Jacques R. Pauwels *

 

Nel 1914, la gran parte, se non la totalità, degli stati europei non erano democrazie allo stato pieno, ma continuavano ad essere oligarchie, governate da una classe superiore che era una “simbiosi” tra una aristocrazia di proprietari terrieri (in alleanza con una Chiesa cristiana) e una borghesia (ossia una classe medio-superiore) di industriali, banchieri e simili. In Gran Bretagna e in Belgio il suffragio universale non era ancora arrivato, ragion per cui le classi superiori detenevano saldamente il potere.

Nelle “camere basse” dei parlamenti, tuttavia, queste élite dovevano sempre più tollerare le richieste dei seccanti rappresentanti dei socialisti (o “social-democratici”) e di altri partiti plebei, ma riuscivano a mantenere il controllo del paese soprattutto attraverso - cosa abbastanza decisiva - il monopolio delle istituzioni statali non elettive, come l’esecutivo (di solito una monarchia), il sistema giudiziario, il corpo diplomatico, le camere alte dei parlamenti, gli alti ranghi dei servizi civili e, soprattutto, l'esercito. (I servizi segreti sarebbero diventati importanti solo successivamente.)

La classe superiore, demograficamente una minuscola minoranza, non era particolarmente amante della democrazia. Dopo tutto, democrazia vuol dire governo del demos, cioé della maggioranza, indigente e irrequieta, del popolo e presumibilmente anche della parte ottusa e violenta della società che costituiva la temibile “massa”. Particolarmente deprimente per la classe superiore era il fatto che, con l’incoraggiamento dei partiti socialisti e dei movimenti sindacali, la classe operaia industriale si stava agitando e ottenendo dei risultati con riforme democratiche a livello politico e sociale, come l’ampliamento della base elettorale, la limitazione dell’orario di lavoro, salari più alti e servizi sociali come le ferie pagate, le pensioni, la scuola e prestazioni mediche gratuite o poco costose.

Allora la classe operaia era la forza di spinta dietro il continuo, apparentemente irresistibile, processo di democratizzazione in atto. Aristocratici e borghesia temevano che le riforme democratiche che il movimento sindacale era stato in grado di estorcere stesse progressivamente minando l’ordine costituito o, peggio, che un collasso di quell’ordine potesse avvenire di colpo con una rivoluzione. In effetti, la gran parte dei partiti della classe operaia aderivano al socialismo marxista e sostenevano, almeno in teoria, il tipo di rivoluzione che avrebbe portato alla “grande trasformazione” dal capitalismo al socialismo. La Comune di Parigi del 1871 e la Rivoluzione russa del 1905 erano stati gli assaggi di quel cataclisma e i molti scioperi e gli altri scoppi di agitazioni negli anni che stavano portando al 1914 erano spesso avvertiti come una specie di annunci di rivoluzione. In questo contesto, la guerra veniva sempre più percepita come il grande antidoto alla rivoluzione e alla democrazia. È principalmente, anche se non esclusivamente, per questa ragione che la classe superiore europea voleva la guerra, si preparava alla guerra e, nel 1914, utilizzò un evento tragico, ma relativamente poco importante, successo nei Balcani per scatenare la guerra (Pauwels, 2016).

Come rimedio contro la duplice minaccia di rivoluzione e democrazia, tuttavia, la guerra si dimostrò controproducente. Primo, la “Grande Guerra” non scacciò una volta per tutte lo spettro della rivoluzione. Al contrario. Finì per innescare proprio delle rivoluzioni in quasi tutti gli stati belligeranti (e persino in alcuni neutrali) e una di queste rivoluzioni addirittura riuscì a trionfare in uno dei grandi imperi, la Russia. Secondo, la guerra produsse non meno, ma più democrazia : in effetti, per togliere vento alle vele della rivoluzione in Gran Bretagna, ma anche in Germania, Belgio e altri paesi, nuove riforme democratiche, fino ad allora impensabili, come l’introduzione del suffragio universale e la giornata lavorativa di otto ore, dovettero essere introdotte.

Dopo il 1918, la classe superiore riuscì a mantenere il controllo in gran parte grazie al suo costante monopolio delle istituzioni di governo non elettive. I membri della élite di governo avevano, tuttavia, ragioni per ritenersi molto insoddisfatti. Primo, perchè ora si trovavano ad operare entro sistemi parlamentari considerevolmente più democratici, nei quali i partiti socialisti e persino comunisti come pure i militanti dei movimenti sindacali avevano un peso. Secondo, perchè continuavano a sentirsi minacciati dalla rivoluzione. Prima del 1914 la rivoluzione era uno spettro, ma dopo il 1918 era impersonata da quello che era stato il risultato della Rivoluzione Russa : l’Unione Sovietica. Il nuovo stato rappresentava il “contro-sistema” socialista al capitalismo e serviva da fonte di ispirazione e sostegno attivo per il crescente numero di plebei che perseguivano un cambiamento rivoluzionario à la russe – e anche per il sempre maggiore numero di soggetti coloniali che ambivano all’indipendenza. La minaccia rivoluzionaria si stagliava all’orizzonte ancor più nitidamente durante la grande crisi economica degli anni Trenta, quando disoccupazione di massa e miseria, piaghe assenti nell’Unione Sovietica in via di rapida industrializzazione, spingeva un numero crescente di plebei a desiderare cambiamenti radicali e rivoluzionari.

È questa la ragione per cui la classe superiore appoggiava il fascismo, ossia, il movimento anti-democratico della destra estrema guidato da uomini forti pronti a prendere il tipo di misure dalle quali aristocratici, banchieri ed uomini d’affari si aspettavano di ottenere benefici : mettere fine a tutti gli inaccettabili comportamenti democratici, eliminare spietatamente sindacati e partiti dei lavoratori, in particolare i socialisti rivoluzionari, ossia i comunisti e, attraverso una politica di bassi salari, (ri)armo ed espansione imperialista condurre l’economia capitalista fuori dal deserto della Grande Depressione.

Il fascismo si rivelò lo strumento con il quale la classe superiore, assediata dalla crisi economica e minacciata da un “contro-sistema” socialista, poteva di nuovo sperare di raggiungere quello che aveva sognato nel 1914, ossia di bloccare e far arretrare i processi di democratizzazione e impedire cambiamenti rivoluzionari – ma anche raggiungere gli obiettivi imperialisti, ma questa è un’altra storia (vedi Pauwels 2019b). In quasi tutti i paesi europei, la classe superiore per prima sostenne i movimenti fascisti finanziariamente e in altri modi e si giovò del suo completo controllo dell’esercito, della burocrazia statale, ecc. per rimpiazzare i sistemi liberal-democratici con regimi fascisti. Questo andamento era già iniziato in Italia nel 1922, ma il grande trionfo per la classe superiore sarebbe arrivato nel 1933 in Germania, dove Hitler venne issato sulla sella del potere per la grande soddisfazione di banchieri, industriali, aristocratici latifondisti, generali ed alti prelati sia cattolici che protestanti.

Le élite “occidentali”, presuntamente democratiche, applaudirono a questi colpi di stato : Churchill, ad esempio, lodò apertamente Mussolini e il Duca di Windsor divenne uno dei capi della tifoseria pro-Hitler. Hitler, il più spietato di tutti i dittatori fascisti, diventò la “grande speranza bianca” della classe superiore dell’Occidente. Ci si aspettava che usasse la forza militare del Reich per schiacciare l’Unione Sovietica, il frutto della Rivoluzione russa del 1917, percepita come il semenzaio di future rivoluzioni in patria e nelle colonie. Avrebbero in questo modo raggiunto l’obiettivo che loro stessi avevano vanamente perseguito con gli interventi armati a sostegno dei reazionari “Bianchi” contro i “Rossi” rivoluzionari nella Guerra Civile Russa del 1918-1919.

In alcuni paesi, tuttavia, i piani “filo-fascisti” della classe superiore andarono nel verso sbagliato, più drammaticamente in Francia, ove nel 1934 un colpo di stato fascista fallì miseramente allo stato embrionale. Per ironia della sorte, questo tentativo produsse il contrario di quanto l’élite aveva sperato : la formazione di un “fronte popolare,” il governo di una coalizione di sinistra che introdusse un pacchetto di importanti riforme sociali che comprendevano un aumento dei salari, la settimana lavorativa di quaranta ore, la contrattazione collettiva, il diritto legale allo sciopero e le ferie pagate. Queste innegabili conquiste democratiche furono avversate e detestate da industriali, banchieri e imprenditori in generale, perché comportavano una (modesta) redistribuzione della ricchezza a favore della plebe salariata e perché vennero percepite come un’avvisaglia di riforme più radicali che potevano sempre arrivare.

Per capire quello che successe dopo, compresa la “strana disfatta” della Francia nel 1940, si devono leggere i libri della storica Annie Lacroix-Riz, professoressa emerita all’Università di Parigi VII. Nel suo Le choix de la défaite : les élites françaises dans les années 1930 (Lacroix-Riz, 2006), e De Munich à Vichy, l’assassinat de la 3e République 1938-1940 (Lacroix-Riz, 2008), dimostra che nel maggio-giugno del 1940, quando la Germania attaccò in occidente, i leader politici e militari francesi fallirono deliberatamente nel predisporre quel tipo di resistenza che il loro esercito era certamente in grado di condurre, rendendo inevitabile la sconfitta. In questo modo, cercarono di raggiungere gli obiettivi invano perseguiti nel 1934, ossia l’avvento al potere di un uomo forte fascista o quasi-fascista come Mussolini, Franco o Hitler. La sconfitta da parte di un nemico esterno, la Germania, non era particolarmente gradita, ma la “strana disfatta”, come venne chiamata dallo storico Marc Bloch in un libro pubblicato nel 1946, permetteva loro di ottenere la vittoria contro il nemico interno, il movimento sindacale della sinistra. Venire sconfitti dal Reich fascista rendeva possibile contrabbandare il fascismo in Francia attraverso, per così dire, la porta sul retro e consentiva di sostituire la “Terza Repubblica” francese, troppo democratica per i loro gusti, con una dittatura tagliata su misura per la difesa e la promozione dei loro interessi. In effetti, il collasso militare della Francia consentì a un uomo forte di scendere, come un deus-ex-machina, sulla scena. Capitava che fosse la stessa personalità che era stata già in attesa nel retropalco nel 1934, precisamente il Maresciallo Philippe Pétain, forse non proprio un fascista, ma di sicuro un arci-conservatore filo-fascista.

La “Francia di Vichy” presieduta da Pétain, con Hitler a soffiargli sul collo, fu un sistema estremamente anti-democratico, ma per la classe superiore del paese fu un vero paradiso, specialmente per i banchieri, gli industriali e gli “imprenditori’ (le patronat) in generale, come Annie Lacroix-Riz ha mostrato in un altro dei suoi libri, Industriels et banquiers sous l’Occupation (Lacroix-Riz, 2013). L’élite fu deliziata dal fatto che, proprio come nella Germania di Hitler, sindacati e partiti della classe operaia vennero eliminati, i salari considerevolmente diminuiti e le riforme sociali introdotte dal Fronte Popolare abolite. I profitti aumentarono, non solo per la riduzione del costo del lavoro : si poterono intraprendere affari molto vantaggiosi con i signori nazisti della Francia, in particolare per la continuazione della guerra e per gli ordini di grandi quantità di camion e mezzi corazzati che arrivarono agli industriali francesi, come Renault, da parte di Hitler.

I nazisti compravano anche grandi quantità di prodotti francesi di lusso come profumi, vini pregiati, compreso champagne e i grand crus di Bordeaux e della Borgogna, oltre a cognac. Qualche razzia avvenne sporadicamente durante i combattimenti nella primavera del 1940, ma fu un’eccezione, mentre la regola generale fu che i nazisti compravano questi beni e a prezzi inflazionati e li pagavano con i franchi estorti al regime collaborazionista di Pétain sulle base alle clausole dell’accordo di capitolazione della Francia del giugno 1940. Le tasse spremute ai comuni cittadini francesi dal regime di Pétain trovavano in questo modo la loro via per arrivare attraverso gli acquirenti tedeschi - le forze armate, le SS, altre organizzazioni di partito, i mercanti di vini, ecc. - nei portafogli dei ricchi produttori e distributori di vini e profumi. Questa saga triste è stata raccontata in dettaglio nel recente (2019) libro di Christophe Lucand, Hitler’s Vineyards : How the French Winemakers Collaborated With the Nazis (Le vigne di Hitler : come i produttori di vino francesi collaborarono con i nazisti). Il mito secondo cui gran parte dei tentativi tedeschi di razziare i vini francesi furono ostacolati da patriottici viticultori e distributori, architettato da questi ultimi alla fine della guerra, venne promosso in un libro pubblicato nel 2001 da due giornalisti americani, Don e Petie Kladstrup, Wine & War. The French, the Nazis and the Battle for France’s Greatest Treasures, (Kladstrup & Petie, 2001). Quanto alla Chiesa Cattolica, i suoi prelati francesi si rallegrarono del funerale alla Repubblica anti-clericale organizzato da Pétain organizzò e della resurrezione, per suo ordine, dell’intima relazione del paese col cattolicesimo, personificato da Giovanna d’Arco, vittima della Rivoluzione del 1789. Non giunse, pertanto, come una sorpresa che il Papa benedisse Pétain con entusiasmo, come già aveva fatto con Mussolini, Franco e persino Hitler.

Da ultimo, ma non per importanza, tutti i “pilastri” dell’establishment francese esultarono per la scomparsa, si sperava per sempre, della minaccia della rivoluzione. In effetti, il comunismo – ossia il socialismo rivoluzionario – interno venne subito inesorabilmente colpito con la messa fuorilegge del partito comunista. Inoltre, anche sul piano internazionale il comunismo parve destinato all’estinzione quando finalmente, nel giugno del 1941, Hitler lanciò la grande crociata contro la sua Mecca, l’Unione Sovietica, una crociata che era stata attesa con ardore e che sarebbe stata attivamente sostenuta dall’élite francese.

Il regime di Vichy portò benefici alla classe superiore, ma fu un fatto catastrofico per la classe lavoratrice e la gente comune che, tra il 1940 e il 1945, dovette subire una precipitosa decurtazione del 50% dei salari un prolungamento dell’orario di lavoro, cibo più scadente, un numero maggiore di infortuni industriali e malattie come la tubercolosi oltre a un aumento dei prezzi. Persino il vin ordinaire divenne estremamente costoso dato che i nazisti facevano massicci acquisti di vino di quel tipo e i fornitori ne approfittavano aumentando i prezzi.

Non fu una sorpresa, pertanto, il fatto che la scelta tra collaborazionismo e Resistenza – o, a questo riguardo, l’atteggiamento dello stare a vedere, noto come “attentisme” – non fu questione di scelta individuale o psicologica, ma di classe e di sociologia. Poco sorprende che la classe operaia abbia fornito la gran massa dei resistenti, dato che erano loro ad avere ogni ragione per odiare il sistema di Vichy e i suoi protettori nazisti. I collaborazionisti, d’altro canto, erano in gran parte provenienti dalla classe superiore, ed erano quelli che si rallegravano di un sistema che avevano di fatto importato attraverso la “strana disfatta”.

Mentre gli operai aderivano alla Resistenza, che risultò essere non esclusivamente, ma “in gran parte fatta da classe operaia e comunisti”, come sottolinea Lacroix-Riz, uomini d’affari e banchieri, generali dell’esercito, alti funzionari della polizia e della burocrazia statale, giudici, professori universitari, prelati della Chiesa Cattolica e così via dimostravano lealtà al Maresciallo Pétain, benevolenza nei confronti dei tedeschi e ostilità ai nemici della Germania nazista. Questi nemici comprendevano gli inglesi, i sovietici e tutti i tipi di resistenti, per primi e soprattutto i comunisti, ma anche i non comunisti, i conservatori ma patrioti come il generale de Gaulle, capo delle forze della “Francia Libera” che si trovava in Inghilterra. Sotto gli auspici di Vichy, la classe superiore francese – i cui membri, sia femmine che maschi – si vedevano spesso in compagnia di ufficiali delle SS da Maxim’s o in altri eleganti ritrovi parigini (D’Almeida, 2008) – aiutava di buon grado i tedeschi a dare la caccia, imprigionare, torturare e mandare al patibolo i resistenti. La collaborazione si estendeva fino all’invio in Germania di operai francesi e alla deportazione nei campi di concentramento di ebrei, rifugiati spagnoli anti-franchisti e altri “indesiderabili”. La Resistenza rispondeva con sabotaggi e omicidi dei principali collaborazionisti e di militari tedeschi ai quali i germanici e/o le autorità di Vichy spesso reagivano con terribili vendette, ad esempio, con la cattura e l’esecuzione di ostaggi.

Visto dalla prospettiva della classe superiore, era stata l’umiliante disfatta del 1940 a portare alla subordinazione del loro paese a una potenza straniera, a un “nemico esterno”. Ciò poteva essere spiacevole per molti aristocratici e membri della borghesia della classe superiore, ma si trattava di un fastidio minore di fronte al fatto che quella sconfitta aveva significato il trionfo della loro classe contro il nemico interno, la “classe operaia”. Grazie ai nazisti, la classe superiore fu in grado di sbarazzarsi del sistema democratico della Terza Repubblica e della minaccia di rivoluzione impersonata dai comunisti. Che la Germania nazista controllasse ora tutto o in grande misura la parte occidentale come pure orientale dell’Europa non costituiva per loro un problema. Al contrario, era una benedizione. La Germania nazista veniva percepita come l’angelo guardiano delle classi superiori in Francia e in tutta Europa. E quando la potente Wehrmacht, ritenuta invincibile, attaccò l’Unione Sovietica nel giugno 1941, ci si augurava che la sua inevitabile vittoria avrebbe garantito il dominio tedesco su tutta l’Europa per un periodo indefinito. Sotto gli auspici nazisti, le classe superiori in Francia e in tutto il continente europeo sarebbero state in grado di governare per sempre su classi inferiori castigate, disciplinate e docili.

Una macchia scura, tuttavia, ancor piccola ma che iniziava a espandersi, pareva poter deturpare quella felice prospettiva fin dal luglio 1941. Generali francesi, riuniti in quel mese a Vichy, discussero di rapporti confidenziali passati loro da colleghi tedeschi sulla situazione sul fronte orientale, dove l’avanzata della Wehrmacht stava andando bene, ma non altrettanto bene quanto era nelle attese. La conclusione degli ufficiali francesi fu che sarebbe stato improbabile che la Germania sconfiggesse l’Armata Rossa e molto più facile che finisse per perdere la guerra. L’importante battuta d’arresto patita dalla Wehrmacht agli inizi di dicembre del 1941 alle porte di Mosca per una potente controffensiva dell’Armata Rossa, accoppiata alle notizie sull’ingresso nel conflitto degli Stati Uniti, indusse un numero ancor maggiore di esperti in Francia (ed altrove) a dubitare delle capacità della Germania di poter vincere la guerra. Dopo lo sbarco anglo-britannico nel Nord Africa nel novembre del 1942 e specialmente dopo la disastrosa disfatta tedesca a Stalingrado nell’inverno del 1942-1943, quasi ogni francese seppe che la Germania nazista era destinata alla sconfitta. Questo voleva dire anche che l’Unione Sovietica stava per emergere dalla guerra come la grande vincitrice, verosimilmente con un prestigio e capacità d’influenza senza precedenti in tutt’Europa e, horribile dictu, nelle colonie, dove le sue conquiste avevano elettrizzato i movimenti d’indipendenza. Per quanto riguarda la Francia, significava che la classe superiore del paese sarebbe rimasta orfana del suo tutore tedesco ; che il conflitto di classe riflesso nella dicotomia collaborazionisti-Resistenza si sarebbe concluso con il trionfo dei resistenti ; che i vincitori si sarebbero terribilmente vendicati dei crimini dei collaborazionisti e che il governo della classe superiore sarebbe collassato nel tripudio delle socializzazioni e di altri cambiamenti rivoluzionari.

Eccetto che per un nucleo duro di fanatici fascisti francesi, che sarebbero rimasti fedeli a Pétain e a Hitler fino all’ultimo, e per un piccolo seguito di subalterni che non si erano accorti che “the times were a-changing,” la classe superiore francese si mise con discrezione ma alacremente al lavoro per evitare questo terrificante scenario. L’élite si preparò per quella che si profilava sempre più come l’unica alternativa ad un futuro sovietico per la Francia, ossia la subordinazione del paese agli Stati Uniti. Si sperò che l’occupazione tedesca della Francia sarebbe stata seguita da un’occupazione degli americani, dai quali ci si attendeva la salvezza. Non era una speranza infondata (Lacroix-Riz, 2014, pp. 104-110 ; Lacroix-Riz, 2016, pp. 245 e seg.).

L’élite politica, economica e militare statunitense non aveva nulla contro il fascismo e neppure contro la sua variante tedesca, il nazismo. Dopotutto, l’anti-semitismo hitleriano ed il razzismo in generale non erano percepiti come particolarmente deplorevoli in un paese dove la “supremazia bianca” era viva e vegeta. Il nazismo e tutte le varie sfumature di fascismo, per di più, erano mortali nemici dell’avversario numero uno dell’élite americana, ossia il comunismo.

Washington, che aveva predisposto piani per una guerra contro il Giappone, ma non contro la Germania (Rudmin, 2006), era stata involontariamente trascinata nel conflitto. Questo coinvolgimento era arrivato dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor, che venne seguito da una dichiarazione di guerra, del tutto inattesa, di Hitler agli Stati Uniti. Alcuni giorni prima di Pearl Harbor, nei giorni in cui i sovietici avevano lanciato la loro controffensiva alle porte di Mosca, Hitler era stato informato dai suoi generali che non doveva più attendersi una vittoria in quella guerra. Dichiarando, quindi, gratuitamente guerra agli USA, il Führer sperava, invano - come poi verificò – di attirare i giapponesi a dichiarare guerra all’Unione Sovietica, cosa che poteva far rivivere la speranza di una vittoria tedesca nella Guerra ad Est. Tokyo non abboccò all’amo, ma il risultato fu che, nonostante l‘indubbia sorpresa e persino lo shock dei suoi capi politici e militari, gli USA ora si trovarono formalmente nemici della Germania e alleati dell’Unione Sovietica.

L’alleanza con l’Unione Sovietica si basava unicamente sul nemico comune da affrontare ed era quindi piuttosto inverosimile che potesse sopravvivere alla sconfitta di quel nemico, dopodiché Washington avrebbe presumibilmente ripreso il suo atteggiamento ostile nei confronti dei sovietici. Questo habitus continuò in parte anche mentre si stava ancora combattendo contro i nazisti e altri regimi fascisti come l’Italia di Mussolini. I dirigenti americani cercarono vie per limitare i vantaggi che potevano arrivare all’Unione Sovietica dal suo maggiore contributo al trionfo comune. Questa strategia comportava il lasciare l’Armata Rossa a districarsi nel grosso dei combattimenti e patire la stragrande parte dei sacrifici richiesti per sconfiggere il potente Behemoth nazista. Si sperava che, alla fine della guerra, l’Unione Sovietica fosse troppo debole per poter impedire all’America di stabilire la sua egemonia sui paesi liberati dell’Europa e sulla Germania sconfitta. Sotto gli auspici degli USA sarebbe stato strettamente verboten per le popolazioni portare a realizzazione cambiamenti radicali o rivoluzionari, persino quando tali misure fossero desiderate dai movimenti di resistenza e/o godessero di ampio sostegno popolare, come nel caso della Francia.

Washington era fermamente determinata a salvare il sistema capitalista che in Europa era stato completamente screditato dalla Grande Depressione degli anni Trenta e dal suo stretto legame con la Germania nazista e con i regimi collaborazionisti come Vichy. Salvare l’ordine capitalista stabilito e salvare le grandi banche e i grandi gruppi industriali che erano le stelle del firmamento capitalista si profilava come l’obiettivo più importante nelle menti dei dirigenti americani dal momento che le stesse banche e grandi industrie statunitensi avevano una quantità di filiali, investimenti e partecipazioni redditizie nella Germania nazista e nei paesi che questa aveva occupato (Pauwels, 2017, parte II). Tra questi la Francia, dove succursali di istituti bancari e gruppi industriali USA, come la filiale francese della Ford, avevano prosperato grazie alla collaborazione con le autorità naziste. Queste imprese, che di buon grado erano entrate in redditizie, ma talvolta criminali collaborazioni con i nazisti, erano grandi candidate alle socializzazioni/nazionalizzazioni se la liberazione dai tedeschi e dal regime di Vichy avesse dato il via a cambiamenti rivoluzionari. Ciò si sarebbe rivelato catastrofico anche per i proprietari americani, per i manager e per gli azionisti, i quali erano estremamente influenti a Washington (Pauwels, 2015, capitoli 20 e 21).

Dopo Pearl Harbor, i dirigenti governativi USA erano ufficialmente nemici del fascismo tedesco e delle altre sue varianti nazionali ed alleati con il comunismo sovietico. Dietro questa facciata anti-fascista, tuttavia, essi continuavano ad essere ostili sia ai sovietici che al comunismo in generale, compresi gli innumerevoli comunisti attivi nei movimenti di resistenza e, al contrario, erano estremamente indulgenti nei confronti di chi era anticomunista come loro. Gli americani, inoltre, si diedero molto da fare, discretamente o apertamente, per salvare la pelle delle élite europee che avevano sostenuto i movimenti fascisti, portato i nazisti al potere in Germania e in altri paesi, approfittato delle loro politiche socialmente regressive e delle guerre di conquista e, molto spesso, li avevano aiutati a commettere orribili crimini – o si erano girati dall’altra parte quando questi crimini venivano commessi (Pauwels, 2015, capitolo 22).

È in questo contesto che possiamo comprendere perché Washington continuava a considerare legittimo il governo collaborazionista di Vichy e a mantenere con esso relazioni diplomatiche, che furono interrotte (da Vichy) solo nel gennaio 1943, dopo che era avvenuto lo sbarco anglo-americano nel Nord Africa nel novembre dell’anno precedente. Le autorità americane, compreso il presidente Roosevelt, speravano che lo stesso Pétain o qualche altra personalità di Vichy non screditata troppo palesemente dal collaborazionismo – come Weygand o Darlan – sarebbe rimasto al potere dopo la liberazione, magari dopo un’epurazione dei più fanatici fra i filo-tedeschi e l’applicazione di una mano di vernice democratica sul sistema Vichy che sostanzialmente funzionava come sovrastruttura politica del sistema socio-politico capitalista della Francia.

Si può anche indovinare senza sforzo perché un numero crescente di collaborazionisti di Vichy si mostravano molto desiderosi di passare dal vagone tedesco a quello degli Stati Uniti. Una occupazione americana della Francia avrebbe scongiurato “disordini”, intendendo con questi il tipo di cambiamenti rivoluzionari che erano l’obiettivo della Resistenza, avrebbe reso possibile il perdono e l’oblio dei loro peccati di filo-nazismo e sarebbe stato consentito loro di continuare a godere di potere e privilegi, non solo quelli che tradizionalmente erano concessi al loro stato, ma anche di alcuni, se non tutti, quelli di cui avevano goduto sotto Vichy. Sotto gli auspici dei nuovi padroni americani, la Francia sarebbe stata una “Vichy senza Vichy.”

Contatti tra le due parti interessate ad un “futuro americano” per la Francia vennero stabiliti con discrezione attraverso il Vaticano, ma anche attraverso i consolati americani in Algeria e le altre colonie francesi in Africa, nella Spagna di Franco e nella Svizzera. La capitale svizzera, Berna, fu il nido del corvo da cui Allen Dulles, agente del servizio segreto americano OSS, predecessore della CIA, monitorava gli sviluppi in corso sia nei paesi occupati che in Francia e Germania. Dulles, già socio di uno studio legale di New York con moltissimi clienti e collegamenti nella Germania nazista, era in contatto con membri civili e militari della classe superiore filo-fascista del Reich, cioè con i banchieri, i grandi uomini d’affari, i generali, ecc. che avevano portato Hitler al potere nel 1933. Questa élite l’aveva fatto in un contesto di crisi economica e di quella che a loro sembrava una minaccia rivoluzionaria per salvare l’ordine socio-economico stabilito nel Reich, che era – e sarebbe rimasto – un ordine capitalista (vedi Pauwels, 2017, pp. 63-65), e aveva bellamente approfittato dell’eliminazione messa in atto da Hitler di sindacati e partiti della classe operaia, delle politiche sociali regressive, del programma di riarmo e dei crimini vari, compresa la spoliazione degli ebrei tedeschi. Come i loro simili in Francia, anche questa gente stava sperando che lo Zio Sam sarebbe intervenuto a salvare loro e il sistema capitalista dalla rovina dato che la vittoria sovietica appariva ormai ineluttabile.

La Germania nazista era un paese capitalista ed anche la Francia di Vichy era un paese capitalista. Gli Stati Uniti, il più capitalista di tutti i paesi capitalisti, era determinato a salvare il capitalismo di entrambi. Vichy rappresentava anche il collaborazionismo, atteggiamento disprezzato da molti francesi, ma gli americani erano determinati a perdonare i peccati di tutti, eccetto quelli dei collaborazionisti più screditati. La Resistenza, però, era un altro paio di maniche. Dato il suo carattere in gran parte operaio e l’influenza che i comunisti avevano in quel movimento, la Resistenza veniva associata a cambiamenti radicali e persino rivoluzionari – come le socializzazioni – e pertanto era ritenuta anti-capitalista. (Le riforme programmate dalla Resistenza vennero messe per iscritto nella “Carta della Resistenza” del maggio 1944 e prevedevano “l’introduzione di una genuina democrazia economica e sociale, compresa l’espropriazione dei grandi gruppi industriali e finanziari” e la socializzazione [le retour á la Nation] dei [più importanti] mezzi di produzione come le fonti delle ricchezze energetiche e minerali, delle compagnie di assicurazione e delle grandi banche.”) (“1944 :Charte du Conseil National de la Résistance”, 1944). Per questa ragione, le autorità americane odiavano la Resistenza quasi quanto la odiava Vichy.

Naturalmente, esisteva anche una Resistenza non radicale. Era personificata dal generale conservatore Charles de Gaulle, capo dei “Francesi liberi”, che aveva il suo quartier generale in Inghilterra, ma che per il suo patriottismo godeva di considerevole prestigio e influenza nei circoli della Resistenza all’interno della Francia. Gli americani detestavano de Gaulle e condividevano l’opinione di Vichy che lo riteneva un uomo di facciata dei comunisti, una specie di Kerensky che, una volta giunto al governo, avrebbe semplicemente spianato la strada ad una presa del potere “bolscevico”.

In Francia, le autorità di occupazione tedesche erano in gran parte al corrente del fatto che i topi stavano abbandonando la nave di Vichy destinata al naufragio. Con l’eccezione dei più fanatici fra di loro, si dimostravano indulgenti perché sapevano che anche nello stesso Reich ci si stava preparando ad un “futuro americano” e che non solo i principali banchieri, industriali, burocrati e generali, ma persino le alte sfere del Partito nazista, comprese le SS e la Gestapo, erano in contatto con americani loro affini come Dulles. Nella stessa Germania, a importanti membri della classe superiore che erano stati intimamente coinvolti nel partito nazista, come il banchiere Hjalmar Schacht, sarebbe stato persino permesso di trasformarsi in “resistenti” facendosi fittiziamente imprigionare in campi di concentramento come Dachau, però in un comodo alloggio separato e con un ottimo trattamento. In modo simile, le autorità tedesche in Francia erano talmente cortesi da arrestare numerosi collaborazionisti di alto profilo e deportarli nel Reich. Là avrebbero atteso la fine della guerra, nascosti negli agi di qualche “centro di detenzione” per persone importanti, ad esempio in hotel sulle rive del Reno o nelle Alpi bavaresi. Sventolando il loro “certificato di Resistenza”, sarebbero poi potuti tornare in Francia nel 1945 mascherati da eroi patriottici.

Quando nel 1940 la classe superiore francese tradì la nazione per installare un regime fascista sotto gli auspici della Germania nazista, “un leader francese accettabile al signore-padrone tedesco” era già in attesa in anticamera. Si trattava di Pétain. Selezionare un leader per la Francia che sarebbe stata presto liberata, accettabile al nuovo signore americano, si dimostrò meno facile. Come già anticipato, Charles de Gaulle, in retrospettiva il più ovvio candidato per quell’incarico, non corrispondeva ai criteri richiesti dato che si sospettava fosse un uomo di facciata dei comunisti. Fu solo il 23 ottobre del 1944, ossia parecchi mesi dopo lo sbarco in Normandia e l’inizio della liberazione del paese, che de Gaulle venne ufficialmente riconosciuto da Washington come capo del governo provvisorio della Repubblica francese.

Ciò era stato possibile per tre fattori. Primo. Gli americani alla fine capirono che il popolo francese non avrebbe tollerato che, dopo la partenza dei tedeschi, il sistema di Vichy fosse mantenuto in una qualche altra forma. Di contro, Washington si era convinto della popolarità di de Gaulle era popolare e del fatto che godeva dell’appoggio di un considerevole segmento della Resistenza. C’era, quindi, bisogno di lui per “neutralizzare i comunisti, alla fine delle ostilità.” Secondo. De Gaulle accontentò Roosevelt con l’impegno di attenersi a una linea politica “normale,” che non avrebbe minacciato in alcun modo lo “status quo economico.” Per sottolineare e persino garantire questo impegno, innumerevoli collaborazionisti di Vichy “riciclati”, che godevano del favore degli americani, vennero integrati nel suo movimento dei Liberi Francesi e lì collocati in posizioni di rilievo. (Questo non passò inosservato ai sovietici e Stalin espresse la sua preoccupazione per il fatto che de Gaulle si fosse “circondato da disertori di Vichy.”) Terzo. Il capo dei Liberi Francesi, che in precedenza aveva flirtato con Mosca, prese le distanze dall’Unione Sovietica, anche se mai abbastanza da accontentare Washington. Questa mossa era anche una risposta alle opinioni sovietiche sul debole contributo militare dato dai Liberi Francesi alla lotta comune contro Hitler e alla loro riluttanza ad ammettere la Francia nel circolo dei vincitori, dei “Tre Grandi”. I sovietici, inoltre, non intendevano sostenere in alcun modo il programma di de Gaulle per un ripristino dell’impero coloniale francese, in particolare in Indocina (Magadeev, 2015). Il gollismo divenne in questo modo rispettabile e lo stesso de Gaulle si trasformò in un “leader della destra,” accettabile sia alla classe superiore francese sia agli americani, successori dei tedeschi come “protettori” degli interessi di quella élite.

Questi impegni resero possibile al generale di ottenere l’approvazione degli statunitensi, seppur tardivamente e senza alcun entusiasmo. Al momento dello sbarco in Normandia, Washington non si era sentita ancora pronta a questo passo e pensava di amministrare direttamente la Francia liberata. Le cose cambiarono quando, alla fine di agosto del 1944, Parigi era sul punto di venire liberata ed emerse la possibilità che la Resistenza a guida comunista potesse proclamare un governo provvisorio nella capitale liberata. Improvvisamente, gli americani ritennero necessario far arrivare sulla scena de Gaulle e presentarlo come il salvatore che la Francia patriottica aveva atteso per quattro lunghi anni. Gli Usa agevolarono con ogni mezzo la sua marcia trionfale sugli Champs Elysées, mentre costringevano i leader della Resistenza locale a seguirlo a rispettosa distanza e ad apparire come un dettaglio senza grande importanza. Fu probabilmente in quel momento che Washington comprese davvero che un governo guidato da de Gaulle era l’unica alternativa ad un governo controllato dalla sinistra, dominato dai comunisti e dalla Resistenza non-gaullista, un governo che avrebbe introdotte quel tipo di riforme radicali che i dirigenti americani, compreso il presidente Roosevelt, assimilavano a una “rivoluzione rossa”. Il 23 ottobre 1944, Washington alla fine riconobbe ufficialmente de Gaulle come capo del governo provvisorio della Francia liberata.

Sotto gli auspici di de Gaulle, la Francia sostituì il sistema di Vichy con una nuova sovrastruttura politica democratica, la “Quarta Repubblica.” (Quel sistema avrebbe fatto posto ad un nuovo impianto politico più autoritario, sullo stile del sistema presidenziale americano, la “Quinta Repubblica”, nel 1958.) La classe operaia, che aveva patito parecchio sotto il regime di Vichy, venne gratificata con un pacchetto di benefici tra cui salari più alti, ferie pagate, assicurazione sanitaria e contro la disoccupazione, generosi piani pensionistici ed altri servizi, in breve, una specie di “welfare state”, modesto sotto molti aspetti, ma un genuino “paradiso” dei lavoratori a confronto con il sistema capitalistico senza freni degli Stati Uniti, dove gli operai erano privi persino dei più elementari servizi sociali. Con l’introduzione di questi benefici, inoltre, Washington pretendeva di assicurarsi la lealtà dell’uomo comune francese di fronte alla competizione post-bellica con l’Unione Sovietica, il paese cui la gran parte dei francesi accreditava la sconfitta della Germania nazista e della quale si ammiravano i risultati raggiunti a favore dei lavoratori.

Tutte queste misure godevano di un amplissimo consenso da parte dei plebei percettori di salario ma, dato che intaccavano parzialmente l’accumulo di capitale, non erano guardate con favore dalla classe superiore, particolarmente dal patronat, gli imprenditori che dovevano contribuire a finanziarle. D’altro canto, l’élite di governo apprezzava il fatto che queste riforme calmassero la classe operaia, togliendo vento alle vele rivoluzionarie dei comunisti, anche se questi erano al culmine del loro prestigio per il loro ruolo nella Resistenza e il legame con l’Unione Sovietica allora largamente riconosciuta in Francia come la vincitrice sulla Germania nazista. Fin dal marzo 1944 Mosca, per evitare qualsiasi conflitto con gli alleati americani e francesi, aveva dato istruzioni al Partito Comunista francese di non preparare iniziative rivoluzionarie.

Le donne e gli uomini della Resistenza vennero ufficialmente elevati al rango di eroi e si eressero monumenti e si designarono vie con il loro nome. Di contro, i collaborazionisti vennero ufficialmente “purgati” e i loro rappresentanti più infami furono puniti. Ad alcuni di loro, per esempio il sinistro Pierre Laval, venne comminata la pena di morte e le proprietà di importanti collaborazionisti economici, come il costruttore di auto Renault, vennero nazionalizzate. De Gaulle, con il suo governo provvisorio pieno di riciclati del regime di Vichy e lo Zio Sam che lo controllava dietro le spalle, assicurò l’epurazione solo dei pezzi grossi del passato regime, come ha dimostrato Lacroix-Riz nel suo lavoro più recente (Lacroix-Riz, 2019). Molti, se non la maggior parte dei gruppi industriali e delle banche collaborazionisti dovettero la salvezza alle loro relazioni con l’America, ad esempio la filiale francese della Ford. Le sentenze di morte vennero di frequente commutate e i funzionari dell’occupazione nazista (come Klaus Barbie) e i collaborazionisti che avevano commesso orrendi crimini vennero fatti sparire dal paese e avviati ad una nuova vita nel Sud e persino nel Nord America dai nuovi padroni americani della Francia, che apprezzavano lo zelo anti-comunista di questi personaggi. Innumerevoli collaborazionisti sfuggirono dalle maglie della giustizia perché riuscirono a esibire falsi “certificati di Resistenza” o svilupparono improvvisamente malattie che facevano slittare e alla fine decadere i loro processi. Funzionari locali colpevoli di avere lavorato con e per i tedeschi sfuggivano la punizione con un trasferimento in una città dove il loro passato di collaborazionisti non era noto, ad esempio da Bordeaux a Digione, e la maggior parte di coloro che venivano giudicati colpevoli ricevevano punizioni leggere quanto buffetti sulla guancia. Tutto questo era possibile perché il governo di de Gaulle, e in particolare il suo Ministero di Giustizia, pullulavano di irriducibili ex-uomini di Vichy. Non sorprende che Lacroix-Riz li chiami “un club di appassionati oppositori di ogni epurazione” (un club d’anti-épurateurs passionés).

La classe superiore francese, che doveva ancora sopportare, come prima del 1940, i fastidi di un sistema parlamentare democratico nel quale ai plebei era consentito avere qualche parola, riuscì tuttavia a mantenere saldamente il controllo, anche nella Francia del dopoguerra, nelle istituzioni non elettive come l’esercito, il sistema giudiziario, gli alti gradi della burocrazia e della polizia che erano sempre stati suo appannaggio. I generali di Vichy, ad esempio, noti per essere in gran parte nemici della Resistenza opportunamente convertiti al gollismo, conservarono il controllo delle forze armate e innumerevoli ufficiali che erano stati diligenti servitori di Pétain o delle autorità di occupazione tedesche rimasero al loro posto e furono in grado di proseguire in carriere prestigiose e beneficiare di promozioni e onori. Annie Lacroix-Riz conclude che il supposto “stato rispettoso della legge” (État de droit) di de Gaulle “sabotò l’epurazione degli alti ufficiali [collaborazionisti], in questo modo […] consentendo la sopravvivenza dell’egemonia di Vichy sul sistema giudiziario francese” e – si potrebbe aggingere – la sopravvivenza del sistema nello stile di Vichy in generale.

Nel 1944-1945, la classe superiore francese non fece ammenda dei suoi peccati di collaborazionismo ed ebbe la fortuna che la minaccia rivoluzionaria al suo sistema socio-economico capitalista, impersonata dalla Resistenza, potesse venire esorcizzata con l’introduzione di un sistema di sicurezza sociale. L’aspro conflitto di classe del tempo di guerra tra patrizi e plebei francesi, riflesso della dicotomia collaborazionisti-resistenti, non si concluse in realtà, ma produsse semplicemente una tregua. E quella tregua fu sostanzialmente “gollista”, perché venne condotta sotto gli auspici di una personalità che era abbastanza conservatrice per i gusti della classe superiore francese e dei suoi nuovi “tutori” americani, ma il cui genuino nazionalismo gli aveva accattivato la Resistenza e la sua base di consenso.

De Gaulle collaborò con Washington per prevenire le riforme radicali che la Resistenza aveva pianificato e che moltissimi, se non la grande maggioranza dei francesi, avevano atteso e alle quali avrebbero dato il benvenuto. Dopo la guerra, tuttavia, dimostrò di non essere neppure alla lontana un docile vassallo, nel contesto della Pax Americana che gli USA imposero nell’Europa occidentale “liberata”, come ad esempio Konrad Adenauer in Germania e i leader postbellici in Italia, Begio, ecc.. De Gaulle rifiutò, ad esempio, di concedere alle forze armate americane di stanziarsi indefinitamente sul suolo francese, come avvenne invece in Italia, Germania e Paesi Bassi (Gaja, 1994, pp. 332-333). È per questa ragione che la CIA assai verosimilmente orchestrò alcuni tentativi di golpe e assassinii diretti contro il regime e/o persone dell’entourage del recalcitrante presidente francese (Blum, 2012, pp. 130-132).

Dopo la morte di de Gaulle e, ancor più, dopo il collasso dell’Unione Sovietica, la classe superiore francese cessò di vedere la necessità di mantenere un sistema di servizi sociali cui aveva acconsentito con molta riluttanza e che era stato un fastidioso impedimento al processo di accumulazione capitalista. Il compito di smantellare il “welfare state” francese, intrapreso sotto gli auspici di presidenti filo-americani come Sarkozy e Macron, venne di fatto facilitato dall’adozione del neoliberismo dell’Unione Europea, un’ideologia che promuoveva il ritorno a uno sfrenato capitalismo di lassez-faire all’americana.

Il conflitto di classe che contrappose il collaborazionismo alla Resistenza durante la Seconda Guerra Mondiale così si riaccese, come indicano le recenti manifestazioni settimanali dei “gilet gialli.” Se la situazione verrà allegerita o esacerbata dalla crisi del Coronavirus resta da vedere.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

1944 : Charte du Conseil National de la Résistance, 1944. Recuperabile da http://www.ldh-France.org/1944-CHARTE-DU-CONSEIL-NATIONAL-DE.

Blum, W. (2012), Killing Hope : U.S. Military and C.I.A. Interventions since World War II (2nd ed.), Monroe, Main : Common Courage Press.

D’Almeida, F. (2008), La vie mondaine sous le nazisme, Paris : Perrin.

Gaja, F. (1994), La filosofia del bombardamento. La storia da riscrivere. Milano : Maquis.

Kladstrup, D. & Kladstrup, P. (2001), Wine & War. The French, the Nazis and the Battle for France’s greatest treasure, New York : Broadway Books.

Lacroix-Riz (2008), De Munich á Vichy, l’assassinat de la 3e République 1938-1940, Paris : Armand Colin.

Lacroix-Riz (2006), Le Choix de la Défaite : Les élites française dans les années 1930, Paris : Armand Colin.

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Lacroix-Riz (2014), Aux origines du carcan européen, Paris : Delga.

Lacroix-Riz (2016), Les élites françaises entre 1940 et 1944. De la collaboration avec l’Allemagne à l’alliance américaine, Paris : armand Colin.

Lacroix-Riz (2019), La non-épuration en France : De 1943 aux années 1950, Armand Colin : Malakoff.

Lucand, C. (2019), Hitler’s vineyards : How the French winemakers collaborated with the Nazis, Barnsley : Pen & Sword Military. (Originariamente pubblicato in francese come Le vin et la guerre. Comment les nazis on fait main basse sur les vignobles français, Malakoff : Armand Colin,2017.)

Magadeev, I, France in the Soviet foreign policy, 1943-1945, realzione a una conferenza, 2015. Recuperabile da https://www.researchgate.net/publication/313304058_France_in_the_Soviet_foreign_policy_1943-1945

Pauwels J. R. (2015), The myth of the good war : America in the Second World War, revised edition, Toronto : James Lorimer. Edizione italiana : Il mito della guerra buona. Gli Usa e la Seconda Guerra Mondiale, Datanews, Roma, 2003.

Pauwels J. R. (2016), The Great Class War 1914-1918, Toronto : James Lorimer.

Edizione italiana : La Grande Guerra di Classe, Zambon Editore, 2017.

Pauwels J. R. (2017), Big Business and Hitler, Toronto : James Lorimer. Edizione italiana : Profit über Alles. Le corporations americane e Hitler, La Città del Sole, Napoli, 2008.

Pauwels J. R. (2015), First world war and imperialism. In I. Ness & Z. Cope (eds.), The Palgrave Encyclopedia of imperialism and anti-imperialism, New York : Palgrave Macmillan.

Rudmin, F. (2006), Secret war plans and the malady of American militarism, Counterpunch. Recuperabile da :

http://www.counterpunch.org/2006/02/17/secret-war-plans-and-the-malady-of-american-militarism.

 

* L’articolo originale in lingua inglese è stato pubblicato il 23 agosto 2020 sulla rivista Journal of Labor and Society ( https://doi.org/10.1111/wusa.12482) dalla Wiley Online Library. Traduzione : Silvio Calzavarini.

 

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