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Categoria: Saggi
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Salvatore d'Albergo*

 

Il modello costituzionale di democrazia per la trasformazione della società e dello stato

Il dibattito di questo seminario e la relazione di Ruggeri, conferma il fondamento della ricerca promossa dal "Centro" allo scopo di chiarire le diverse forme che assume nel processo storico la questione dello stato rispetto ai diversi termini in cui si presenta il conflitto di classe, ed ha quindi trovato piena convalida nella varietà degli interventi l'utilità di interloquire in questa sede di riflessione politico-culturale - in quanto tale "autonoma" da esigenze di decisione di gruppi dirigenti - sui termini attuali dell'annosa questione del rafforzamento dell'esecutivo", oggi riproposta insistentemente in nome del "presidenzialismo" e delle sue varianti.

 La relazione di Ruggeri assume importanza fondamentale come base per i nostri lavori , più precisamente, dinanzi al compito che ci siamo assunti per reperire le chiavi di lettura delle dinamiche che si sono succedute, dalla fase più acuta dello scontro di classe in Italia a quella odierna passando per gli anni ottanta, ci è sembrato che lo squadernarsi sempre più inquietante delle "riforme istituzionali" agitate all'ombra della Repubblica sin dalla metà degli anni '70, imponga l'inserimento nel mezzo del processo elaborativo della ricerca, di un dibattito ovviamente non congiunturale anche se sensibile alle impennate - speriamo non tardive - di alcuni dirigenti della CGIL avverso al "presidenzialismo". Dibattito volto a cogliere quel che di permanente e di organico nelle proposte di "riforma istituzionale" è riferibile alla strategia univoca oltre che unilaterale del capitalismo internazionale e nazionale: si da portare alla luce, nel contempo, quali motivi contraddittori siano stati prima latenti e poi sempre più evidenti e consolidati in una sinistra che, dopo aver avviato con la Costituzione italiana un'esperienza di tipo nuovo per una democrazia che non sia solo formale ma anche sostanziale, si riduce ora a farsi interprete di esigenze solo gestionali e di efficienza di istituzioni non più viste come strumento di una socializzazione della politica e dell'economia, né come fondamento di una transizione ad una società che superi la formazione sociale del capitalismo.

Proprio perché consapevoli delle ragioni che da sinistra si sono date alla deriva della democrazia - con una miscela di riferimenti, vuoi alla "globalizzazione dell'economia", vuoi alle "trasformazioni del processo produttivo" - siamo sempre più persuasi della necessità di non aderire apoditticamente alla tesi che l'internazionalizzazione del potere capitalistico e l'informatizzazione che l'ha agevolata si trovino - senza salti - entro un processo che in realtà è stato rapido, ma graduale, di transizione, avvertibile e avvertito già nel passaggio dagli anni cinquanta agli anni sessanta, quando il profilarsi dell'impresa multinazionale e dell'automazione hanno concorso a determinare quel processo oggi pienamente dispiegatosi, incidendo profondamente su ogni aspetto della vita sociale e politica e quindi anche istituzionale. Forte essendo, altrimenti, il dubbio che si resti vittima di una sorta di determinismo storico, con il risultato di legittimare aprioristicamente la perdita di valore dell'autonomia sociale e dell'autonomia politica delle forze diverse da quelle legate al sistema delle imprese: sì che, allora, altro non vi sarebbe che ammettere, insieme alla supremazia del capitalismo, anche quella dei vertici istituzionali dello stato e delle organizzazioni sovranazionali.

Soprattutto, quel che non convince nell'assunzione di categorie dogmatiche come "post-moderno", "post-industriale", "post-fordismo", non è tanto il ruolo di cesura che viene loro assegnato per separare con assoluta nettezza le fasi successive della rivoluzione industriale e scientifica - ciò che comunque andrà sottoposto ad accurata analisi critica sui rapporti reali tra capitale e lavoro -, quanto soprattutto la contraddittorietà con cui si viene a legittimare una costante del potere politico-istituzionale, che si ispirerebbe alla medesima matrice se, comunque, in ogni fase storica - precapitalistica o capitalistica - l'organizzazione del potere si configura con un impianto sempre verticistico, con varianti secondarie di quella che, volta a volta, viene invocata come esigenza irrinunciabile del "rafforzamento dell'esecutivo".

Poiché non può cogliersi la singolarità di una invarianza del ruolo delle istituzioni e quindi della politica rispetto a sviluppi così profondi dei rapporti sociali e da ultimo dei rapporti di produzione, sembra più che mai indispensabile mettere il dito su quella che appare la piaga più ulcerosa nell'uso della teoria da parte della sinistra che non si sà più se chiamare marxista, o, a sua volta, "post-marxista", tanto più poi se a "far teoria" sono rimasti solo dirigenti di partito poco curanti di accompagnare con una precisa autocritica diagnosi tardive se fatte solo per denunciare i limiti delle precedenti esperienze, senza peraltro cimentarsi in quello che più loro competerebbe, cioè in proposte di intervento politico all'altezza delle preddette diagnosi: e la piaga in parola concerne l'uso di quella teoria marxista dello Stato di cui Bobbio ha cercato di sostenere "l'inesistenza", mentre da ogni luogo dell'esperienza segnata dall'azione dei comunisti si hanno testimonianze varie, ma convergenti, nel palesare le deviazioni della prassi rispetto alla teoria critica del capitalismo.

Nell'apparenza, infatti, che la critica marxiana si circoscriva ai rapporti sociali di produzione e che per i suoi aspetti sovrastrutturali il diritto, come lo stato, sia altro dall'antitesi capitale-lavoro, la storia documenta come gli insuccessi di vario grado ascrivibili alle interpretazioni del rapporto tra capitale e stato di ascendenza socialdemocratica, bolscevica e operaistica, vanno fatti risalire proprio a quella scissione tra "questione sociale" e "questione istituzionale" che la critica materialistica attribuisce alla cultura borghese, per poi ripetere - pur entro percorsi teorici-politici di stampo diverso - modelli di comportamento che però sono tanto più esiziali alla causa del socialismo in quanto mediante i ben noti errori - compresi quelli che hanno accompagnato il "caso italiano - si sono portati ad esito infausto tentativi di trasformazione tutti fondati su una asserita strategia antagonista e, solo in quanto tale, alternativa.

La domanda perché vi sia oggi qualche impennata (comunque meritevole di rilievo) contro il "presidenzialismo", solo quando ci si è improvvisamente resi conto che esso è quasi alle porte a causa della inopinata ricerca di un'intesa sulla revisione della Seconda Parte della Costituzione tra i "progressisti" e i "conservatori", non può trovare una risposta sufficiente nella pur facile constatazione della gravità degli errori effettuati in ragione dell'abiura del comunismo prima e dopo la caduta del "muro di Berlino"; dovendosi, al contrario, inquadrare una denuncia che trova scarsa eco negli ambienti più di partito che sindacali dei "progressisti", nel contesto della storia sociale e politica dell'ultimo quarantennio, e più particolarmente in quel periodo che ha costituito da incubazione di processi di lotta sociale e politica sempre più avanzata proprio in quanto vi era consapevolezza che, coniugando l'attacco al potere in fabbrica e nello stato, si potesse - pur fuori dal governo e dalla "stanza dei bottoni", ma in nome piuttosto di una estensione consapevole di potere antagonista nelle assemblee elettive e nei luoghi di lavoro - ricondurre il sistema di potere dominante nell'impresa e nello stato agli obbiettivi emancipatori di una Costituzione di "transizione".

Entra qui in campo la ripresa di analisi che tengano conto della concezione togliattiana della democrazia, vista non già nelle varianti di quella che (con letture non sempre coincidenti) si è chiamata "doppiezza" nella articolazione di tattica e di strategia, ma attraverso quella superiore concezione della politica che traspare dalla teoria della costituzione che il leader del comunismo italiano ha professato e concretato con una strategia delle alleanze rivelatasi capace, oltre che di apprestare il modello più originale di costituzione democratica dell'occidente europeo, di farne valere anche alcuni dei significati più profondi quando - invece di attuarla - la parte più moderata degli interlocutori della "Resistenza" ha tentato di congelarla pur non riuscendo ad accantonarla definitivamente : ed è storia oggi misconosciuta, in nome di un cosi detto "consociativismo" che, se e quando ha operato effettivamente, ha coinciso con la fase di involuzione del socialismo autonomista e craxiano degli anni ottanta, dopo che il PCI ha abbandonato progressivamente la lotta per la democratizzazione della società e dello stato degli anni 1948-1978, facendosi trascinare, specie nella fase post-berlingueriana, verso una linea di cosi detta "modernizzazione".

Il modello costituzionale, infatti, ha prefigurato una concezione della democrazia come forma di stato volta ad aprire una fase inedita di costruzione di istituti non solo di democrazia politica, ma anche di democrazia sociale ed economica, imperniando le nuove forme dell'organizzazione dello stato su un assetto di rapporti politico-istituzionali tale da superare i limiti della forma di governo propria dello stato liberale e quindi autoritario, dando al parlamento per la prima volta un ruolo non subalterno all'esecutivo, e puntando ad istituire una coerenza tra il pluralismo sociale e istituzionale e l'autonomia delle forze sociali e politiche nei luoghi istituzionali, non solo nel luogo centrale - il parlamento, appunto - ma anche locale, a partire dal comune sino al nuovo istituto regionale.

Non si potrebbe dare senso alle difficoltà del passaggio dal centrismo al centro-sinistra e soprattutto alle controversie che hanno segnato così aspramente natura e funzione del centro-sinistra, se non si precisasse che il nucleo di fondo dello scontro ideologico internazionale sull'antinomia democrazia-comunismo in termini reali e di modalità dei rapporti socio-politico-istituzionali, aveva come suo referente il tentativo addirittura ossessivo del capitalismo di impedire che la libertà politica fosse creativa delle libertà sociali - con i relativi nuovi diritti -, ciò che Togliatti sottolineava affermando che il problema era quello di riuscire a mantenere il paese sul binario di uno sviluppo e di una estensione delle istituzioni democratiche  "e in pari tempo di trasformazioni che limitino, che spezzino il potere dei grandi gruppi dirigenti monopolistici", in virtù di uno sviluppo della coscienza critica nella cultura e nel movimento reale, perché non si giunge ad una trasformazione degli ordinamenti di una società "per decreti", ma per "spostamenti di massa" organizzati attraverso lotte "reali".

La questione dello stato, pertanto, presentava profili nuovi e incompatibili con le impostazioni tradizionali di una capitalismo che era ricorso allo stesso totalitarismo fascista pur di sancire l'irrinunciabilità del primato dell'esecutivo, in vista del superamento di quella simbiosi tra potere sociale e potere politico che, dall'epoca dello stato assoluto in poi, era riuscito ad imporsi in forza di una teoria dello stato inteso come organizzazione sovrapposta alla società e come tale rendendo, già nello stato liberale, subalterno all'esecutivo il parlamento in quanto luogo di rappresentatività e di agibilità delle forze antagoniste (od anche solo critiche) del sistema socio politico: dopo la caduta del fascismo, cioè, la questione dello stato cessava di identificarsi con la questione dell'ingresso nel consiglio dei ministri (con quel che segue sulla legittimazione ad occupare sedi istituzionali rientranti nell'area dell'esecutivo), per dilatarsi a misura della necessità che il "governo" fosse concepito come una funzione coinvolgente al tempo stesso e su un piano di parità, esecutivo, assemblee elettive, partiti e sindacati, in nome di masse poste alfine in grado di far valere una sovranità nuova, non più di apparati quindi, ma di forze sociali fino a quel momento considerate estranee allo stato.

 

La controffensiva di Bobbio e del centrosinistra contro il ruolo del Parlamento

Ed è tanto vero che la questione dello stato in tal modo mutava di segno dando per la prima volta rilievo visibile e reale al parlamento, come luogo di legittimazione dei partiti di massa e del movimento operaio, tanto che contro il ruolo autonomo del parlamento rispetto al governo, e quindi ai centri di potere privati e pubblici che vi confluiscono, hanno operato una varietà di forze non solo di destra reazionaria e moderata, ma anche di sinistra "democratica", alcune frange delle quali flirtavano con quello stesso "estremismo" di sinistra portato a delegittimare, in quanto tutte parimenti "borghesi", le istituzioni di uno stato non ancora trasformato in stato socialista, relegando aprioristicamente nei limiti di un "parlamentarismo" trasformistico anche la concezione della rappresentatività inserita nel disegno della "costituzione-programma" elaborata dai partiti di massa negli anni 1946-47 in Italia.

Oggi che così sfrenata è la rincorsa ad un "rafforzamento" dell'esecutivo che non ha mai sofferto di carenze reali ma è solo il riflesso delle reiterate sollecitazioni del capitalismo ad avere istituzioni strettamente funzionali ai suoi obbiettivi di dominio sulla società, si rende indispensabile richiamare elementi di una memoria storica così sopita da indurre le forze emergenti, sia "progressiste" che "conservatrici", a imboccare la medesima strada di un ritorno pieno alla tradizione con una pedissequa concezione dello stato come strumento di "gestione" degli interessi generali quali risultano dagli obbiettivi strategici del capitalismo internazionale e nazionale: ciò che in concreto rimanda ad una critica ambigua e concentrica rivolta al parlamento come istituto della democrazia italiana, proprio nella fase degli anni sessanta nella quale - anziché entrare in crisi l'organo della rappresentanza politica - cominciava a palesare nettamente la sua insostenibilità un sistema di governo che da ogni punto di vista dei rapporti tra governo e parlamento non corrispondeva ai principi accolti nel modello costituzionale che pone la forma di governo come sistema di relazioni istituzionali funzionali alla forma di stato di democrazia sociale e ai rapporti sociali che ne sono l'elemento costitutivo, in base cioè ai Principi Fondamentali volti a coniugare democrazia formale e democrazia sostanziale. E' infatti sintomatico specialmente oggi che - dopo tentativi di colpo di stato più o meno striscianti (dalla legge elettorale maggioritaria del 1953, al governo Tambroni del 1960, alle manovre di apparati eversivi nella fase di avvio del centro-sinistra) - intellettuali della sinistra non marxista (Piccardi, Bobbio, Parri) abbiano indetto un convegno su "La sinistra davanti alla crisi del parlamento" (1966), con il duplice intento di dissacrare il ruolo del parlamento come istituzione, e di demonizzare il ruolo della sinistra, sinistra intesa come "estrema" proprio in quanto protagonista del tentativo di riportare nell'alveo del modello costituzionale l'azione di un parlamento che si presentava bensì modellisticamente al centro del sistema istituzionale, ma senza "centralità reale", in quanto declassabile ad organo di ratifica da chi istituiva, come in passato, una connessione a circuito ristretto e chiuso tra "partiti di governo" ed esecutivo, e al contrario reiteratamente riqualificato da chi invocando la sovranità popolare della "repubblica fondata sul lavoro" e la sua concreta attuazione, trovava nel parlamento il tramite necessario tra i movimenti di massa e lo stato : per quel "farsi stato" della classe operaia che comporta una coerente concezione dello stato, estesa e pervasiva come proiezione della complessità sociale, senza quindi riduzioni e scorciatoie verticistiche.

E' antistoricamente pericoloso dimenticare, come non fosse neppure esistita, quella fase di lotte aspre ed anche sanguinose - per prepotenza di chi governava e non certo per colpa di una strategia "avventuristica" della sinistra - che è stata vissuta anzitutto culturalmente per spostare l'asse della politica verso il potere sociale in nome di una esigenza di ricomposizione unitaria degli interessi che comportava conseguentemente il potenziamento del ruolo del parlamento e con esso del sistema delle assemblee elettive : fino alla concreta attuazione dell'ordinamento regionale in nome della repubblica delle autonomie, non certo per mere esigenze di decentramento come si torna ad invocare sotto i simboli di un improvviso "neo-federalismo", ma per ristrutturare un sistema di potere rimasto esente dal controllo democratico e sovrapposto alla società, si da dare la falsa immagine della superfluità e quindi della diseconomicità delle istituzioni rappresentative e di tutto ciò che nell'organizzazione pubblica dovrebbe servire gli interessi deboli.

Andiamo a verificare, come già allora nel cuore degli anni sessanta - quando lo scontro di classe andava preparando quel passaggio del '68 rimasto emblematico di esigenze tuttora aperte ed affatto superate - ragionavano gli intellettuali della sinistra liberalsocialista ed eredi del partito d'azione. Attraverso, soprattutto, quel Bobbio che, con la sua cultura sostanzialmente politologica nel passaggio dalla "filosofia del diritto" alla "filosofia della politica", ha sempre perseguito un obbiettivo di delimitazione dei confini della democrazia rispetto ai poteri forti, ed anziché denunciare le sopraffazioni che la DC e i suoi alleati consumavano mediante quella che era solo enfaticamente catalogata come "occupazione del potere", di fronte alla lenta capacità di recupero dei valori iscritti nel modello formale della costituzione a seguito dell'estendersi delle lotte sociali, rivendicava al contrario l'esigenza di criticare la sinistra comunista in una situazione "non invidiabile contrassegnata da un governo debole perché in balia del parlamento per quel che riguarda l'attribuzione del potere", oltretutto sul presupposto equivoco e indimostrato che "l'ideale" del modello liberale del regime parlamentare "era quello del governo debole di fronte ad un parlamento forte."

Ora, a parte il carattere astratto di una aggettivazione "debole-forte" presentata senza riferimenti storico-politici, è significativo come Bobbio (cui è riconoscibile maestria nella elaborazione non di teoria ma di sofismi) nel momento stesso in cui criticava che il parlamento fosse più "forte" del governo, se questo ne appariva "in balia" dal punto di vista del "potere", cioè dell'indirizzo politico, poi, cambiando piano dell'analisi in base ad un presupposto implicito e occultato, denunciava che il parlamento appariva "debole" in quella che - appunto, senza sottolinearlo - per Bobbio è l'unica funzione riconoscibile al parlamento, cioè la funzione di mero "controllo" : ciò che infatti ha caratterizzato e ancora contraddistingue i sistemi "liberali" ( e chiamati "liberal-democratici" solo per il fatto della universalità del suffragio), tipicamente identificati nei due esempi britannico e nordamericano del regime "del primo ministro" l'uno e del regime "presidenzialista" l'altro, in nome dei quali c'è oggi una gara affannosa tra concorrenti ormai legati da una medesima concezione del potere, seppure distinti in "progressisti" e "conservatori" per motivi clientelari.

Se, pertanto, si lasciano da parte schemi astratti - tra i quali si fa notare specialmente quello secondo cui per il Bobbio del 1966 già "l'ideale del regime presidenziale è quello di un governo forte e di un parlamento forte in contrasto tra loro -, e si va alla sostanza del conflitto in corso nell'avvio del "centro-sinistra" si viene anzitutto a scoprire che la sinistra di oggi nella sua abiura ragiona esattamente con gli stessi criteri adottati contro il PCI dai relatori del convegno del 1966 quando con valutazioni diverse - che, come vedremo, possono farci rintracciare l'origine lontana e quasi impercettibile della crisi del Pci che da "post-togliattiana" è poi divenuta "post-berlinguriana" - Amendola e Ingrao respinsero premesse e conclusioni di Bobbio alla luce del conflitto in corso, e non semplicemente in merito alla prefigurabilità dei "figurini" elencati dal filosofo del diritto : chiamando in causa, cioè, la crisi non già genericamente del "sistema dei partiti" come si è fatto negli anni ottanta giungendo poi alle soglie della alternativa tra "prima" e "seconda" repubblica, sibbene la crisi della DC e dei suoi rapporti con il blocco sociale in essa confluente e con i suoi alleati di governo.

Cominciò Amendola a criticare nella "concretezza storica" la crisi di una "maggioranza che non ha una sua volontà politica coerente", evidenziando una divisione in seno alla DC tra correnti collegate con gruppi di conservazione politica e sociale ben definiti e correnti espressione di una base popolare e democratica con istanze che non possono essere trascurate, ciò che alimenta un travaglio perché c'è nel paese una crescita democratica che sfocia in una crisi "politica" nei rapporti fra i partiti e fra i partiti e il paese per ragioni "sociali ed economiche nel cozzo di contrasti di classe". Era in corso "una partecipazione crescente con forme nuove di dibattito che fanno dei lavoratori dei protagonisti, e non solo degli spettatori che debbono subire i discorsi"; "c'è una crescita democratica in tutto il paese, una moltiplicazione di centri autonomi di iniziativa politica che occorre collegare al parlamento, si che il problema è quello di verificare "quali" partiti esprimano incapacità di riconoscere le forme nuove di tale crescita democratica rinnovandosi e favorendo "un collegamento e un coordinamento tra il centro di democrazia delegata e rappresentativa e i centri di autogestione e di democrazia diretta": donde la conclusione - peraltro a sua volta contraddittoria - che la crisi dei partiti di massa si trasforma in una crisi politica del parlamento "perché impedisce che tutte le componenti della vita politica del paese siano presenti nel dibattito in parlamento".

Seguì Ingrao, che nel confermare l'inacettabilità di un pregiudizio secondo cui il miglior sistema parlamentare è quello fondato sul bipartitismo che esclude l'opposizione dalla funzione di direzione dello stato e fa del parlamento il solo luogo del controllo - come auspicato invece oggi da tutte le formazioni politiche che da destra e da sinistra si contendono la palma della vittoria elettorale, non avendo più contrasti sulla natura del sistema sociale - precisò che la democrazia repubblicana imperniata sulla costituzione, va intesa come "partecipazione della masse", sicché il ruolo attivo del parlamento presuppone uno sviluppo e una esaltazione dei partiti "come programmi" e non come uomini, clientele, gruppi di potere, puntando a fare del parlamento "il luogo di una dialettica reale", veicolando la partecipazione popolare al fine di favorire l'allargamento di tale partecipazione delle masse "che dai luoghi di produzione giunga fino alla sovrastruttura politica" stante l'esigenza delle grandi riforme sociali, del decentramento politico, della politica di piano : problemi tutti non solo aperti, ma affrontati contraddittoriamente dal "centro-sinistra" sotto l'incalzare dell'opposizione di sinistra. Per certi versi ancor più incisivamente, Renzo Laconi sottolineò in quel dibattito che "solo ora in Italia il parlamento comincia ad esistere come organo della sovranità popolare e ad esercitare una funzione di direzione nello stato democratico", come prova il fatto che a differenza che nello stato liberale la nuova costituzione chiama in causa un equilibrio dinamico nel condizionamento reciproco fra i partiti e nella loro collaborazione alla soluzione dei problemi decisivi per la vita del paese dato che "la via dei piani, la via delle riforme" per la creazione di un nuovo complesso di diritti sociali, richiede una forma di governo volta a realizzare "una direzione politica unitaria" lasciando alle spalle la "tradizionale contrapposizione tra maggioranza e opposizione" e tra governo e parlamento, oggi addirittura riesumata come termine di un compromesso subalterno della sinistra verso la destra e al quale lo stesso "compromesso storico", tanto vituperato nelle circostanze in cui fu lanciata la sfida di una "alternativa democratica", si configura come livello ancora parzialmente autonomo di elaborazione tattico-strategica.

In termini ancor più espliciti, va precisato che si era nel pieno dello scontro che aveva come epicentro la concezione di quella "programmazione economica" che - in nome dell'attuazione dell'articolo 41 della Costituzione e del ruolo che da sinistra si voleva attribuire alla "legge" e quindi al "parlamento" nella fissazione dei vincoli sociali al sistema produttivo - elevava al massimo la tensione tra gli opposti fronti governativo e della opposizione comunista e del Psiup, mentre la destra vedeva sempre più ridursi quel ruolo che aveva tentato comunque di far valere sia per bloccare l'avvento del "centro-sinistra" sia per condizionare nei limiti del possibile l'aspro contrasto tra le correnti della Dc : e per quanto della "programmazione economica democratica" sia rimasto noto oggi solo il segno della "politica dei redditi" che le forze governative volevano ad ogni costo imprimervi - tanto che si è passati (con un travaglio acuto nel Psi) dal progetto 1965-1969 di Giolitti, al progetto 1966-1970 di Pieraccini - tuttavia va posto in evidenza l'ostinazione con cui il Pci contrastò il "centro-sinistra" in nome di una concezione "democratica" della programmazione stessa, nel duplice senso di prevedere contenuti vincolanti nei confronti del sistema delle imprese private e pubbliche, e di spostare l'asse del potere politico-sociale dal primato dell'esecutivo, alla centralità del parlamento nonché  delle organizzazioni sindacali e delle regioni, anche per passare alla loro effettiva introduzione nel sistema democratico, nonché quello che è stato configurato come lo "statuto dei lavoratori".

In una situazione nella quale pertanto lo scontro di classe si faceva sempre più acuto - preconizzando il già accennato e ben più radicale passaggio del '68 - il problema del ruolo della democrazia nei rapporti non solo tra cittadini e stato ma anche tra lavoratori, impresa e stato era affrontato da ogni punto di vista, come testimonia quella critica che si è convenuto chiamare "estremistica" e che meglio si definirebbe "rivoluzionaria" ed "unilaterale" di fronte all'estremismo che sarebbe improprio negare alle posizioni di destra convergente da diverse parti verso la necessità del "rafforzamento dell'esecutivo", con tutte le implicazioni di tipo "autoritario" che ne derivano con riguardo ad ogni rapporto sociale e non solo istituzionale, privato oltre che pubblico. E il punto di vista che lasciò una notevole impronta nella sinistra marxista fu quello dell'analisi delle lotte operaie nello sviluppo capitalistico nella fase dell'automazione, che con la testimonianza di Raniero Panzieri è rimasta viva per quel rialancio del marxismo fatto con la critica dell'uso capitalistico delle macchine, dotata di un merito almeno pari al limite di chi nel Pci puntava solo - e ben lo si è visto dagli anni ottanta in poi, con il passaggio dal Pci al Pds - a contrapporre al primato politico della lotta in fabbrica, ispirata comunque da una motivazione rivoluzionaria pur entro i ben noti suoi limiti soggettivistici, il primato della lotta politica per l'insediamento nello stato inteso solo come "governo" e non come sintesi dei rapporti capaci di incidere sia socialmente che politicamente, sul potere economico in senso emancipatorio.

Nel registrare - pur nell'odierna confusione - che la sinistra ha palesato storicamente i suoi limiti complessivi privilegiando separatamente volta a volta la fabbrica, o lo stato, come luogo di uno scontro di classe che vede non solo in sede nazionale ma anche in sede sovranazionale il peso delle istituzioni politiche in funzione del dominio del capitale finanziario, non può negarsi che il terreno sul quale il capitalismo riesce sempre a spostare decisivamente il peso dei suoi interessi di dominio economico-sociale è quello dello stato, sia nella fase a lungo durata della sua "esclusiva" sovranità, sia nell'attuale fase di superamento di tale  "esclusiva" senza che ciò possa però dare adito alla tesi del s.d. "superamento dello stato", che rimane punto di forza dello sviluppo sovranazionale del potere tanto da provocare la ricerca di nuove soggettività di tipo statuale diretto o indiretto, in questo secondo caso tramite ad un "federativismo" che sta contagiando anche il nostro paese sotto le mentite spoglie di rivendicazioni di indipendenza "localistiche". E tale spostamento risulta dovuto al fatto che sempre, al di là di letture troppo semplificatrici presentatesi in veste di ortodossia unilaterale nelle istanze di tipo "operaistico", lo stato moderno ha svolto un ruolo di sostegno - via via più accentuatosi, e non meno significativo nella odierna visione pseudo "liberista" - del meccanismo di sviluppo, sia con gli strumenti di regolazione dell'attività produttiva, sia con gli strumenti di regolazione della economia pubblica come condizione dell'autonomia dell'impresa e del funzionamento dello stato.

E per quanto ci si sforzi di restituire la prevalenza che merita alla critica dell'economia politica per individuare le contraddizioni scatenate dal capitale come condizione di una lotta conseguente da parte del movimento operaio e dei suoi alleati, gravi rimangono i limiti di insufficienza che le forze ispirantisi al marxismo hanno volta a volta denotato su quegli aspetti del potere che - proprio in quanto indubbiamente "sovrastrutturali" - nondimeno hanno rappresentato e rappresentano il terreno emergente di garanzia del potere sociale direttamente espresso dal capitale nei luoghi in cui si organizza la produzione: sicché è una costante del dibattito intorno allo stato la capacità della cultura borghese in tutte le sue versioni - da quelle dichiaratamente reazionarie, come quella di Miglio, a quella pseudodemocratica di Bobbio - di ricondurre anche la sinistra alla falsa immagine secondo cui lo stato "governa" mediante apparati repressivi, come se tale indubbia manifestazione del potere statale-militare-poliziesco non costituisse a sua volta la copertura del rapporto ben più materiale della sezione più importante dello stato stesso, concernente, garanzie e potenziamento del capitale nelle forme del "diritto".

Ed è in tale "diritto" e nella multiformità delle sue manifestazioni concrete - che la dottrina giuridica chiama "fonti" - il gioco tradizionale di una formazione sociale che si avvale delle istituzioni e delle correlative articolazioni di potere (non altro sono le norme giuridiche), come puntualmente risulta in ogni occasione nella quale si sia parlato e si parli di "riforme istituzionali", poiché tutto quello che si riferisce alla scelta per la legge "uninominale" invece della "proporzionale" è base di partenza per fissare una forma di governo contraria al pluralismo sociale e perciò politico, edificabile con sistemi di tipo "presidenzialista" o equivalenti - e in ciò il "cancellierato" è analogo al sistema del "primoministro" - : a loro volta con l'obbiettivo reale di pervenire a emanare norme che siano il più possibile di rango diverso - cioè inferiore - a quello della legge. Ciò proprio per esautorare quelle assemblee la cui eliminazione dal modello istituzionale il fascismo ha potuto persino omettere dal 1925 al 1939 stante la forza antidemocratica del "plebiscitarismo" e del "consenso" nella società di massa, in quanto naturalmente tali assemblee siano il coro del sistema e ben lungi dall'esprimere potere, in nome del ribadito "rafforzamento dell'esecutivo" che con il fascismo - appunto - raggiunge il suo acme, smascherando la falsa democraticità dei sistemi "liberali" dei quali viene predicata la stabilità e l'efficienza proprio perché un solo partito è al governo e domina l'assemblea e l'altro partito (quello escluso dal governo) deve rigorosamente essere escluso dal potere di indirizzo politico, relegato ad una secondaria funzione di controllo in nome di valori condivisi tra i partiti "di sistema".

E infatti, è lo stesso Bobbio - sempre nel 1966 - che sottolinea come non ci sia parlamento che più di quello inglese sembri "sminuito e avvilito" per quel che concerne la più importante delle funzioni dello stato che è quello di "fare le leggi", in quanto "in forma ancor più importante che in altri paesi" è avvenuto uno slittamento di potere dal parlamento verso il governo sia per quanto riguarda l'iniziativa legislativa "che appartiene ormai quasi esclusivamente, almeno di fatto, al governo" - "si che secondo l'opinione comune non è più il parlamento che legifera in Inghilterra ma il governo con il parere ed il consenso del parlamento", sia per quello che riguarda l'aumento sempre più accelerato della legislazione delegata : ciò che, se ben si considera, fa venire subito alla mente il fatto che per generale consenso il parlamento europeo manifesta seenza obiezioni di fondo quello che si definisce addirittura come "deficit democratico" senza turbamento alcuno dei "progressisti" ! Ne ci sarebbe da sorprendersi di tale tipo di riflessione, se si tiene presente nel contempo che per Bobbio il sistema presidenziale americano ha come sua caratteristica (stante il regime di "separazione" con il Congresso) che "attraverso il declino del parlamento" esso "diventa sempre più presidenziale", ciò che in definitiva, è naturale perché "anche di fronte all'opinione pubblica il congresso non è l'asso di briscola : l'asso di briscola è e diventa sempre più il presidente come terzo potere"  al di sopra del legislativo e dello stesso esecutivo.

E del resto intervenendo nello stesso convegno, l'allora giudice costituzionale oltre che autore di quello che ancora oggi è il più autorevole "manuale" di diritto pubblico italiano, Costantino Mortati, è andato senza infingimenti al cuore della questione dei rapporti tra governo e parlamento, dando una lettura del potere di iniziativa legislativa parlamentare contrastante con il modello formale della costituzione del 1948, osservando addirittura che la norma costituzionale "deve essere dimensionata" sul presupposto che il sistema di governo "impegnerebbe il governo a dirigere e coordinare l'attività legislativa" intesa come strumento primario dell'attuazione dell'indirizzo politico assunto di fronte al parlamento al momento della fiducia : arrivando addirittura ad affermare che "se non si riuscisse a condizionare le iniziative parlamentari alla "previa approvazione del governo", non sarebbe possibile attuare i criteri direttivi fissati nella legge di programmazione economica e mantenere l'equilibrio di bilancio: e ciò sul presupposto - che può coerentemente assumersi solo con riguardo ai principi costituzionali introdotti dal fascismo, del resto studiati a fondo a suo tempo dallo stesso Mortati - che l'attività dello stato debba svolgersi secondo la "linea direttiva" impressale in esecuzione dal programma approvato dalla maggioranza "della quale il governo deve considerarsi quale comitato direttivo".

Ma mentre Mortati per rendere accettabile la sua proposta ipotizzava che l'iniziativa da lui criticata fosse di "ogni singolo membro del parlamento" pur di fronte al fatto ben più incisivo che soprattutto in materia di programmazione e di bilancio agivano i gruppi parlamentari dei partiti di massa e nella specie del Pci, dal canto suo Bobbio accreditava l'idea che la burocrazia e la tecnocrazia siano divenuti i centri di potere volti a delegittimare il potere del parlamento a misura dell'accrescersi delle cause generali dell'intervento dello stato nelle "politiche economiche e nelle politiche sociali", notando che attraverso il processo di razionalizzazione di cui la trasformazione industriale è insieme un effetto e un potente incentivo "le grandi decisioni che interessano la collettività sarebbero diventate sempre meno politiche e sempre più tecniche" secondo i fautori di una società pluralistica da Bobbio accolti come fonti cui rimandare per le conclusioni da lui condivise circa la superfluità addirittura del parlamento.

 

La crisi del vetero e cristallizzato modello liberale di Stato di fronte alla reale estensione dei poteri dello Stato democratico al campo degli interessi economici e sociali

Come si vede, la questione dello stato non viene affrontata nella sua reale dimensione da una cultura che si configura come neo-conservatrice, nel momento in cui recupera entro una logica tradizionale di potere "ritenuto" ai vertici (nonostante i passaggi dallo stato assoluto allo stato moderno, nelle sembianze del vecchio stato liberale, tuttora legittimato nei sistemi inglese e degli Usa) il fatto macroscopico dell'estensione dei poteri dello stato al campo degli interessi economici e sociali, si che l'ampliarsi conseguente del campo della "tecnica" rispetto a quello della "politica" - peraltro intrecciate tra loro - viene usato per rilegittimare il primato dell'esecutivo, pur di contenere e concretamente rendere contestabile l'aspirazione dei soggetti "deboli" a far valere in modo organizzato - cioè con leggi di tipo nuovo - quegli interessi che i principi costituzionali rimettono alla disciplina legislativa in nome della cosiddetta "riserva di legge": istituto di garanzia che si è sempre cercato di eludere in nome di una distinzione tanto diffusa quanto ambigua e da rigettare tra riserva "assoluta" e riserva "relativa", fatta apposta per aprire brecce sempre più ampie e pericolose per ogni aspetto della democrazia sia formale che sostanziale, volte a snaturare una costituzione che come quella italiana è stata elaborata per trasformare, non certo per consolidare diritti che rischiano di divenire nuovi privilegi di casta. E in proposito va sottolineato che l'enfasi posta sul "presidenzialismo" - puntando sulle suggestioni sia per il "carisma" che dovrebbe favorire il "consenso" plebiscitario, sia per la "stabilità razionalizzatrice del sistema - nasconde l'obbiettivo reale che è al tempo stesso di attenuazione e cancellazione dei diritti sociali (ma anche di quelli civili e politici a misura della necessità di riduzione degli spazi di democrazia anche formale ) e di alterazione della funzione di garanzia della legge, per passare a quella che si chiama "normazione secondaria" o "regolamentare", che come tale è rimessa all'esecutivo : e non è certo un caso che - in piena fase di craxismo - sia stata emanata la legge n. 400/88 che - con l'adesione di una sinistra ormai avviata sempre più decisamente a convertirsi alla "modernizzazione" - ha attuato a distanza di ben quarant'anni dall'entrata in vigore della costituzione, l'articolo 95 sulle attribuzioni della Presidenza del consiglio e l'organizzazione dei ministeri con lo scopo principale di avviare la cosiddetta delegificazione, si che un adempimento tanto perseguito ha trovato il suo sbocco solo quando anche la sinistra ha convenuto sulla necessità di dare preminenza alla "governabilità" sulla "rappresentatività", preminenza sempre evidenziata, come pre-condizione di uno stato non già democratico ma funzionante, dalla destra sociale e politica.

L'attacco al parlamento, quindi, "perché fa quel che non dovrebbe, e non fa quel che dovrebbe" - stando agli argomenti dominanti negli anni sessanta, avanzati per frenare la tendenza che si profilava nel senso dell'uso delle istituzioni per lo sviluppo della democrazia di massa, tendenza che ha preso ora corpo dando luogo ad una reazione che accomuna "progressisti" e "conservatori" nella ricerca del passaggio dalla "prima" alla "seconda" Repubblica - è chiaramente testimoniabile da quelle notazioni di Mortati che ha condannato la mentalità prevalsa alla Costituente di "sopprimere o ridurre al minimo ogni attribuzione di attività normativa a favore del governo", e quindi di "chiudere ogni via alla preminenza del governo quale si era affermata in regime fascista" : donde il ritorno ad una annosa "querelle" sulla legislazione dipinta come "pletorica, frammentaria, tecnicamente imperfetta". Tutto ciò senza tener conto del fatto - messo in luce da Pietro Ingrao nel 1966 - secondo cui "è il rilancio delle grandi riforme che favorisce e da spazio alle leggine", "non sono dunque le leggine che impediscono le grandi riforme, ma sono le mancate riforme che portano alle leggine", negli anni in cui - appunto - si interpretava la costituzione come modello di riferimento di uno stato, che non è più garante politico di un determinato sistema economico-sociale, e "diviene sempre più una forza che interviene apertamente e direttamente non solo per assicurare certe condizioni politiche ma ad incidere nel processo economico e sociale" : "ci troviamo" - è sempre Ingrao nel 1966 che parla - "di fronte ad enormi concentrazioni di potere economico e relative proletarizzazioni, con profondi squilibri sociali e territoriali, con squilibri anche settoriali produttivi. Ci troviamo insomma di fronte a una serie di processi che in qualche modo richiedono oggi un tipo di mediazione statale, che tocca sempre più sfere nuove, quali la dimensione degli investimenti, l'indirizzo dei consumi, la formazione della forza lavoro, la sorte di determinati momenti della vita sociale, come la famiglia, la scuola, ecc.".

Come è evidente, a mezzo degli anni sessanta e in una anticipazione abbastanza precisa di quella che sarebbe stata la svolta del '68, nella sinistra comunista era chiara la consapevolezza che la questione dello stato - cioè del ruolo delle istituzioni, che già dal 1957 avevano cominciato ad avere i contorni assunti dalla CEE - va vista nell' intreccio tra estensione delle forme organizzative e ampiezza dei rapporti sociali, si che solo inaugurando un ruolo dirigente del parlamento e delle assemblee elettive sul territorio per coinvolgere, nella democrazia formale e sostanziale, i rapporti economico-sociali, lo Stato si poteva democratizzare nel superamento dei governi parlamentari dello stato liberale nel quale - contrariamente a quanto crede con Bobbio la cultura dominante - le camere elettive non esprimevano un potere superiore a quello dell'esecutivo del quale era capo il sovrano, non potendosi cadere anche a sinistra nell'illusione ottica derivante dall'immagine del parlamento come rappresentativo degli interessi sociali in quanto rappresentativo degli interessi della "nuova" classe borghese. Una illusione che sarebbe pari a quella che facesse identificare meccanicisticamente il parlamento odierno, in linea di principio imperniato sulla sovranità popolare, con le masse popolari.

Oggi che con tanta faciloneria si vuole aderire al modello della V repubblica francese - come se il c.d. "semipresidenzialismo di origine gollista possa contrapporsi in modo reale e non mistificatorio al "presidenzialismo statunitense" - sarà bene fare presente che la lotta del Pci degli anni sessanta faceva tesoro tra l'altro degli esiti preoccupanti della crisi così rapidamente maturata a carico della IV repubblica francese che, nello spazio assai breve di dodici anni, aveva dovuto sopportare il colpo di stato "tecnico" con cui De Gaulle era riuscito a spazzare via una costituzione che non rispondeva ai requisiti di quella italiana del 1948, a sua volta rapportata al modello di quel primo testo del 1946 fatto respingere dal referendum imposto dal generale in una situazione caratterizzata dal contrasto anziché dall'accordo tra la locale democrazia cristiana (MRP) e i due partiti di sinistra, socialisti e comunisti. Si perseguiva, cioè, un obbiettivo volto a respingere ogni contraddizione tra la forma di stato e la forma di governo, già sperimentata tragicamente a Weimar e ora in atto con la stessa adesione del PS mitterandiano al modello di democrazia politica imperniato su un "semi-presidenzialismo", che in realtà presenta un duplice presidenzialismo: uno di matrice plebiscitaria per l'elezione diretta del presidente, uno di matrice parlamentare in quanto è previsto un rapporto fiduciario del presidente del consiglio benevolmente definito "enigmatico" da uno dei più attenti studiosi del diritto comparato (Mortati) : duplicità funzionale a comprimere da ogni punto di vista il parlamento con una sorta di "diarchia" capace di imbrigliare partiti e sindacati in un sistema pensato come una delle variabili della cosiddetta "razionalizzazione" affidata alla scelta di congegni sofisticati di "tecnica giuridica", pur di espungere il peso della società dall'organizzazione del potere.

 

La legittimazione costituzionale all'attacco operaio del 68-75 per sottomettere l'economia pubblica e privata ai fini di utilità sociale

Non ci si vuol rendere conto - rifiutando di rileggere i processi di quella fase storica - della natura dello scontro attivato in Italia, sulla base della specificità della nostra Costituzione sottolineata qui da Balboni, come se la contraddizione sistema di produzione taylorista-operaio massa di cui si enfatizzava il superamento, fosse stata affrontata ovunque con le stesse modalità, e il tentativo operato dalla classe operaia italiana fosse confondibile entro quello che oggi si riassume genericamente nella formula del "compromesso democratico" : con l'aggravante poi di dimenticare che, accettando di inquadrare tutta l'esperienza degli anni trenta-ottanta indistintamente entro la stessa qualificazione di "compromesso", non solo si cancellerebbe tutta la problematica relativa alla distinzione tra "riformismo" e "riforme strutturali" che era valsa a qualificare e condannare la socialdemocrazia, ma inconsapevolmente si ridurrebbe il valore critico del tanto denunciato "compromesso storico" che pure implica la necessità di non perdere di vista i caratteri differenziali delle strategie perseguite negli anni (non a caso definiti "caldi") delle lotte la cui incisività si vorrebbe vanificare, come se la contrapposizione tra fordismo e toyotismo giustificasse una cesura entro il processo storico complessivo dei rapporti sociali, politici e istituzionali. In particolare, in tal modo, non si contribuisce a chiarire come la stessa capacità di attacco del movimento operaio italiano manifestatosi negli anni 68-75, sia leggibile attraverso il carattere non lineare di un passaggio dalla difesa, allo scontro, per imporre - in una manovra a tenaglia fra partito comunista e fronte sindacale unitario - un potere di controllo sociale e politico della grande impresa che riceveva legittimazione dai principi costituzionali, sicché si perde di vista il significato del sorgere della contrattazione articolata, in parallelo all'incidenza di un avvio oramai irrefrenabile alla creazione delle regioni per dare sbocco ad un potere democratico "locale" e "autonomo" tale da precostituire quei dati essenziali di impostazione delle lotte più incisive - sui terreni e politico e sindacale - degli anni segnati dallo statuto dei lavoratori e dalla programmazione territoriale come base della programmazione nazionale.

Quello che più rileva allora - al contrario di quanto sostenuto ora in termini apocalittici a proposito del passaggio alla società post-industriale - riguarda piuttosto il carattere contraddittorio di un impegno strategico che come vedeva in sede politica contrapporsi il Pci al Psi, così celava dietro il controverso processo unitario dei sindacati quelle incertezze della CGIL che scontavano una non del tutto visibile contrapposizione tra "destra" e "sinistra" del Pci stesso, coperta appunto dalla decisione - compromissoria formalmente, ma contraddittoria sostanzialmente - di garantire l'unità esteriore della CGIL mediante l'astensione di tutti i "deputati sindacalisti" (cioè sia comunisti che socialisti) nella votazione della legge di approvazione del "programma economico nazionale 1966-70", nel momento stesso in cui il Pci, in nome del centralismo democratico, risultava "unito" nel respingere le scelte del centrosinistra, cioè di un Psi condizionato dalla DC sul più qualificante atto politico di quel momento.

Si trattava, come dovrebbe risultare evidente almeno oggi, di una questione non meramente tattica, che comportava nella sinistra una diversa concezione - già allora - dei rapporti tra politica economica e sociale, e concezione dello stato : cioè dell'uso degli strumenti istituzionali che qualificano i rapporti tra forma di stato e di governo.  Sicché basta leggere la storia del periodo che nelle analisi prevalenti a sinistra oggi viene rimosso come  "vecchio e superato", per riscoprire come già nel profilarsi del passaggio dal fordismo al toyotismo sia maturata una crisi teorica e politica che è andata al di là dei rapporti tra socialisti e comunisti, coinvolgendo la natura stessa dei due partiti storici e della loro collocazione rispetto al capitalismo.  Con una incidenza tale, rispetto alla sempre decisiva relazione conflittuale tra capitale e lavoro, che anche in settori della "nuova sinistra" si è puntato ad aspetti "monotematici" di una lotta che ha finito per dislocare fuori dall'analisi di classe i valori del sesso e dell'ambiente e della pace, mentre dal canto suo Pietro Ingrao, parlando dei "nuovi beni" attenuava il suo impegno sui rapporti tra i poteri forti e le istituzioni : con la conseguenza che, fuori di gruppi estremamente ristretti e di intellettuali rimasti coerenti ad una analisi marxista aliena da tentazioni tattico-opportunistiche e comunque "congiunturaliste", poco per volta, alla fine degli anni settanta, si è affievolita, sino a scomparire, nelle forze operanti nelle istituzioni, ogni autonomia culturale. Così che è venuta assecondandosi anche in Italia, il dilagare di quella concezione del potere che si era frattanto consolidata negli altri paesi aderenti alla CEE, per effetto del ruolo assunto a diverso titolo dalla socialdemocrazia in Germania e in Francia: paesi nei quali il dato istituzionale ha giocato un ruolo diverso, e in ogni caso inconfondibile con quello che, non a caso, è stato chiamato "caso italiano", proprio per quella "anomalia" rispetto agli interessi del capitalismo che è difficile negare proprio oggi.

La relazione di Ruggeri assume importanza per i nostri lavori odierni, e per il compito di ricerca del Centro in tale ottica, e i richiami di Pala alla distinzione fondamentale tra l'andare al governo e l'andare al potere, con tutto quello che implica sul terreno della lotta culturale e politica nella situazione odierna, risultano utili anche a distinguere la qualità delle fasi socio-politiche come quelle che vanno - rispettivamente - dal 1948 al 1978, e dal 1979 in poi sino ai nostri giorni, per assegnare un connotato particolarmente qualificante agli anni 68-75 nei quali il conflitto ha messo a dura prova la capacità del sistema di potere dominante di fronte all'incalzare del movimento operaio e dei nuovi soggetti sociali emersi nel vivo delle lotte antiautoritarie che hanno puntato alla trasformazione di ogni aspetto dei rapporti sociali.

In tale distinzione trovano una loro collocazione tutta una serie di passaggi - dal 18 aprile del 1948, al tentativo della legge "truffa" (1953), ai conati di colpo di stato Tambroni (1960), al piano Sifar per bloccare e deviare il centrosinistra, e poi a tutte le manovre che si sono succedute con accentuata insistenza e dislocazione di nuove forze sia palesi - in connessione con la destra DC -, sia occulte - in connessione con le manovre del MSI : sino a quando il disegno eversivo della "P 2" di Gelli - così riccamente elaborato sul terreno "istituzionale", oltre che economico e politico - trovava nelle elaborazioni del "gruppo di Milano" diretto da Miglio quella condensazione e connessione con intellettuali gravitanti nell'area "democratica" che faceva preludio a tutto quello che in modo "parlamentaristico" sarebbe poi maturato nelle manovre apparentemente dilatorie pilotate da Craxi - e per esso da Giuliano Amato - in un contesto segnato dal ruolo di Norberto Bobbio risultato già determinante ai fini della dissolvenza del marxismo rispetto alla questione dello stato, e precisamente nella progressiva perdita di autonomia del Pci specie dopo la morte di Berlinguer.        

Ora che la destra sociale e politica ha preso il sopravvento sul piano teorico, è possibile cogliere con nettezza le tappe di un percorso nel quale il dato "istituzionale" - la bestia nera di una cultura  che, sorta sul terreno materiale del capitale, mostra il suo tallone d'Achille sul terreno sovrastrutturale che dà forma ai rapporti di classe -  ha avuto sempre un ruolo determinante nel segnare la qualità dei rapporti di forza con linee di tendenza opposte, a seconda cioè che si sia fatta valere l'esigenza del pluralismo sociale come terreno di sviluppo della vicenda politica e dell'uso delle istituzioni o, al contrario, si sia ripiegati sull'autonomia della politica che è stata nella storia il valore di riferimento delle autocrazie che si sono sempre affermate nelle fasi pre-capitalistiche e nel capitalismo. Un capitalismo che, non si può dimenticarlo, è ricorso anche al nazi-fascismo pur di stroncare la lotta del movimento operaio, vietando il diritto di sciopero ed eliminando la stessa libertà politica borghese pur di impedire al movimento operaio di contrastare la dittatura di classe. In tal senso il ruolo della costituzione italiana traspare in tutta la sua peculiarità come aspetto di una relazione socio-economico-politico-istituzionale che, ancora mentre parliamo, consente di sottolineare l'inconfondibilità del caso italiano con quello francese e con quello germanico, proprio collegando la questione della lotta di classe con i modelli costituzionali.               

 

Le incompatibilità tra la Costituzione italiana e il modello "liberale" di Bonn (“Kanzlerdemokratie")

Se è infatti vero che i giuristi come ceto ideologicamente legato al potere dominante procedono a distinzioni analitico-tecnicistiche sui caratteri differenziali dei sistemi di governo del mondo capitalistico, non perciò è giustificabile che la cultura marxista disperda la sua capacità di lettura dei fenomeni tra loro intrecciati e non separabili, perdendo di vista che le forme di governo vanno interpretate anzitutto dal punto di vista delle funzioni che lo stato storicamente è venuto assumendo rispetto agli interessi di classe, sicché va sottolineata la forma dello stato cui si rapporta la forma di governo, e in tale approccio risaltano i caratteri differenziali tra la forma di stato prevista nella costituzione italiana e quella dei casi francesi e germanico, forma di stato che va al di là del modello weimariano pur tanto celebrato come indice della possibilità sociale e politica di aprire - con più o meno coerenza, ed è perciò che i due modelli divergono a favore di quello italiano del 1948 - a processi nuovi rispetto alla tradizione liberale il ruolo delle istituzioni. Qui l'attenzione deve essere particolarmente attenta, poiché con un semplicismo molto pericoloso si sta diffondendo l'idea - sostenuta specialmente dal Partito popolare, ma accolta acriticamente anche da Rifondazione comunista - che a fronte del presidenzialismo sia americano che francese - sarebbe possibile "innovare", "cambiare", "adeguare" la nostra Costituzione mutuando i principi della Repubblica di Bonn che sono ispirati al "cancellierato", e che vengono presentati alle masse, ignare degli specialismi reconditi, come una semplice variante dei governi "parlamentari".

Se non si pretendesse di conoscere le istituzioni solo attraverso l'analisi della politica e dei partiti visti nelle loro tattiche anziché nelle loro strategie, si verrebbe a sapere che i giuristi tendono a classificare il sistema di governo della RFT come "parlamentare" per il semplice dato "formale" che il cancelliere è legittimato nella titolarità dei suoi poteri non direttamente dal popolo ma dall'organo rappresentativo del popolo, sapendosi che un sistema di governo è classificabile come "presidenziale" per il carattere plebiscitario dell'elezione del capo dello stato, salvo però cogliere una serie di elementi senza dei quali nella storia contemporanea risulta insufficiente la tradizionale distinzione tra sistemi parlamentari e presidenziali che presentano contraddizioni rispetto ad una inevitabile valutazione sostanziale, per la quale si constata che "al cancelliere federale è attribuita una netta prevalenza nell'ambito del governo"; che il cancelliere potrebbe trovarsi persino in condizione di svolgere la propria azione "solo con l'attivo e continuo appoggio dei poteri del presidente della repubblica", che ha la possibilità di mantenere in carica il cancelliere "posto anche formalmente in minoranza" dichiarando lo stato d'urgenza legislativa con cui l'esecutivo è legittimato ad attuare "il proprio indirizzo legislativo anche senza la fiducia dell'organo rappresentativo", tenuto conto che nella RFT il bicameralismo "non paritario" consente  alla Bundesrat - la seconda camera - di capovolgere il suo apparente stato di inferiorità rispetto al Bundestag ove dia l'assenso ad una legge rigettata da quest'ultimo (Mortati).

Ben diversa  da quella che viene prospettata è - quindi - la portata del modello della Repubblica di Bonn, che ha "razionalizzato" il modello di Weimar in funzione degli obbiettivi di stabilizzazione prima sociale che istituzionale, perseguiti nell'elaborare una "legge fondamentale" come quella tedesca che le potenze occupanti hanno voluto fosse improntata a principi socio politici diversi da quelli che ispiravano - nel contempo - il modello della prima costituzione francese del 1946, respinta dal ricorso reazionario al referendum sollecitato dal generale De Gaulle (divenuto solo 12 anni dopo il demiurgo della V repubblica "presidenzial-bicefala") e della Costituzione italiana del 1948, non a caso sottoposta a continui attacchi sin dal momento della sua entrata in vigore: con l'obbiettivo cioè di evitare che in Germania, per antitesi al nazismo, prendesse vita un ordinamento posto ai suoi antipodi, dando pertanto corpo ad un sistema che, non a caso, si è rivelato il prototipo di quella che si chiama "economia sociale di mercato" e che è ora indicato come modello da imitare, in quanto la sua funzionalità agli interessi del capitalismo internazionale si è rivelata tale che la Germania è divenuta coerentemente il nucleo istituzionale più corrivo all'organizzazione sovranazionale comunitaria, sorta in nome dell'anticomunismo nel 1957 e rivelatasi tale da poter piegare ai suoi interessi gli ordinamenti statuali di cui è attualmente il prolungamento.

Sicché, mentre si discetta visibilmente e demagogicamente sugli aspetti esteriori del processo di manipolazione delle nostre istituzioni democratiche, tutto il silenzio che si cerca di mantenere sugli obbiettivi reali della strategia delle "riforme istituzionali" - e che ora comincia a diradarsi, sotto l'impulso di chi dal primo momento aveva divisato di contrattaccare avverso il modello di democrazia sociale contenuto nella costituzione del 1948 - riguarda in realtà il contenuto intimo così massimalisticamente denunciato da frange di estrema sinistra succedutesi sin dall'epoca costituente, perché - lungi dal prospettare quel modello di "economia sociale di mercato" su cui oggi si ripiega per adeguare anche il sistema italiano a quello della RFT - il patto sottoscritto nel 1948 dall'incontro tra la cultura cattolica e quella marxista mirava a porre le premesse di una transizione che, benché non iscritta nella prospettiva del socialismo, legittimava una contraddizione non più statica ma dinamica nella lotta aperta tra le due ideologie che si contrapponevano da occidente ad oriente e viceversa.

Tale distinzione - che implica un'analisi critica del rapporto tra  "modello di democrazia sociale" (genericamente, ma impropriamente, riferito a tutte le forme di stato contemporaneo da una cultura conservatrice interessata ad occultare le articolazioni reali) e "modello istituzionale" delle forme di governo - emerge chiaramente ove si passi ad una verifica più ravvicinata del modello di Bonn.

 

Non sul lavoro, ma su moneta, produttività"e federalismo è fondato il Cancellierato

Modello di Bonn che si discosta da quello di Weimar per la parte degli obbiettivi economico-sociali (in modo peggiorativo) - per i quali, invece, si è consolidato il "mito" weimariano -più  che per la parte riferibile alla forma di governo, se con riferimento a questa è stato addirittura notato non solo che quel che "prevalse informando in se tutto il meccanismo istituzionale della Germania di Bonn è una netta prevalenza che, in ultima analisi, equivale a stabilire un'effettiva "preminenza dell'esecutivo" (anzi meglio, una preminenza del cancelliere: da ciò l'attuale sistema di Bonn viene qualificato come "Kanzlerdemokratie") sul "legislativo" : ma addirittura che, al di là del tentativo di evitare i rischi "presidenzialistici" insiti nel modello weimariano, nel sistema tedesco v'è anche da aggiungere, alla preminenza del cancelliere, persino  la preminenza  del presidente della repubblica, per  la possibilità di formare  governi "minoritari" "solo in quanto poggiati sulla volontà del presidente medesimo, nel qual caso è il presidente che assumerà la prevalenza diventando, di fatto se non di diritto, il vero capo dell'esecutivo".

Inevitabile appare a questo punto andare a vedere quel che di più significativo la Costituzione di Bonn  - anche se scarsamente considerato, specialmente oggi - ha assunto a fondamento della "forma di stato", e precisamente quel nucleo di principi che non concernono tanto l'aspetto "federalistico" dello stato su cui tanto mistificatoriamente si sta discettando, quanto piuttosto quello dei "diritti", perché anche ad una lettura sommaria risulta chiara la totale assenza di quei "diritti sociali" che sono i soli che consentono di qualificare coerentemente un ordinamento come democratico sociale, limitandosi la Costituzione di Bonn a stabilire un'intima coerenza tra la natura "liberale e democratica" dell'ordinamento (art. 10; art. 91) e i diritti civili e politici della sola "persona" : con la conseguenza che c'è un pressoché totale silenzio su quei rapporti "etico-sociali" ed "economici" che caratterizzano la Costituzione italiana.

Ciò in particolare a causa della profonda differenza che il sistema dei partiti e il ruolo dei sindacati ha assunto nella RFT e in Italia ove, pur entro la serie di contraddizioni sviluppatesi dal 1947 in poi, le lotte sociali e politiche hanno avuto come strumento determinante l'uso politico del diritto di sciopero e la crescita politica del sindacato, per potenziare la valenza sociale della legge, e cioè la valenza sociale dello Stato, nella disciplina dei rapporti economici.

Il modello di Bonn infatti, rappresenta un forte arretramento rispetto al modello weimariano, nel quale  - pur con i limiti intriseci alla cultura socialdemocratica del 1919 - entra per la prima volta la "vita collettiva", e in tale ambito la "vita economica"; con la specificazione del primato delle "norme fondamentali della giustizia" sull'ordinamento della vita economica e dei limiti entro i quali è da tutelare la libertà economica (art, dei vincoli specifici della proprietà fondiaria a favore anche del diritto di abitazione, con la previsione del principio di socializzazione dell'economia sia nelle forme di partecipazione pubblica all'amministrazione di imprese economiche sia di forme di collaborazione dei fattori di produzione sia della compartecipazione dei datori e prestatori di lavoro all'amministrazione art. 156), con la preminenza dei diritti civici su quelli di lavoro e le garanzie di tutela degli interessi dell'intera classe dei lavoratori "per un minimo di diritti sociali comuni a tutti" (artt. da 160 a 162), anche con riguardo all'occupazione.

E' proprio con riferimento al modello di Bonn, allora, che valutando le costituzioni democratiche del secondo dopoguerra, si può convenire che, diversamente da quella italiana, si tratta pur sempre di una costituzione che prosegue la precedente tradizione "liberale", sicché il sistema di Bonn va letto attraverso le vicende proprie degli "stati di partiti", cioè sia tenendo presente l'identità dei partiti di massa sia la natura mutevole dei loro rapporti, nel caso di quelli tra la socialdemocrazia e la locale democrazia cristiana.

 

La coerenza tra svolta socialdemocratica di Bad Godesberg e"Kanzlerdemokratic"

In tal senso esprime in tutti i suoi risvolti il significato dell'esperienza della socialdemocrazia tedesca, in contrasto con quella del PCI e del PCF, la tanto enfatizzata svolta di Bad Godesberg - datata 1959, due anni dopo la firma dei Trattati di Roma per creare il MEC, e un anno dopo il colpo gollista da cui è derivata la V Repubblica francese - svolta che vede la socialdemocrazia abbandonare ogni riferimento classista in coerenza con il rifiuto della Costituzione di Bonn di fare del "lavoro" la base fondativa della repubblica, sicché si afferma che lo stato deve creare i presupposti a che "il singolo possa dispiegarsi rendendo liberamente conto di sè pur rispettando i propri obblighi sociali", e che in quanto "stato sociale deve garantire l'esistenza dei suoi cittadini in modo tale da rendere possibile a ognuno una responsabile autodeterminazione e lo sviluppo di una società liberale". E ciò mediante l'esaltazione della "seconda rivoluzione industriale", del ruolo della "moneta stabile", della crescita della "produttività dell'economia nazionale", mentre per enfasi residua si constata che laddove predomina la grande impresa non esiste libera concorrenza, che il potere economico si trasforma in potere politico, predicando che un efficace controllo pubblico deve impedire ogni abuso di potere dell'economia, mentre compito del sindacato è quello di rendere ogni lavoratore capace di una "continua collaborazione" e la cogestione deve trasformarsi in uno statuto imprenditoriale democratico per la grande industria.

Non può allora dimenticarsi che il sistema del cancellierato - che prosegue il ruolo storico della preminenza dell'esecutivo dalla Germania "bismarckiana" a quella weimariana - è stato usato per fare della RFT il baluardo dell'Europa occidentale contro il blocco comunista, si che le coalizioni governative che hanno assicurato la "stabilità" sociale e istituzionale, hanno costantemente visto i socialdemocratici protagonisti dell'integrazione della classe operaia nella società capitalistica e nello stato. Con modalità particolarmente lesive degli stessi diritti fondamentali propri di uno stato liberale, soprattutto in quella fase vissuta all'insegna di quella che è stata definita "germanizzazione" negli anni 1968-1977, culminando nell'introduzione nella Costituzione dei poteri relativi sia allo "stato di emergenza" che allo "stato di difesa"(artt. 87, 115), principi anch'essi assenti nella nostra costituzione: sarebbe pericoloso dimenticare il tristemente famoso "berufsverbot" così contrastante con i principi del liberale stato di diritto, la cui emanazione è sempre possibile per la presenza nella Costituzione tedesca di norme sulla "perdita" di diritti fondamentali per "abuso" delle principali libertà "per combattere l'ordinamento fondamentale democratico e liberale" (art. 18).

Ed è comunque meritevole di attenzione - specie dopo la riunificazione tedesca - che il modello della democrazia solo "formale" ed oltretutto esplicitamente "limitata" in un impianto istituzionale che è assai forzato chiamare "parlamentare", sia stato completato da un principio costituzionale relativo ai partiti politici gravemente lesivo della democrazia sia formale che sostanziale, in quanto - diversamente dalla Costituzione italiana che (sia pure in una norma "finale") ha posto il divieto della ricostituzione del partito "fascista" - ha proclamato l'incostituzionalità dei partiti che "per la loro finalità o per il comportamento dei loro aderenti tentano di pregiudicare ed eliminare l'ordinamento fondamentale democratico e liberale o di minacciare l'esistenza della RFT"(art.21), principio che è stato concretamente usato per sciogliere sia il partito nazista sia il partito comunista, come consacrazione di un ruolo della socialdemocrazia del tutto conforme ad una  Costituzione che - ad onta della proclamazione, ora ripetuta anche in Italia, sull'essenzialità dello "stato sociale" - è estremamente coerente nell'aver attratto nell'orbita delle più  tradizionali concezioni del potere i meccanismi storicamente preordinati a conservare gli assetti del capitalismo.

 

Il modello tedesco di stato al servizio del capitale per la germanizzazione dell'Europa

Ma quello che più rileva - per meglio comprendere sia gli assetti di potere esistenti nei vari ordinamenti, sia le ragioni delle pressioni esercitate per "riforme istituzionali" come quelle predicate per il "caso italiano" - è il criterio sia formale che sostanziale adottato costituzionalmente per le decisioni e, nell'interdipendenza tra soggetti delle decisioni, gli obbiettivi delle decisioni medesime: sicché nelle discettazioni in corso sulla preferibilità di presidenzialismo, semipresidenzialismo e cancellierato - nonché di elezioni a uno, o a due turni - grave è il rischio che si rimanga impigliati nella pania - e nella panacea - del "rafforzamento dell'esecutivo", cui non sono affatto insensibili (ragionando "pro domo sua") anche i gruppi dirigenti di una sinistra anelante solo ad entrare nella stanza dei bottoni per "gestire affari altrui", dimenticando che in tal modo si prefigurano solo le condizioni dell'esercizio di un potere incontrollato con totale cancellazione della democrazia. E, infatti, scopo delle cosiddette riforme istituzionali è quello di spostare l'asse delle decisioni - che peraltro, è sempre stato storicamente accentrato - verso un'area esente dalle incursioni  delle forze sociali tradizionalmente oppresse, così che si mira non solo a subordinare il parlamento al governo, ma addirittura ad escludere da un ruolo di potere la stessa partecipazione del parlamento anche alle sole forme finali della "approvazione" di atti di governo, ritenuti comunque rilevanti in linea di diritto o anche solo di fatto: questo mediante il passaggio da quella che tecnicamente si chiama "riserva di legge", alla delegificazione e alla "riserva di regolamento", adottando altresì il gioco della preminenza delle leggi cosiddette "organiche" con cui anche il "federalismo" persegue i suoi obbiettivi di accentrare il potere. Tutto ciò stando al vecchio armamentario dello stato moderno che racchiude l'uso di quello che burocraticamente si definisce come il "sistema delle fonti giuridiche": armamentario che tuttavia è stato sempre "modernizzato" a fini di repressione con la politica dell'ordine pubblico, sempre attualizzato ai fini del governo "politico-amministrativo".

Quello che però riguarda più strettamente non già i rapporti tra "cittadini" e stato, ma tra istituzioni sovranazionali e nazionali e "produttori" (nella doppia veste di capitalisti e di lavoratori) e che vale ad alterare il ruolo sostanziale della stessa cittadinanza, concerne la regolazione dell'economia nei suoi risvolti sociali. Quindi, di fronte a tale sempre più preponderante funzione assolta dallo stato e in generale dalle istituzioni, il "rafforzamento dell'esecutivo" serve a coprire l'area di potere non solo delle "tecnostrutture politiche", ma soprattutto ed anche delle "tecnostrutture economiche", come tali considerate esenti in via di principio da contaminazioni con la democrazia, pur se intesa entro gli angusti limiti della tradizione liberale.

Ed è proprio l'ordinamento della RFT - come modello esemplare di stato al servizio del capitale - quello che meglio esplicita un obbiettivo di conservazione "dell'equilibrio economico generale", all'insegna dei criteri per l'attuazione dei quali gli organi di vertice dello stato federale mantengono un rapporto privilegiato con la Banca di Stato appositamente istituita, in una logica di politica economico-finanziaria che vede costituzionalizzato quel principio del "pareggio" di bilancio che è un tipico strumento dello Stato liberale (art.110) , e che si compenetra dei valori che istituzionalmente qualificano la funzione della Bundesbank (art. 88). Per questo uno dei più insistiti - e meno noti - motivi delle riforme istituzionali è legato alla proposta di modifica dell'art. 81 della nostra Costituzione, ad onta della quale è stata introdotta nel 1978 la ben nota e famigerata "legge finanziaria". Sicché, ad ogni buon conto, in questo modo le forze conservatrici spingono per consacrare, con la modifica dell'art. 81, il cuneo già operante della Legge finanziaria, alterando così il quadro dei rapporti tra le norme costituzionali che negli anni sessanta e settanta erano state usate da sinistra per tentare di controllare l'economia privata - contro il disegno della politica "dei redditi" perseguito dal centrosinistra - e quello sul Bilancio dello stato. Il tutto in una perseguita prospettiva di più generale subordinazione dell'ordinamento italiano a quei principi di cosiddetta "costituzione economica" che da Bonn si sono irradiati nel sistema comunitario europeo, ed ora incombono in una caratterizzazione sempre più drasticamente "antisociale" della simbiosi tra sistema delle Banche Centrali allocate nella CE, e gruppi di potere politico "servente", giudicati tanto più funzionali al sistema capitalistico se estratti dal personale burocratico dei partiti "progressisti", tanto meglio se ex socialisti ed ora anche ex comunisti.

Se, invece di concludere per l'insuperabilità del capitalismo, si analizza il diverso processo di sviluppo dei rapporti fra società e stato in Germania ed in Italia dal 1948 ad oggi, si viene a constatare come a più riprese si siano manifestate tendenze pericolose più che alla americanizzazione, alla germanizzazione dell'Europa stessa. Ciò che comporta la massima attenzione al ruolo che le istituzioni hanno svolto a Bonn perché l'economia dominasse secondo un asserito principio di economia sociale (?!) di mercato non solo in Germania, ma nella più ampia comunità europea, rispetto alla quale il caso italiano era disomogeneo, tanto che a detta degli avversari di classe distribuiti un po ovunque ancora, non sarebbe del tutto riassorbito nonostante gli arretramenti "neo-corporativi" facilitati dallo sbandamento organico di tutta la sinistra storica, sbandamento che non si vuole definire "tradimento" nell'infondato timore di introdurre una categoria concettuale di tipo "irrazionale", ma che è purtroppo materializzata dall'abbandono di quella strategia ricordata da Agostinelli quando ha accennato al nesso, che negli anni sessanta e in parte degli anni settanta, è stato istituito non solo culturalmente ma anche con le lotte, tra il conflitto gestito nella sua autonomia sociale e la funzione della rappresentanza parlamentare nella strategia di una poi mancata programmazione democratica dell'economia.

Occorre pertanto indagare - come ci siamo proposti nella ricerca - l'articolazione delle lotte degli anni che hanno preceduto l'inizio dell'arretramento databile del 1978, per cogliere quegli elementi del processo di democratizzazione che - in nome dell'attuazione della Prima Parte della Costituzione - si è tentato di introdurre nel sistema a tal punto da far coniugare, in termini alternativi, la creazione dei diritti sociali con la creazione dei diritti sia politici - il voto a 18 anni - sia civili, con tutto quel che riguarda divorzio e aborto nel quadro della riforma del diritto di famiglia.

Il contesto generale entro cui si sono contrapposte le strategie di rafforzamento del capitalismo e di contestazione del sistema dominante è identificabile - a proposito delle istituzioni - dalla alternativa tra "rafforzamento dell'esecutivo" e "centralità del parlamento", in tutti i passaggi così diversi tra loro di un conflitto che ha marcato profondamente di se il concetto di "democrazia" nel senso sottolineato da Carla Filosa, che denuncia con la necessaria forza la cancellazione in atto di un valore che si appanna e si estingue - appunto - a misura di un rafforzamento dei "poteri forti" conseguente al cedimento stesso dei soggetti che avevano lottato per una democrazia conflittuale e non governante come quella perseguita con Craxi, sia da Andreotti che da Forlani.

Guardare alla Germania e al cancellierato come se Kohl non realizzasse i principi di un sistema di governo pseudodemocratico, pur di trovare una Dc non indegna di sè, e nella socialdemocrazia una peregrina via di uscita dalla sconfitta del  "bolscevismo" sovietico, significa scadere nel più opaco dei tatticismi da parte di gruppi dirigenti che scambiano la democrazia con la loro sopravvivenza a prezzo di insopportabili sconfitte di larghi strati sociali che vivono del loro lavoro e non sono parassiti all'ombra di burocrazie che per rilegittimarsi sono ricorsi al principio maggioritario, servito a soccorrere quanti con il sistema proporzionale avrebbero dovuto viceversa impegnarsi nel dirigere lotte in cui oggi certamente non credono più, sollevando persino dubbi sulla genuinità delle loro precedenti posizioni ufficiali.

I fatti  hanno documentato che se davvero si fosse pensato a sinistra a "rigenerare" il sistema politico - anziché accogliere le tradizionali sollecitazioni della destra "antipartitocratica" contraria al pluralismo sociale e alla lotta di classe che la proporzionale unitamente alla pienezza del diritto di sciopero aveva legittimato -, non ci si sarebbe convertiti alla logica uninominale. Ma si sarebbe riaperta una più incisiva conflittualità, puntando sia all'eliminazione dei limiti al diritto di sciopero introdotti con l'accordo tra Psi e Pci e Cgil, sia al ripristino della proporzionale "pura" dopo le correzioni in vigore dal 1954, per rilanciare la Costituzione non già in nome della governabilità che comporta potenziamenti ingiustificati dei vertici dello stato come dell'impresa, ma in nome della rappresentatività, senza cadute come quelle che - imperniate sulla scoperta del referendum come preteso strumento di "democrazia diretta" - ha portato anche forze di estrema sinistra ad adagiarsi su meccanismi "atomizzati" e "individualistici" che fanno da pendant dei plebiscitarismi su cui si regge il sistema politico del capitalismo sia in Gran Bretagna che negli Usa, assieme agli aggiustamenti del cancellierato tedesco.

 

Il "cambiamento" della Costituzione per separare libertà politica e libertà sociale

Democrazia significa autonomia sociale, ed ogni variante dell'autonomia del politico funge da contraltare alla democrazia, a supporto dell'organizzazione dell'impresa come luogo storico della contrapposizione di classe e della esclusiva di potere delle gerarchie.

Nascondere dietro demagogici richiami alla "funzionalità" e alla "efficienza" il mutamento strategico di gruppi dirigenti, per coonestare poi i mutamenti della Seconda Parte della Costituzione - fingendo che ciò non implicasse già la delegittimazione dei principi della Prima Parte, per abbandonare al loro destino i lavoratori e sostituire il mercato al lavoro come centro di ogni valore sociale - significa assumere lo slogan dello "Stato sociale" come linea di arretramento documentabile attraverso tutta la letteratura socio-politico-istituzionale degli anni che vanno dal Manifesto di Marx in poi e soprattutto tramite le storie sanguinose della Resistenza del movimento operaio, per contrastare il dominio economico-politico del capitale in nome di un progetto di trasformazione che la socialdemocrazia ha a più riprese respinto quando non tradito in varie parti del mondo, in quella che variamente si sempre presentata come globalizzazione dell'economia.

Per dare significato conseguente all'essere di sinistra, occorre riprendere coscienza del  fatto che l'originalità della costituzione italiana risiede anzitutto nell'essere un atto politico nel senso reale e pieno della parola, in quanto prodotto della cultura politica dei partiti di massa e non di una cultura giuridica che - in quanto tale - negli anni costituenti non aveva ancora potuto esprimere elaborazioni coerenti con i nuovi processi sociali e politici innescati dalla Resistenza : sicché oggi, nel rilanciare anziché solo difendere la Costituzione, bisogna guardarsi dai riduzionismi più o meno intenzionalmente revisionistici espressi da una difesa posticcia e inadeguata della Seconda Parte della Costituzione, che viene effettuata nel generico, torbido ed ambiguo presupposto che "qualcosa va indubbiamente cambiato" nella Costituzione. Con il rischio che a scadenza più o meno breve la pretesa della destra (già dichiarata con ostentazione) di rovesciare la Prima Parte della Costituzione perché contiene i diritti sociali in antagonismo - nella lettura della sinistra marxista - al modo di produzione capitalistico, diventi l'oggetto preferenziale e non più mascherato delle cosiddette "riforme istituzionali".

Ora, tali riduzionismi consistono nell'interpretazione della Costituzione come "testo" e quindi solo come strumento giuridico che - come tale - andrebbe visto non già attraverso le vicende della lotta di classe sviluppatesi con fasi alterne nei cinquant'anni che vanno dal 1946 ad oggi, ma alla luce dei criteri concettuali adottati dal "ceto" dei giuristi che tendono a manifestarsi come corporazione ricompostasi ad un livello più arretrato dopo che - nel 1968 - si era segnalata una corrente di giuristi democratici, volti a prospettare una interpretazione alternativa del diritto e dello stato : ricorrendo, in nome di una delega in bianco rilasciata loro dai partiti in crisi di identità soprattutto a sinistra, a letture che contrastano con il significato innovatore che la Costituzione italiana ha presentato dal primo momento, istituendo una stretta interrelazione tra la democrazia politica e la democrazia economica e sociale, senza cioè che si potesse parlare - come fanno viceversa giuristi ed economisti antimarxisti e pseudo marxisti - di una "costituzione economica" dotata di sue autonome caratteristiche, si che dietro la dicotomia cittadino-lavoratore si presenterebbe, sempre dominante, la separazione tra libertà politica e libertà sociale.

Non solo non può bastare respingere acriticamente le insistite richieste di eleggere una assemblea costituente e il presidenzialismo; ma, rifiutando la ricerca di qualunque soluzione mirante al rafforzamento dell'esecutivo, è necessario sottolineare che la centralità del parlamento e la riserva di legge - contro ogni delegificazione - sono la condizione senza della quale non solo non è superata la forma di governo liberale, ma soprattutto non è possibile sottoporre a vincoli socio-politici - di democrazia sostanziale - gli istituti della proprietà e dell'impresa, vincoli desumibili dal Titolo III: quindi non dai soli articoli da 41 a 47, ma dall'articolo 35 in poi, cioè tutti i diritti del lavoro e ivi compresi gli articoli 39 e 40 sul ruolo del sindacato e del diritto di sciopero, a loro volta collegabili sia ai Principi Fondamentali, in cui campeggiano gli articoli 3 sulla trasformazione dei rapporti sociali e 4 sul diritto al lavoro, sia alla Parte Seconda che è, appunto - tramite il nuovo il nuovo governo parlamentare svilito mistificatoriamente dopo la corruzione politica introdotta dal Psi di Craxi d'intesa con Andreotti e Forlani - funzionale all'uso di poteri di una nuova e più avanzata democrazia politica. Ciò al fine della creazione dei nuovi diritti sociali intesi anzitutto come incidenza dei lavoratori e della collettività, sul sistema produttivo e non solo come rivendicazione di prestazioni amministrative dei pubblici poteri da parte dei "cittadini".

 

L'insufficienza della cultura liberaldemocratica degli "indipendenti di sinistra" e il "riduzionismo cattolico" per demonizzare la programmazione democratica dell'economia

Non si può allora battere la strategia delle "riforme istituzionali" se si segue la cultura di quegli "indipendenti di sinistra" che si erano accostati al Pci in nome di una pur rigorosa ma insufficiente difesa dei diritti "civili e politici", in base cioè ad una cultura liberaldemocratica lontana dalla cultura marxista tesa a cogliere le connessioni di tali diritti individuali con quelli collettivi. Soprattutto se, nel contempo, si segue supinamente quella riduzione che la cultura dei cattolici popolari va facendo - in assenza di eredi dell'interpretazione togliattiana del ruolo della costituzione italiana - dei principi della Prima Parte della Costituzione, come se la Costituzione italiana si limitasse alla difesa dello "stato sociale" e non puntasse anche e principalmente al controllo sociale e politico del meccanismo di accumulazione privata.

Se può comprendersi che il Dossetti odierno - in assenza, non solo della persona di Togliatti, ma anche di coerenti continuatori dopo la scomparsa di Berlinguer e il revirement improvviso di Pietro Ingrao - si limiti agli aspetti solidaristici della cultura cattolica prevalente, non può però giustificarsi che vi sia un totale silenzio sull'incontro che tra la cultura cattolica e quella marxista si ebbe alla Costituente proprio tramite il duo Dossetti -Togliatti, il cui ruolo trova tracce indelebili nel modello costituzionale tuttora formalmente in vigore, e che nessun richiamo al mistificatorio concetto di "costituzione materiale" (tanto abusato dal 18 aprile del 1948 ad oggi) ha potuto ancora cancellare.

Tanto ciò è vero che la preclusione, giustamente opposta da Dossetti e da chi anche a sinistra tenta di bloccare le pretese di chi vorrebbe usare l'art. 138 per revisioni indiscriminate in nome della immodificabilità dei principi che ideologicamente fanno della Costituzione antifascista la base irreversibile della democrazia contrapposta al fascismo e al liberalismo autoritario, implica però una riqualificazione in blocco degli istituti che tra loro si saldano nella sequenza - che è una unità organica - tra Principi Fondamentali, Prima Parte e Seconda Parte della Costituzione, senza le riduzioni che oggi si fanno surrettiziamente in nome dello stato "moderno" da parte della cultura soprattutto "laica", e in nome dello stato "sociale" da parte soprattutto della cultura cattolica.

Indubbiamente arbitraria è la lettura dei giuristi - soprattutto di specializzazione privatistica - secondo cui al termine dell'elaborazione costituente le impostazioni originarie dei rapporti economici in senso pianificatorio, sarebbero state snaturate per il peso della cultura liberale, solo perché la parola "piano" è stata sostituita dalla parola "programma" : ma è proprio Luigi Einaudi il liberale che precisa "io credo che fra programmi e piano nel Dizionario dei sinonimi del Tommaseo non vi sia alcuna differenza : le due parole esprimono lo stesso concetto". Ma scientificamente scorretta è anche la tesi, variamente accennata a sinistra, secondo cui vi sarebbero nelle norme costituzionali sul controllo dell'impresa, lacune per quanto riguarda gli "strumenti" sicché, solo ricorrendo ai rapporti di forza, di fatto si sarebbe potuto tentare di far valere i bisogni sociali a favore delle classi deboli, ignorando però che gli strumenti ipotizzati in realtà ci sono e non sono né generici né astratti, in quanto nell'art. 41 C. terzo comma si fa ovviamente richiamo, oltre che al potere politico-istituzionale imputabile al parlamento - cioè alla legge - anche al tipo di interventi programmarono e di controllo spettanti al sindacato di classe, come è emerso nella fase degli anni sessanta-settanta, quando i rapporti di forza sono stati così dinamici - tanto da scatenare terrorismo e controffensiva ideologica per le riforme istituzionali - proprio perché legittimati dalla forza dei valori costituzionali e, dunque, dall'art. 41 e non solo dall'art. 41.

Ciò che la cultura giuridica sostiene per snaturare la parte più avanzata della Costituzione, realizza quel che proprio Togliatti aveva previsto quando : 1) dopo aver sottolineato che "c'è stata una confluenza di due grandi correnti...nella impostazione e soluzione concreta di differenti aspetti del problema costituzionale... Questo è il caso dell'affermazione dei diritti del lavoro, dei cosiddetti diritti sociali; è il caso della nuova concezione del mondo economico........per quella piena valutazione della persona umana, che noi riteniamo non possa essere realizzata, se non quando saranno spezzati i vincoli della servitù economica, che oggi ancora opprimono e comprimono la grande maggioranza degli uomini, i lavoratori";  

2) ed aver evidenziato che tale "confluenza di due diverse concezioni su un terreno ad esse comune" più che "compromesso" era "ricerca di unità" per fare la Costituzione "non dell'uno o dell'altro partito, non dell'una o dell'altra ideologia, ma la Costituzione di tutti i lavoratori italiani, di tutta la Nazione"; 3) denuncia l'operazione dei "compromessi deteriori" concretatisi "nel togliere una parola e metterne un'altra, la quale direbbe approssimativamente lo stesso, ma fa meno paura, oppure può essere interpretata in altro modo, nel sostituire così la confusione alla chiarezza".

Ora tale lavoro viene usato dal "ceto" dei giuristi dopo l'entrata in vigore della Costituzione - quel ceto di cui tempestivamente Togliatti alla Costituente lamenta "che nel nostro lavoro non ci hanno dato grande aiuto", soggiungendo subito che la "realtà è però che degli ultimi venti o trenta anni la scienza giuridica si è staccata dai principi della nostra vecchia scuola costituzionale", tendendo a collocare la sovranità "non nel popolo ma nello stato" - proprio per lavorare mistificatoriamente anziché palesemente sulle idee e sui principi, giocando cioè su quelle sostituzioni di parole che non potevano peraltro modificare il senso organico di una costituzione che è la sanzione di una cultura politica nuova, tanto che il Bobbio degli anni settanta, solo dopo le lotte del '68, ha elaborato saggi di teoria del diritto volti a scoprire, sia pur con gravi contraddizioni non casuali in lui, che il diritto va visto non più solo come "struttura" di rapporti formali, ma anche come "funzione" socialmente significativa dei rapporti sostanziali, nell'intreccio tra diritto pubblico e diritto privato, facendo essenzialmente leva sulla Prima Parte oltre che sui Principi Fondamentali della Costituzione italiana, la cui forza operativa è legata al nesso partiti di massa, sindacato di classe, Parlamento e rete delle assemblee elettive.

 

* Tratto da: Dall'abbattimento della proporzionale al "rafforzamento dell'Esecutivo"? Conflitti di classe e riforme istituzionali, Quaderni del Centro culturale "Il Lavoratore", Milano, 1996.

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