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Manfredi Alberti *

 

Le recenti stime diffuse dal Fondo monetario internazionale indicano che il “Grande lockdown” potrebbe produrre a fine anno una recessione mondiale di proporzioni mai viste, almeno dai tempi della crisi del ’29. Guardando al caso dell’Italia il quadro appare ancora più fosco. La caduta del Pil prevista per il 2020 (-9,1%), infatti, potrebbe essere molto simile a quella avutasi nel 1945 al termine della Seconda guerra mondiale (-10,3%), determinando quindi una recessione decisamente più grave di quelle seguite alla Grande guerra (– 5,6% nel 1919), al famoso crollo di Wall Street (- 4,7% nel 1930), e al fallimento di Lehman Brothers (-5,5% nel 2009).

Bastano questi dati a legittimare l’analogia, sempre più diffusa nel linguaggio giornalistico e politico, fra la pandemia di Covid-19 e l’esperienza della guerra? La questione merita a mio avviso una risposta articolata.

Per molti versi è giusto ritenere fuorvianti e retoriche le metafore belliche utilizzate per descrivere la gestione sanitaria dell’epidemia, trasformando i morti in “caduti”, gli ospedali in “trincee” e medici e infermieri in “eroi”. La “chiamata alle armi” contro il virus, infatti, rischia di rendere più facile l’occultamento delle responsabilità politiche di coloro che hanno svilito la sanità pubblica negli ultimi anni, o di legittimare possibili restringimenti degli spazi di democrazia, come dimostra il caso dell’Ungheria. Le grandi guerre europee del passato sono state enormi carneficine con milioni di morti, mosse dal nazionalismo e dall’imperialismo, che nulla hanno a che fare con la cura dell’altro che è implicita nell’attuale sforzo di tutela della salute pubblica.

Ciò nonostante, bisogna pur riconoscere che l’emergenza sanitaria sta producendo trasformazioni e ponendo alcuni problemi per certi versi comparabili, fatte le dovute distinzioni, a quelli di un’economia di guerra (come la gestione centralizzata di risorse reali e finanziarie e la rapida interruzione o riconversione di alcune produzioni), offrendo al contempo nuove opportunità per un ripensamento complessivo dell’assetto sociale ed economico. Per comprendere meglio questo aspetto, sarà utile rievocare ancora oggi quel conflitto e quella rivoluzione che poco più di cento anni fa sconvolsero il mondo: la Grande guerra e l’inizio dell’edificazione del socialismo in Russia. Non tanto per il precedente costituito dall’influenza “spagnola”, scoppiata tra il 1918 e il 1919, quanto piuttosto per il fatto che l’attuale pandemia, al pari di quei lontani eventi, ci pone ancora una volta di fronte ai limiti di un’economia e di una società fondati sull’uso privato delle risorse, e sollecita la sperimentazione di nuove e superiori forme di organizzazione sociale.

Da questo punto di vista si rivelano illuminanti le riflessioni che Lenin fece tra il 1917 e il 1918. Nel settembre del 1917, scrivendo La catastrofe imminente e come lottare contro di essa, Lenin riusciva a scorgere nell’economia di guerra, e in particolare nel “capitalismo monopolistico di Stato” tedesco, i germi del socialismo e della pianificazione. L’emergenza della guerra stava infatti accelerando la nascita di una gestione centralizzate delle risorse, capace, potenzialmente, di delineare un nuovo modo di produrre e distribuire la ricchezza, a vantaggio di tutti, anche se la macchina statale funzionava ancora a beneficio di pochi privilegiati. Il controllo statale sulla finanza e sulla produzione in tempo di mobilitazione bellica, notava Lenin, implicava ad esempio la necessità di superare l’uso privato, e quindi riservato, di informazioni vitali per la gestione dell’economia, come i dati commerciali delle aziende. Fatte le dovute distinzioni, anche oggi si pongono problemi analoghi nella gestione dell’emergenza sanitaria, rispetto, per esempio, all’utilizzo di quei Big Data che sono già, di fatto, raccolti a fini di profitto dai grandi monopoli privati dell’informazione, da Google a Microsoft, e che potrebbero essere messi a disposizione di tutti, sotto un controllo democratico, per scopi sanitari e di utilità sociale (si pensi, da questo punto di vista, ai casi pur diversi della Cina e della Corea del Sud). Gli esempi si potrebbero moltiplicare.

Oggi, più ancora che cento anni fa, la produzione capitalistica è già, in un certo senso, “socializzata”, cioè capace di connettere settori produttivi, mercati e consumatori. Queste potenzialità possono emergere coerentemente solo a patto di ricondurre sotto un controllo collettivo le informazioni e le decisioni sulla produzione. Da questo punto di vista l’esperienza del lockdown, che al momento appare a molti solo come una temporanea compressione delle libertà individuali, ci pone di fronte all’evidenza che i grandi obiettivi di utilità collettiva (la salute, il ripensamento dei consumi, degli stili di vita, della mobilità, dei tempi di lavoro, dell’uso delle risorse naturali) possono essere raggiunti solo con un forte intervento pubblico che indirizzi e coordini l’azione dei singoli. Sarà bene non dimenticarsene, e agire di conseguenza, una volta superata questa fase.

 

 

* Da: “il manifesto”, 28 aprile 2020.

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