Marco A. Pirrone *

 

Dire sempre e a voce alta ciò che è, è e rimane l'atto più rivoluzionario

 Rosa Luxemburg

«[…] Schiuma, e fugacità. Tutta la fatica dell’uomo su questo pianeta si è rivelata altrettanta schiuma. L’uomo ha addomesticato gli animali utili, distrutto quelli ostili e liberato la terra dalla vegetazione selvaggia. Poi è toccato a lui e la marea della vita primitiva è rifluita spazzando la sua opera, le erbacce e la foresta hanno invaso i suoi campi, gli animali da preda hanno annientato le sue greggi e adesso sulla spiaggia di Cliff House ci sono i lupi».

Jack London, La peste scarlatta, 1912

L’11 marzo 2020, quasi due mesi e mezzo dopo la manifestazione di alcune “polmoniti anomale” in Cina, l’OMS (Organizzazione mondiale della sanità) dichiara che il Covid-19, la malattia causata dal nuovo coronavirus Sars-CoV-2, “può essere caratterizzato come una situazione pandemica”.

Nel giro di tre mesi la migrazione internazionale del Sars-Cov-2, generatasi dal focolaio di Wuhan in Cina, ha trasformato radicalmente non solo la condizione sanitaria ma gli assetti politici sociali ed economici del mondo intero.

Come è stato possibile? E quali sono gli scenari conseguenti che si prospettano?

In questo contributo, senza togliere alcuna rilevanza alle questioni inerenti la salute pubblica a livello globale, su cui torneremo, vorremmo parlare del Sars-Cov-2 quale epifenomeno del capitalismo nella sua fase neoliberista[1] e quale funzione “specchio”[2] degli assetti capitalistici della cosiddetta “globalizzazione” neoliberista ed insieme di “detonazione”[3] delle dinamiche e contraddizioni del capitale a livello globale.

Le origini del Sars-Cov-2 e la manipolazione capitalistica della natura

Da quando è cominciata la pandemia, con tutte le conseguenze economiche e sociali che ne sono derivate, sui mezzi di informazione e sulla rete sono proliferate una miriade di tesi - spesso di taglio complottistico - sulle origini del nuovo virus - che hanno ovviamente alimentato panico, e soprattutto confusione, nell’opinione pubblica. Non mi soffermerò su di esse, tanto sono numerose e prive di fondamento[4].

Altre tesi hanno invece ricondotto la comparsa del nuovo virus ad esperimenti di laboratorio, insinuando così l’idea o che esso si sia propagato per un errore umano o per una strategia intenzionale di qualche attore internazionale specifico (USA o Cina prevalentemente). Queste tesi hanno una rilevanza sicuramente maggiore ed esistono da tempo studi e riflessioni, anche di taglio geopolitico, che varrebbe la pena approfondire[5], ma non è questa la sede per farlo.

Ciò che mi preme di più sottolineare è che entrambe le tipologie di tesi, all’interno di un flusso di comunicazione senza posa e ridondante come è quello dominato da internet, tendono a sviare l’attenzione dalle responsabilità del capitalismo sulla situazione attuale.

Due importanti scoperte scientifiche - nel 1969 quella della “DNA polimerasi RNA dipendente” e nel 1970 quella del “primo enzima di restrizione, una sorta di forbice biologica prodotta dai batteri per tagliare le molecole di DNA riconosciute come estranee, e [quella della] DNA ligasi, un enzima in grado di formare legami covalenti tra due frammenti di DNA”[6] - determinano una rivoluzione che si rivelerà fondamentale per il capitalismo, ovverossia quella dell’ingegneria genetica:

Da quel momento migliaia di scienziati seri e di apprendisti stregoni poterono manipolare e modificare con una certa precisione il codice stesso della vita. Nacquero così i cosiddetti OGM: virus, batteri e organismi superiori “artificiali”, cioè non prodotti da un processo antico di miliardi di anni e regolato da naturalissimi meccanismi di feed-back, ma privi di qualsiasi interazione regolatrice con gli altri esseri viventi, impegnati in un complesso processo di co-evoluzione, cooperazione e competizione per la vita[7].

Si tratta di una rivoluzione importante perché con essa la manipolazione capitalistica della natura giunge al suo apogeo, consentendo di incidere sul “codice stesso della vita” e di aprire un mercato enorme e altamente remunerativo a chi possiede questa tecnologia - ed infatti i liberisti, attraverso organismi sovranazionali (il WTO in primo luogo), chiedono sempre più agli Stati di azzerare regole (ma ne dettano anche tante altre) per creare e/o conquistare nuovi mercati, brevettare in ogni campo ed espandere così il dominio della proprietà privata - consentendone applicazioni a fini militari, in campo sanitario (produzione di farmaci e vaccini) e nel campo agro-alimentare (si pensi al ruolo rilevante giocato dagli OGM nelle colture)[8]

Ecco perché ci sembra importante sottolineare, rispetto all’attuale pandemia da Covid19, che, al di là delle teorie complottiste, è la manipolazione capitalistica della natura la vera responsabile della crisi attuale, avendo determinato la rottura di equilibri naturali che hanno miliardi di anni alle spalle. L’ingegneria genetica infatti è una

“tecnologia finalizzata a trasferire orizzontalmente i geni tra specie non destinate a incrociarsi tra loro”. Il che equivale a dire che i pericoli per l’intera biosfera non derivano da un cattivo uso del biotech, e cioè dal bioterrorismo e dalle guerre biologiche, ma da una tecnologia che infrange deliberatamente le barriere specie-specifiche che la Natura ha costruito a difesa delle singole specie viventi[9].

Numerosi studi scientifici che hanno analizzato le sequenze del coronavirus, dopo che è stato isolato, ritengono infatti molto corroborata l’ipotesi che il nuovo virus sia il risultato di un salto di specie dall’animale all’uomo le cui radici sono dunque ecologico-sociali e non un prodotto di laboratorio[10].

Il Sars-Cov-2 si rivela dunque quale epifenomeno del dominio capitalistico neoliberista del pianeta – ed acceleratore delle sue crisi e contraddizioni – che definisce l’era del Capitalocene[11], per usare un altro concetto sempre più diffuso all’interno delle teorie critiche. La sua apparizione è conseguenza tanto delle chiavi possedute dalle biotecnologie per aprire i cancelli che la natura aveva posto a difesa delle specie viventi quanto dei disastri ambientali determinati dall’applicazione di queste biotecnologie ai sistemi agro alimentari, soprattutto attraverso le deforestazioni, che alterano i contesti microbiologici e naturali in cui i virus vivono consentendo la loro migrazione e mutazione dalle specie animali a quella umana. Il capitalismo 24/7 – un’economia esclusivamente votata al profitto attraverso la produzione intensiva[12], il consumo ininterrotto e lo smaltimento continuo dei rifiuti generati dal consumo stesso – è «strettamente correlato alla catastrofe ambientale, nel suo appello alla spesa permanente e all’incessante spreco funzionale al suo sostentamento, nella sua mortale distruzione dei cicli naturali e della stagionalità da cui dipende l’equilibrio degli ecosistemi»[13].

Individualizzazione, liberismo e gestione securitaria della crisi

Nonostante fin dal 1997 prima (H5N2, epidemia di aviaria) e dal 2003 (Sars) poi il rischio pandemico venisse segnalato da molti studi e anche dall’OMS (Organizzazione mondiale della sanità), la diffusione del Sars-Cov-2 ha colto la maggior parte degli stati del pianeta colpevolmente impreparati.

Le direttrici migratorie e la pericolosità del virus Sars-Cov-2 erano ampiamente note fin dal 7 di gennaio 2020, data in cui la Cina rilascia alla comunità internazionale le sequenze del virus, ma probabilmente già dalla fine di dicembre 2019 quando sempre in Cina appaiono i primi casi di contagio[14]. Eppure nessun paese - eccetto la Cina (in parte) e la Corea del sud e Taiwan -  approfitta di questi dati e conoscenze per un intervento immediato e forte nei confronti dell’ epidemia. Perché?

Le ragioni sono probabilmente molteplici: sottovalutazione, anche da parte di alcuni esperti; un atteggiamento eurocentrico o occidentalocentrico e colonialista, per cui l’epidemia è solo una “questione cinese”, dovuta ai “mangiatori di pipistrelli”; impreparazione, dato che i piani anti pandemia, pur inviati e raccomandati dall’OMS a tutti gli stati fin dal 2009, non sono mai stati implementati; gli interessi capitalistici e liberisti per cui “the show must go on” (l’economia non si può fermare)!

Anche l’Italia, che si autocelebra, con una stucchevole retorica nazionale, quale modello per la “tempestività” e la durezza dell’intervento, in realtà agisce molto in ritardo[15]. Innanzitutto perché il virus non è stato cercato fin da subito, nonostante alcuni casi di polmonite siano stati segnalati ben prima del famoso caso 1 di Codogno, come adesso si comincia a ricostruire, e le sequenze del virus fossero già conosciute. In secondo luogo perché non sono state fornite informazione, formazione e protezione capillare sul territorio (medici di base, presidi ospedalieri, operatori sanitari), impedendo di fatto di riconoscere i primi contagiati (impossibilità di effettuare i tamponi in misure adeguate alla diffusione del virus), esponendo al contagio il sistema sanitario e gli operatori al suo interno[16]. In terzo luogo gli interessi economici della parte più industrializzata del paese – si pensi alla campagna “Milano non si ferma” (che ricorda il famoso motto dei tempi del socialismo craxiano “Milano da bere”) - che ha resistito molto all’idea di provvedimenti duri e aggressivi nei confronti dell’avanzata del virus (tanto è vero che il governo italiano ha proceduto con decreti sempre più stringenti in più tappe e dialogando con le imprese e Confidustria) per far andare avanti l’economia e l’industria, esponendo così al contagio tanti lavoratori e le loro famiglie (ed infatti i principali focolai, in Lombardia principalmente, che hanno poi reso enorme la diffusione del contagio, sono stati i luoghi di lavoro[17], le case delle famiglie, le strutture ospedaliere e le case di riposo per anziani). Parziale eccezione il Veneto, dove i provvedimenti presi – grazie anche all’ausilio del dott. Andrea Crisanti[18], che ha saputo imporre una visione strategica di aggressione del virus sul territorio – sono stati molto aggressivi fin dall’inizio e ricordano molto il modello seguito in Corea del sud e a Taiwan, creando subito una “zona rossa”, isolando i contagiati e i loro contatti con uno screening attraverso i tamponi molto esteso e realizzando corridoi sanitari alternativi per i malati di Covid-19.

Il ritardo accumulato, insieme all’impreparazione dei presidi sanitari sul territorio, ha fatto sì che i focolai si moltiplicassero rapidamente in Lombardia e in generale nel Nord Italia. Nel centro e nel sud della penisola invece – grazie al ritardo della migrazione del virus, rallentata anche dai provvedimenti sempre più restrittivi che nel frattempo il governo nazionale e alcuni governi regionali mettevano in atto – si è riusciti in alcuni casi ad ottenere un più efficace isolamento dei contagiati e una migliore messa in sicurezza dei presidi sanitari (si pensi soprattutto all’ospedale “Spallanzani” di Roma e al “Cotugno” di Napoli) nonostante le peggiori condizioni del sistema sanitario meridionale rispetto al Nord del paese, dentro un quadro di progressivo smantellamento e depauperamento più che trentennale del sistema sanitario nazionale in favore della sanità privata (vedi la gestione Formigoni in Lombardia, oltre quella attuale).    

Poteva esserci una alternativa alla gestione securitaria della crisi?

Potendo studiare il modello utilizzato dalla Corea della Sud e quello utilizzato da Taiwan[19], che pure non sono paesi di lunga tradizione democratica ma da cui forse le nostre democrazie hanno tanto da imparare[20], possiamo rispondere di sì a questa domanda: poteva esserci una gestione democratica e dal basso della crisi.

Infatti, se si fossero implementati i piani anti pandemia raccomandati agli stati dall’OMS fin dal 2009, si sarebbe potuto fare sia un lavoro di preparazione dei presidi ospedalieri e una loro messa in sicurezza - assicurando corridoi sanitari alternativi per non diffondere i contagi nelle strutture ospedaliere, cosa che fin qui ha causato la morte di 139 medici (tra cui anche medici di famiglia)[21] e il contagio di quasi 17.000[22] operatori sanitari (mentre non si conosce ancora il numero di morti tra di essi, infermieri e trasportatori e volontari), cosa assolutamente inammissibile – che di informazione capillare presso i medici di base, cioè chi lavora con le famiglie e sul territorio, i quali a loro volta avrebbero potuto fare informazione diffusa presso la popolazione garantendo, se vi fosse stata la presenza dei dispositivi di protezione individuale, sia una maggiore efficacia del lavoro di monitoraggio e contenimento dei contagiati ma anche una libertà controllata di movimento che avrebbe impedito di ricorrere all’isolamento di massa e al fermiamo tutto. A questo proposito mi viene in mente l’esperienza di fine anni ’60 e primi anni ’70 del secolo scorso dei comitati di quartiere, in cui medici, avvocati, professionisti, volontari mettevano a disposizione le loro risorse conoscitive, temporali e di intervento per affrontare il disagio delle periferie e delle zone più povere delle città. Esperienza molto importante, che non ebbe mai un riconoscimento istituzionale, e che a poco a poco si spense, ma dalla quale si sarebbe potuto apprendere molto per una gestione alternativa della crisi insieme ripeto all’implementazione dei piani anti pandemia consigliati dall’OMS, che prevedevano presidi territoriali molto forti. Probabilmente un modello del genere avrebbe potuto anche consentire, insieme alla informazione capillare della popolazione, dei momenti di esercitazione, un po’ come si fa per terremoti e catastrofi di altra natura.

Ma c’è un’altra ragione che spiega la gestione autoritaria della crisi. Il possesso dell’informazione e della conoscenza rende gli individui autonomi e in grado di partecipare alla vita politica, civica e ai processi decisionali. La società dell’individualizzazione invece forma individui isolati fra di loro, privi di accesso all’informazione e alla conoscenza, assuefatti alla logica del consumo e all’ideologia economica dominante. Come scrive Crary, nell’epoca del capitalismo dominato dall’ideologia liberista “la gestione del comportamento economico è diventata un sistema atto a formare e perpetuare individui docili e consenzienti”. […] Un atteggiamento passivo e una condizione di isolamento non sono sottoprodotti occasionali di un sistema economico globale finanziarizzato, ma sono alcune delle sue principali finalità”[23]. La paura e la costruzione di un nemico sono determinanti in questa direzione. Di conseguenza la gestione securitaria della pandemia è il contraltare di una ideologia individualista e di un individualismo che caratterizza l’epoca contemporanea. Le teorie dell’individualizzazione (penso soprattutto ad Urlich Beck), che risalgono ad un corpus molto vasto e variegato di autori, hanno messo in correlazione il superamento della so­cietà industriale e l’emergere dell’individualizzazione. La società dell’individualizzazione sarebbe centrata su un individuo sempre meno legato alle istituzioni ed alle appartenenze sociali tradizionali (famiglia, classe, gruppo,) e sempre più interessato alla sfera della sopravvivenza individuale, secondo una deriva narcisista. Anche se io credo che tutto ciò sia effetto del dominio liberista e dell’imposizione di un determinato modello di individuo – e non una conseguenza dell’individualizzazione[24], peraltro coeva alla nascita del capitalismo[25] – è indubbio che il liberismo ha determinato individui sempre più isolati fra di loro, ridotti a mera esistenza biologica (la nuda vita di cui parla il filosofo Agamben credo coincida con la mera sopravvivenza), assuefatti alla logica del consumo e al paradigma dominante dell’homo oeconomicus, paradigma che illude rispetto all’idea di una sopravvivenza individuale mentre viene distrutto tutto ciò che è sociale, collettivo, fondato sulla cooperazione e collaborazione:

Nel mercato contemporaneo, i vari prodotti e servizi che promettono di «invertire il processo di invecchiamento» non fanno leva sulla paura della morte, ma offrono piuttosto modi superficiali di simulare le caratteristiche e le temporalità non umane degli stessi ambienti digitali che si frequentano per la maggior parte della giornata. Inoltre, la credenza che sia possibile sussistere in modo indipendente dalla catastrofe ambientale si accompagna a fantasie di sopravvivenza individuale o di prosperità nel bel mezzo di una distruzione della società civile e di una cancellazione delle istituzioni che continuano a offrire una parvenza di protezione sociale o di solidarietà, dall’istruzione pubblica ai servizi sociali, all’assistenza sanitaria per i piú bisognosi[26].

E’ su questa base che fin dall’inizio della pandemia l’imperativo diffuso sia stato quello che “ognuno di noi è responsabile” per se stesso e per gli altri. Puntando sul mero spirito di sopravvivenza individuale, l’ideologia e la pratica securitaria ottengono così un duplice scopo:  celare le responsabilità del liberismo e degli attori economici dominanti sulla situazione pandemica  e, diffondendo l’idea che ognuno di noi sia un possibile untore, costruire il nemico “dentro e fra di noi” e realizzare davvero l’isolamento sociale, attraverso dispositivi di controllo militare e poliziesco (anche attraverso l’uso delle tecnologie digitali più avanzate)[27]. Il risultato che una gestione autoritaria e securitaria della crisi sanitaria ed economica raggiunge è quello di: soffocare il conflitto sociale, che rischia di esplodere in una situazione di crisi così profonda anche dal punto di vista economico; impedire lo spirito di solidarietà, dato che ognuno è possibile nemico dell’altro in quanto portatore (più o meno sano) del virus ed, infine, rendere impossibile un confronto e una riflessione critica collettiva, e cioè l’impossibilità di fatto di dar luogo ad una mobilitazione popolare alla ricerca di un’altra politica[28].

 

Non “siamo tutti sulla stessa barca”. Di tamponi e diseguaglianze

Il contraltare di questo isolamento individuale e sociale, che richiede privazioni, pur temporanee (ma questo è ancora tutto da vedere), di diritti fondamentali, richiede, come in ogni processo securitario e autoritario, una apparato simbolico legittimante. Gli slogan che sono stati utilizzati in questo senso sono stati due: “siamo sulla stessa barca” e “io resto a casa”.

Le parole non sono mai usate a caso. Il plurale “siamo” del primo slogan allude ad un senso di appartenenza collettiva o comunitaria, trasversale dunque alle differenze sociali, che attenua il peso della responsabilità e dell’isolamento individuale implicato dal termine “io” della seconda espressione.

In tal modo una moltitudine di soggetti che vivono la paura dell’altro come possibile untore, elemento questo che inevitabilmente assottiglia o azzera la possibilità di relazioni sociali e politiche, viene inserita in un processo di omologazione simbolica dove differenze e diseguaglianze sociali sono celate.

La circolazione del virus infatti non è indifferente alle condizioni sociali che differenziano la società al suo interno. In questo senso nulla suona così falso come dire che “siamo tutti sulla stessa barca”. Sarebbe interessante ricostruire l’epidemiologia sociale della diffusione del virus, ma è ancora troppo presto per farlo. Ma dai primi resoconti emerge già come il virus abbia colpito in maniera differenziata le classi sociali: le classi superiori hanno la possibilità di non lavorare e vivono già un distanziamento sociale[29] dalla classi più basse nella vita quotidiana (ville, uso dell’auto privata, ambienti di lavoro, etc). Il virus mette in luce e intensifica le disuguaglianze sociali in specie le disuguaglianze sociali di salute. Quello che è certo è che esso ha inevitabilmente colpito di più, anche in termini geografici, il mondo del lavoro – operai, precari, lavoratori flessibili, una buona parte del lavoro autonomo – cioè tutti coloro che per vivere sono costretti a lavorare, in conseguenza delle decisioni degli attori dominanti  economia e industria[30] di ritardare le misure di confinamento necessarie in paesi che non erano pronti ad affrontare la pandemia (vale per tutti i paesi dell’Occidente capitalistico, anche se alcuni, come Inghilterra e Stati Uniti d’America hanno avuto un atteggiamento ancor più cinico e infatti ne stanno pagando un prezzo altissimo in termini di vite umane e in un periodo più breve rispetto agli altri paesi dato l’ulteriore ritardo accumulato nel prendere misure di contenimento). E’ Altrettanto chiaro che non “siamo tutti sulla stessa barca” se pensiamo che tra gli altri elementi di stratificazione sociale che vanno presi in considerazione bisogna tener conto del reddito individuale e familiare, che ti dà quella capacità di risparmio necessaria a non doverti preoccupare della temporanea mancanza di lavoro e di poter “restare a casa” in modo sicuramente meno problematico. Ma c’è un altro elemento da considerare. Come ha chiarito a suo tempo Henri Lefebvre, anche lo spazio è politico. Restare a casa in appartamenti spaziosi, in condomini di ampie dimensioni, non è la stessa cosa che vivere in appartamenti piccoli in agglomerati urbani dove la densità abitativa è molto elevata[31]. Le possibilità di contagio sono inversamente proporzionali sia alla mobilità cui si è costretti che allo spazio abitativo[32]. Oltretutto, in assenza di una politica sanitaria che effettui tamponi di massa, rimandare o tenere a casa i soggetti che presentano una sintomatologia da Covid-19 in quartieri operai con piccole unità abitative o in quartieri residenziali con grandi unità abitative, differenzia famiglie e individui anche in termini di risposta che si può dare ai malati all’interno delle unità domestiche. Ed infatti, come ormai diversi studi epidemiologici e di inchiesta giornalistica o sociale hanno dimostrato, in virtù sia della sottovalutazione iniziale della pandemia che delle scelte di politica sanitaria adottata sul territorio, i principali focolai sono stati i luoghi di lavoro e quindi le famiglie e poi gli ospedali, oltre a numerosi ospizi per anziani, presso i quali la mortalità è molto alta e dove alcune scelte fatte o alcune omissioni sono state criminali[33].

Del resto, come scrive sempre Crary, anche la morte[34] è un sottoprodotto del liberismo:

nel momento in cui una persona è stata privata di tutto, dalla sua forza lavoro alle sue risorse di ogni genere, essa diventa semplicemente inutile[35].

Gli anziani nell’economia liberista sono inutili e sono un costo sociale, anzi vi è stato anche chi, in Francia, li ha definiti “parassiti”[36].

C’è poi tutta la zona d’ombra che riguarda i marginali, i diseredati, gli ultimi, inutili per eccellenza nel quadro dell’economia liberista, di cui non ci si occupa, se non grazie al lavoro di alcuni volontari, e cioè i migranti[37], i carcerarti, i precari e i lavoratori in nero.

La ristrutturazione delle forze produttive

Le misure securitarie e autoritarie fin qui prese dai governi di quasi tutto il mondo col fine di combattere la pandemia, pur presentate come necessarie ma temporanee, sono state giustificate da una retorica che richiama il concetto di guerra. Si sta combattendo una guerra contro il virus e come in un conflitto bellico anche l’economia è e va considerata una economia di guerra! Con la crisi e nella crisi il capitale si riorganizza, trasformando di conseguenza l’intera società.

Riflettendo su questo aspetto della vicenda, osservando sia le misure prese dagli stati per far fronte alla crisi sanitaria ed economica e i conflitti tra gli stati – almeno tra quelli dell’Unione europea – rispetto a quali misure adottare per la crisi economica, mi sono venute in mente alcune pagine di Henri Lefebvre nel suo importante e imponente lavoro su Lo Stato:

Per quanto concerne i grandi paesi industriali, sappiamo che la crescita delle forze produttive non vi si è compiuta in modo lineare. […] Questa crescita […] continua […] attraversando molteplici momenti critici: crisi economiche propriamente dette, guerre, mutamenti nelle industrie motrici della crescita, insieme determinati dai progressi tecnici, dagli effetti indotti e dalle lotte operaie condotte su tale terreno. […] Non si tratta dunque di una entità astratta generata dagli economisti, la crescita, ma di una crescita ben specificata, che associa quello dello Stato a quella dell’economia

 ed essa si

lega altresì alla trasformazione dello spazio che si riorganizza. Lo Stato interviene in maniere molteplici e sempre più specifiche, efficaci e differenziate, in tale processo. Esso (i suoi uomini) tenta, con o senza pianificazione autoritaria, di regolare i rapporti risultanti dal carattere disuguale della crescita, dai processi di saturazione e dagli accavallamenti e conflitti diversi che ne vengono fuori. Esso trasforma i conflitti virtualmente distruttivi in stimoli per la crescita, ivi comprese le lotte di classe e le lotte nazionali (guerre). […] La riflessione teorica non deve dimenticare, neppure per un istante, una proposizione essenziale: una grande guerra è l’equivalente di una crisi. Attrraverso la distruzione dei beni eccedenti (relativi: in materiale ed in stocks, in mezzi di produzione, in uomini), la guerra ristabilisce con maggiore energia dei piani o dei semi-piani, le condizioni e le proporzioni dell’accumulazione allargata del capitale. Essa stimola, vale a dire trasforma, le contraddizioni in stimoli. Essa sostituisce la cieca distruzione, spontanea (la crisi economica), con l’autodistruzione pianificata; dopo di che, ritorna la prosperità[38].

Se sostituiamo alla parola crisi e guerra il termine pandemia il ragionamento di Lefebvre mi pare attualissimo.

Non avendo mai creduto alla favola della globalizzazione[39] ma soprattutto al funerale dello stato, più volte celebrato dai globalizzatori, posso sostenere che la gestione della pandemia globale, come una guerra e come ogni grande crisi economico-sociale nel capitalismo, comporta una ristrutturazione delle forze produttive determinata con l’aiuto dello Stato[40] (pur con diversità e contraddizioni, dovute ai diversi rapporti di forza economici, politici e militari, tra i vari stati del pianeta).

Ed a questo processo infatti stiamo assistendo. La gestione sanitaria (non con un approccio di medicina sociale, ma interventista) securitaria e autoritaria della crisi pandemica - con la scusa di combattere la guerra contro un nemico invisibile, in nome della quale si azzerano diritti civili e politici, utili a tenere a bada il conflitto sociale e a imporre misure di politica economica e sociale più drastiche di quelle prese durante le politiche di austerità dello scorso decennio (vedi il caso della Grecia) – è funzionale alla ristrutturazione delle forze produttive, processo all’interno del quale lo stato ha sempre giocato un ruolo determinante, come sosteneva Henri Lefebvre.

La decisione di bloccare le attività economiche non essenziali - peraltro non del tutto vera se si osserva che almeno la metà del tessuto produttivo sta funzionando e che alcuni dei settori produttivi rimasti aperti non sono essenziali alla fase che stiamo attraversando (armi aerei etc) - oltre ad avere dato adito a varie forme di speculazione sia materiale che finanziaria, sta comportando una sperimentazione dell’uso delle tecnologie digitali in vari settori lavorativi, per le quali le grandi multinazionali del digitale gongolano, sia per gli affari che stanno facendo dentro la crisi sia per le prospettive che intravedono dopo la crisi (c’è chi vuole almeno il 40% di smart working nella PA e chi si affretta a dire che le lezioni on line siano più efficaci della didattica in presenza o, ancora, che le università telematiche debbano essere poste sullo stesso piano di quelle pubbliche[41]), prospettive che annunciano/delineano una ristrutturazione delle forze produttive sempre più incentrata su alcune tipologie di industrie, tecnologie digitali e finanza – l’accelerazione e intensificazione del lavoro digitale avrà conseguenze inevitabili sul reclutamento dei lavoratori e su i salari e gli stipendi. L’immissione di una massa enorme di liquidità per le imprese che tutti gli stati stanno compiendo tende a favorire questo nuovo processo di ristrutturazione delle forze produttive, e dunque una fase di nuova valorizzazione e accumulazione del capitale, fatto anche di importanti speculazioni finanziarie[42], gestita dallo stato – processo che ovviamente non tiene conto del fatto che – al di là di alcune parche misure di taglio assistenziale, funzionali a calmierare il conflitto sociale – tanti lavoratori perderanno il lavoro, perché molte imprese chiuderanno o saranno inglobate da imprese più grandi, generando, insieme a quelli già esistenti nuovi poveri, marginali, esclusi. In tal modo, secondo il vecchio adagio capitalista “privatizziamo i profitti, socializziamo le perdite”, si vuol far pagare il conto della crisi, attraverso un grande travaso di soldi ai privati attraverso la leva del debito pubblico, ai soliti noti. La gestione securitaria ed autoritaria della crisi tenta di imporre inoltre, grazie alla forza dello stato, modelli di consumo ad elevato uso di tecnologia digitale che contemplano già “forme oppressive del lavoro umano e la distruzione ambientale strettamente connessa con le loro fantasie di virtualità e dematerializzazione”[43].

Non è semplice in questo momento, anche se si intravedono alcune tendenze, comprendere quale sarà l’esito della crisi economica globale. Ma è sicuramente il momento di ripensare, ancora una volta, al superamento del modo di produzione capitalistico, nella sua fase di dominio liberista, che, attraverso la manipolazione della natura e il suo consumo forsennato alla ricerca della valorizzazione del capitale, sempre più si caratterizza per una economia che decide chi deve vivere e morire, sia socialmente che fisicamente[44]

 



*Ricercatore di sociologia generale presso il Dipartimento Culture e società dell’Università degli studi di Palermo.

[1] Specifichiamo qui che ogni qual volta nel testo si fa riferimento al liberismo o al neoliberismo è perché esso caratterizza l’attuale fase storica in cui si trova il capitalismo, ma la nostra critica riguarda il modo di produzione capitalistico in quanto tale, indipendentemente dalle eventuali “aggettivazioni”.

[2] Per funzione specchio dell’immigrazione Abdelmalek Sayad intendeva che le migrazioni rivelano «le caratteristiche della società di origine e di quella di arrivo, della loro organizzazione politica e delle loro relazioni» (S. Palidda, Mobilità umane, Raffaello Cortina editore, Milano, p. 1). La pandemia globale del Covid-19 ci sembra che svolga la stessa funzione rispetto all’economia capitalistica nella sua fase liberista, rivelando tutte le contraddizioni e i disastri del neoliberismo e le nuove strategie per una nuova fase di accumulazione del capitale.

[3] Accolgo qui un suggerimento di di Fabio Perocco il quale mi ha fatto riflettere sul fatto che il Sars-Cov-2 ha svolto anche una funzione "dinamica" di detonazione e accelerazione di una crisi del capitalismo che era già preesistente.

[4] Chi volesse averne una idea e leggere argomentazioni che le smontano una per una può visitare i siti https://www.bufale.net/ e https://www.butac.it/.  

[5] Non è priva di fondamento l’idea che da decenni esistano laboratori in cui si lavora a importanti manipolazioni genetiche, anche sui virus o altri organismi patogeni, in vista di potentissime armi batteriologiche che diverse potenze mondiali hanno interesse a ottenere. Per una riflessione seria sulla questione del bioterrorismo o delle guerre batteriologiche segnalo l’articolo di Ernesto Burgio, Bioterrorismo e impero biotech, in “l’Ernesto – rivista comunista”, luglio 2003, disponibile alla url: https://www.marx21.it/index.php/rivista/5189-bioterrorismo-e-impero-biotech. Qui non vi è lo spazio di approfondire la questione sul Sars-Cov-2 come esito di una guerra batteriologica, questione che non escluderei a priori tenendo conto delle contraddizioni tra i paesi capitalistici del pianeta, primariamente Stati Uniti e Cina. Su questo aspetto si veda Alessandra Ciattini, Ipotesi sulle cause della pandemia provocata dal Coronavirus, in “La città futura”, 29 marzo 2020, disponibile alla url: https://www.lacittafutura.it/esteri/ipotesi-sulle-cause-della-pandemia-provocata-dal-coronavirus.

[6] Ernesto Burgio, Bioterrorismo e impero biotech, op. cit.

[7] Ibidem

[8] Le applicazioni in campo agro alimentare possono essere, in apparenza, sia “positive”, determinando ad esempio un incremento della produttività e della resistenza dei prodotti coltivati, sia negative, inducendo, attraverso la disseminazione di nuovi batteri, morie di coltivazioni, costringendo così molti produttori a doversi rivolgere all’impero delle biotecnologie per continuare le attività produttive o consentendo a grandi multinazionali di impadronirsi di miriadi di piccoli segmenti produttivi in campo agricolo. In un caso e nell’altro le conseguenze principali sono almeno quattro: enormi profitti per chi possiede le biotecnologie o acquisisce nuovi segmenti produttivi danneggiati da epidemie di batteri; diffusione di grandi colture intensive ad alta produttività pensate per l’esportazione; crisi dell’autosufficienza dei sistemi agro alimentari di molti paesi che diventano dipendenti da chi possiede le nuove colture e, last but not least, un depauperamento delle condizioni ambientali, con conseguenti trasformazioni microbiologiche che determinano importanti alterazioni degli equilibri naturali.   

[9] Burgio, Bioterrorismo e impero biotech, op. cit.

[10] «Our analyses clearly show that SARS-CoV-2 is not a laboratory construct or a purposefully manipulated virus. […]While the analyses above suggest that SARS-CoV-2 may bind human ACE2 with high affinity, computational analyses predict that the interaction is not ideal7 and that the RBD sequence is different from those shown in SARS-CoV to be optimal for receptor binding. Thus, the high-affinity binding of the SARS-CoV-2 spike protein to human ACE2 is most likely the result of natural selection on a human or human-like ACE2 that permits another optimal binding solution to arise. This is strong evidence that SARS-CoV-2 is not the product of purposeful manipulation. […]Instead, we propose two scenarios that can plausibly explain the origin of SARS-CoV-2: (i) natural selection in an animal host before zoonotic transfer; and (ii) natural selection in humans following zoonotic transfer. We also discuss whether selection during passage could have given rise to SARS-CoV-2». Cfr., Andersen, K.G., Rambaut, A., Lipkin, W.I. et al., The proximal origin of SARS-CoV-2, in “Nature Medicine” (2020), https://doi.org/10.1038/s41591-020-0820-9. Si veda anche l’intervista ad Ernesto Burgio (esperto di epigenetica e biologia molecolare, presidente del Comitato Scientifico SIMA nonché membro di altri importanti istituti e società scientifiche) a Radio onda rossa del 21 marzo 2020. Nella sua intervista Burgio spiega, con rigore e chiarezza, che il virus non è un banale virus parainfluenzale o conosciuto dal nostro sistema immunocompetente, ma un coronavirus emergente, probabilmente dal pipistrello, che è un serbatoio naturale di questi virus, come fu nel caso di quello responsabile della Sars del 2002. Pur non essendo ancora semplice comprendere come sia passato all’uomo, anche se alcune sequenze del virus che sono state studiate ci danno diverse indicazioni in proposito, esso presenta alcune mutazioni molto brutte esattamente nei punti in cui si temeva che potesse mutare, dato che i coronavirus sono studiati dai tempi della Sars e dunque si sapeva che avrebbe potuto dare problemi all’uomo dato che le mutazioni che presenta riguardano la proteina S spike che aggancia le vie respiratorie umane. La trasmissione su radio onda rossa del 21 marzo 2020 è disponibile a questa url: http://www.ondarossa.info/redazionali/2020/03/coronavirus-origini-effetti-e.

[11] Il concetto di Capitalocene, con cui si indica l’era del dominio del capitale sul pianeta e delle trasformazioni determinate dal capitalismo sull’intero sistema naturale ed ecologico, viene proposto da Jason W. Moore per sostituire il concetto di Antropocene, termine con cui si indica il dominio dell’azione umana sul globo terrestre. Il concetto di Antropocene infatti generalizzerebbe gli effetti sulla natura di tutte le azioni umane quando i disastri e le sofferenze del pianeta sono il risultato del modo di produzione capitalistico e non dell’azione umana tout cour. Per un primo orientamento su queste riflessioni si veda il volume di Jason W. Moore, Antropocene o Capitalocene. Scenari di ecologia-mondo nella crisi planetaria, Ombre corte, Verona, 2017 e l’intervista ad Elmar Altvater, Benvenuti nel Capitalocene! Come il capitalismo ha cambiato il rapporto uomo-natura: Antropocene, Capitalocene, Ecocapitalismo e Chthulucene, disponibile alla url: http://www.kabulmagazine.com/benvenuti-nel-capitalocene-elmar-altvater/.   

[12] Gli allevamenti intensivi di animali in particolare giocano un ruolo cruciale nella produzione di agenti patogeni ed epidemie. Non abbiamo qui lo spazio per trattare questo aspetto. Sul tema si vedano: Michael Greger, Bird flu: a virus of our own hatching. Lantern Books, 2006 e Robert G. Wallace, Big farms make big flu: dispatches on influenza, agribusiness, and the nature of science, NYU Press, 2016. Si veda anche Ángel Luis Lara, Covid-19, non torniamo alla normalità. La normalità è il problema , in “Il manifesto” del 5 aprile 2020.

[13] Jonathan Crary, 24/7. Il capitalismo all’assalto del sonno, Einaudi, Torino, 2015, pp. 12-13.

[14] Si veda l’intervista ad Ernesto Burgio a Pandora TV: https://www.pandoratv.it/ernesto-burgio-come-difenderci-dalla-pandemia/.

[15] Gianni Giovannelli e Turi Palidda sottolineano  – citando una importante ricerca pubblicata da 24 medici italiani, The early phase of Covid19 outbreack in Lombardy (consultabile alla url: https://arxiv.org/ftp/arxiv/papers/2003/2003.09320.pdf), che fa risalire la diffusione del virus in Italia, con il primo caso  in Lombardia, “al più tardi al 14 gennaio” – che “esistono dunque oggettivi e accertati ritardi nella trasmissione di informazioni, di segnalazioni della comparsa nel nord Italia di un virus che già mostrava la sua capacità espansiva in Cina. Per oltre un mese manca qualsiasi avviso, qualsiasi rilevazione; la scelta sembra essere stata quella del silenzio da parte delle istituzioni pubbliche, le uniche che in quel momento avevano accesso alle informazioni”. Cfr., Gianni Giovannelli e Turi Palidda, Non possiamo tacere, in “Effimera. Critica e sovversioni del presente”, 3 aprile 2020: http://effimera.org/non-possiamo-tacere-di-gianni-giovannelli-e-turi-palidda/.

[16] L’8 di aprile, a distanza di un mese dai primi provvedimenti relativi al lockdown italiano, Massimo Galli, direttore dell’Istituto di Scienze Biomediche all’ospedale Sacco di Milano, spesso presente sui media e uno dei pochi medici impegnati in prima linea che non nasconde i problemi e parla con onestà, dichiara: «C’è stato un clamoroso fallimento, e di questo ne dovremo prendere atto per il futuro, della medicina territoriale, ammettiamolo e riconosciamo questo aspetto». E prosegue: «Perché non si sono fatti i tamponi? Perché non c’era il potenziale e non c’è nemmeno ora il potenziale per fare i tamponi. Ma diciamocele chiaro una volta per tutte. Diciamo chiaramente che abbiamo moltiplicato fortemente ed in modo importante i letti di rianimazione, cosa sacrosanta, ma siamo stati incapaci, o qualcuno è stato incapace, di intervenire per moltiplicare le possibilità diagnostiche. Questo è il punto». L’intervista è disponibile all’url: https://www.tpi.it/opinioni/coronavirus-italia-fase-2-potenziare-assistenza-domiciliare-20200405579793/ (consultata in data 13/04/2020). 

[17] Si tenga presente che la Lombardia, specialmente la città di Bergamo ed in particolare il distretto tessile industriale della Val Seriana, è fortemente integrata con l’economia cinese (joint-venture, delocalizzazioni, investimenti esteri diretti) con un fortissimo flusso tra Italia e Cina di quadri, tecnici, funzionari commerciali delle aziende bergamasche che è proseguito fino a fine marzo (utilizzando voli indiretti).

[18] Direttore del dipartimento di Medicina Molecolare e professore di Epidemiologia e Virologia presso l'Azienda Ospedaliera dell'Università di Padova. Crisanti non lesina critiche alla gestione dell’epidemia in Italia, sostenendo che gli errori fatti in tema di contenimento e sorveglianza attiva sono stati davvero notevoli. Vedi intervista a Crisanti su Fanpage.it: https://www.fanpage.it/attualita/coronavirus-crisanti-i-numeri-dellepidemia-sono-sbagliati-mancano-almeno-100mila-casi/.

[19] Sul modello di gestione dell’epidemia a Taiwan, ed anche in Corea del sud, si veda Marco Lazzarotti, Democrazia, tecnologia e prevenzione. La risposta delle democrazie asiatiche al Covid-19, in Alessandra Guigoni e Renato Ferrari (a cura di), Pandemia 2020. La vita quotidiana in Italia con il Covid-19, Danyang, M&J Publishing House, aprile 2020, pp. 49-54.

[20] «Ma, per fare questo, c’è bisogno di abbandonare un punto di vista legato a un principio evolutivo unilineare di stampo morganiano […], che vuole l’Occidente radice e quindi custode dei principi politici e tecnologici che stanno alla base della democrazia. I due casi che ho appena mostrato dimostrano che ci sono democrazie “quasi alla fine del mondo” che possono insegnarci qualcosa». Ibidem, p. 53.

[21] È gravissimo che siano morti così tanti medici in Italia. La triste conta, che onora anche la memoria del sacrificio di questi medici, si trova sul sito: https://portale.fnomceo.it/elenco-dei-medici-caduti-nel-corso-dellepidemia-di-covid-19/.

[22] Questa è la cifra ufficiale al 20 di aprile. Si veda: http://www.askanews.it/cronaca/2020/04/20/coronavirus-sono-139-i-medici-morti-in-italia-per-il-covid-19-pn_20200420_00222/.  

[23] Jonathan Crary, 24/7. Il capitalismo all’assalto del sonno, Einaudi, Torino, 2015, pp. 46-47

[24] Ho sottoposto ad una critica severa le teorie dell’individualizzazione qui: Marco A. Pirrone, Individualizzazione, (neo)liberismo e disagio so­cio-familiare, in Michele Mannoia (a cura di), Famiglie, disagio e servizio sociale, PM edizioni, Varazze (SV), 2019, pp. 61-92.

[25] « […] il processo di individualizzazione è un processo coevo alla genesi del capitalismo. Fu Karl Marx, ne Il capitale, a parlarne per la prima volta. La liberazione degli uomini e delle don­ne dalle vecchie catene feudali che vincolavano essi alla terra e ad altre appartenenze preesistenti, fu infatti la condizione necessaria per la borghesia capitalista per dar vita al nuovo modo di produ­zione, trasformando la capacità di lavoro dell’individuo nella merce forza-lavoro: Affinché il possessore della forza-lavoro la venda come merce, egli deve poterne disporre, e quindi essere libero proprietario della propria capacità di lavoro, della propria persona. […] La forza-la­voro esiste soltanto come attitudine naturale dell’individuo viven­te. Quindi la produzione di essa presuppone l’esistenza dell’indivi­duo». Cfr., Ibidem, p. 70.

[26] Jonathan Crary, 24/7. Il capitalismo all’assalto del sonno, op. cit., p. 106.

[27] Diversi autori hanno sottolineato la vocazione “totalitaria” del liberismo. Cito, per tutti, Luciano Gallino, Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi, Einaudi, Torino, 2011, p. 28. 

[28] Credo che questo volesse sottolineare il filosofo Giorgio Agamben quando in Contagio, scritto criticato duramente e incompreso da molti, scriveva: «fatte le debite differenze, le recenti disposizioni (prese dal governo con dei decreti che ci piacerebbe sperare – ma è un’illusione – che non fossero confermati dal parlamento in leggi nei termini previsti) trasformano di fatto ogni individuo in un potenziale untore, esattamente come quelle sul terrorismo consideravano di fatto e di diritto ogni cittadino come un terrorista in potenza. L’analogia è così chiara che il potenziale untore che non si attiene alle prescrizioni è punito con la prigione. Particolarmente invisa è la figura del portatore sano o precoce, che contagia una molteplicità di individui senza che ci si possa difendere da lui, come ci si poteva difendere dall’untore. […] Ancora più tristi delle limitazioni delle libertà implicite nelle disposizioni è, a mio avviso, la degenerazione dei rapporti fra gli uomini che esse possono produrre. L’altro uomo, chiunque egli sia, anche una persona cara, non dev’essere né avvicinato né toccato e occorre anzi mettere fra noi e lui una distanza che secondo alcuni è di un metro, ma secondo gli ultimi suggerimenti dei cosiddetti esperti dovrebbe essere di 4,5 metri (interessanti quei cinquanta centimetri!). Il nostro prossimo è stato abolito. È possibile, data l’inconsistenza etica dei nostri governanti, che queste disposizioni siano dettate in chi le ha prese dalla stessa paura che esse intendono provocare, ma è difficile non pensare che la situazione che esse creano è esattamente quella che chi ci governa ha più volte cercato di realizzare: che si chiudano una buona volta le università e le scuole e si facciano lezioni solo on line, che si smetta di riunirsi e di parlare per ragioni politiche o culturali e ci si scambino soltanto messaggi digitali, che ovunque è possibile le macchine sostituiscano ogni contatto – ogni contagio – fra gli esseri umani». Cfr., Giorgio Agamben, Contagio, in “Quodlibet”, 11 marzo 2020, disponibile alla url: https://www.quodlibet.it/giorgio-agamben-contagio.

[29] Fabio Perocco, che ringrazio, insieme a Valter Zanin e Salvatore Palidda, per aver letto il testo e aver fornito alcuni preziosi consigli, suggerisce che  a proposito di uso delle parole bisognerebbe riflettere sul fatto che il concetto di distanziamento sociale tradizionalmente indica il distanziamento tra le classi sociali, mentre nel caso del coronavirus sarebbe più corretto usare il termine di distanziamento fisico. A meno che non con l’espressione “distanziamento sociale” non si voglia intendere che ognuno deve stare nella propria classe (“stare al proprio posto”).

[30] “Report”, la trasmissione d’inchiesta del canale della tv nazionale italiana Rai tre, nella puntata andata in onda il 6 aprile 2020 (ora disponibile sul portale di “Report” all’url: http://www.rai.it/programmi/report/inchieste/La-zona-grigia-b752ac9e-8f71-4161-bbd8-7ee2b92a582a.html), ha dimostrato il ruolo determinate di Confindustria lombarda e di molti attori imprenditoriali della regione Lombardia, soprattutto nel bergamasco, nel ritardare le misure di contenimento per garantire la produzione e il prosieguo delle attività industriali. 

[31] A questo proposito vorrei sottolineare il non poco fastidioso contributo offerto dal mondo dello star system, una delle componenti della classe capitalistica transnazionale come ha evidenziato Luciano Gallino (cfr., Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi, op. cit.), a rafforzare l’ideologia dell’“io resto a casa”. Attori, cantanti, uomini e donne dello spettacolo, ricchissimi proprietari di grandi ville e case spaziose dotate di tutti i comfort, invitano i cittadini, attraverso spot in Tv e sulla rete, a restare a casa, indicando loro cosa si può fare di creativo e originale dentro le mura domestiche per poi allietarli con trovate musicali o spettacolari, diffuse anche gratuitamente attraverso la rete. Credo che chiunque si trovasse nelle condizioni di questi soggetti privilegiati potrebbe avere o sviluppare grandi dosi di creatività. Peccato che invece coloro a cui queste magnifiche abilità e originalità sono indirizzate siano proprio quelli che sono invece costretti ad uscire da casa per andare a lavorare, siano essi lavoratori, operatori dei vari servizi, medici ed operatori sanitari, e cioè coloro che sono più esposti alla diffusione del contagio.

[32] Non è un caso che vi sia una precisa correlazione tra le nuove e diffuse epidemie virali contemporanee e l’urbanizzazione e tra quest’ultima e gli allevamenti intensivi di animali finalizzati al consumo della carne: «Le epidemie sono un prodotto dell’urbanizzazione. Quando circa cinquemila anni fa gli esseri umani cominciarono a raggrupparsi in città con una certa densità di popolazione, le infezioni poterono colpire simultaneamente grandi quantità di persone e i loro effetti mortali si moltiplicarono. Il pericolo di pandemie come quella attuale si generalizzò quando il processo di urbanizzazione è diventato globale. Se applichiamo questo ragionamento all’evoluzione della produzione di carne le conclusioni sono realmente inquietanti. In un periodo di cinquanta anni l’allevamento industriale ha “urbanizzato” una popolazione animale che prima si distribuiva in piccole e medie fattorie familiari.» Cfr., Ángel Luis Lara, Covid-19, non torniamo alla normalità. La normalità è il problema, op. cit.

[33] Ci riferiamo in particolare ai casi, ampiamente documentati, delle morti da Covid-19 nelle Rsa (Residenze sanitarie assistenziali), le più gravi sono il “Pio Albergo Trivulzio” e il Virgilio Ferrari a Milano

[34] Sul liberismo come massima espressione della tanatopolitica si veda: Salvatore Palidda, Aporie demo-politiche e climatico politiche e approdo alla tanatopolitica?, in “Effimera. Critica e sovversioni del presente”, 18 febbraio 2019, disponibile alla url: http://effimera.org/aporie-demo-politiche-approdo-delleuropa-alla-tanatopolitica-salvatore-palidda/.

[35] Jonathan Crary, 24/7. Il capitalismo all’assalto del sonno, op. cit., pp. 47-48.

[36] Si veda il dossier Un pianeta color argento, in Le monde diplomatique (edizione italiana abbinata al quotidiano il manifesto), n. 6, giugno 2013, in particolare l’articolo di Jérome Pellissier, A che età si diventa vecchi?, pp. 1 e 11-13.

[37] Un esempio di gestione securitaria dei migranti riguarda la situazione del quartiere Romanina a Roma, dove un condominio, il Salem Palace, occupato da anni da circa 600 immigrati, è diventato una zona rossa, dopo due casi accertati di Covid-19, con una gestione militare e sanitaria che sta creando tensioni sociali importanti e violazioni dei diritti civili fondamentali, primo fra tutti quello della libertà di movimento.

[38] Lefebvre H., Lo Stato. I, Dedalo, Bari, 1977, pp. 80

[39] Pirrone, M.A. 2015, The Tale of Globalization: Capitalism, Crisis and Erosion of the Social Bond, in Borghini, A., Campo, E. 2015, Exploring the Crisis. Theoretical Perspectives and Empirical Investigations, Pisa University Press, Pisa, pp. 155-172.

[40] Lefebvre H., Lo Stato. I, op. cit. Nella globalizzazione dunque, contrariamente a ciò che pensano i teorici dell’individualizzazione, lo stato non scompare, semmai si trasforma. Su questo punto si veda Antonino Palumbo, La polity reticolare. Analisi e critica della governance come teoria, XL edizioni, Roma, 2011, particolarmente le pagine 176-196.

[41] Vedi l’intervento dell’On. Aprea, di Forza Italia, all’audizione a distanza del Ministro dell’Università Gaetano Manfredi del 9 aprile 2020 ore 15: https://webtv.camera.it/evento/16096

[42] David Harvey scrive: “ […] le economie capitaliste contemporanee sono guidate al 70 o addirittura all’80% dal consumismo. Negli ultimi quarant’anni la fiducia e il sentimento dei consumatori sono diventati la chiave per la mobilitazione della domanda effettiva e il capitale si è accodato sempre più alla domanda che ai bisogni. Questa fonte di energia economica non è stata soggetta a fluttuazioni selvagge (con alcune eccezioni come l’eruzione vulcanica islandese che ha bloccato i voli transatlantici per un paio di settimane). Solo che Covid-19 non sta producendo una fluttuazione selvaggia ma un crollo imponente del cuore della forma di consumismo che domina i paesi più ricchi. La forma a spirale dell’accumulazione infinita di capitale sta implodendo da una parte all’altra del mondo. Può salvarlo solo un consumismo di massa finanziato dal governo e spuntato dal nulla. Ciò richiederà, per esempio, la socializzazione dell’intera economia negli Stati uniti, senza che questa venga definita come socialismo.” Cfr., David Harvey, La fine del neoliberismo, in “Jacobin Italia”: https://jacobinitalia.it/la-fine-del-neoliberismo/ 

[43] Jonathan Crary, 24/7. Il capitalismo all’assalto del sonno, op.cit., p. 53.

[44] Le politiche economiche, e anche di gestione sanitaria della pandemia, di Donald Trump, Boris Johnson e Jair Bolsonaro sono paradigmatiche del darwinismo sociale che è a fondamento della ideologia liberista.

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