, nonché il Leone d’oro alla carriera del festival di Venezia nel 1994. È confermata anche in questo film la sua lunga collaborazione con lo sceneggiatore Paul Laverty, tra i cui frutti, oltre ai film citati sopra, si ricorda Bread and roses.

Sorry, we missed you è un'opera molto dura da vedere e di forte impatto emotivo, un viaggio nella gig economy e nel mondo della logistica, un settore chiave nell’economia attuale, in cui le punte di sfruttamento sono particolarmente esasperate. La ricerca del massimo realismo possibile è quasi maniacale, ed è rafforzata dalla scelta di lavorare con attori non professionisti.

Il protagonista Ricky Turner, un corriere freelance di Newcastle, è interpretato infatti da Kris Hitchen, che ha un passato decennale da idraulico. La storia prende avvio con il suo colloquio di lavoro per una grossa ditta di consegne, con la quale inizia a lavorare formalmente come lavoratore autonomo, ma in realtà con rigidi obblighi contrattuali e nessuna tutela. Per poter prendere in leasing un furgone con cui svolgere la sua attività, Ricky convince la moglie Abbie (Debbie Honeywood) a vendere la sua auto, che le permette di svolgere la sua attività di infermiera a domicilio, pagata non a ore, bensì a visite. All’inizio lei è molto riluttante, ma poi, convinta dal marito, che prospetta la possibilità da guadagnare abbastanza per acquistare una casa propria, accetta ed è costretta quindi a fare lunghi spostamenti con i mezzi pubblici. Il lavoro di Ricky si rivela molto più difficile e meno fruttuoso del previsto, inoltre i ritmi massacranti di entrambi li portano a poter dedicare pochissimo tempo ai figli: l’adolescente Seb (Rhys Stone) e la piccola Liza (Katie Proctor). Seb è un animo molto inquieto e soffre l’assenza dei genitori. Inizia quindi a creare problemi sempre maggiori, a scuola e fuori, fino a essere sorpreso durante un piccolo furto. Il clima familiare diventa sempre più teso e la situazione sempre più insostenibile.

Se ancora in I, Daniel Blake, nonostante il finale, c'era un cuscinetto di "umanità", di solidarietà (il rapporto di Dan con Katie e i suoi bambini, l'amicizia con i suoi giovani vicini), la famiglia Turner è lasciata a se stessa e anche in se stessa vede l'atomizzazione.

La ricerca della massima realisticità si riflette nel modo in cui il film è stato prodotto: ogni scena è stata girata senza comunicare agli attori il prosieguo della storia, in modo da avere la massima spontaneità nella recitazione. Lo stile essenziale e pulito delle scenografie permette di far risaltare al massimo i dialoghi e le reazioni dei protagonisti. Oltre agli aspetti tecnici, il realismo di Loach è di forte impatto perché opera una “regressione” al punto di vista dei personaggi. La sparizione del regista è portata fino in fondo: Sorry, we missed you non lascia spazio a facili conciliazioni e non dà momenti di tregua allo spettatore. Non c'è posto qui per soluzioni illusorie, e non si tratta neanche di una speranza che viene meno, come nelle rivoluzioni tradite di Terra e libertà e Il vento che accarezza l'erba, in cui emerge il passato del Loach militante nelle sezioni trotskiste del Labour Party. Non ci sono consolazioni e speranze perché esse non sono presenti nella vita dei Turner. In uno dei momenti più toccanti del film essi decidono di passare finalmente una serata in tranquillità e consumano una modesta cena insieme mangiando cibo indiano. Abbie, tuttavia, riceve una chiamata di lavoro inaspettata e si reca da una sua anziana paziente in difficoltà: anche questo fugace momento di pace sarebbe rovinato, se non si manifestasse la capacità di adattamento di Seb, che propone di andare tutti insieme a lavoro con la madre, col furgone di Ricky. In una scena dal forte sapore poetico, i Turner cantano tutti insieme mentre percorrono le strade deserte dei sobborghi di Newcastle.

Il ritratto che esce fuori dal film sembra sì disperato, ma non disperante. Questa famiglia inglese di quel Nord Est una volta red wall, roccaforte del partito laburista, ora, come dimostrato dalle recenti elezioni britanniche, in frantumi, è parente di quella del disoccupato romano di Ladri di biciclette e il rapporto tra padre e figlia ricorda quello tra Lamberto Maggiorani ed Enzo Staiola nel film di De Sica. Disperato, ma non disperante, il ritratto del film perché Sorry, we missed you non trasmette la conservatrice rassegnazione della presenza del male nel mondo, ma costituisce la denuncia di un'assenza. E a differenziare i corrieri inglesi di Loach dai proletari di De Sica è il fatto che qui non c'è nessuna sezione di partito alla quale chiedere aiuto. Le foto degli scioperi dei minatori degli anni '80, mostrate da una paziente di Abbie, hanno la funzione di testimoniare le drammatiche conseguenze per i ceti subalterni della sconfitta del movimento operaio novecentesco, a ricordare la fine di un intero mondo. Non aver declinato in senso nostalgico questo elemento è un altro importante merito del film.

Loach è molto efficace nel mostrare come l'ideologia dominante dell'"imprenditore di se stesso" sia penetrata profandamente tra le classi popolari, ed è coerente - a maggior riprova del suo "verismo" - ad assumerne anche in questo il punto di vista. È un film in "presa diretta", senza filtri. Non esiste in esso un "popolo" buono, pronto immediatamente alla solidarietà di classe e alla lotta politica. Quando un altro fattorino viene punito per le sue inadempienze è proprio Ricky a prenderne il posto. Più volte si sottolinea il suo essere un «ragazzo modello», come viene definito dal suo capo, non molto lontano dal Lulù Massa de La classe operaia va in paradiso, e a differenza di quest’ultimo anche oltre il precipitare della situazione. Non ci sono quindi qui davvero buoni e cattivi, non in un senso banalmente moralistico. Sul piano immediatamente dato, i Ricky la pensano come i loro capi: non vogliono sussidi, vogliono “farcela”, vogliono darsi una possibilità.

Il realismo di Ken Loach non dà perciò sollievo, lascia invece un profondo amaro. Ma qui risiede la sua forza. La risposta va costruita e non vi si può riuscire da soli. In una battuta chiave del film la piccola Liza afferma che «potrebbero» programmare l'algoritmo che regola le consegne per prevedere le pause. In questa battuta c’è la soluzione implicita che il regista suggerisce, ed essa non lascia spazio al passatismo. Il realismo tragico di Loach mostra pertanto uno dei suoi punti di forza nel non lasciare alcuno spazio alle tentazioni luddiste, in nessun caso. Il soggetto che dovrebbe porre in atto quel «potrebbero» è il grande assente e la salvezza individuale - il “volercela fare” - agitata come promessa dal capitalismo contemporaneo, sembra l’unica via anche agli ultimi che pagano il prezzo di questo sistema. Non c’è tuttavia nessuna altra risposta già pronta: la soluzione, l’alternativa, è tutta da costruire.

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