Salvatore Tinè

 

Il libro di Paolo Favilli (A proposito de Il Capitale. Il lungo presente e i miei studenti. Corso di storia contemporanea, FrancoAngeli 2021) è un immaginario corso universitario di storia contemporanea su Il capitale di Marx, rivolto quindi a un pubblico non solo di studenti ma anche di lettori non specialisti. Come lo stesso titolo ci suggerisce, non è il capolavoro di Marx in quanto tale, come opera puramente teorica e scientifica, a costituire il suo tema specifico.

Tuttavia, è pur sempre “a proposito” de Il capitale, ovvero a partire da esso e sempre in strettissima relazione con la sua teoria economica e le sue categorie analitiche, che viene dipanandosi, nel libro di Favilli, una ricostruzione straordinariamente ricca e suggestiva della fortuna e dell’enorme influenza che la principale opera economica di Marx ha avuto sull’intera vicenda storica e politica della nostra contemporaneità, identificata dall’autore con il “lungo presente” della modernità capitalistica, dentro il quale siamo ancora immersi.

E’ dentro questa “lunga” continuità storica destinata ad giungere fino ai nostri giorni che Favilli inscrive la stessa eccezionale ed estrema vicenda del “secolo breve”, pure segnata da una straordinaria capacità di incidenza storica e di egemonia, nella cultura e nella scienza mondiali, sia della teoria marxista in quanto tale che del marxismo politico.

Alla tragica fine dell’Urss e al suo drammatico impatto negativo sulle forme teoriche del marxismo nonché su quelle politiche ed organizzative del suo tradizionale radicamento e della sua egemonia nel movimento operaio si è accompagnata infatti la fine di un lungo ciclo espansivo dell’accumulazione capitalistica e la conseguente imposizione per via legislativa e “giuridico-costituzionale” da parte delle classi dominanti di una politica economica di stampo neo-liberista particolarmente regressiva e sostanzialmente analoga a quella che aveva preceduto la grande crisi del 1929. E’ solo a partire da questa periodizzazione lunga della “storia contemporanea” della modernità capitalistica che può diventare comprensibile il fatto apparentemente paradossale che la crisi del marxismo e in particolare la sua scomparsa dall’esperienza culturale e politica delle giovani generazioni avvengano nel contesto di una crisi epocale di quelle capacità espansive sul piano economico e di sviluppo democratico sul piano sociale e politico che sembrarono caratterizzare il capitalismo lungo i cosiddetti “trenta gloriosi”, distinguendolo nettamente dalle forme del capitalismo “classico”, oggetto dell’analisi teorica e scientifica de Il Capitale di Marx. Un paradosso suscettibile di spiegazione solo attraverso una rigorosa analisi scientifica, condotta con strumenti logici e teorici, e non puramente empirica o “congiunturale”, dei processi storico-sociali reali più profondi o di più lungo periodo che segnano il nostro presente. La crisi strutturale del capitalismo “globalizzato” e delle sue stesse forme di accumulazione tendenti ad una sempre maggiore finanziarizzazione, caratteristica di questa fase della storia contemporanea, non sembra scalfire l’egemonia ideologica del pensiero economico di ispirazione marginalista e neo-liberista, nonostante l’incapacità del suo impianto metodologico astrattamente logicista e matematizzante di spiegare e comprendere anche sul piano scientifico le crisi e gli squilibri del sistema economico nella loro concreta determinatezza storica. Ma la “miseria” teorica del neo-liberismo non toglie che proprio in questa fase del nostro “lungo presente” si accompagni ad essa il massimo del suo potere, ovvero della capacità di dominio anche “materiale” non soltanto delle sue idee ma anche delle sue categorie di pensiero, dei suoi metodi di analisi scientifica. Favilli fa propria e valorizza in modo originale a questo proposito le grandi intuizioni di Gramsci sulla concretezza e materialità storica delle strutture ideologiche del dominio di classe. Ma è pur sempre il confronto sul metodo dell’analisi scientifica uno dei terreni fondamentali su cui misurare la capacità del marxismo in questa fase storica di resistere teoricamente e quindi anche praticamente alla potenza “ideologica” del capitale. Di tale potenza, infatti, proprio la “gabbia d’acciaio” teorica costituita dalla scienza economica “pura”, chiusa, compattamente in se stessa e refrattaria ad ogni “domanda di senso”, “utopia astratta e matematica” secondo un’espressione del Gramsci dei Quaderni, ripresa da Favilli, costituisce uno dei nuclei essenziali. Mai come oggi dunque la lotta di classe è anche lotta teorica. La comprensione scientifica più rigorosa dei processi reali e insieme dei loro riflessi non solo sul piano delle ideologie ma anche su quello dello sviluppo delle scienze e della teoria è il presupposto fondamentale per una critica di essi anche pratica.

In questo senso, alla ricostruzione della rigorosa impostazione metodologica del Marx de Il Capitale si accompagna nella riflessione di Favilli un forte richiamo alla lezione di Weber e in particolare a quella sua idea della scienza e del lavoro intellettuale come “professione” destinata a farne il “Marx della borghesia”. Riprendendo questa grande lezione, Favilli non manca di individuare proprio nella tendenza ad un immediata identificazione tra teoria e prassi, ovvero ad rapporto subalterno della prima alla seconda spesso oggettivamente imposto da drammatiche contingenze storiche uno dei limiti che hanno caratterizzato in alcune loro fasi cruciali sia la storia del marxismo teorico che quella del marxismo politico. Proprio l’immediata piegatura della teoria alle necessità immediate della prassi, lo smarrimento del nesso di unità e distinzione che deve articolare un corretto e fecondo rapporto dialettico tra il rigore analitico della scienza e le istanze pratiche dell’agire politico militante, avrebbe finito per indebolire quel rapporto insieme conoscitivo e pratico con le tendenze più profonde dei processi storici reali che costituisce un elemento vitale per uno sviluppo creativo del marxismo, finendo per trasformare quest’ultimo in una ennesima “gabbia d’acciaio”.

Ma ciò non significa che il marxismo come teoria e metodo possa oggi essere semplicemente espunto dalla sua storia e quindi da quella stessa del movimento operaio, sia socialista che comunista, con la quale si è in larghissima parte identificato. Proprio una tale operazione sarebbe infatti in contraddizione con i caratteri stessi del metodo scientifico marxiano e in particolare con la sua natura di scienza critica e storica.

Riprendendo un’importante indicazione di Cesare Luporini, Favilli non manca di risalire alle più lontane origini umanistiche prima ancora che kantiane e illuministiche della fondamentale nozione marxiana di “critica”.

Una nozione che nello stesso momento in cui connota e specifica il carattere scientifico del metodo marxiano di analisi economica lo connette intimamente ad una più generale concezione della dimensione pratica e trasformatrice della scienza e della cultura di chiara matrice umanistica. Ma sul piano più propriamente epistemologico essa ha in Marx anche un’ascendenza kantiana. Opportunamente Favilli lega strettamente la celebre definizione kantiana dell’”illuminismo” come libero “uso del proprio intelletto senza la guida di un altro” con la identificazione della “critica” con la capacità della ragione di definire autonomamente limiti e condizioni di possibilità della conoscenza.

Anche la critica marxiana dell’economia politica nella sua tensione conoscitiva verso l’oggetto da spiegare non può prescindere da questo piano epistemologico. Di qui il suo continuo ritorno dall’oggetto alle categorie e agli strumenti concettuali che mediano il rapporto conoscitivo con esso, nel senso della loro continua chiarificazione e adeguazione alla realtà sempre particolare, specifica e storicamente determinata dell’oggetto, al fine di illuminarne la struttura profonda, la connessione interna, di là dalla sua pura superficie fenomenica immediatamente ed empiricamente evidente. Ma è proprio l’indagine critica su questa connessione interna ad allargare l’oggetto economico de Il capitale alla “totalità” storicamente determinata dei rapporti sociali di produzione, a riconnettere quindi l’economia alla società e alla politica, la teoria economica alla realtà dinamica e in divenire della storia degli uomini e delle lotte di classe. Il metodo marxiano di analisi economica è una continua ridiscussione critica degli stessi concetti e principi formali utilizzati, che risale ai loro presupposti concreti, una vera e propria “propedeutica dei concetti” secondo una felice formula di Antonio Labriola. In questo senso la teoria marxiana del valore, in sostanziale continuità con la concezione materialistica della storia mira non soltanto alla sua determinazione sul piano quantitativo come lavoro astratto e quindi come base della misurazione del saggio del profitto e dei prezzi di produzione ma anche alla sua definizione come forma sociale, espressione storicamente determinata dei rapporti sociali di produzione: il lavoro astratto è insieme “grandezza di valore” economicamente misurabile sul piano puramente quantitativo ma insieme anche, su quello qualitativo e sociale, lavoro alienato, formalmente e realmente sussunto sotto il dominio del capitale e il suo rapporto di sfruttamento. Radicale è in tal senso in questa ricostruzione il rifiuto di ogni interpretazione “dualistica” del metodo analisi di Marx e in particolare della sua fondamentale teoria del valore che scinda e separi rigidamente il suo aspetto quantitativo da quello qualitativo, ovvero quello in apparenza solo “economico” da quello storico-critico.

Favilli ci mostra, insomma, come sia la stessa “specificità” dell’oggetto in apparenza puramente economico de Il Capitale, ad allargarne nella scienza critica marxiana l’ampiezza e l’estensione. Non a caso alla dimensione propriamente filosofica della critica dell’economia politica come critica del “lavoro alienato” e dell’alienazione egli dedica un’ampia sezione del suo libro, mostrandone la straordinaria attualità di fronte all’ampiezza, alla pervasività totalitaria degli odierni processi di sussunzione del “lavoro vivo” e quindi della stessa “materia” della vita alle logiche dell’accumulazione capitalistica, ben oltre gli stessi confini del processo di produzione immediato.

Tuttavia, non è tanto sul carattere di “totalità” dell’oggetto della scienza economica de Il Capitale che insiste la sua riflessione. E’ piuttosto il carattere di cantiere aperto della teoria marxista, ovvero la sua natura mai astrattamente sistematica, mai “finita” l’aspetto di essa su cui maggiormente e dalle più varie angolazioni disciplinari, da quella filosofica a quella storica e antropologica, insiste la ricostruzione e la riflessione di Favilli. Sembrerebbe che sia in primo luogo l’inclusione della storia nel cantiere sempre aperto della teoria, della costruzione in apparenza puramente logica ed analitica de Il capitale, ad impedire, secondo Favilli, alla teoria economica marxiana di configurarsi come pura sistematizzazione del reale storico, come suo statico rispecchiamento. In realtà anche qui il metodo della critica dell’economia politica si presente soprattutto ne Il Capitale come il fondamento di una “storia critica”. E’ questa e non tanto la scoperta del “continente storia” in quanto tale, secondo una celebre tesi di Althusser, la vera, straordinaria novità del metodo marxiano. Quest’ultimo può essere definito per Favilli una “teoria della storia” proprio per la sua capacità di utilizzare sempre in modo critico le astrazioni della teoria, non semplicemente connettendole deduttivamente tra loro nella coerenza di un procedimento di tipo logico-formale, dentro quindi una “forma teorica assoluta” ma piuttosto riportandole al terreno storico determinato dal loro sviluppo e dalle loro contraddizioni reali. Una teoria della storia, dunque, in cui tuttavia il nesso tra la prima e la secondo si dà sempre nei termini di un rapporto aperto e di scambio reciproco e non nei termini di una perfetta totalità circolare, come la stessa limitazione marxiana della validità del modello teorico de Il Capitale alla sola vicenda storica dell’accumulazione capitalistica nell’Europa occidentale e non anche alle immense aree del sottosviluppo e del mondo coloniale dimostrerebbe. Tuttavia non meno rilevante della giusta sottolineatura della complessità e problematicità di questo rapporto, ci pare ci pare anche la preoccupazione che essa non finisca per risolversi in una sostanziale sconnessione tra i due termini. Una sconnessione che rischierebbe di stabilire un sostanziale dualismo tra una lettura insieme logicistica e “deterministica” del modello teorico dell’analisi economica del modo di produzione capitalistico consegnatoci da Marx ne Il Capitale e una interpretazione di fatto “storicistica” e “invertebrata” dei processi storici reali che hanno segnato la vicenda di quello che Immanuel Wallerstein ha definito “il capitalismo storico”. Certo, lo stesso Favilli si spinge fino a sostenere che nel suo capolavoro Marx non ci avrebbe dato alcuna teoria concretamente storica né della necessità della rivoluzione, né della transizione. E tuttavia insiste con forza sull’enorme fecondità degli strumenti analitici che Il Capitale ci consegna per una comprensione dei processi storici reali di lungo periodo, di modernizzazione economica e sociale e insieme di transizione socialista a guida comunista dispiegatisi nel secolo scorso e ancora in atto in quello attuale.

Non a caso la cosiddetta “storiografia marxista”, nei suoi momenti più alti e fecondi, avrebbe teso, secondo Favilli, ad una “storia critica”, certo informata all’idea della centralità delle strutture economiche, del rapporto tra forze e forme di produzione sociale, come base di un modello teorico esplicativo dei processi storici, ma senza mai perdere di vista l’enorme rilevanza del confronto della teoria con la ricerca empirica e fattuale più vasta e minuziosa dei contesti storici particolari nel cui ambito si svolge la stessa dialettica tra sviluppo delle forze produttive e rapporti sociali di produzione. Lungi dal configurare la scienza della storia come un sapere già aprioristicamente costituitosi come tale nelle sue basi teoriche ed epistemologiche, la storiografia marxista nei suoi maggiori e più prestigiosi esponenti ha piuttosto inteso a identificare la propria prospettiva di ricerca sul piano metodologico con un un compito particolarmente complesso ancora molto distante dalla sua realizzazione: la storiografia marxista è ancora una “storia in costruzione”, secondo l’espressione del grande storico marxista Pierre Vilar, esplicitamente ripresa da Favilli, ancora quindi in larghissima parte da fare e costruire.

Di questo processo di “costruzione” ancora aperto, la storia del movimento operaio, ovvero di quel soggetto sociale e politico in cui la teoria di Marx ha identificato, sin dalle sue origini ancora filosofiche, l’antitesi stessa della moderna società borghese, ha rappresentato un momento di fondamentale importanza. Riprendendo una profonda intuizione del giovane Lukacs, Favilli riconnette così la dimensione storica della teoria economica di Marx, della sua critica dell’economia politica, al punto di vista del proletariato come l’unico in grado oggettivamente di stabilire un nesso di mediazione dialettica tra conoscenza storica, auto-coscienza e conoscenza del presente. “La conoscenza storica del proletariato – scrive Lukacs, Storia e coscienza di classe - ha inizio con la conoscenza del presente, con la propria auto-conoscenza della propria situazione sociale, con l’indicazione della sua necessità (nel senso della genesi).” Di qui la sostanziale identificazione che ha segnato in larga parte la coscienza teorica di molta storiografia marxista tra il problema della conoscenza storica da un lato e dall’altro quello della definizione del soggetto e della forma dell’antitesi del modo di produzione capitalistico, ovvero il “movimento operaio”. La riflessione di Favilli insiste in modo particolare sulla “instabilità” e fluidità della realtà e insieme dello stesso concetto di “movimento operaio”, individuando proprio nella sua problematicità uno dei temi ancora aperti della “storia in costruzione”. Proprio il suo rapporto profondo con il movimento operaio, con la sua realtà presente, ha posto alla storiografia marxista il compito di una comprensione scientifica di essa in grado di risalire alla lunga, complessa e particolarmente stratificata storia delle classi lavoratrici e del mondo operaio. La molteplicità di strati di questa storia e insieme il loro nesso reciproco che ne fa una realtà e una totalità storiche costituiscono uno dei temi principali di una “storia in costruzione” potenzialmente in grado di resistere all’impostazione “naturalizzante” delle tendenze dominanti nella scienza economica e anche in altre scienze sociali. Ci pare particolarmente interessante a questo proposito il richiamo da parte di Favilli al grande lavoro del giovane Engels sulla situazione della classe operaia in Inghilterra, una ricerca che scaturita da un vero e proprio “viaggio” empirico dentro la realtà immediatamente “sociologica” e perfino “antropologica” della classe operaia inglese, ne fa emergere il carattere spontaneamente politico e non solo sociale e sindacale delle sue forme di organizzazione e di lotta nel cuore della nascente grande industria capitalistica, ancora ben al di qua della successiva distinzione tra “classe” e “partito”, tra “proletari” e “comunisti”. Il il ricco e documentatissimo studio engelsiano sulla classe operaia inglese ci mostra quest’ultima come “oggetto” dello sfruttamento capitalistico, ridotto a “nuda vita” “realmente” sussunta sotto il dominio del capitale ma anche e insieme come soggetto in grado non solo di resistere attivamente a questo dominio ma anche di costituirsi come sua almeno potenziale antitesi e negazione. Ma già la successiva riflessione storica e politica di Marx, prima ancora della stessa storiografia marxista, avrebbe messo in luce il ruolo centrale, nella lotta di classe, dell’organizzazione politica e della direzione intellettuale. Proprio l’esperienza storica certamente straordinaria del movimento operaio dell’Ottocento e del Novecento ha mostrato come la formazione ed educazione politica delle classi subalterne si dispieghi lungo un processo di auto-emancipazione e insieme di crescita intellettuale e culturale, tutt’altro che automatico e lineare e necessariamente di lungo periodo. Anche la non ancora finita storia contemporanea delle classi lavoratrici, e dei loro vari e differenziati tentativi di farsi soggetto, momento critico-dialettico essenziale della stessa vicenda della modernità capitalistica, è parte ancora del nostro “lungo presente”, storia in atto e “in costruzione”.

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