Lelio La Porta *

 

La parola contaminazione suscita, già al solo pronunciarla, sudori freddi che scorrono lungo il corpo di chi ascolta in quanto evoca epidemie, catastrofi e cataclismi. Ci sono casi in cui, al di fuori della terminologia medica, però, la contaminazione riesce a rendere perfettamente il senso di una dialettica profonda che consente ad un pensiero in embrione di svilupparsi e di prendere consapevolezza di sé e delle sue potenzialità fino alla definitiva maturazione. È il caso di Antonio Gramsci in rapporto alla tematica della formazione dell’uomo così come viene affrontata nel libro di Chiara Meta, Il soggetto e l’educazione in Gramsci. Formazione dell’uomo e teoria della personalità (Bordeaux, Roma 2019, pp. 185, €. 14,00).

Nei primi due capitoli del suo lavoro Meta mette in evidenza le contaminazioni che Gramsci “subì con le avanguardie culturali di inizio Novecento” (p. 10), ossia la cultura delle riviste in Italia, che gli consentì di uscire, o di essere appena sfiorato, dalla dilagante “metafisica positivista” (p. 29). Da questo punto di vista, l’autrice sottolinea l’apporto decisivo della “Voce” di Papini e Prezzolini, nonché del pragmatismo di matrice jamesiana, mentre dedica la necessaria attenzione all’ambiente culturale torinese nel quale crebbe intellettualmente e politicamente Gramsci e, insieme a lui, Togliatti. Torino è città “in grande fermento e rinnovamento” (p. 45) all’inizio del XX secolo e punto di incontro delle diverse tendenze della cultura italiana che lì trovano una sintesi. È nella città piemontese che nasce l’esigenza di istituzioni scolastiche per il popolo, Università popolari che si facciano organizzatrici di una cultura per il proletariato, per i subalterni. Sempre nell’ambiente torinese, mentre l’Italia è in piena Guerra mondiale, il giovane sardo comincia a maturare un progressivo allontanamento “dal volontarismo astratto dei giovani pragmatisti” (p. 60) che non sarà, però, un totale abbandono del pragmatismo stesso, come Meta dimostra nel corso del secondo capitolo. Qui i due grandi fatti della storia, la prima guerra mondiale e la rivoluzione bolscevica, giocano un ruolo centrale nell’acquisizione da parte di Gramsci di una coscienza politica (culturale e filosofica) che si indirizza decisamente verso una lettura “anti-deterministica” del marxismo in virtù anche dell’incontro “con un crocevia di concetti che vengono dal neoidealismo, dal marxismo e anche da un certo pragmatismo” (p. 76). A contatto con questi eventi epocali, si costituisce la soggettività tenendo presente, come l’autrice ricorda di continuo, che la soggettività, anche quella più autenticamente rivoluzionaria, non ha, nel pensiero del giovane Gramsci, un’origine esclusivamente marxista ma deve ancora molto alla psicologia pragmatista di James (pp. 91-93). Qui il ragionamento di Meta assume una curvatura psicopedagogica, com’è giusto che sia in un lavoro in cui l’educazione ha un ruolo di primo piano, pervenendo alla definizione della psicologia “come scienza applicata all’«arte di insegnare»” (p. 109).

L’ultimo capitolo è dedicato al tema della formazione dell’uomo nei Quaderni del carcere. L’autrice colloca la questione della formazione e della personalità come perno intorno al quale fa ruotare diversi argomenti senza peraltro abbandonare mai il cuore delle questioni. Conformismo, egemonia, riforma intellettuale e morale, senso comune e buon senso costituiscono il terreno su cui si snoda il ragionamento intorno a chi sia l’uomo, cosa sia il formarsi di una personalità che deve essere non soltanto individuale ma anche storica, cioè collettiva. Il problema, par di capire, è come ricomporre dialetticamente quella contraddizione di base che è “dentro l’uomo stesso, come aspetto della sua storia e dei suoi rapporti sociali” (p. 130). Si tratta di un processo “molecolare” per mezzo del quale si forma una soggettività autocritica che si propone come origine di una consapevolezza collettiva. Per dirla con Meta, “la formazione dell’uomo è il prodotto di una congerie molteplice e contraddittoria di agenti e di eventi” (p. 149) voluti o meno.

Non si riesce qui a dare conto delle altre dinamiche che il libro può suscitare sia a livello di ulteriore ricerca sia a livello di un auspicabile dibattito sui temi specifici della formazione, della personalità e, quindi, della pedagogia, dell’educazione e della scuola. Uno degli elementi rilevanti del lavoro di Meta è indubbiamente quest’apertura degli studi gramsciani verso i rapporti del grande sardo con le avanguardie del primo Novecento e con il pragmatismo che, nel terzo capitolo, viene accostato a due “ismi” di notevole importanza negli scritti gramsciani carcerari, cioè l’americanismo e il conformismo. E se quest’ultimo può essere inteso come l’acquisizione di un modo di comportarsi in un determinato ambiente sociale e, perciò, da questo punto di vista, fa il paio con l’educazione, chi educherà l’educatore? Si tratta molto più di una eco marxiana nel discorso gramsciano. Il libro di Meta funge da ottimo strumento di analisi di tale questione.

 

* Pubblicato in “il manifesto”, 3 gennaio 2020.

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