Gabriele Repaci
Una delle più grandi imprese capitalistiche del mondo potrebbe avere involontariamente costruito alcune delle infrastrutture organizzative e tecniche necessarie a un'economia socialista? È questa la domanda – e insieme la provocatoria tesi – da cui prendono le mosse Leigh Phillips e Michal Rozworski nel loro The People's Republic of Walmart. How the World's Biggest Corporations Are Laying the Foundation for Socialism (Verso, London-New York, 2019).
Gli autori non intendono certo presentare Walmart come un'impresa socialista, né tantomeno assolverla dalle sue politiche antisindacali, dai bassi salari, dalla compressione dei diritti dei lavoratori o dagli effetti prodotti dalla sua espansione sulle comunità locali. Ciò che li interessa è piuttosto il paradosso di un'impresa che, pur rappresentando una delle espressioni più compiute del capitalismo contemporaneo, organizza al proprio interno la produzione e la distribuzione attraverso forme di pianificazione anziché mediante il mercato.
Da questa constatazione prende forma la tesi centrale del volume: la pianificazione non costituisce un relitto del Novecento, definitivamente archiviato dalla presunta vittoria del mercato, ma è già una componente essenziale del funzionamento delle economie capitalistiche contemporanee. Le grandi imprese coordinano infatti enormi quantità di merci, persone, mezzi di trasporto, magazzini, investimenti e informazioni senza ricorrere, al proprio interno, a continui scambi di mercato. I differenti reparti di Walmart non si vendono reciprocamente i loro servizi, i magazzini non competono tra loro e i camion non contrattano il prezzo di ogni consegna. Le risorse vengono invece allocate attraverso ordini amministrativi, previsioni della domanda, algoritmi, sistemi informatici e decisioni manageriali. Lo stesso principio, seppure con modalità differenti, caratterizza realtà come Amazon, i grandi fondi finanziari e perfino numerosi servizi pubblici.
Il problema, secondo Phillips e Rozworski, non è dunque stabilire se la pianificazione sia possibile, poiché il capitalismo ne fa già quotidianamente un uso estensivo. La questione decisiva riguarda piuttosto chi pianifichi, nell'interesse di chi e in vista di quali obiettivi. Nelle grandi imprese capitalistiche la pianificazione è posta al servizio dell'accumulazione privata del capitale, mentre i lavoratori e la collettività rimangono sostanzialmente esclusi dalle decisioni fondamentali. Una pianificazione socialista dovrebbe invece appropriarsi di quelle stesse capacità tecniche e organizzative, sottraendole al comando del capitale e sottoponendole a un controllo democratico. In questa prospettiva, il capitalismo avrebbe finito per sviluppare strumenti che oltrepassano la logica del mercato e che potrebbero essere impiegati per costruire un'economia orientata ai bisogni sociali. L'alternativa, pertanto, non sarebbe tra un'economia interamente pianificata e una governata esclusivamente dal mercato, bensì tra una pianificazione privata, autoritaria e orientata al profitto e una pianificazione pubblica, democratica e finalizzata all'utilità sociale.
Questa dinamica, descritta dagli autori e ricondotta alle contraddizioni interne del capitalismo analizzate da Marx, era stata ampiamente diagnosticata anche da Lenin. Nel 1917, in La catastrofe imminente e come lottare contro di essa, Lenin individuava nel «capitalismo monopolistico di Stato», e in particolare nell’accentramento delle funzioni produttive e distributive realizzato dai paesi coinvolti nella Prima guerra mondiale, un presupposto materiale essenziale del socialismo. L’esempio principale era rappresentato dalla Germania, dove le esigenze belliche avevano determinato una crescente centralizzazione della produzione, dei trasporti, delle forniture e del credito. Questi strumenti, tuttavia, continuavano a operare nell’interesse dei grandi gruppi capitalistici e dello Stato imperialista.
La trasformazione socialista non poteva quindi consistere nel semplice ampliamento dell’intervento statale, ma richiedeva un mutamento della natura del potere politico. «Il capitalismo monopolistico di Stato», scriveva Lenin, «in uno Stato veramente democratico rivoluzionario, significa inevitabilmente e immancabilmente un passo, e anche più d’un passo, verso il socialismo». Poco più avanti precisava che «il socialismo non è altro che il passo avanti che segue immediatamente il capitalismo monopolistico di Stato. O, in altre parole: il socialismo non è altro che il monopolio capitalistico di Stato messo al servizio di tutto il popolo e che, in quanto tale, ha cessato di essere monopolio capitalistico». La somiglianza con il ragionamento di Phillips e Rozworski è evidente: lo sviluppo capitalistico concentra e socializza la produzione, creando apparati di coordinamento sempre più estesi; ma soltanto una trasformazione dei rapporti di proprietà e di potere può porli al servizio della collettività.
Nell’introduzione gli autori collocano questa riflessione nel contesto della rinnovata attenzione verso il socialismo emersa negli anni successivi alla crisi finanziaria del 2008. Le campagne di Bernie Sanders negli Stati Uniti, insieme alla rinnovata visibilità di movimenti socialisti e socialdemocratici radicali, avrebbero contribuito a infrangere, almeno in parte, il tabù che aveva circondato il termine «socialismo» dopo il crollo dell'Unione Sovietica. Tuttavia, secondo Phillips e Rozworski, questo ritorno è rimasto spesso privo di una discussione adeguata sull’organizzazione concreta di un’economia postcapitalistica. L’attenzione si è concentrata soprattutto sulla redistribuzione della ricchezza, sui servizi pubblici, sui diritti sociali e sull’aumento della tassazione dei più ricchi, lasciando in secondo piano la questione della pianificazione.
Il volume cerca precisamente di colmare questa lacuna. Gli autori non propongono un modello definitivo né una formula tecnica completa per l’economia socialista del futuro. Il loro obiettivo è più circoscritto, ma non meno ambizioso: dimostrare che l’idea secondo cui la pianificazione sarebbe necessariamente inefficiente o tecnicamente impossibile non trova conferma nel funzionamento reale del capitalismo contemporaneo. Le grandi corporation, osservano, hanno già risolto molti dei problemi di coordinamento che, nel dibattito del Novecento, venivano indicati come ostacoli insuperabili alla pianificazione.
Il primo capitolo, significativamente intitolato Could Walmart Be a Secret Socialist Plot?, prende le mosse da una provocazione formulata da Fredric Jameson in una nota di Archaeologies of the Future. Jameson si chiedeva se Walmart potesse essere considerata, in maniera paradossale, una possibile anticipazione istituzionale di un’economia postcapitalistica. Non perché l’azienda possieda alcun carattere socialista, ma perché le sue dimensioni e il suo funzionamento interno mostrano concretamente che una struttura economica vastissima può essere coordinata senza affidarsi in ogni momento al mercato.
Walmart gestisce una rete globale composta da migliaia di punti vendita, centri di distribuzione, fornitori, sistemi di trasporto e lavoratori. La sua capacità di coordinamento dipende da un flusso continuo di informazioni riguardanti le vendite, le scorte, la domanda prevista, la localizzazione delle merci e i tempi di consegna. L’impresa ha investito precocemente in tecnologie informatiche, comunicazioni satellitari e sistemi automatizzati di gestione dell’inventario. Il meccanismo del continuous replenishment consente ai fornitori di ricevere dati aggiornati sulle vendite e di adeguare la produzione e le consegne, riducendo le carenze e l’accumulo di merci invendute.
Questa condivisione delle informazioni permette anche di contenere il cosiddetto bullwhip effect, ossia l’amplificazione progressiva delle variazioni della domanda lungo la catena distributiva. Una lieve oscillazione negli acquisti dei consumatori può infatti trasformarsi, passando dai rivenditori ai grossisti e infine ai produttori, in una variazione molto più ampia degli ordini. Walmart cerca di limitare tale fenomeno mediante una conoscenza immediata delle vendite e una gestione integrata dell’intera rete. Il funzionamento del sistema dipende quindi non dal confronto spontaneo tra prezzi indipendenti, ma dalla raccolta centralizzata di dati e dalla trasmissione coordinata delle decisioni.
Per Phillips e Rozworski, Walmart rappresenta così una confutazione pratica dell’idea secondo cui soltanto il mercato sarebbe in grado di organizzare una struttura economica complessa. Se un’impresa con dimensioni paragonabili a quelle di una media economia nazionale può coordinare internamente milioni di operazioni, allora la pianificazione su vasta scala non può essere liquidata come un’impossibilità tecnica. Ciò non significa che la struttura di Walmart debba essere semplicemente trasferita all’intera società. La sua efficienza logistica convive con bassi salari, controllo autoritario della forza lavoro, repressione sindacale e pressione sui fornitori. Gli autori distinguono pertanto l’efficacia di alcuni strumenti organizzativi dai fini per i quali vengono utilizzati.
Il secondo capitolo, Islands of Tyranny, amplia il ragionamento dal caso Walmart alla natura dell’impresa capitalistica in generale. Il punto di partenza è costituito dalle riflessioni di Ronald Coase. Nel suo celebre saggio The Nature of the Firm, Coase si domandava perché esistessero le imprese se il mercato fosse davvero il meccanismo più efficiente per coordinare ogni attività. La risposta risiedeva nei costi delle transazioni: in determinate circostanze è meno costoso sostituire una molteplicità di contratti e scambi con una struttura gerarchica nella quale un’autorità dirige le risorse.
L’impresa costituisce quindi un’«isola di potere cosciente» immersa nell’oceano del mercato. Al suo interno, l’allocazione delle risorse non è regolata mediante compravendite continue, ma attraverso una direzione amministrativa. Il proprietario o il management stabiliscono che cosa produrre, in quali quantità, con quali strumenti e secondo quali tempi. Phillips e Rozworski sottolineano il carattere politicamente rivelatore di questa contraddizione: il capitalismo si legittima celebrando la libertà di scelta e la competizione, ma organizza gran parte della produzione attraverso istituzioni nelle quali la maggioranza delle persone non dispone di alcun potere decisionale.
Il titolo del capitolo riprende l’espressione con cui Noam Chomsky ha definito le imprese: «isole di tirannia». Gli autori non usano il termine soltanto in senso polemico. Il rapporto di lavoro attribuisce infatti ai dirigenti un potere molto esteso sull’attività quotidiana dei lavoratori. Sono l’impresa e i suoi rappresentanti a determinare gli orari, i ritmi, le mansioni, le forme di sorveglianza e la distribuzione delle risorse. La democrazia politica si arresta, nella maggior parte dei casi, sulla soglia del luogo di lavoro. Anche quando la dirigenza concede spazi di autonomia, tale facoltà può essere revocata unilateralmente, a meno che non sia garantita dalla presenza sindacale o da istituzioni di partecipazione dotate di un potere effettivo.
Il problema della pianificazione, dunque, è inseparabile da quello della democrazia. La questione non consiste semplicemente nel sostituire il mercato con un comando amministrativo. Una società socialista che riproducesse su scala generale la struttura autoritaria dell’impresa capitalistica non realizzerebbe l’emancipazione promessa. Il punto decisivo è democratizzare le decisioni economiche, estendendo alla produzione e all’investimento il principio secondo cui coloro che subiscono le conseguenze di una scelta devono poter partecipare alla sua formazione.
Con Mapping the Amazon, il quarto capitolo, l’analisi si sposta sull’impresa che più di ogni altra incarna la nuova economia digitale. Se Walmart mostra la potenza della pianificazione logistica, Amazon aggiunge a questa capacità un’enorme raccolta di dati sul comportamento dei consumatori. Il capitolo si apre con il progetto dell’anticipatory shipping, attraverso il quale Amazon ha cercato di prevedere gli acquisti prima ancora che venissero effettuati, spostando preventivamente le merci verso i luoghi nei quali sarebbero probabilmente state richieste.
Il significato di questo sistema supera il singolo brevetto. Amazon costruisce una rappresentazione continuamente aggiornata delle preferenze, degli acquisti, delle ricerche e dei comportamenti dei suoi utenti. L’impresa non si limita a reagire ai segnali di prezzo: anticipa la domanda mediante l’elaborazione di quantità immense di informazioni. Coordina magazzini, piattaforme digitali, venditori, trasportatori e consumatori attraverso una struttura unitaria capace di modificarsi quasi in tempo reale.
Per gli autori, la capacità di Amazon di mappare la domanda indebolisce ulteriormente l’argomento hayekiano secondo cui le informazioni rilevanti sarebbero irrimediabilmente disperse tra milioni di individui e potrebbero essere sintetizzate soltanto dal sistema dei prezzi. Le informazioni rimangono certamente distribuite, ma le tecnologie digitali permettono di raccoglierne, trasmetterne ed elaborarne una parte considerevole con una velocità impensabile al tempo del dibattito classico sul calcolo socialista. Amazon non si limita a osservare i prezzi: possiede direttamente dati sui prodotti visualizzati, sugli acquisti abbandonati, sui tempi di consegna desiderati e sulle preferenze individuali.
Gli autori non ignorano il lato oppressivo di questa capacità. La raccolta dei dati si accompagna alla sorveglianza dei lavoratori e dei consumatori, all’intensificazione dei ritmi di lavoro e a un potere crescente della piattaforma sui venditori. La tecnologia non è quindi intrinsecamente emancipatrice. La stessa infrastruttura che permette un coordinamento più razionale può essere utilizzata per rafforzare il comando capitalistico. Phillips e Rozworski rifiutano però la falsa alternativa tra sorveglianza privata e controllo burocratico statale. La loro proposta è sottoporre i dati e gli strumenti di coordinamento a istituzioni democratiche, nelle quali la collettività possa stabilirne finalità, limiti e modalità di impiego.
Il capitolo successivo, Index Funds as Sleeper Agents of Planning, estende l’analisi dal coordinamento interno delle imprese alla concentrazione della proprietà finanziaria. I grandi fondi indicizzati, i fondi pensione, i fondi sovrani e le società di gestione del risparmio controllano partecipazioni in una parte crescente delle principali imprese. Phillips e Rozworski osservano che la probabilità che due società comprese nell’indice S&P 1500 abbiano in comune un azionista in possesso di almeno il cinque per cento delle quote sarebbe passata, nell’arco di circa vent’anni, dal venti al novanta per cento.
La diffusione della proprietà comune riduce la distanza tra imprese formalmente indipendenti. I maggiori gestori patrimoniali possiedono quote delle aziende concorrenti e hanno pertanto un interesse meno immediato a favorire una competizione distruttiva tra esse. L’integrazione finanziaria introduce così elementi di coordinamento e di pianificazione nell’allocazione degli investimenti. Anche in questo caso, tuttavia, si tratta di una pianificazione capitalistica, esercitata da soggetti privati e orientata alla redditività.
Il titolo del capitolo allude ironicamente all’ipotesi che i fondi indicizzati possano agire come «agenti dormienti» della pianificazione. Matt Levine si era domandato provocatoriamente se gli index funds fossero comunisti, immaginando una progressiva automazione delle decisioni finanziarie fino alla comparsa di un algoritmo capace di distribuire perfettamente il capitale. In questa prospettiva, i «becchini» del capitalismo non sarebbero più i lavoratori evocati da Marx, ma sofisticati sistemi automatici di allocazione.
Phillips e Rozworski non condividono naturalmente questa conclusione. La concentrazione finanziaria non conduce spontaneamente al socialismo. Essa dimostra però che il capitalismo tende a superare la frammentazione proprietaria e a creare centri capaci di orientare porzioni sempre più ampie dell’investimento. Se questi centri fossero socializzati e democratizzati, potrebbero diventare strumenti per scegliere collettivamente le priorità produttive, indirizzando le risorse verso la transizione ecologica, la sanità, l’istruzione, le infrastrutture e la ricerca scientifica.
Da qui il passaggio al sesto capitolo, Nationalization Is Not Enough. La formula esprime una distinzione essenziale: la proprietà pubblica costituisce una condizione importante della trasformazione socialista, ma non è di per sé sufficiente. Un’impresa statale può continuare a operare secondo criteri commerciali, conservare una struttura gerarchica e sottrarsi al controllo dei lavoratori e degli utenti. Analogamente, un servizio pubblico può essere amministrato in maniera burocratica, lasciando le decisioni nelle mani di apparati non responsabili di fronte alla collettività.
Gli autori prendono le mosse dall’istituzione del National Health Service britannico, entrato in funzione nel 1948. L’NHS rappresenta uno degli esempi più significativi di sottrazione di un servizio fondamentale alla logica del mercato: l’assistenza sanitaria viene garantita universalmente, è finanziata attraverso la fiscalità generale ed è fornita gratuitamente nel momento del bisogno.
Il servizio sanitario britannico dimostra che è possibile organizzare un settore vastissimo sulla base del bisogno anziché della capacità di pagamento. Medici, ospedali, farmaci e risorse vengono coordinati in larga misura mediante decisioni pubbliche. Tuttavia, anche all’interno dell’NHS permangono gerarchie, conflitti e forme di esclusione dalla decisione. La demercificazione, scrivono gli autori, è una condizione necessaria della democratizzazione economica, ma non una condizione sufficiente.
La nazionalizzazione deve quindi essere accompagnata da una trasformazione delle strutture decisionali. I lavoratori, gli utenti, le comunità e le istituzioni democratiche devono poter partecipare alla determinazione degli obiettivi, degli investimenti e delle modalità di erogazione. Non basta sostituire il consiglio di amministrazione privato con un ministero. Il socialismo richiede sia la proprietà collettiva dei principali mezzi di produzione sia forme effettive di autogoverno economico.
Questa impostazione consente di evitare due riduzioni opposte. La prima identifica il socialismo con qualsiasi espansione della proprietà statale, dimenticando che anche Stati capitalistici possono possedere imprese e infrastrutture. La seconda, tipica di alcune correnti liberali, considera ogni intervento pubblico come un passo verso il socialismo. Phillips e Rozworski insistono invece sul contenuto sociale e politico della proprietà: occorre chiedersi chi decide, attraverso quali istituzioni, con quali finalità e sotto quale controllo.
Il settimo capitolo, Did They Even Plan the Soviet Union?, affronta inevitabilmente l’esperienza storica che più di ogni altra ha condizionato il giudizio sulla pianificazione. Il titolo contiene una domanda volutamente provocatoria: l’economia sovietica fu davvero pianificata nel senso razionale e coerente attribuito normalmente al termine? Gli autori non negano l’esistenza dei piani quinquennali, del Gosplan o della proprietà statale dei principali mezzi di produzione. Sostengono però che il funzionamento concreto del sistema fosse molto più disordinato e contraddittorio di quanto lascino intendere tanto le rappresentazioni apologetiche quanto quelle anticomuniste.
La pianificazione sovietica operava attraverso una struttura amministrativa enorme, nella quale gli obiettivi generali dovevano essere tradotti in una quantità sterminata di indicatori, ordini e quote produttive. Il centro non possedeva informazioni sufficientemente precise sulle condizioni reali delle imprese. I dirigenti, dal canto loro, avevano interesse a sottostimare le proprie capacità produttive per ottenere obiettivi più facili da raggiungere e maggiori quantità di risorse. Una volta fissato il piano, cercavano di soddisfare gli indicatori formali anche quando ciò produceva risultati assurdi dal punto di vista dell’utilità sociale.
Il problema non era soltanto la quantità dei calcoli da eseguire, ma la qualità delle informazioni trasmesse. In assenza di un controllo democratico dal basso, i dati risalivano lungo la gerarchia attraverso apparati interessati a proteggerne la posizione. La realizzazione numerica degli obiettivi poteva così prevalere sulla qualità dei prodotti, sull’effettiva soddisfazione dei bisogni e sulla conservazione delle risorse. Una fabbrica valutata in base al peso complessivo dei materiali prodotti poteva essere spinta a fabbricare oggetti inutilmente pesanti; un’altra, misurata in base al numero dei pezzi, poteva ridurne dimensioni e qualità.
Phillips e Rozworski mettono quindi in discussione l’equazione semplicistica tra esperienza sovietica e pianificazione razionale. Il fatto che l’Unione Sovietica abbia incontrato crescenti difficoltà non dimostra l’impossibilità di qualsiasi pianificazione, così come il fallimento di una singola impresa non dimostra l’impossibilità dell’impresa in quanto tale. Occorre analizzare le istituzioni specifiche, gli incentivi, i flussi informativi, le forme di potere e le tecnologie disponibili.
Il capitolo ripercorre anche il dibattito sul calcolo economico socialista. Ludwig von Mises aveva sostenuto che, in assenza della proprietà privata dei mezzi di produzione e di un mercato dei beni capitali, non sarebbe stato possibile stabilire prezzi capaci di orientare razionalmente l’allocazione delle risorse. Friedrich Hayek aveva spostato l’attenzione sul carattere disperso e locale della conoscenza: nessuna autorità centrale avrebbe potuto raccogliere tutte le informazioni possedute dai singoli attori economici, mentre il sistema dei prezzi sarebbe stato capace di sintetizzarle.
Gli economisti socialisti risposero in modi differenti. Otto Neurath sostenne la possibilità di effettuare valutazioni economiche in natura, senza ridurre tutte le decisioni a un’unica misura monetaria. Oskar Lange propose invece un modello nel quale un’autorità centrale avrebbe fissato prezzi provvisori, modificandoli in risposta a eccedenze e carenze fino a raggiungere un equilibrio. Phillips e Rozworski non considerano definitivamente risolto questo dibattito, ma osservano che le moderne tecnologie informatiche, le capacità di raccolta dei dati e l’esperienza delle grandi imprese impongono almeno di riaprirlo.
L’ottavo capitolo, Hardly Automated Space Communism, prosegue la discussione concentrandosi sull’informatica, sull’automazione e sui modelli contemporanei di pianificazione. Il titolo prende ironicamente le distanze dalle visioni in cui il comunismo verrebbe prodotto quasi automaticamente dallo sviluppo tecnologico. Gli autori partono da una domanda: se la pianificazione sovietica era tanto imperfetta, come riuscì l’URSS a trasformarsi rapidamente da paese prevalentemente agricolo in una grande potenza industriale, scientifica e militare?
La risposta non può ridursi né a una celebrazione acritica della pianificazione sovietica né al suo completo rigetto. Il sistema ottenne risultati straordinari nell’industrializzazione, nell’istruzione, nella scienza, nella difesa e nella conquista dello spazio, ma mostrò limiti crescenti nella produzione di beni di consumo, nella qualità e nell’adattamento rapido delle decisioni. La concentrazione delle risorse poteva risultare efficace quando gli obiettivi erano relativamente chiari e circoscritti, come la costruzione di acciaierie, centrali, infrastrutture o programmi spaziali. Diventava più problematica quando occorreva coordinare una molteplicità di preferenze qualitative e mutevoli.
Phillips e Rozworski esaminano quindi le proposte di Paul Cockshott e Allin Cottrell, che hanno sostenuto la possibilità di utilizzare moderni calcolatori per risolvere i problemi computazionali della pianificazione. Algoritmi di ottimizzazione, matrici input-output e sistemi di elaborazione distribuita potrebbero calcolare in tempi relativamente brevi combinazioni produttive che sarebbero state ingestibili con le tecnologie disponibili ai pianificatori sovietici.
Gli autori riconoscono l’importanza di queste proposte, ma rifiutano l’idea che la potenza di calcolo possa, da sola, risolvere il problema politico ed economico. Un computer può elaborare i dati che riceve, non determinarne automaticamente l’attendibilità né stabilire quali bisogni debbano avere la precedenza. Il socialismo non è un esercizio puramente ingegneristico: richiede decisioni normative, confronto tra interessi differenti, partecipazione e revisione continua degli obiettivi.
Da questo punto di vista, la fiducia esclusiva nei supercomputer rischia di trasformarsi in un feticismo della tecnica. Anche il sistema più avanzato resterebbe inutilizzabile se alimentato da informazioni false, incomplete o distorte. La formula informatica garbage in, garbage out conserva qui tutta la sua validità: dati inaffidabili producono risultati inaffidabili. La questione decisiva non è dunque soltanto la capacità di calcolare, ma la costruzione di istituzioni nelle quali i lavoratori, i consumatori e le comunità possano comunicare informazioni veritiere e partecipare alla definizione delle priorità.
Il nono capitolo, Allende’s Socialist Internet, presenta l’esperienza cilena del progetto Cybersyn, sviluppato durante il governo di Unidad Popular. A partire dal 1971, il governo di Salvador Allende affidò al cibernetico britannico Stafford Beer il compito di progettare un sistema capace di coordinare le imprese nazionalizzate. Il progetto cercava di connettere le fabbriche mediante una rete di telescriventi, attraverso la quale i principali indicatori produttivi potessero essere trasmessi rapidamente a un centro di elaborazione.
Cybersyn non mirava semplicemente a centralizzare tutte le decisioni. La cibernetica di Beer concepiva le organizzazioni come sistemi composti da livelli differenti, dotati di una relativa autonomia ma collegati da flussi informativi. Soltanto le deviazioni significative rispetto al funzionamento ordinario avrebbero dovuto essere comunicate ai livelli superiori. L’obiettivo era combinare coordinamento generale e capacità decisionale locale, evitando sia la frammentazione del mercato sia il sovraccarico di un centro onnisciente.
La vicenda di Allende viene generalmente ricordata per il golpe dell’11 settembre 1973 e per la brutale repressione instaurata da Augusto Pinochet. Phillips e Rozworski richiamano invece l’attenzione sull’originalità istituzionale del progetto economico cileno. Durante lo sciopero dei camionisti del 1972, promosso dagli oppositori del governo e sostenuto dall’esterno, la rete di comunicazione contribuì a coordinare i mezzi ancora disponibili e ad assicurare la distribuzione dei beni essenziali. Cybersyn mostrò così, pur in forma embrionale, le potenzialità di una pianificazione flessibile e alimentata da informazioni aggiornate.
Il progetto rimase incompleto e non può essere presentato come la soluzione definitiva ai problemi del calcolo economico. Le tecnologie erano limitate e la partecipazione dei lavoratori non raggiunse sempre il livello auspicato. Tuttavia, il suo fallimento non derivò principalmente da un’impossibilità scientifica o organizzativa: fu interrotto dalla distruzione violenta del governo che lo aveva promosso. Il caso cileno dimostra pertanto che la storia della pianificazione comprende esperimenti diversi dal modello sovietico e che il rapporto tra coordinamento centrale, autonomia locale e democrazia può essere configurato in molteplici modi.
Nel decimo capitolo, Planning the Good Anthropocene, la pianificazione viene infine posta in relazione con la crisi ecologica. Per gli autori, il cambiamento climatico rappresenta forse l’argomento più stringente contro la fiducia nel mercato. Le emissioni di gas serra, la perdita di biodiversità, l’acidificazione degli oceani e il consumo delle risorse non possono essere affrontati attraverso una somma di scelte individuali isolate. Richiedono obiettivi collettivi di lungo periodo, investimenti coordinati e trasformazioni profonde dei sistemi energetici, industriali, agricoli e urbani.
Il mercato valuta ciò che può essere comprato e venduto, ma non attribuisce automaticamente un prezzo adeguato ai processi naturali dai quali dipende la vita. Molti costi ambientali vengono trasferiti alla collettività o alle generazioni future. Anche quando vengono introdotti prezzi del carbonio o altri strumenti di mercato, rimane necessario stabilire politicamente la quantità di emissioni compatibile con gli obiettivi climatici, decidere quali attività ridurre, quali tecnologie sviluppare e come distribuire i costi della transizione.
Phillips e Rozworski distinguono tra un «cattivo Antropocene», nel quale l’umanità modifica involontariamente il sistema terrestre sotto la spinta cieca del profitto, e un «buon Antropocene», nel quale assume consapevolmente la responsabilità del proprio impatto sul pianeta. La loro posizione non consiste nel sostenere un dominio assoluto sulla natura, ma nel riconoscere che l’attività umana ha ormai raggiunto dimensioni tali da richiedere una gestione cosciente dei suoi effetti.
La pianificazione democratica dell’economia diviene così, allo stesso tempo, pianificazione del rapporto tra società e sistema terrestre. La produzione energetica, i trasporti, l’edilizia, l’agricoltura e l’uso del suolo devono essere trasformati secondo obiettivi stabiliti collettivamente. Gli autori concludono che la pianificazione democratica globale non è soltanto una condizione necessaria del «buon Antropocene»: coincide con esso.
Nella conclusione, intitolata significativamente Planning Works, Phillips e Rozworski riassumono il messaggio del volume: la pianificazione esiste ovunque e funziona, altrimenti le imprese capitalistiche non ne farebbero un impiego tanto esteso. L’affermazione non implica che ogni piano abbia successo, che il mercato possa essere abolito istantaneamente o che le tecnologie contemporanee rendano superflua la politica. Significa che la contrapposizione assoluta tra mercato efficiente e pianificazione impossibile non descrive il funzionamento delle economie reali.
Il capitalismo contemporaneo è costituito da gigantesche organizzazioni pianificate, collegate tra loro da mercati, contratti, reti finanziarie e istituzioni pubbliche. La stessa impresa privata, celebrata come prodotto della concorrenza, sospende al proprio interno il meccanismo concorrenziale. La questione socialista consiste nel trasformare questi apparati, democratizzandone il controllo e orientandone le capacità verso scopi collettivi.
Il principale merito di The People’s Republic of Walmart risiede nella capacità di spostare il dibattito sulla pianificazione dal terreno astratto a quello delle istituzioni che già esistono. Gli autori non chiedono al lettore di immaginare da zero una macchina economica completamente nuova. Mostrano piuttosto che il capitalismo ha prodotto sistemi logistici, reti informatiche, strumenti statistici e centri finanziari capaci di coordinare risorse su una scala enorme. La loro domanda è se queste capacità possano essere separate dai rapporti proprietari e dalle finalità che oggi le governano.
Il richiamo a Lenin aiuta a cogliere il significato storico di questa tesi. Come il capitalismo monopolistico di Stato della Prima guerra mondiale aveva mostrato la possibilità di accentrare e coordinare interi settori economici, Walmart, Amazon e i grandi gestori finanziari mostrano oggi un livello ancora più avanzato di socializzazione tecnica della produzione. Ma, in entrambi i casi, il passaggio al socialismo non avviene automaticamente. La concentrazione capitalistica può rafforzare il potere di una minoranza anziché preparare spontaneamente l’emancipazione della maggioranza. Occorre trasformare il potere politico e le istituzioni economiche.
Da questo punto di vista, è particolarmente importante la distinzione formulata dagli autori tra nazionalizzazione e socialismo. La proprietà pubblica delle banche, dell’energia, dei trasporti, delle infrastrutture e dei principali settori produttivi costituisce verosimilmente una condizione indispensabile per orientare consapevolmente lo sviluppo economico. Ciò non significa che ogni piccola attività debba essere assorbita da un unico apparato statale, né che ogni forma di mercato debba essere eliminata immediatamente. La socializzazione dovrebbe riguardare innanzitutto i settori strategici e le leve fondamentali dell’investimento. Tuttavia, anche in questi ambiti, la proprietà statale rimane insufficiente senza democrazia economica.
Il punto sul quale il volume avrebbe potuto insistere maggiormente è il carattere epistemico della democrazia dei lavoratori. Il controllo operaio sulla produzione non costituisce soltanto un principio democratico o un valore politico. È una condizione della sua capacità di conoscere la realtà. I lavoratori possiedono informazioni pratiche sui processi produttivi che nessun centro può ricostruire integralmente dall’esterno. Se non possono segnalare liberamente errori, sprechi, ritardi e bisogni, il sistema riceve una rappresentazione deformata delle proprie condizioni.
In questo senso, l’autoritarismo distrugge l’informazione. Una struttura burocratica nella quale ammettere un problema espone a sanzioni incentiva inevitabilmente la falsificazione dei dati. I dirigenti occultano le difficoltà, i livelli intermedi trasmettono al centro ciò che il centro desidera ascoltare e gli indicatori quantitativi vengono formalmente rispettati anche quando il risultato reale è inutile. La democrazia operaia non rappresenta quindi un semplice ornamento della pianificazione, ma una condizione indispensabile perché essa possa funzionare efficacemente.
Questa considerazione consente di formulare una critica anche alle interpretazioni eccessivamente tecnicistiche delle proposte di Cockshott e Cottrell. La moderna potenza di calcolo rende certamente affrontabili problemi che sarebbero stati quasi insolubili negli anni Trenta o Cinquanta. È plausibile che gran parte del problema computazionale sia oggi tecnicamente superabile. Tuttavia, nessun supercomputer può correggere informazioni sistematicamente distorte dalla struttura del potere. L’algoritmo può ottimizzare soltanto rispetto agli obiettivi e ai dati che gli vengono forniti.
La stessa esperienza sovietica andrebbe forse valutata distinguendo più nettamente tra differenti settori. La pianificazione risultava relativamente più efficace nell’industria pesante, nelle infrastrutture, nel programma spaziale, nel nucleare, nella matematica, nella fisica e nella produzione militare. In questi campi gli obiettivi erano spesso più definiti, le priorità politiche più stabili e i meccanismi di verifica più stringenti. La produzione di beni di consumo presentava invece una complessità informativa molto maggiore: qualità, varietà, preferenze locali e mutamenti della domanda sono più difficili da rappresentare attraverso pochi indicatori quantitativi.
Il successo relativo del settore militare può essere spiegato anche dalla presenza di un circuito di retroazione più efficace. Un sistema d’arma che non raggiunge le prestazioni richieste produce conseguenze immediatamente visibili e politicamente rilevanti. Al contrario, la bassa qualità di una scarpa o di un elettrodomestico poteva essere occultata più facilmente, soprattutto quando i consumatori non disponevano di canali istituzionali per influire sulla produzione.
Anche il progetto OGAS, concepito da Viktor Gluškov come una rete nazionale informatizzata per la gestione dell’economia sovietica, meriterebbe una considerazione più ampia. Non appare del tutto convincente liquidarlo come un tentativo tardivo e tecnicamente insufficiente. Le tecnologie disponibili ponevano certamente limiti considerevoli, ma la principale opposizione provenne dagli apparati ministeriali e burocratici, che temevano di perdere potere, informazioni e risorse. Il fallimento di OGAS mostra ancora una volta che il problema della pianificazione non è riducibile alla tecnologia: l’informatizzazione avrebbe modificato i rapporti di forza all’interno dell’amministrazione e incontrò pertanto una resistenza politica.
Cybersyn appare, sotto questo profilo, ancora più significativo. Il suo interesse non risiede soltanto nell’uso pionieristico delle telecomunicazioni, ma nel tentativo di costruire una pianificazione decentralizzata, capace di preservare l’autonomia dei livelli inferiori e di trasmettere al centro soltanto le informazioni necessarie. Come ha mostrato Eden Medina in Cybernetic Revolutionaries, il progetto cileno si sviluppò in un contesto nel quale innovazione tecnologica, partecipazione politica e trasformazione sociale erano strettamente intrecciate. La sua distruzione fu una conseguenza del golpe, non la prova dell’inadeguatezza scientifica dell’esperimento.
Queste osservazioni non indeboliscono la tesi fondamentale del libro. Al contrario, ne sviluppano una delle implicazioni principali. Phillips e Rozworski mostrano convincentemente che la pianificazione è possibile e che il capitalismo ne fa già ampio uso. Occorre aggiungere che la sua efficacia dipende non soltanto dagli algoritmi e dalla potenza di calcolo, ma dalla struttura delle istituzioni che producono le informazioni. Una pianificazione democratica dovrebbe combinare coordinamento generale, autonomia locale, partecipazione dei lavoratori, trasparenza e possibilità di contestare le decisioni.
The People’s Republic of Walmart non fornisce un progetto costituzionale completo della società socialista futura. Non stabilisce in ogni dettaglio quali decisioni debbano essere centralizzate, quali affidate alle imprese autogestite, quali lasciate a forme limitate di mercato e come debbano essere rappresentati i consumatori. La sua funzione è preliminare: rimuovere l’ostacolo ideologico secondo cui qualsiasi alternativa al mercato sarebbe irrealizzabile.
In questo obiettivo il volume riesce. Dopo Walmart, Amazon, i fondi indicizzati, il servizio sanitario pubblico, l’industria sovietica e Cybersyn, diventa difficile sostenere che la pianificazione appartenga a un mondo scomparso. Essa costituisce uno dei principi organizzativi fondamentali della stessa economia capitalistica. Le grandi imprese pianificano perché la pianificazione, entro determinati ambiti, è più efficace del mercato. Il problema è che lo fanno in forma autoritaria e secondo finalità stabilite dai proprietari del capitale.
La questione del socialismo può essere allora riformulata: non si tratta di imporre dall’esterno un ordine artificiale a un’economia spontaneamente organizzata dal mercato, ma di democratizzare una socializzazione produttiva che il capitalismo ha già realizzato in forme private e dispotiche. È questa la forza principale della provocazione contenuta nel titolo. La «repubblica popolare di Walmart» non esiste, ma Walmart dimostra involontariamente che un’economia complessa può essere coordinata mediante la pianificazione. Perché tale capacità diventi socialista, deve cessare di appartenere a Walmart.