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Categoria: Libri
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Marco Cerotto

 

Il testo Da Marx al post-operaismo[1] offre una lettura teorico-politica che ripercorre circa un secolo di riflessioni filosofiche variegate tra loro, ma che esaminando gli sviluppi della società capitalistica contemporanea adoperano la metodologia marxiana come chiave di lettura del presente, estrapolando però contenuti e concetti ereditati dalle diverse tradizioni del pensiero politico moderno che l’opera di Marx ha generato. Si tratta di un lavoro svolto da «giovani leve», come scrive Giovanni Sgro’ nell’Introduzione, le quali però si orientano decisamente verso la comprensione di determinati filoni teorici che hanno tentato di plasmare la prassi politica, cioè delle organizzazioni operaie, dal momento che posero all’attenzione delle loro analisi gli sviluppi politici della stessa classe operaia.

       Dall’analisi degli sviluppi filologici su L’ideologia tedesca, dalla quale però emerge un’accesa diatriba teorico-politica scatenatasi in un periodo storico particolare (quello degli anni Venti e Trenta del secolo scorso) tra gli interpreti marxisti sovietici e quelli tedeschi socialdemocratici per l’affermazione indiscussa dell’eredità marxiana, allo studio dei Manoscritti economico-filosofici del 1844 e all’elaborazione del concetto marxiano di «uomo bisognoso di una totalità di manifestazioni di vita umane» (p. 53), si giunge ai tedeschi Benjamin e Marcuse, influenzati dal clima di devastazione totale provocato dalla Prima guerra mondiale e dal consolidarsi dei regimi nazi-fascisti che condussero l’Europa al suo secondo suicidio. Ciò che accomuna i due pensatori tedeschi è la considerazione dello svilimento del soggetto rivoluzionario, vale a dire la discontinuità della riflessione della classe operaia nei termini delineati da Marx, come classe capace di emancipare tutta la società emancipando sé stessa. La socialdemocrazia, secondo Benjamin, ha «corrotto i lavoratori tedeschi» (p. 89) mistificando la funzione storica del proletariato «di creare la propria storia nel tempo vivo e cosciente dell’attualità» (p. 90), come scrive Morra, interpretando accuratamente quelle riflessioni benjaminiane che costituiscono gli scritti inediti sulla storia a partire dal frammento giovanile teologico-politico e giungendo fino alle tesi di filosofia della storia.

       Lo stesso concetto critico viene ripreso da Marcuse più tardi, e precisamente nell’immediato dopoguerra, quando analizza il marxismo sovietico senza obliare di denunciare la stessa pericolosità dei regimi liberal-democratici. È una risposta alle elaborazioni avanzate da Arendt, la quale in quello stesso periodo taccia di totalitarismo tanto il nazional-socialismo quanto lo stalinismo sovietico. Marcuse, sulle orme di Benjamin, enfatizza la perdita rivoluzionaria del proletariato come classe, che finisce per assumere una funzione collaborativa con le classi dominanti favorendo così la stabilizzazione del potere capitalistico, per poi passare all’analisi del marxismo sovietico che viene accusato di trasformare il «proletariato da soggetto in oggetto del processo rivoluzionario» (p. 102), come riporta Milena Morabito. La critica all’interpretazione sovietica del marxismo prosegue anche per quanto concerne l’analisi del processo di produzione capitalistico, destinato inesorabilmente verso una «crisi generale» (p. 104) che avrebbe determinato l’avvento del socialismo considerato un fenomeno storicamente necessario. Siffatta interpretazione influenzerà anche il «marxismo ortodosso» italiano, ovvero l’area di quegli intellettuali aderenti o gravitanti attorno ai partiti marxisti, e che ‒ paradossalmente ‒ determinerà gli eventi del primo operaismo, condizionando e approfondendo le divergenze tra il socialista Panzieri e il comunista Tronti, dal momento che il primo accusava le tesi avanzate dal secondo (la rivoluzione copernicana) come inficiate dalla tradizione terzinternazionalista che aveva interpretato la fase nuova con l’ultimo stadio del capitalismo.

       In Soviet Marxism Marcuse, così come Panzieri di Plusvalore e pianificazione (1963), sottolineava invece la capacità del capitalismo di ristrutturarsi continuamente adattandosi ai diversi sviluppi storici, e pertanto il «termine crisi generale non significa assolutamente imminente crollo e avvio della transizione rivoluzionaria», ma che anzi «il sistema può continuare a funzionare in modo anomalo con un’oculata politica di pianificazione economica e sociale» (p. 105), come scrive lucidamente Morabito riportando quelle elaborazioni marcusiane che risulteranno fondamentali nelle analisi dei cosiddetti «marxisti critici» e del filone generale della «nuova sinistra». D’altronde, negli Stati Uniti i fenomeni scatenatisi con l’affermarsi del neocapitalismo, come Tronti insegnava in Operai e capitale, e precisamente nel bilancio tracciato nello scritto aggiuntivo al testo, The Progressive Era, facevano da eco agli sviluppi sociali del mondo occidentale.

       Gli scritti dedicati a Foucault e Althusser, nonostante trattino di due filosofi così diversi tra loro, pongono in evidenza come il dominio esclusivo della società capitalistica con i suoi nuovi sviluppi ‒ il neocapitalismo ‒ condizioni fortemente le riflessioni filosofiche dei due intellettuali francesi. Foucault, analizzando la rivoluzione iraniana del 1978/1979, criticava nei Taccuini persiani quella visione che comprendeva le scelte della popolazione iraniana che rifiutando la modernizzazione si rifugiava nella religione come intrisa di «eccesso di occidentalismo» (p. 126), riscontrando, in modo innovativo e piuttosto dissonante rispetto ai recenti sviluppi della tradizione filosofica e politica occidentale, come invece la devozione all’Islam avesse innescato un processo di auto-soggettivazione capace «di catalizzare le energie collettive in una forza attiva», come asserisce giustamente Valeria Gammella. Proseguendo con una «ricerca dei precedenti» che sembra evocare la metodologia dellavolpiana, Foucault, studiando Il principio di speranza di Ernst Bloch, rileva come fossero gli stessi gruppi religiosi a percepire la mobilità della storia, cogliendoci le «aperture decisive dove ogni cosa è rimessa in gioco» (p. 123), aggiunge ancora Gammella. La rivolta iraniana propone ostinatamente un «nuovo modo di vita» che rappresenterebbe in ultimo la «specificità dei sollevamenti in Iran» (p.128). Eppure Foucault sembrerebbe paradossalmente scivolare ai margini estremi di quella riflessione da lui giudicata come «eccesso di occidentalismo», rovesciandola totalmente e delineando così una lettura mitica della rivoluzione iraniana.

       Per quanto riguarda il saggio su Althusser, Irene Viparelli vuole dimostrare come il «materialismo aleatorio» rappresenti in realtà una costante teorica del pensiero althusseriano e non appartenente esclusivamente all’ultimo periodo del filosofo francese. Così, per Althusser il materialismo di Marx deve rappresentare il «punto di vista delle classi dominate», contro l’idealismo che invece «esprime il punto di vista della classe dominante» (p. 142), chiarisce Viparelli, la quale si concentra sulla funzione ambivalente che assume il materialismo aleatorio nella formulazione althusseriana. In Écrits sur l’histoire. 1963-1986, Althusser critica fortemente l’impostazione storicista che rappresenterebbe una «pseudo-spiegazione» (p. 144) degli sviluppi della società contemporanea: la comparsa del modo di produzione capitalistico non è il risultato di «una storia teleologicamente orientata» ma costituisce il risultato logico ‒ e storico, aggiungerei ‒ dell’«incontro aleatorio» (p. 145) tra quelle componenti che hanno permesso lo sviluppo del modo di produzione borghese. Inoltre, il «materialismo aleatorio», oltreché demistificare la concezione idealista della mobilità storica, consente ad Althusser di assumere una visione antideterminista della storia, che lo conduce a negare che dalle crisi dell’imperialismo si possa giungere necessariamente al comunismo. In Livre sur l’impérialisme, infatti, il marxista francese intende interpretare quei fenomeni storico-politici del capitalismo maturo, come l’imperialismo, per individuare quelle circostanze che permetterebbero il progredire della lotta di classe e quindi la costruzione di un nuovo modo di produzione, quale il comunismo.

       Infine viene esaminato il filone operaista italiano, soprattutto l’ultima tendenza, cioè Toni Negri e gli sviluppi teoretici maturi dell’intellettuale veneto da parte di Andrea Pascale e Raffaella Limone, concludendo con un bilancio molto interessante sull’operaismo svolto da Calvaruso, che iniziato con Raniero Panzieri e i «Quaderni rossi» passa per Mario Tronti e «Classe operaia», terminando con Negri e la formazione politica di «Potere Operaio» prima e di «Autonomia Operaia» dopo.

       Sebbene la riflessione di Carl Schmitt non rientri nell’area teorica delle scienze marxiane, bisogna tuttavia riconoscere l’importanza che il suo discorso ha suscitato per gli sviluppi di alcuni filoni dell’operaismo e del post-marxismo, e pertanto non bisogna dimenticare di citare il saggio ad esso dedicato di Marcello Boemio: coerentemente con le riflessioni dell’epoca contemporanea, Schmitt rovescia Marx e il suo preteso economicismo che lo rendono un pensatore autentico del XIX secolo, rappresentante il trionfo della tecnica e dell’industria, elaborando quindi il concetto di «Politico» che, secondo Hasso Hofmann, è «una cosa totale» (p. 77) nella riflessione schmittiana. Se il pensiero marxista così come quello liberale, secondo Schmitt, tendono a considerare la storia come un processo che «chiude l’uomo» (p. 74), concependo cioè il divenire storico come dominato da un eterno progresso, Carl Schmitt oppone a siffatta interpretazione, che conduce inevitabilmente alla formazione di uno «Stato agnostico» (p. 71), la concezione di un mondo che «ha una natura essenzialmente politica» (p. 77), che spinge cioè gli uomini «ad associarsi e combattersi» (p. 78) senza necessariamente fare riferimento ad alcuna legge storica o naturale, scrive Boemio, perché nel pensiero schmittiano «l’esistenza precede l’essenza» (p. 79); Schmitt rifiuta risolutamente quelle posizioni teoriche che pretendono di conoscere le leggi storiche e che si propongono di guidare l’umanità verso la conquista del progresso.

       Provando a delineare un bilancio di Da Marx al post-operaismo, risulta opportuno sottolinearne innanzitutto l’importanza che assume il testo nei confronti sia per chi decide di approcciarsi agli studi che analizzano i processi dialettici che plasmano continuamente la società capitalistica, sia per chi ‒ anche se già formato ‒ vuole confrontarsi con un testo nuovo, analizzando le elaborazioni di giovani studiosi, i quali, liberi dalle pesanti ideologie del passato e dalle conseguenti dispute ideologiche, sono interessati a fornire un’interpretazione scientifica che non rincorre meramente una visione “faziosa”, ma anzi propone una ricerca che potremmo definire per la “verità”. Il testo rappresenta un’accurata sintesi che partendo dai testi di Marx giunge fino alle diverse declinazioni teoriche del secolo scorso, il secolo delle «guerre e rivoluzioni», denso di novità storiche e cambiamenti che hanno ridefinito un’epoca. Passando da un saggio all’altro è infatti possibile constatare gli sviluppi economici, politici e sociali susseguitisi celermente durante l’intero arco del «secolo breve», comprendendo contemporaneamente la stessa evoluzione del marxismo scientifico formulato negli anni tra le due guerre mondiali e ri-elaborato nei decenni dell’immediato secondo dopoguerra. Che si tratti di Benjamin o di Althusser, di Marcuse o di Negri, ne emerge un pensiero originalissimo, che avendo il marxismo come punto di riferimento, e quindi la struttura della società capitalistica, riesce a rintracciare le novità teoriche e storiche del periodo analizzato facendo in tal modo progredire la stessa scienza marxiana, considerata una scienza dialettica, cioè aperta e adibita a cogliere ogni mutamento intrinsecamente associato allo sviluppo capitalistico, e liberandola infine da quell’ingabbiamento teorico e ideologico che aveva confinato il marxismo in una chiusura metodologica, provocandone, per dirla con Marcuse, un «arresto della dialettica».

       Concludendo, risulta importante aggiungere che il problema dell’incompatibilità teorica di tutti questi “marxisti eretici” qui analizzati lo si può comprendere nella considerazione distruttiva tra questi pensatori e le organizzazioni di classe che avevano come riferimento storico: l’insofferenza nei confronti della socialdemocrazia tedesca prima e quella contro i partiti operai del dopoguerra poi. Questi intellettuali si scontrano con l’ortodossia in auge, demistificando quelle elaborazioni che inficiavano la scientificità del marxismo. Solo pochi di loro, e nella fattispecie in Italia, osarono qualcosa di più; oltreché demistificare le cosiddette «ideologie oggettivistiche» e porre «Marx contro Hegel, Galileo contro gli scolastici e Aristotele contro i platonici», si posero essenzialmente nei termini pratici il problema dell’organizzazione sin dal primo momento, seppur fornendo risposte diverse. Panzieri si proponeva di ristrutturare il sindacato di classe attraverso la pressione di una «avanguardia interna»; Tronti si orientava in un primo momento verso la costruzione immediata di una nuova organizzazione di classe, motivo che lo condusse all’uscita da «Quaderni rossi» e alla fondazione di «Classe operaia», ma dopo poco tempo già teorizzava una manovra all’entrismo di massa nei confronti del Pci, considerato una grande realtà di massa che impediva la ricerca di alternative politiche concrete. In ultimo, Negri spinge estremamente il discorso operaista e passa alla fase nuova con la fondazione di un’organizzazione operaia contro e fuori i partiti storici del movimento operaio. La rottura tra Panzieri e Tronti è condizionata fortemente da una lettura dissonante sui fatti di luglio del 1962; la scelta negriana è motivata, invece, da una lettura divergente rispetto a quella di Tronti sugli eventi del 1968.

       L’analisi dei fatti storici provocati da quegli stessi soggetti trasformati e trasformanti risulta quindi aver assunto un’importanza decisiva per i risvolti teorico-politici che hanno condizionato la storia del movimento operaio, soprattutto nei paesi dove si ricercava faticosamente la via per il socialismo affrontando un elevato grado di maturità capitalistica. Una dialettica pensiero-storia che ha certamente influenzato le scelte di quegli intellettuali-militanti che erano fortemente impressionati dalle possibilità storiche apertesi con il neocapitalismo, le quali richiedevano «pazienza della ricerca e urgenza della risposta».

 

[1] Giovanni Sgro’ ‒ Irene Viparelli (a cura di), Da Marx al post-operaismo. Soggettività e pensiero emergente, Napoli, La Città del Sole, 2018.

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