Stefano G. Azzarà

(da Marxismo Oggi, 2003, n. 1)

 

  1. Trionfo della borghesia e riconoscimento della modernità

Netto e inequivocabile, come è stato più volte messo in evidenza, è il riconoscimento, da parte degli autori del Manifesto, del ruolo progressivo svolto dalla borghesia almeno per gran parte dell'età moderna. Dopo aver enunciato la tesi fondamentale dell'interpretazione materialistica della storia secondo il principio della lotta di classe, dopo averne delineato l'articolazione storica più generale e mostrato la forma che essa ha assunto nella «moderna società borghese»[1], Marx ed Engels ripercorrono sinteticamente i nodi decisivi dell'affermazione del modo di produzione capitalistico e della connessa ascesa politica e sociale della classe detentrice della nuova forma di proprietà.

 

Massimiliano Tortora *

 

Ma più spaventa, in questo mondo-quadro di Pollock,

cercare un filo di pensiero comunicabile

che leghi quelle a me capitate a quelle di milioni di altri

(Dieci anni dalla parte del torto. Lettera).

 

 

Scrive Paul Ricoeur, interrogandosi sul «ruolo della violenza nella fondazione delle identità, principalmente collettive», nel saggio Passato, memoria, passato, oblio:

Non esiste alcuna comunità storica che non sia nata da un rapporto assimilabile senza esitazione alla guerra: noi celebriamo con il titolo di eventi fondatori sostan-zialmente atti violenti, legittimati a posteriori da uno Stato di diritto precario. Ciò che per gli uni fu gloria, fu umiliazione per gli altri, e alla celebrazione di una parte corrisponde l’esecrazione dell’altra.

 

Donatello Santarone *

 

Nello stesso anno, 1977, in cui escono gli scritti di politica e letteratura di Questioni di frontiera, terzo tempo della produzione saggistica di Fortini, il poeta e critico fiorentino-milanese pubblica I poeti del Novecento per la «Letteratura Italiana Laterza», «Storia e Testi», diretta da Carlo Muscetta. Il libro riporta il «finito di stampare» nel marzo 1977, ma molto probabilmente Fortini lo chiude entro la fine del 1976. Lo riproponiamo oggi, quaranta anni dopo, perché questa antologia ha contribuito a una nuova interpretazione e periodizzazione della poesia italiana del Novecento, offrendo una prospettiva critica capace di restituirci, con rara sensibilità stilistica, la contraddittoria ricchezza dei testi nel loro inesauribile intreccio con la dimensione storica, sociale, politica, che per Franco Fortini è quella attraversata dalla marxiana lotta delle classi.

 

Emiliano Alessandroni *

 

Nei Quaderni del carcere, allorché si trova a illustrare il concetto di unità tra teoria e pratica, e tra storia e filosofia, Antonio Gramsci insisterà più volte sull'affermazione di Engels secondo cui, non già una corrente culturale, ma il proletariato tedesco in carne e ossa sarebbe l'autentico «erede della filosofia classica tedesca»1. Quelle spinte universalistiche che lo sviluppo ancorché critico dell'Aufklärung aveva sprigionato sotto l'influsso di un evento di portata mondiale come quello della Rivoluzione Francese, trovavano ora una nuova incarnazione nelle lotte di classe ai tempi di Engels e in un'altra Rivoluzione dagli effetti planetari, come presto fu quella dell'Ottobre, ai tempi di Gramsci.

Diametralmente opposto, a tal proposito, risulta il giudizio di Giovanni Gentile. Per questi, tutte le lotte ingaggiate dai ceti subalterni per acquisire diritti sociali e i tentativi di sollevazione da parte delle masse popolari, costituiscono una forza anetica e materialistica suscettibile di disgregare lo spirito statale. Egli condanna quest'ascesa a partire dal superamento delle restrizioni censitarie nel suffragio, affermando che con l'estensione del diritto di voto «il potere centrale dello Stato» si è visto «indebolito, piegato al vario atteggiarsi della volontà popolare attraverso il suffragio popolare»2.

Il primo responsabile di questa degenerazione viene individuato nella «propaganda socialista, di marca marxista» colpevole di aver lavorato per una «educazione morale delle classi lavoratrici» e per la formazione «in esse, di una coscienza politica» ovvero di una «coscienza rivoluzionaria...congiunta a un sentimento di umana solidarietà» da suscitare nell'«incolta e primitiva psicologia del basso popolo italiano». Una coscienza di classe che non promuoveva, ma distruggeva la coscienza dello Stato, «che restringeva l'orizzonte morale e...non lasciava più scorgere quello che stringe insieme in unità d'interessi, di sentire e di pensare tutti i cittadini di una stessa patria». Una coscienza che mortificava lo spirito, giacché esaltava dei tipi di «legami...tutti fondati nel sentimento che ognuno ha del proprio benessere da conquistare o difendere»: si trattava, per Gentile, di una vera e propria sciagura, il risorgere di quella tipica «concezione materialistica della vita, che il Mazzini aveva combattuto»3.

Alla vigilia dello scoppio della Grande Guerra, i movimenti di protesta delle masse popolari risultano in vistoso aumento. Socialismo e marxismo sono in espansione, come in espansione sono altresì coscienza storica e coscienza di classe. La minaccia che queste masse potessero, da un momento all'altro, assumere il potere, stava divenendo sempre più concreta. Così scrive lo storico francese Fernand Braudel:

 

Senza esagerare la forza della Seconda Internazionale, si può ben affermare che l'Occidente nel 1914, se si trovava sull'orlo della guerra, si trovava anche sull'orlo del Socialismo.

Questo era sul punto di prendere il potere, di edificare un'Europa altrettanto e forse più moderna di quella attuale. In pochi giorni, in poche ore, la guerra fece crollare ogni speranza4.

 

A questo crollo di speranze, a impedire con tutte le proprie forze che la lotta attiva delle masse lavoratrici raggiungesse il proprio scopo, contribuì in maniera non irrilevante il Gentile.

 

Gramsci e Gentile di fronte alla prima guerra mondiale

Fin dai suoi primi sussulti, la guerra viene salutata con entusiasmo dal filosofo neoidealista, pronto a scagliarsi contro quella degenerazione spirituale di cui sarebbe responsabile «il pacifismo», che a suo dire, «come tutte le concezioni idilliche dell'umanità, sorge o risorge nelle età e, in generale, nelle situazioni spirituali prive di senso storico, ossia di vero e proprio senso della realtà», com'è il caso di «Saint-Pierre, Rousseau» e «Kant», appartenenti «al secolo dell'illuminismo», ovvero il secolo «antistorico per antonomasia»5. Non v'è alcun dubbio: per quanto riguarda la filosofia politica, Gentile si pone in netto contrasto rispetto a Kant e all'intera filosofia classica tedesca: «questioni...come quelle della pace perpetua» sono, a suo avviso, «prive affatto d'ogni significato filosofico; e la propaganda dei pacifisti è uno dei modi più ingenui e donchisciotteschi di perdere il tempo»6. I critici della guerra vengono così descritti dal filosofo come un manipolo di «pessimisti»7, che alimentano quell'«atteggiamento dell'animo» e quella «seconda natura, che fa veder tutto buio e chiudere gli occhi al sole che splende alto sull'orizzonte»; sì, la denuncia della guerra costituisce una sorta di «malattia che ci rode di dentro e ci consuma l'anima»8.

Si tratta di argomentazioni che riecheggiano quelle presenti in Germania, dove «comincia a prender corpo la “leggenda della pugnalata alle spalle” (Dolchstosslegende), la criminalizzante condanna, da destra, dell'agitazione sociale contro la guerra: cui corrisponderà, sul piano politico, la formazione del Partito della patria, primo “esemplare” dei partiti di massa della destra weimeriana, che affosseranno la repubblica»9.

Contro la malattia del pacifismo bisogna saper custodire, secondo il Gentile, quella sanità mentale pronta ad individuare nella guerra il sole che splende alto sull'orizzonte. Comprendiamo, a questo punto, quale sia la realtà storico-politica cui si riferisce la metafisica dell'azione del filosofo attualista: nella misura in cui rappresenta «un momento della stessa realtà universale»10, è «la guerra, che si combatte o si risolve nei campi di battaglia» a costituire, ai suoi occhi, «il vero atto assoluto». Sì, afferma Gentile, «la guerra...è il nostro atto assoluto, il nostro dovere, il nostro supremo, e, in questo senso, il nostro unico interesse»11. Non deve spaventare la vista dei feretri e dei cadaveri: «questa è l'ora in cui i sacrifizi non si contano, e non contano...Sospirare oggi la pace per orrore degli eccidi e delle ruine che il flagello della guerra va seminando spietatamente» non sarebbe altro che «viltà d'animo»12. In questo senso, la guerra costituisce anche un banco di prova: se da un lato mostra la codardia dei pacifisti, dall'altro è l'«esperimento di tutta la vitalità di un popolo»13. Su questo punto Gentile si trova in completa sintonia con le posizioni espresse dalla grande stampa dei ceti economici dominanti: «potrà forse essere opportuno che io Le dichiari d'avere, fin dallo scoppio della guerra, consentito pienamente, prima e dopo l'intervento, nell'indirizzo politico del “Corriere della Sera”»14, scrive ad Alberto Albertini l'8 gennaio del 1916.

Non si tratta di posizioni che rispondono ad un impeto immediato, ma di un punto di vista che resterà ben saldo e immutato nell'animo: ancora intorno agli anni '30 Gentile continua a presentare lo scoppio della guerra come «la soluzione di una profonda crisi spirituale»15. Certo, l'immane conflitto bellico, egli ammette senza riserve, portava anche il vantaggio degli «acquisti coloniali che ci si poteva ripromettere dalla vittoria», ma la ragione principale del suo appoggio era di origine tutta ideale: «in guerra bisognava entrare per cementare una volta nel sangue questa Nazione» producendo «un solo pensiero, un solo sentire una stessa passione»16. Ma dietro le ragioni spirituali si nasconde il tentativo di scongiurare quella che per Gentile costituisce la crisi di valori più grande: l'avvento del socialismo, del materialismo e la minaccia della lotta di classe, ovvero di quella «guerra civile...evitata» d'un soffio, «per l'intervento supremo del Re, che diede al Governo la forza di dichiarare la guerra», compiendo «il primo passo, decisivo, alla soluzione della crisi»17.

Si tratta di una posizione duramente criticata, in Germania, da Rosa Luxemburg. La dirigente rivoluzionaria, polemizzando contro «la stampa socialdemocratica» impegnata ad usare «i suoi giornali...per propagandare la guerra come causa nazionale» afferma che «l'immortale appello del Manifesto comunista» di Marx ed Engels «subisce» ora, nella pubblicistica interventista, «un completamento essenziale...secondo la correzione apportatavi da Kautsky...: “Proletari di tutti i paesi unitevi in pace e sgozzatevi in guerra!”»18.

Su quest'ultima linea si colloca l'intellettuale sardo: se abbiamo visto il Gentile sposare con entusiasmo le posizioni politiche del Corriere della Sera, ecco come si pone Gramsci di fronte a simili testate giornalistiche:

 

l'operaio deve negare recisamente qualsiasi solidarietà col giornale borghese...Tutto ciò che [questo giornale n.d.r.] stampa è costantemente influenzato da un'idea: servire la classe dominante, che si traduce ineluttabilmente in un fatto: combattere la classe lavoratrice. E difatti, dalla prima all'ultima riga, il giornale borghese sente e rivela questa preoccupazione...Per il giornale borghese gli operai hanno sempre torto. Avviene una dimostrazione? I dimostranti, sol perché siano operai, sono sempre dei turbolenti, dei faziosi, dei teppisti... Il governo emana una legge? È sempre buona, utile e giusta, anche se è... viceversa. Si svolge una lotta elettorale, politica od amministrativa? I candidati e i programmi migliori sono sempre quelli dei partiti borghesi.

E non parliamo di tutti i fatti che il giornale borghese o tace, o travisa, o falsifica, per ingannare, illudere, e mantenere nell'ignoranza il pubblico dei lavoratori...Se gli operai si persuadessero di questa elementarissima verità, imparerebbero a boicottare la stampa borghese con quella stessa compattezza e disciplina con cui la borghesia boicotta i giornali degli operai, cioè la stampa socialista...ecco quale deve essere il nostro grido di guerra in questo momento che è caratterizzato dalla campagna per gli abbonamenti fatta da tutti i giornali borghesi. Boicottateli, boicottateli, boicottateli19!

 

Agli occhi di Gramsci la guerra celebrata dal Gentile non è sinonimo di Universale, ma del suo asservimento al particolare astratto, essa «è la massima concentrazione dell'attività economica nelle mani di pochi (i dirigenti dello Stato); e le corrisponde la massima concentrazione di individuii nelle casematte e nelle trincee»20. Così «lo Stato italiano, attraverso l'esame della guerra, ha rivelato la sua intima essenza: esso è lo Stato di Pulcinella, è il dominio dell'arbitrio, del capriccio, dell'irresponsabilità, del disordine immanente, generatore di sempre più asfissiante disordine»21. Il risultato della guerra è stato un «cupo abisso di miseria, di barbarie, di anarchia, di dissoluzione»22, in cui «l'organizzazione dei servizi sociali era sfatta; la compagine umana stessa si era ridotta ad un'orda nomade di senza lavoro, senza volontà, senza disciplina, materia opaca di una immensa decomposizione»23. Impietoso il giudizio finale: considerato «il deficit del bilancio statale», lo sgretolamento della «produzione nazionale» e «l'esodo dei capitali all'estero», «i cinquecentomila morti» che più non resusciteranno, né lavoreranno, assieme ai «cinquecentomila invalidi» perlopiù privi di mobilità fisica, considerate le «centinaia di migliaia di famiglie» che hanno perduto la stabilità economica «e devono vivere della carità», tenute presenti le ondate migratorie, «la crisi dell’industria siderurgica, che si mangia ogni anno centinaia e centinaia di milioni in oro, che corrompe l’organizzazione del credito, che impedisce ai contadini di avere strumenti agricoli a buon mercato, che impedisce quindi una ripresa nella produzione degli alimenti», considerato tutto ciò, non si può che giungere ad una conclusione: «l'Italia è stata ridotta tutta una piaga dalla guerra e il sangue scorre a ruscelli dal corpo tagliuzzato»24.

 

La Rivoluzione d'Ottobre e lo spettro del socialismo

Il baratro generato dalla guerra, tuttavia, non ha esaurito le spinte delle masse popolari. Contro la miseria e la fame dilaganti, unite alla carneficina che seguitava a consumarsi nei campi di battaglia, insorgono, pressoché in ogni paese, le masse operaie e contadine, giungendo in Russia fino alla presa del Palazzo d'Inverno. Per Gentile si tratta di una sorta di flagello cui occorre porre al più presto rimedio: immediate le sue prese di posizione contro la «disastrosa rivoluzione russa»25, contro «il gran disastro della Russia leninista»26 che testimonia non soltanto la «crisi del marxismo», ma il suo completo «fallimento»27.

L'intero «partito socialista», non solo uno «di questi piccolissimi uomini» qual è «Lenin», risulta responsabile di questa «energia disgregatrice»28, di questa forza negativa «che deprime e distrugge», alimentando un «giudizio immorale che nega la sostanza comune, politica, che è in fondo agl'individui, ai gruppi e alle classi sociali»29. L'intero partito socialista, forte, nel suo processo di decomposizione di un potente alleato: «la profonda ignoranza e incoltura delle classi operaie e contadine e la loro assoluta inettitudine politica»; di queste, per prime, occorre tener conto, per Gentile, se si vuole «intendere pienamente lo scoppio della rivoluzione e la rapida orrenda discesa di quel popolo sul precipizio dell'anarchia...fino al tradimento di Brest Litowsky»30 che ha sottratto l'intero paese all'esperienza vitalizzante della guerra facendolo uscire dall'accordo con l'Intesa.

Diametralmente opposto risulta il giudizio di Gramsci: questi fin dal principio saluta con calore quella «rivoluzione russa che ha distrutto l'autoritarismo, e gli ha sostituito il suffragio universale, estendendolo anche alle donne»31. L'Ottobre del 1917 viene chiamato in causa a spezzare in Russia un mondo che alimentava la carneficina e lo scontro fratricida sui campi di battaglia: si trattava di un «mondo effimero» che «si era trascinato con la violenza sanguinosa, con la compressione degli spiriti, con la tortura delle carni dilaniate». Questo mondo aveva fondato il proprio dominio su una feroce macchina statale di fronte alla quale «170 milioni di creature umane erano state costrette a dimenticare la loro umanità, la loro spiritualità per servire. A che? All'idea dell'Impero russo, del grande Stato russo che doveva arrivare ai mari caldi e aperti per assicurare all'attività economica sbocchi sicuri da ogni taglia di concorrenti, da ogni sorpresa di guerra» sicché «per vivere, per svilupparsi, per assicurarsi le vie dell'attività, 10 razze, 170 milioni di uomini dovevano sottostare a una disciplina statale feroce, dovevano rinunziare all'umanità ed essere puro strumento del potere. Sono secoli di martirio e di crocifissione»32. Contro quel mondo chiama a insorgere la Rivoluzione d'Ottobre. Ma v'è di più: essa, spiega Gramsci, «non è soltanto il prodotto di condizioni particolari e speciali di quel paese, ma un prodotto della guerra imperialista mondiale»33. Dacché, quindi, questa Rivoluzione costituisce il punto di riferimento, il faro luminoso delle masse lavoratrici in atto di rivolta in ogni angolo del pianeta, dacché «la Russia...incarna la ribellione delle classi operaie contro i loro sfruttatori...incarna la sofferenza e la fame delle nazioni vinte nella guerra mondiale...incarna l’insurrezione delle colonie dissanguate dalle metropoli, incarna tutto l’informe conglomerato di ribellioni contro lo sfruttamento egemonico del capitalismo»34, ne consegue che «schiacciamento della rivoluzione russa vuol dire schiacciamento della rivoluzione mondiale»35, vale a dire schiacciamento delle spinte universalistiche per opera di forze particolari.

Gli avvenimenti del 1917, peraltro, non si inscrivono in un orizzonte di ordine unicamente economico e materiale (come accusa la pubblicistica neoidealista): «in Russia è un nuovo costume che la rivoluzione ha creato. Essa ha non solo sostituito potenza a potenza, ha sostituito costume a costume, ha creato una nuova atmosfera morale, ha instaurato la libertà dello spirito, oltre che la libertà corporale»36.

A tutti questi, come a molti altri risultati, hanno condotto non soltanto le condizioni oggettive sopramenzionate ma anche le facoltà soggettive delle classi dirigenti:

 

La rivoluzione russa ha trionfato finora di tutte le obbiezioni della storia. Ha rivelato al popolo russo una aristocrazia di statisti che nessun'altra nazione possiede; sono un paio di migliaia di uomini che tutta la vita hanno dedicato allo studio (sperimentale) delle scienze politiche ed economiche, che durante decine d'anni d'esilio hanno analizzato e sviscerato tutti i problemi della rivoluzione, che nella lotta, nel duello impari contro la potenza dello zarismo, si sono temprati un carattere d'acciaio, che, vivendo a contatto di tutte le forme della civiltà capitalista d'Europa, d'Asia, d'America, immergendosi nelle correnti mondiali dei traffici e della storia, hanno acquistato una coscienza di responsabilità esatta e precisa, fredda e tagliente come la spada dei conquistatori d'imperi.

I comunisti russi sono un ceto dirigente di primo ordine. Lenin si è rivelato, testimoni tutti quelli che lo hanno avvicinato, il piú grande statista dell'Europa contemporanea; l'uomo che sprigiona il prestigio, che infiamma e disciplina i popoli; l'uomo che riesce, nel suo vasto cervello, a dominare tutte le energie sociali del mondo che possono essere rivolte a benefizio della rivoluzione37.

 

La grandezza di Lenin affermata da Gramsci, il suo essersi rivelato il più grande statista dell'Europa contemporanea, costituisce il risultato non soltanto dell'avanzamento che questi ha fatto compiere ai diritti economico-sociali, ai diritti dei popoli coloniali e all'affermazione di un Universale concreto sul piano storico, ma anche dei progressi morali, spirituali e concettuali che attraverso la teoria e la pratica politica ha portato nel tessuto della vita collettiva. In questo senso, per Gramsci, «Lenin è l'unico continuatore di Marx»38: è colui che ha «fatto progredire il marxismo non solo nella teoria politica e nella economia, ma anche nella filosofia (cioè avendo fatto progredire la dottrina politica avrebbe fatto progredire anche la filosofia)»39. Sì, sulla base della categoria di traducibilità dei linguaggi (concetto di fondamentale importanza filosofica per Gramsci, ed estraneo al Gentile) «Ilici [Lenin] avrebbe fatto progredire effettivamente la filosofia come filosofia in quanto fece progredire la dottrina e la pratica politica»40. È per questa ragione che, può concludere l'intellettuale sardo, tutta «la teorizzazione e la realizzazione dell’egemonia fatta da Ilici è stata anche un grande avvenimento “metafisico”»41.

 

Occupazione delle fabbriche e squadrismo, biennio rosso e reazione fascista

Agli operai stremati dalla guerra e dalla fame, la Rivoluzione d'Ottobre infonde un nuovo slancio vitale, illuminando le coscienze sui problemi, i nemici, gli ostacoli, gli obbiettivi e le vie per raggiungerli. I due anni successivi alla fine del conflitto mondiale vedono, nel cosiddetto biennio rosso, una conflagrazione di lotte operaie e contadine che giungeranno, al Nord, fino all'occupazione delle fabbriche. Si estendono la coscienza di classe e lo spazio di iniziativa autonoma delle masse popolari. Ma tutto questo appare agli occhi di Gentile, come un cataclisma cui dover far fronte con ogni mezzo e il più presto possibile. Egli non nasconde il proprio disprezzo verso il sentimento di «odio alla guerra e ai responsabili di essa» che dilagava tra le masse, ben presto tradottosi in «odio al sistema che la guerra aveva reso possibile», e denuncia come uno «sfrenarsi delle passioni antinazionali più materialistiche» il susseguirsi di «scioperi», il «senso di rivoluzione» che aleggiava e il «minaccioso, terribile...spettro del bolscevismo»42 che incombeva sul territorio nazionale.

Tutto ciò costituiva, per il filosofo attualista, uno sfregio all'organo detentore dell'eticità: sì, l'«occupazione delle fabbriche da parte degli operai» colpiva direttamente «al cuore l'organismo economico amministrativo dello Stato»43. Bisognava agire, intervenire con forza risoluta contro questa minaccia, senza cedere ai sentimenti di tenerezza ed evitando quindi di trattarla «con longamine diplomazia»44. Ecco allora la necessità vitale delle «“squadre d'azione”, pronte a opporre violenza a violenza per reprimere ogni attentato all'ordine pubblico e ai poteri che possono garantirlo» e quella dei «”Fasci di combattimento”, sempre più numerosi», impegnati con ogni mezzo a liberare la Nazione «dalla minaccia comunista» (che metteva in discussione «il prestigio dello Stato» e calpestava «perfino i valori morali della Monarchia e dell'Esercito») per nuovamente «infondere negli animi una fiducia nello Stato, quale non c'era stata più in Italia dai tempi più felici del Cavour»45. Sì, «i Fasci chiamavano a raccolta gli italiani» per distruggere la viltà degli spiriti pacifisti e il bieco materialismo delle lotte operaie, riaccendendo nei petti lo spirito di cieca obbedienza nei confronti dell'unità statale e la «fede nella guerra»46.

Vediamo dunque quali sono le due concrete configurazioni che l'atto e la partecipazione attiva degli individui sono chiamati, per Gentile, ad assumere: la prima, abbiamo osservato, è la mobilitazione totale verso la guerra; la seconda è lo «spiegarsi dello squadrismo», giacché «le squadre d'azione sono la forza di uno Stato virtuale che tende a realizzarsi»47.

Questo Stato, si rivelerà ben presto essere «il Fascismo», la cui azione «contro i residui e detriti interni che ostacolano il suo svolgimento e la sua organizzazione» costituisce un'azione etica, scaturita dalla «guerra» che ora in quello Stato «comincia a fruttificare»48. Sorgendo sulla repressione dei moti operai e delle sue organizzazioni, tutte affette da un bieco materialismo, ed ereditando i migliori impulsi vitali che la guerra aveva suscitato, «lo Stato fascista», afferma il Gentile, «è una creazione tutta spirituale» che, avendo saputo trattare con maggior risolutezza gli ostacoli (le rivolte operaie, il pericolo del socialismo) che attentavano alla sua tenuta, si rivela ora «più liberale dell'antico»49, ovvero «più liberale dello Stato liberale stesso»50.

A Gramsci invece, le vicende del biennio rosso, si mostrano sotto tutt'altro aspetto: in un articolo uscito sull'Unità il 24 ottobre 1926, egli elenca, in forma sintetica, «gli aspetti positivi dell'occupazione delle fabbriche»: questa, in primo luogo, incoraggiò, nella «massa operaia», sentimenti di «solidarietà, disciplina dell'organizzazione, fiducia nei dirigenti, spirito di resistenza e di sacrifizio»; per necessità «gli operai dovettero scegliere nelle loro file tecnici e impiegati, capireparto, capisquadra, contabili, ecc. ecc.» e «questo compito fu assolto brillantemente» riuscendo a mantenere «le normali funzioni di un'azienda...nonostante che il personale tecnico e amministrativo fosse estremamente ridotto e costituito di “rozzi e ignoranti” operai», come li avevano definiti Gentile e la pubblicistica antisocialista. Nel complesso, le classi lavoratrici, contrariamente alle aspettative dei politici e dell'intellighenzia liberale, seppero mostrare, sotto la pressione dagli avvenimenti, «capacità di autogoverno» che svilupparono sempre più nel corso dei mesi.

In secondo luogo, il biennio rosso, rivelò la «capacità della massa operaia di mantenere e superare il livello di produzione del regime capitalistico». Avvenne che nonostante «le maestranze fossero ridotte, perché sia pure un'infima percentuale disertò il lavoro, perché una certa percentuale lavorava per produrre oggetti non precisamente di uso corrente, sebbene molto utili al proletariato...nonostante tutto ciò, la produzione mantenne il livello primitivo e spesso lo superò». Il dato è sorprendente ma reale: «nella Fiat si produssero più automobili che prima dell'occupazione; e le macchine “operaie”, esposte quotidianamente al pubblico dalla Fiat proletaria, non furono una delle ultime ragioni delle innegabili simpatie che l'occupazione godeva fra le grandi masse della città di Torino, compresi gli intellettuali e anche gli esercenti».

In terzo luogo, il biennio mostro una straordinaria «capacità...di iniziativa e di creazione» degli operai, che si sviluppò in ogni direzione:

 

Nel campo industriale, per la necessità di risolvere quistioni tecniche, di organizzazione e di produzione industriale. Nel campo militare, per rivolgere a strumento di difesa ogni minima possibilità. Nel campo artistico, per la capacità dimostrata nei giorni di domenica di trovare modo di trattenere le masse con rappresentazioni teatrali e di altro genere, in cui tutto era inventato dagli operai: dalla messa in scena alla produzione. Bisogna aver visto dei vecchi operai, che parevano stroncati da decenni e decenni di oppressione e di sfruttamento, raddrizzarsi anche fisicamente nel periodo dell'occupazione, sviluppare attività fantastiche, suggerendo, aiutando, sempre attivi notte e giorno; bisogna aver visto questi e altri spettacoli per convincersi quanto siano illimitate le forze latenti delle masse e come esse si rivelino e si sviluppino impetuosamente, appena la convinzione si radica di essere arbitri ed egemoni dei propri destini.

 

Nel complesso, conclude Gramsci,

 

Come classe, gli operai italiani che occuparono le fabbriche, si dimostrarono all'altezza dei loro compiti e delle loro funzioni. Tutti i problemi che le necessità del movimento posero loro da risolvere furono brillantemente risolti. Non poterono risolvere i problemi dei rifornimenti e delle comunicazioni, perché non furono occupate le ferrovie e la flotta. Non poterono risolvere i problemi finanziari perché non furono occupati gli istituti di credito e le aziende commerciali. Non poterono risolvere i grandi problemi nazionali e internazionali, perché non conquistarono il potere di Stato. Questi problemi avrebbero dovuto essere affrontati dal Partito socialista e dai sindacati, che invece capitolarono vergognosamente, protestando l'immaturità delle masse; in realtà i dirigenti erano immaturi e incapaci, non la classe. Perciò avvenne la rottura di Livorno e si creò un nuovo partito, il Partito comunista51.

 

Questo stesso giudizio, che loda l'iniziativa delle masse ed indica nelle classi dirigenti del Partito Socialista la responsabilità di un mancato decollo, con la conseguente repressione reazionaria che ne seguì, viene ribadito nei Quaderni:

 

Lo “spontaneo” era la prova più schiacciante dell’inettitudine del partito, perché dimostrava la scissione tra i programmi sonori e i fatti miserabili. Ma intanto i fatti “spontanei” avvenivano (1919 1920), ledevano interessi, disturbavano posizioni acquisite, suscitavano odi terribili anche in gente pacifica, facevano uscire dalla passività strati sociali stagnanti nella putredine: creavano, appunto per la loro spontaneità e per il fatto che erano sconfessati, il “panico” generico, la “grande paura” che non potevano non concentrare le forze repressive spietate nel soffocarli52.

 

L'inettitudine delle classi dirigenti del Partito Socialista, il loro moderatismo inoffensivo, avulso dai sentimenti di rabbia e dai bisogni delle masse lavoratrici, incoraggiò ad avviso di Gramsci, la reazione dello squadrismo fascista, che intervenne in ogni luogo per stroncare sul nascere i germi di un'espansione democratica che la penisola non aveva mai vissuto prima.

Dentro l'orizzonte, dunque, della sconfitta subita dal movimento operaio, che per le inefficienze della sua rappresentanza politica (il Partito Socialista) «non riesce a mettersi a capo dell'insurrezione della grande maggioranza della popolazione e a farla sboccare nella creazione di uno Stato operaio» finendo per subire invece «l'influenza di altre classi sociali che ne paralizzano l'azione», dentro questo orizzonte si colloca l'ascesa della controffensiva fascista.

Un punto, a proposito di questo fenomeno, va tenuto fermo: «il fascismo, come movimento di reazione armata che si propone lo scopo di disgregare e di disorganizzare la classe lavoratrice per immobilizzarla, rientra nel quadro della politica tradizionale delle classi dirigenti italiane, e nella lotta del capitalismo contro la classe operaia». Per questa ragione esso viene favorito

 

nelle sue origini, nella sua organizzazione e nel suo cammino da tutti indistintamente i vecchi gruppi dirigenti, a preferenza però dagli agrari i quali sentono più minacciosa la pressione delle plebi rurali. Socialmente però il fascismo trova la sua base nella piccola borghesia urbana e in una nuova borghesia agraria sorta da una trasformazione della proprietà rurale in alcune regioni...Questo fatto e il fatto di aver trovato una unità ideologica e organizzativa nelle formazioni militari in cui rivive la tradizione della guerra (arditismo) e che servono alla guerriglia contro i lavoratori, permettono al fascismo di concepire ed attuare un piano di conquista dello Stato in contrapposizione ai vecchi ceti dirigenti. Assurdo parlare di rivoluzione...Nella sostanza il fascismo modifica il programma di conservazione e di reazione che ha sempre dominato la politica italiana soltanto per un diverso modo di concepire il processo di unificazione delle forze reazionarie. Alla tattica degli accordi e dei compromessi esso sostituisce il proposito di realizzare una unità organica di tutte le forze della borghesia in un solo organismo politico sotto il controllo di una unica centrale che dovrebbe dirigere insieme il partito, il governo e lo Stato. Questo proposito corrisponde alla volontà di resistere a fondo ad ogni attacco rivoluzionario, il che permette al fascismo di raccogliere le adesioni della parte piú decisamente reazionaria della borghesia industriale e degli agrari53.

 

Nel complesso, l'intera «organizzazione statale e di partito del fascismo» si allestisce per «soffocare ogni notevole manifestazione di vita autonoma delle grandi masse operaie e contadine»54, sopprimendo «anche le più elementari libertà della classe operaia»55 e riducendo «ai minimi termini il movimento di classe»56.

Interessante peraltro notare, soprattutto in relazione al tempo in cui stiamo vivendo e alle ideologie che i nuovi scenari globali alimentano, come Gramsci collocasse all'interno di questo orizzonte fascista, socialmente antidemocratico e reazionario, gli stessi eurasiatisti russi, che pure non facevano mistero di nutrire una sincera simpatia nei confronti dello Stato sovietico. Così scrive in Q 2, 23:

 

Eurasiatismo. Il movimento si svolge intorno al giornale Nakanune, che tende alla revisione dell’atteggiamento assunto dagli intellettuali emigrati: è cominciato nel 1921. La prima tesi dell’eurasiatismo è che la Russia è più asiatica che occidentale. La Russia deve mettersi alla testa dell’Asia nella lotta contro il predominio europeo. La seconda tesi è che il bolscevismo è stato un avvenimento decisivo per la storia della Russia: ha «attivato» il popolo russo ed ha giovato all’autorità e all’influenza mondiale della Russia con la nuova ideologia che ha diffuso. Gli Eurasiatici non sono bolscevichi ma sono nemici della democrazia e del parlamentarismo occidentale. Essi si atteggiano spesso a fascisti russi, come amici di uno Stato forte in cui la disciplina, l’autorità, la gerarchia abbiano a dominare sulla massa. Sono partigiani di una dittatura e salutano l’ordine statale vigente nella Russia dei Soviet per quanto essi vagheggino di sostituire l’ideologia nazionale a quella proletaria. L’ortodossia è per loro l’espressione tipica del carattere popolare russo; essa è il cristianesimo dell’anima eurasiatica57.

 

Fino alla fine della propria esistenza, in sostanza, Gramsci si è mantenuto ben vigile affinché la tradizione rivoluzionaria e quella controrivoluzionaria rimanessero ben separate e distinte non soltanto sul piano storico-politico, ma anche in tutti i loro motivi culturali.

 

Conclusioni

A fronte di tutte queste considerazioni, possiamo ormai registrare l'esistenza di una profonda divergenza, tra Gramsci e Gentile, quanto a visione complessiva della realtà e delle sue concrete configurazioni. Una divergenza che comprende la filosofia teoretica, la filosofia della storia e la filosofia politica. La veduta del Gentile si rivela, in ogni ambito, particolaristica e unilaterale, laddove Gramsci mostra una propensione più inclusiva e universale. Senz'altro esistono alcuni punti di affinità tra i due intellettuali, in particolare riguardanti quegli elementi del marxismo assorbiti più o meno consapevolmente dal neoidealismo italiano che lo stesso Gramsci aveva riscontrato. Nondimeno, questi elementi si inscrivono all'interno di due orizzonti complessivi tra loro diametralmente opposti (come risultano opposti l'unilateralità rispetto all'Intero e il particolare rispetto all'Universale, ovvero l'Universale astratto rispetto all'Universale concreto).

Abbiamo potuto inoltre osservare come, all'interno di ciascun autore, vi sia tutt'altro che estraneità tra filosofia, visione storica e concezione politica. Il tentativo di sopprimere il movimento socialista in espansione sul piano pratico (l'esaltazione della guerra, la delegittimazione della lotta di classe, la condanna del movimento operaio di occupazione delle fabbriche, il sostegno dello squadrismo, dei Fasci di combattimento e del Fascismo in quanto tale), è stato preceduto da una finissima operazione avviata dallo stesso Gentile (per tutta una buona fase in sintonia con Croce), volta a sopprimere la rivoluzione che Hegel e Marx avevano compiuto a livello teorico e culturale.

Le due opere di soppressione non risultano, va detto, una l'esatta traduzione dell'altra: sul piano filosofico l'attualista mostra molti meno cedimenti, quanto a robustezza argomentativa, che sul piano politico, dove la retorica tende a dominare l'ordine del discorso ben più della logica. Tuttavia, entrambe sono rivolte a distruggere rispettivamente un movimento di espansione dei diritti e delle coscienze, un movimento rivoluzionario in cui le figure di Hegel, Marx e Lenin incarnavano una unità di teoria e pratica entro la quale ciascuno dei due termini arricchiva e potenziava l'altro. Se dunque la reazione sul piano filosofico non costituisce l'esatto equivalente di quella avvenuta sul piano politico (non è un caso che il fascismo non riconobbe mai l'attualismo come filosofia di Stato), nondimeno, entrambe costituiscono un movimento controrivoluzionario che presenta, nelle sue interne varianti, considerevoli affinità. Questo fatto non era sfuggito a Gramsci, il quale, in Q 29, 6, ancora osservava: «nella posizione del Gentile c’è molta più politica di quanto si creda e molto reazionarismo inconscio»58.

In conclusione, possiamo affermare di trovarci, con Antonio Gramsci e Giovanni Gentile, al cospetto di due figure intellettuali e politiche di grande levatura, che hanno costituito le personalità più rappresentative, in Italia, in cui la rivoluzione e la controrivoluzione si sono incarnate sui più svariati e distinti livelli.

 

 

 Note

1 Cfr. A. Gramsci, Quaderni del carcere, Einaudi, Torino 2001, Q 4, 56; 7, 33; 7, 35; 10, 2; 10, 40.

2 G. Gentile, Le due anime del popolo italiano prima della guerra, in Id., Origini e dottrina del fascismo, Istituto Nazionale Fascista di Cultura, Roma 1934, p. 18.

3 Ivi, pp. 18-19.

4 F. Braudel, Il mondo attuale, Einaudi, Torino 1966, p. 453, cit. in L. Canfora, La democrazia, storia di un'ideologia, Laterza, Roma-Bari 2006, p. 229.

5 G. Gentile, La filosofia della guerra, in Id., Guerra e fede, , Ricciardi editore, Napoli 1919, p. 4.

6 Ivi, p. 5; sulle posizioni di Kant, Fichte, Hegel e Marx riguardo l'ideale della pace perpetua cfr. D. Losurdo, Un mondo senza guerre. L'idea di "pace" dalle promesse del passato alle tragedie del presente, Laterza, Roma-Bari, 2016.

7 G. Gentile, Il nemico interno, in Id., Guerra e fede, cit., p. 106.

8 Ivi, p. 109.

9 L. Canfora, La democrazia...cit., pp. 203-204.

10 G. Gentile, La filosofia della guerra, in Id., Guerra e fede, cit., p. 10.

11 Ivi, p. 14.

12 Ibidem.

13 G. Gentile, Le due italie, in Id., Guerra e fede, cit., p. 101.

14 G. Gentile, Scritti per il "Corriere" 1927-1944, Fondazione Corriere della Sera, 2009, p. 27.

15 G. Gentile, Le due anime del popolo italiano prima della guerra, in Id., Origini e dottrina...cit., p. 7

16 Ivi, p. 8.

17 Ivi, p. 10.

18 R. Luxemburg, Scritti politici, Editori Riuniti, Roma, 1970. p. 449.

19 A. Gramsci, I giornali e gli operai, in Id., Scritti politici (d'ora in avanti SP) I, a c. di P. Spriano, Editori Riuniti, Roma 1973 p. 21.

20 Ivi, Utopia, in Id., SP I, p. 100.

21 Ivi, Il paese di Pulcinella, in Id., SP I, p. 117.

22 Ivi, La taglia della storia, in Id., SP I, p. 128.

23 Ivi, p. 129.

24 Ivi, La reazione, in Id., SP II, p. 98.

25 G. Gentile, La crisi del marxismo, in Id., Guerra e fede, cit., p. 244.

26 Ivi, Antinomie socialiste, in Id., Guerra e fede, cit., p. 250

27 Ivi, La crisi del marxismo, cit., p. 242.

28 Ivi, p. 243.

29 Ivi, Tra Hegel e Lenin, in Id., Guerra e fede, cit., p. 216.

30 Ivi, Russia e Germania, in Id., Guerra e fede, cit., p. 340.

31 A. Gramsci, Note sulla Rivoluzione russa, in Id., SP I, p. 45.

32 A. Gramsci, Un anno di storia, in Id., SP I, p. 73.

33 Ivi, Russia e Internazionale, in Id., SP II, p. 111.

34 Ivi, La Russia, potenza mondiale, in Id., SP II, p. 81.

35 Ivi, Russia e Internazionale, in Id., SP II, p. 111.

36 Ivi, Note sulla Rivoluzione russa, cit., p. 42.

37 Ivi, La taglia della storia, in Id., SP I, p. 128.

38 Ivi, Q 11, 33, p. 1448.

39 Ivi, Q 4, 38, p. 465.

40 Ivi, Q 10, 12, p. 1250.

41 Ivi, Q 7, 35, p. 886.

42 G. Gentile, La prostrazione del dopoguerra e il ritorno di Giolitti, in Id., Origini e dottrina cit., p. 27.

43 Ivi, p. 28.

44 Ibidem.

45 G. Gentile, Scritti per il Corriere, cit., p. 133.

46 Ivi, Mussolini e i fasci di combattimento, in Id., Guerra e fede, cit., p. 31.

47 Ivi, Lo squadrismo, in Id., Guerra e fede, cit., p. 34.

48 Ivi, pp. 34-35.

49 Ivi, Libertà etica e religione, in Id., Guerra e fede, cit., p. 53.

50 Ivi, La filosofia del fascismo, in Id., Guerra e fede, cit., p. 66.

51 A. Gramsci, Ancora delle capacità organiche della classe operaia, in Id., SP III, pp. 146-147.

52 Ivi, Q 3, 42, p. 320.

53 Ivi, La situazione italiana e i compiti del PCI, in Id., SP3, pp. 176-177.

54 Ivi, Lettera al Comitato centrale del Partito comunista sovietico, in Id., SP3, p. 151.

55 Ivi, La situazione italiana e i compiti del PCI, cit., p. 189.

56 Ivi, Il problema di Milano, in Id., SP3, p. 40.

57Gramsci, Q 2, 23, pp.180-181.

58 A. Gramsci, Q 29, 6, p. 2349.

 

 

* Prefazione ad A. Gramsci, La taglia della storia. Idea e prassi della rivoluzione, NovaEuropa 2018.

 

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